Anno XVIII, 1976, Numero 1, Pagina 77

 

 

PER LA LIRA NON ESISTE PIÙ NESSUNA SPERANZA*
 
 
La chiusura dei mercati dei cambi, decisa dalla Banca d’Italia il 21 gennaio scorso per fronteggiare una nuova gravissima crisi della lira, ha fatto cadere ogni illusione sulla possibilità dell’Italia di uscire dalla recessione più grave di questo dopoguerra.
Il vincolo della bilancia dei pagamenti si è nuovamente posto come un ostacolo insuperabile alla ripresa economica; la svalutazione della lira decretata dal mercato, nella misura in cui è destinata ad alimentare il processo inflazionistico, provocherà inevitabilmente una stretta creditizia e l’accantonamento di qualsiasi progetto di rilancio dell’economia o di riforma economica e sociale.
La crisi della lira apertasi nei giorni scorsi conferma la gravità senza precedenti della recessione iniziata nel 1974.
L’Italia oggi continua a pagare a proprie spese le contraddizioni del processo d’integrazione europea che ha tolto la possibilità agli Stati membri di svolgere un’autonoma ed efficace politica economica, senza trasferire questo potere ad alcuna autorità europea. L’unione doganale europea, se ha permesso di realizzare in Europa uno sviluppo economico e sociale altrimenti inimmaginabile, per i propri limiti istituzionali ha aggravato gli squilibri territoriali e le distorsioni del sistema produttivo europeo, facendo pesare sui paesi più deboli gli oneri più gravi.
La gravità della attuale crisi italiana sta nel fatto che il prezzo di queste contraddizioni è divenuto insopportabile in conseguenza della crisi energetica, che ha definitivamente privato di significato la sovranità monetaria ed economica formalmente ancora posseduta dagli Stati nazionali europei.
L’Italia dal 1974 è confrontata con problemi che non hanno riscontro nel passato. Le pressioni inflazionistiche e i deficit con l’estero sono imputabili, nell’esperienza italiana del dopoguerra, ad un eccesso ricorrente della domanda di beni e servizi rispetto alla capacità di produzione dell’economia. Per arginare il processo inflazionistico e riportare al pareggio i conti con l’estero si è rivelato pertanto necessario e sufficiente un insieme di misure volte a contenere la domanda effettiva. Dal 1974 ciò non è più vero, perché il problema non è solo di gestire uno squilibrio interno del sistema economico, ma soprattutto di porre rimedio al disordine generatosi nei rapporti internazionali fra Stati industrializzati e Stati produttori di materie prime. Una politica di riduzione della domanda interna può servire a scaricare sugli altri paesi industrializzati il deficit energetico e il deficit connesso all’importazione delle altre materie prime; ma se questa politica è seguita, come accade, da tutti i paesi industrializzati, essa ha come unico effetto di ridurre la produzione e l’occupazione senza risolvere né il problema dell’inflazione né quello del deficit dei conti con l’estero. E ciò risulta particolarmente vero per i paesi più deboli, quale è l’Italia.
Consideriamo l’esperienza italiana del 1975. Nel corso dell’anno la severa politica deflazionistica adottata ha permesso una drastica diminuzione del deficit nei conti con l’estero. I dati riportati, relativi al periodo gennaio-ottobre 1974 e 1975, danno una precisa indicazione dei risultati ottenuti.
 
SCAMBI COMMERCIALI: PERIODO GENNAIO-OTTOBRE
(dati in valore -tra parentesi le variazioni % sul 1974).
 
 
Prodotti
Importazioni
Esportazioni
Saldo
Saldo ‘74
Alimentari
3570,2
(+ 2%)
1434,6
(+20%)
–2135,6
–2289,7
Combustibili e derivati
5225,2
(– 9%)
1093,8
(–18%)
–4131,4
–4422,9
Tessili e abbigliamento
703,4
(–19%)
2892,5
(+15%)
+2189,1
+1645,6
Metallurgici
1509,4
(–32%)
1756,1
(+48%)
+ 246,7
–1021,1
Meccanici
2743,9
(—)
4644,4
(+21%(
+1920,5
+1105,3
Mezzi di trasporto
1226,0
(+29%)
2389,0
(+34%)
+1157,0
+ 828,1
Chimici
1664,9
(–17%)
1508,2
(–14%)
– 156,7
– 259,4
Altri prodotti
3358,9
(–17%)
2700,9
(+18%)
– 658,4
–1738,6
TOTALE
20001,9
(– 9%)
18419,5
(+16%)
–1568,8
–6152,7
 
Da questi dati risulta che l’economia italiana è stata in grado di sopportare una drastica riduzione delle importazioni, pari a circa il 9%, e di alimentare una eccezionale espansione delle esportazioni, pari a circa il 16%. Ma questi dati sono ancora più rivelatori se isoliamo i settori alimentare e dei combustibili dai restanti settori economici. Prescindendo da questi due settori, è possibile infatti rilevare che l’economia italiana ha avuto nei primi dieci mesi del 1975 un surplus nella bilancia commerciale pari a 4.698 miliardi, contro un surplus nel 1974 pari a 560 miliardi: un incremento dunque dell’838%. Di contro, il deficit connesso ai settori alimentare e energetico è di pochissimo diminuito, passando da 6.712 miliardi a 6.267 miliardi.
Questi dati dimostrano chiaramente che l’economia italiana ha prodotto lo sforzo massimo possibile per fronteggiare il deficit nei conti con l’estero. Nonostante ciò, tuttavia, il deficit non è stato eliminato, perché le importazioni di prodotti alimentari ed energetici si sono dimostrate insensibili alla recessione e alla caduta della domanda interna, in conseguenza della loro insostituibilità.
Le indicazioni che scaturiscono dalla lettura di questi dati sono semplici e drammatiche. In passato l’adozione di una politica deflazionistica ha costituito il costo sopportato dall’Italia per correggere gli squilibri manifestantisi nella bilancia dei pagamenti; il successo della manovra ha sempre permesso il rilancio successivo dello sviluppo e l’adozione di programmi di intervento e riforma, se pur limitati. Oggi, l’esperienza vissuta nel 1975 dimostra che la violenta stretta creditizia e le drastiche misure fiscali adottate dal governo non sono valse a spegnere il processo inflazionistico e a riportare in equilibrio la bilancia dei pagamenti. L’esperienza di questi giorni dimostra che, in questa situazione, è sufficiente una timida ripresa della domanda interna per far crollare la lira e per rendere necessaria l’adozione di nuove severe misure deflazionistiche. In questo quadro, non può esistere alcuna prospettiva di ripresa economica ma solo la necessità di proseguire indefinitamente una politica deflazionistica, il che implica il mantenimento in Italia di una situazione di crisi permanente senza alternative.
Di fronte a questa situazione, qualsiasi soluzione di carattere nazionale è destinata a portare l’Italia di crisi in crisi al punto in cui essa dovrà abbandonare il modello di vita economico, sociale e politico europeo, perché la sola strada possibile a livello nazionale per fronteggiare i problemi portati dalla crisi energetica è come abbiamo visto il mantenimento dell’Italia in una situazione di crisi permanente; in questa prospettiva diventano prevedibili una paralisi completa dell’apparato produttivo e il crollo del sistema democratico in Italia. Le proposte di risanamento oggi avanzate in Italia, ivi comprese le più drastiche ipotesi di blocco dei salari, non possono offrire un’alternativa perché esse sono elaborate in riferimento ai problemi che l’Italia ha dovuto affrontare negli anni trascorsi, mentre non prendono in considerazione i problemi nuovi che oggi il nostro paese si trova ad affrontare.
Il fatto è che la crisi italiana può trovare soluzione solo nel quadro europeo, perché solo nella prospettiva della fondazione dell’Unione europea è possibile affrontare le distorsioni generate dall’integrazione doganale e progredire verso l’unione economica e monetaria, e perché solo nella prospettiva della fondazione dell’Unione europea è possibile progettare una trasformazione dei rapporti internazionali in modo che le legittime ambizioni di sviluppo dei paesi possessori di materie prime possano conciliarsi con l’esigenza di garantire l’equilibrato sviluppo dei paesi industrializzati e il decollo economico dei paesi del Terzo mondo.
La causa più profonda della crisi economica italiana è la sopravvivenza anacronistica dello Stato italiano e con esso del feticcio della sovranità nazionale, che impedisce di affrontare i problemi delle nazioni europee nel quadro in cui possono trovare soluzione, cioè nel quadro costituito dal superamento della divisione dell’Europa con la creazione di un’autorità democratica a livello europeo.
La soluzione della crisi economica italiana, nella prospettiva europea è un problema semplicemente inesistente. Per comprendere ciò, è sufficiente considerare che nella C.E.E., accanto a Stati con un deficit nella bilancia dei pagamenti, esistono paesi in grado di risolvere senza particolari difficoltà i problemi posti dalla crisi energetica. La C.E.E., nel suo complesso, presenta un deficit verso il resto del mondo relativamente contenuto, gestibile senza particolari difficoltà da un’autorità centrale cui fossero attribuiti i necessari poteri. Ciò significa che l’Italia fronteggia oggi una situazione drammatica, perché l’Europa è divisa e manca quindi di quegli strumenti che all’interno di ogni Stato assicurano il sostegno delle regioni depresse.
Dopo la decisione del Vertice di Roma del dicembre scorso di procedere all’elezione diretta del Parlamento Europeo nel 1978, l’alternativa europea è diventata non solo possibile, ma realistica per un futuro ormai prossimo. L’elezione europea implica lo sviluppo democratico della Comunità e con esso la nascita di un potere in grado di controllare democraticamente lo sviluppo dell’economia europea.
Ciò significa che il problema della crisi italiana deve essere visto oggi in una prospettiva completamente diversa da quella comunemente sostenuta. Il problema non è salvare la lira e l’economia italiana; per la lira e l’economia italiana non esiste più nessuna speranza. Il problema è sopravvivere fino al 1978, cioè fino al momento in cui l’elezione europea renderà possibile la formazione di un quadro politico europeo e con esso di una volontà pubblica europea in grado di assumere i compiti che gli Stati nazionali oggi non sono più in grado di assolvere.
Il problema per l’Italia è dunque di gestire la crisi nel periodo transitorio che ci separa dall’Unione europea, rimanendo legata all’Europa. Questo obiettivo potrà essere raggiunto se due condizioni saranno realizzate, una di carattere internazionale, una di carattere nazionale.
La condizione internazionale necessaria per tenere l’Italia in Europa durante questa fase transitoria pre-costituente della Unione europea è l’affermazione di una più stretta solidarietà fra i partners europei. L’obiettivo prioritario a tal fine è l’accelerazione del processo di integrazione monetaria nell’ambito europeo attraverso la creazione di un fondo europeo di riserve. La prospettiva, ormai acquisita, dell’elezione europea nel 1978 rende possibile la realizzazione di questo progetto, da tempo patrocinato da autorevoli esperti. La necessità della solidarietà monetaria europea deve essere affermata contro il falso problema, suscitato dal rapporto Tindemans, dell’«Europa a due marce»; è necessario prendere coscienza che l’obiettivo dell’unione monetaria, fondata sulla creazione di un fondo europeo di riserve, è di tenere unite aree caratterizzate da un tasso di sviluppo diverso e con caratteristiche diverse, e non certo di abolire tali differenze destinate presumibilmente a perpetuarsi a lungo anche nell’ambito della Federazione europea.
Dal punto di vista nazionale, ciò che l’Italia deve fare in prima persona per garantire la propria permanenza in Europa è darsi un governo stabile durante il periodo transitorio fino alla fondazione dell’Unione europea. I problemi che debbono essere risolti in questo periodo determinano lo schieramento politico che può garantire la loro soluzione.
Per arginare la crisi economica italiana e evitare il collasso economico e il crollo della democrazia, la sola prospettiva è l’adozione di una rigorosa politica economica che permetta di riportare sotto controllo la spesa pubblica, a livello centrale e periferico, eliminare gli sprechi e le rendite parassitarie, superare le strozzature e i ritardi più gravi dell’apparato produttivo, orientare lo sviluppo in modo da ridurre l’incidenza sui conti con l’estero. Questo compito può essere realizzato solo da un governo sorretto da un vastissimo consenso e quindi in grado di mobilitare tutte le risorse e le capacità della nazione. Questo compito ha natura costituente, perché consiste in ultima analisi nel gestire la morte di uno Stato e nel fondarne uno nuovo, la Federazione europea: ciò implica la necessità di un impegno unanime di tutte le forze dell’arco costituzionale.
Le condizioni di ordine internazionale e nazionale sono strettamente interdipendenti. L’impegno comune delle forze costituzionali sarebbe sterile e avrebbe un significato conservatore se non fosse sorretto dalla coscienza che l’obiettivo non è dare ossigeno allo Stato morente ma la fondazione dell’Unione europea, che costituisce la sola alternativa alla disoccupazione crescente e ai pericoli totalitari. D’altro lato è vano sperare che l’Europa possa soccorrere l’Italia, se il nostro paese non saprà assumere le responsabilità che gli competono.
La prima scadenza che attende l’Italia è la ratifica parlamentare della decisione presa dal Vertice di Roma di eleggere a suffragio universale diretto il Parlamento europeo nel 1978. L’importanza di questa decisione è per l’Italia duplice. La ratifica della legge elettorale europea cambierebbe in modo immediato i dati della situazione politica italiana, poiché introducendo una concreta «clausola di garanzia europea» sdrammatizzerebbe il problema della partecipazione comunista al governo, che in prospettiva europea risulta risolto alla radice. La decisione vincolante del Parlamento di tenere nel 1978 le elezioni dirette del Parlamento europeo, sancendo la partecipazione dell’Italia alla fondazione dell’Unione europea, renderebbe più facile anticipare ancor prima del 1978 la messa in atto di meccanismi d’intervento europei oggi necessari per sostenere la moneta e l’economia italiana.
Tocca all’Italia prendere l’iniziativa e battersi per il rispetto della decisione presa dal Vertice di Roma dello scorso dicembre di eleggere il Parlamento europeo a suffragio universale nel 1978; sarebbe una tragica ironia cadere, arrivati a pochi centimetri dal traguardo.
 
Dario Velo


* Si tratta di un documento diffuso nel febbraio 1976 a commento della crisi economica italiana.

 

 

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