Anno XVIII, 1976, Numero 1, Pagina 32

 

 

NOTA DEL PRESIDENTE DEL C.I.M.E. GIUSEPPE PETRILLI SUL RAPPORTO TINDEMANS*
 
 
Va notato anzitutto che nella lettera di trasmissione del rapporto ai suoi colleghi del Consiglio europeo, l’On.le Tindemans sottolinea espressamente il carattere provvisorio e pragmatico del documento, cui è del tutto estranea «la pretesa di essere, in parte, la Costituzione della futura Unione europea». Pur ribadendo espressamente la propria fede federalista, l’autore considera quindi l’Unione europea come «una nuova fase sul cammino dell’unificazione dell’Europa, unificazione che sarà il risultato di un processo continuo» e in ordine al quale sarà determinante il ruolo di un Parlamento europeo eletto direttamente. La proposta formulata dallo stesso On.le Tindemans «di procedere nel 1980 ad una valutazione di quanto sarà stato realizzato al fine di trarne nuove prospettive e di compiere nuovi progressi» conferma di per sé il carattere non definitivo delle indicazioni fornite dal rapporto, che vengono così a porsi in un ambito di breve periodo e non pretendono comunque di spingersi oltre i prossimi cinque anni.
Questa impostazione generale è importante, in quanto lascia impregiudicati gli ulteriori sviluppi dell’Unione europea. Essa consente quindi di dare del rapporto Tindemans una valutazione globalmente meno negativa di quanto comporterebbe la sostanziale povertà e limitatezza delle sue proposte. Ciò che più conta, esso non è di ostacolo ad una strategia che intenda assumere le scadenze inerenti all’elezione diretta del Parlamento europeo (periodo anteriore alla prima elezione, prima legislatura, seconda legislatura) come punti di riferimento validi anche ai fini della costruzione dell’Unione europea. Da questo punto di vista, le proposte della relazione potrebbero anzi intendersi come un primo pacchetto di provvedimenti, connessi alla prima di queste fasi.
Venendo ad esaminare sommariamente il contenuto del documento, e a prescindere dalla genericità del capitolo introduttivo, su cui non mette conto soffermarsi, si può dare un giudizio moderatamente positivo della trattazione inerente ai problemi della politica esterna e della difesa, in ordine ai quali appare condivisibile tanto la preoccupazione di superare la distinzione formale tra la cooperazione intergovernativa in queste materie e quella inerente ai problemi comunitari quanto e soprattutto quella di introdurre anche a questo riguardo, seppure in forma non del tutto esplicita, il principio del voto a maggioranza nelle deliberazioni comuni. Appaiono importanti in questo contesto anche le proposte relative alla messa in comune di una parte rilevante dei crediti nazionali inerenti alla politica di aiuto allo sviluppo e quelle concernenti la creazione di un’agenzia europea degli armamenti, che potrebbe avere riflessi positivi anche sotto il profilo di una politica industriale comune. Può avere infine qualche interesse la proposta di affidare ad uno dei membri del Consiglio europeo il compito di avere con gli Stati Uniti conversazioni aventi per oggetto una sorta di riconsiderazione globale dei rapporti transatlantici.
Del tutto negativo deve essere viceversa il nostro giudizio sul capitolo del rapporto relativo ai problemi dell’unione economica e monetaria, capitolo caratterizzato da un flagrante contrasto tra la parte critica, che giustamente esprime un accentuato pessimismo intorno alla gravità dei dissensi che attualmente dividono i Paesi membri, e la parte propositiva, fondata sul riconoscimento dell’impossibilità di promuovere un’azione comune e sulla conseguente necessità di introdurre all’interno dell’Unione una distinzione tra i Paesi più forti e i più deboli, relegando questi ultimi in una posizione di attesa destinata con ogni verosimiglianza a protrarsi indefinitamente. A questo riguardo, si deve rilevare che ciò che maggiormente preoccupa non è l’introduzione di una discriminazione formale tra i Paesi membri, bensì la volontà di riproporre, attraverso il ruolo discriminante attribuito alla partecipazione al cosiddetto serpente monetario, un tipo di integrazione prevalentemente monetaristica che ha già dimostrato la sua inapplicabilità all’integrazione tra Paesi caratterizzati da strutture economiche assai diversificate. Pur riservandoci di approfondire ulteriormente il problema in vista del Congresso di Bruxelles, possiamo notare a questo riguardo che il proposto rafforzamento dell’attuale sistema, nella misura in cui tende a vincolare più rigidamente i Paesi membri ad una politica di ortodossia monetaria, non mancherebbe di avere ripercussioni negative su quelli di loro che, come il nostro, hanno al proprio interno gravi problemi di sviluppo e potrebbe comportare un consolidamento dell’emarginazione delle regioni meno favorite, analogamente a quanto avvenne nel processo di unificazione politica del nostro Paese. Anche i riferimenti alla predisposizione di misure di solidarietà e di sostegno a favore dei Paesi membri di «seconda classe», che non fanno parte del serpente, è chiaramente concepita in termini assistenzialistici, che per loro natura non potrebbero condurre ad una positiva soluzione del problema. Anche ammettendo che squilibri di questa natura debbano accettarsi di fatto in una fase come l’attuale, caratterizzata da una generale debolezza delle istituzioni comunitarie, appare del tutto improponibile una loro istituzionalizzazione nei termini preconizzati dall’On. Tindemans. Si può anzi aggiungere che il rilancio di una impostazione di questa natura, chiaramente influenzato dagli orientamenti neo-nazionalistici che si vanno facendo strada nella Germania Federale, potrebbe aggravare ulteriormente la crisi della Comunità, traducendola in termini esplicitamente politici. Va rilevato infine a questo proposito che questo tipo di approccio ai problemi dell’Unione economica e monetaria appare manifestamente contraddittorio rispetto all’intendimento, espresso dallo stesso rapporto, di favorire l’associazione e l’adesione alla Comunità dei Paesi terzi europei, che sono, in grande maggioranza, Paesi economicamente deboli.
Anche a prescindere da queste considerazioni, è del resto difficile individuare in questo capitolo degli aspetti positivi, al di fuori delle proposte relative alla disponibilità di adeguate risorse finanziarie ai fini del perseguimento di una politica comune della ricerca, dell’auspicato rafforzamento del ruolo del Comitato per l’occupazione e dell’affermazione secondo cui l’attribuzione dei fondi disponibili nell’ambito della politica regionale dovrebbe avvenire secondo criteri oggettivi e al di fuori di «quote» nazionali.
Di qualche interesse è il capitolo successivo, relativo all’Europa dei cittadini, nella misura in cui sottolinea la necessità di assicurare «il riconoscimento e la protezione dei diritti e delle libertà fondamentali, compresi i diritti economici e sociali», prevedendo la possibilità di un ricorso diretto dei cittadini alla Corte di giustizia contro gli atti delle istituzioni comunitarie.
Per quanto riguarda le proposte di natura istituzionale contenute nel rapporto Tindemans, il nostro giudizio complessivo può essere ancora una volta moderatamente positivo, purché si tenga conto delle considerazioni svolte all’inizio di questo appunto proposito della prospettiva generale assunta dal documento. È significativo a questo riguardo che sia espressamente sottolineata l’autorità che deriverà al Parlamento dalla sua elezione a suffragio diretto e che sia riconosciuta la responsabilità importante che il Parlamento dovrà assumersi nell’edificazione della Unione. Pur traducendosi soltanto nella richiesta che al Parlamento europeo sia riconosciuta una facoltà di iniziativa, impegnando il Consiglio a deliberare sulle risoluzioni che da esso gli saranno sottoposte, questa parte del documento appare suscettibile di essere interpretata con qualche forzatura come un’implicita ammissione che, a partire dall’elezione europea, tutto il discorso istituzionale sarà subordinato alle iniziative che il Parlamento potrà assumere. In questo senso potrebbe intendersi anche la proposta di promuovere, con frequenza almeno annuale, un dibattito parlamentare sullo stato dell’Unione, cui sarebbero invitati il Presidente del Consiglio europeo e un numero limitato di personalità estranee al Parlamento medesimo.
Circa le altre istituzioni della Comunità, sono meritevoli di menzione l’accentuazione del collegamento tra il Consiglio europeo e le istituzioni comunitarie — collegamento di cui dovrebbe essere garanzia la presenza della Commissione europea alle riunioni del Consiglio relative ad argomenti comunitari — la proposta di portare ad un anno la durata della presidenza del Consiglio europeo e del Consiglio della comunità, con una larga possibilità di delega alla Commissione, al Co.Re.Per., ad un singolo Paese membro e ad una o più persone per quanto attiene a compiti specifici o temporanei. Ancor più importante è il suggerimento secondo cui il Presidente della Commissione dovrebbe essere designato dal Consiglio europeo e dovrebbe successivamente ricevere la fiducia del Parlamento designando quindi i suoi colleghi in consultazione con il Consiglio e tenuto conto della ripartizione nazionale. Si tratta di una proposta interessante, anche se bisognosa di approfondimento, e che comunque, a prescindere dal suo accentuato carattere presidenzialistico, tende senza dubbio a politicizzare la Commissione europea e a rafforzare la posizione del Parlamento. Per quanto riguarda invece il principio della delega ricordato in precedenza e manifestamente ispirato a preoccupazioni di efficienza, qualche riserva potrebbe essere giustificata dall’attuale debolezza delle istituzioni comuni che potrebbe favorire la proliferazione di strutture di tipo tecnocratico.


* Si tratta di un documento diffuso dal presidente del Consiglio italiano del Movimento europeo il 15 gennaio 1976, a seguito della pubblicazione del rapporto di sintesi sull’Unione europea, affidato dal Vertice di Parigi al primo ministro belga Leo Tindemans e da noi riprodotto più avanti a p. 36.

 

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