IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno XXIII, 1981, Numero 1, Pagina 43

 

 

IL FEDERALISMO
E LA CRISI DELL’IMPEGNO POLITICO GIOVANILE*
 
 
La GFE e il MFE hanno deciso di organizzare insieme la politica di formazione dei quadri federalisti. La GFE e il MFE possono valersi a questo riguardo di una esperienza che ha dato buoni frutti nel passato, ed ha consentito ai militanti che si sono formati in Italia di svolgere un ruolo essenziale nel federalismo europeo organizzato e nella battaglia per l’Europa. Ma per sviluppare il federalismo militante nella situazione attuale bisogna tener conto di una nuova difficoltà, che non si era manifestata quando, per la prima volta, ci siamo posti il problema della formazione dei quadri. Questa difficoltà sta nella crisi dell’impegno politico giovanile.
È chiaro — e in ogni caso per noi questa deve essere una regola — che solo i giovani stessi, con le loro scelte, potranno superare questa crisi. C’è una ragione evidente. Non si può costringere nessuno ad impegnarsi perché l’impegno è un fatto di libertà. Naturalmente la GFE e il MFE potranno ricordare ai giovani che il disimpegno politico si paga. In gioco sono, per i giovani, la vita e il lavoro che avranno, il tipo di società nella quale dovranno vivere, l’alternativa tra una Italia sempre più alla deriva e una Europa unita, giusta, prospera e forte. Disertando la politica non si lasciano le cose come sono, nemmeno nella vita privata. Si creano vuoti di potere, cioè si affida il potere agli altri, si accetta che degli altri divengano i padroni del proprio futuro.
Ma queste osservazioni di carattere generale sono solo una premessa. Il nocciolo della questione sta nel rapporto tra crisi dell’impegno politico giovanile, crisi delle ideologie e costante declino del livello morale e culturale dell’azione dei partiti tradizionali (area del marxismo inclusa). Questa degenerazione teorica e pratica, che riduce sempre di più il potere politico a un fatto personale, perseguito soltanto per scopi personali, riguarda in modo particolare i giovani perché in questa fase della vita il potere interessa solo come fatto sociale e civile e non come fatto personale. Quando una giovane donna — o un giovane uomo — comincia a chiedersi se deve impegnarsi politicamente, e come deve impegnarsi, ciò che può indurre all’impegno non è l’idea di qualche vantaggio personale, ma l’idea della società nella quale sarebbe giusto vivere. Ed è proprio questa idea che non prende più forma nella cultura dominante. Con la crisi delle ideologie tutto è diventato incerto a questo riguardo. Non si sa più — nessun partito sa più dire con un grado ragionevole di certezza — quali siano le cause dello stato insoddisfacente della società attuale. Non si sa più — nessun partito sa più dire con un grado ragionevole di certezza — quale sia la società da costruire e con chi bisogna costruirla, visto che è finita per sempre l’epoca della separazione dei popoli, delle civiltà e degli uomini e che ciascuno di noi ha rapporti vitali non solo con i conterranei e con gli italiani, ma anche con gli europei e con tutti gli uomini della Terra. Per questo i giovani non sanno più che cosa fare.
Ma la ripresa è possibile. Non esiste nessuna ragione per pensare che l’umanità non possa più progredire. Ciò che i giovani devono sapere, è che se sono venute a mancare — con la crisi delle ideologie tradizionali — le guide, anch’essi si trovano in prima linea, sul fronte della ricerca, come ogni altro uomo di buona volontà. È sul fronte della ricerca, cioè della preparazione dell’avvenire, che si è manifestata la crisi dell’impegno politico giovanile, ed è su questo fronte che essa può essere superata con un impegno politico nuovo, con l’alternativa alla decadenza e al cieco pragmatismo del potere, con i primi passi sulla via della costruzione di una società più razionale, cioè più giusta e più umana.
Sul modo di tenere questo fronte il federalismo militante ha qualcosa da dire non perché saprebbe già come costruire il futuro, ma perché la sua è una esperienza politica del tutto nuova, ancora quasi tutta da fare. Quaranta anni fa il federalismo militante è stato fatto — sulla via aperta da Spinelli — dai giovani federalisti degli anni cinquanta, sessanta e settanta. Questi giovani avevano capito che se si identifica la politica con l’azione per avere un posto in un governo, in un parlamento o in una amministrazione locale si resta sul terreno dell’assetto attuale del potere, cioè sul versante della crisi, e non su quello del suo superamento. Essi hanno cercato di far politica senza impiegare l’arma del voto nazionale, né quella della violenza, né quella della rappresentanza di interessi settoriali, e ci sono riusciti.
Per questo oggi si può parlare seriamente del federalismo, e dire che col federalismo teorico, secondo la lezione di Kant, si può pensare in termini politici il genere umano e non solo la propria nazione; e che, col federalismo militante, si può pensare la via per un nuovo impegno politico diverso da quello ormai fallimentare del passato.
 
Mario Albertini
(marzo 1981)
 


* Si tratta dell’editoriale scritto da Mario Albertini per il primo numero della nuova serie di Federalismo militante.

 

 

 

 

 

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