Anno XXII, 1980, Numero 1-2, Pagina 45

 

 

IL DIBATTITO SULLE ISTITUZIONI IN ITALIA
 
 
Il dibattito sulle istituzioni che, anche se è talora temporaneamente soffocato dall’emergere di altri problemi, è comunque costantemente presente sulla scena politica italiana ha le sue origini nella consapevolezza, sempre più diffusa tra le forze politiche, della crescente ingovernabilità del paese, e nella convinzione che per porvi rimedio non siano sufficienti mutamenti della formula di governo, per quanto necessari essi possano essere ritenuti. Di qui i ripetuti appelli alle forze politiche e sociali perché vengano uniti gli sforzi in un grande tentativo di rifondazione che investa, da un lato, la struttura e il funzionamento della pubblica amministrazione e gli orientamenti di fondo della politica economica e che non si fermi, dall’altro, nemmeno di fronte alla prospettiva di riforme costituzionali.
Che questo impegno comune delle forze politiche e sociali sia necessario di fronte alla crisi che investe l’Italia è un dato di fatto. Ma nel dibattito in corso si avverte la mancanza di una seria analisi delle cause dell’ingovernabilità, indispensabile per orientare il dibattito e per impedire che qualunque proposta di riforma si riduca ad uno sterile esercizio di ingegneria — o, peggio, di cosmetica — istituzionale, incapace di risolvere le contraddizioni di fondo che sono all’origine della crisi.
Alcune di queste contraddizioni sono di ordine generale e riguardano tutte le democrazie industrializzate. La loro individuazione presuppone un’analisi delle grandi tendenze storiche che stanno trasformando gli equilibri politici, economici e sociali a livello mondiale: un’analisi che è essenziale, ma che va al di là dell’orizzonte di questo breve documento. Vi è però una contraddizione decisiva che è specifica del nostro paese — o, meglio, dell’area regionale di cui il nostro paese fa parte, e che qui produce effetti più dirompenti che altrove, a causa delle debolezze strutturali del tessuto economico e sociale italiano.
Si tratta della contraddizione che si è venuta acuendo in Europa negli ultimi decenni — in un’epoca cioè nella quale la funzione di governo nei paesi industrializzati tende a coincidere in modo sempre più stretto con la programmazione, seppur nel quadro di un’economia di mercato — tra la dimensione europea del processo economico e dei rapporti di interdipendenza sociale e quella nazionale del processo politico e delle istituzioni alle quali spetta il compito di definire e attuare gli orientamenti generali del programma. Ne consegue che governi e Parlamenti nazionali — e il governo e il Parlamento italiani più degli altri — non sono più in grado di controllare una realtà economico-sociale ormai più grande di loro. È così che, mentre la filosofia della programmazione è diventata patrimonio comune di tutti i partiti europei — indipendentemente dalla loro collocazione nello schieramento politico — il grande sviluppo economico reso possibile dal Mercato comune si è realizzato nella più totale anarchia — quale nessun governo liberistico dell’Ottocento avrebbe tollerato — riducendo a pure petizioni di principio i piani che i governi si sono via via affannati ad elaborare e rendendo inutilizzabili gli strumenti tradizionali della politica economica nazionale.
La realtà parla da sola. Basti ricordare il ruolo giocato nelle economie degli Stati della CEE dalle imprese multinazionali, che possono approfittare della presenza in Europa di politiche e di legislazioni industriali e finanziarie diverse e contrastanti per sottrarsi a qualsiasi controllo da parte del potere politico e per esercitare un’azione fortemente destabilizzante dell’equilibrio economico europeo; o gli esiti perversi della politica di riequilibrio della bilancia dei pagamenti condotta dai governi italiani, prima della entrata in vigore dello SME, attraverso la manovra sui cambi, che ha avuto come risultato, a causa dell’interdipendenza dei processi produttivi a livello europeo, la forte accelerazione dell’inflazione indotta dovuta all’aumento dei costi dei prodotti intermedi importati, o l’evidente vanità di ogni tentativo di avviare nel quadro nazionale una incisiva politica di ristrutturazione industriale, che è razionalmente progettabile e concretamente realizzabile soltanto nella dimensione europea e sul fondamento di una coerente politica dell’Europa nei confronti del Terzo mondo.
In questa situazione è inevitabile che l’impotenza dei governi generi una profonda crisi dell’autorità dello Stato e scateni la rissa permanente tra gli interessi corporativi, emarginando gli strati più deboli della popolazione e innescando un tragico processo di disgregazione del tessuto sociale.
Il grande sforzo di unità nazionale dunque, sulla cui necessità — quali che siano le divergenze sul modo in cui esso si deve manifestare — tutti sono d’accordo, non potrà esprimersi né avere sbocchi concreti che sulla base della consapevolezza dell’impossibilità di risolvere il problema della governabilità dell’Italia senza avviare insieme a soluzione quello del governo dell’economia europea. Ciò significa, in poche parole, dare alla Commissione di Bruxelles — rafforzata dall’elezione a suffragio universale del Parlamento — gli strumenti indispensabili per controllare efficacemente la congiuntura a livello europeo e quindi per realizzare quelle condizioni generali di equilibrio senza le quali le programmazioni nazionali sono destinate a rimanere puri schermi verbali che nascondono la realtà dell’anarchia economica e della sopraffazione sociale.
Due, in particolare, sono le risposte concrete da dare a questa esigenza sul piano comunitario, sulle quali è ormai urgente che le forze politiche italiane assumano posizioni precise.
La prima è quella della trasformazione dello SME — che nella sua forma attuale sta già denunciando gravi segni di crisi, determinati dal mantenimento della sovranità monetaria nelle mani dei governi nazionali, e quindi dal perdurare di macroscopiche differenze nei tassi di inflazione — in una vera e propria unione economica e monetaria, fondata su di un’unica moneta europea controllata da una banca centrale europea. Ciò significa il trasferimento a livello comunitario della leva fondamentale della politica economica, senza la quale le politiche comuni sono soggette ad essere permanentemente vanificate da politiche nazionali irresponsabili, e la sottrazione agli Stati nazionali — e in particolare ai più deboli come l’Italia — dello strumento che consente ai governi — attraverso l’espansione incontrollata del deficit pubblico — di evitare quelle scelte di politica economica — difficili ma vitali — che, colpendo gli interessi dei ceti parassitari, potrebbero veramente rilanciare gli investimenti, incrementare la produttività e sconfiggere le piaghe dell’inflazione e della disoccupazione.
La seconda è quella dell’aumento del bilancio comunitario fino alla soglia minima indispensabile per rendere possibile il funzionamento di un’unione economica e monetaria con politiche strutturali, cicliche, regionali e dell’occupazione sufficientemente incisive da garantire l’equilibrio nell’andamento delle congiunture economiche nei diversi paesi. A questi fini basterebbe un’espansione del bilancio comunitario di dimensione modesta. Si può ricordare, per dare un’idea dell’ampiezza degli effetti riequilibratori di una dilatazione anche piccola della spesa pubblica comunitaria sull’economia europea, che con una stima econometrica di prima approssimazione è stato calcolato che un aumento del bilancio comunitario dall’attuale 0,82% all’1% del prodotto interno lordo della CEE determinerebbe, rebus sic stantibus, un aumento del tasso di sviluppo dell’economia italiana dello 0,77%. Appare quindi realistico l’obiettivo indicato nel rapporto della Commissione McDougall, di un’espansione del bilancio fino al 2–2,5% del PIL della CEE. E si badi bene che un aumento contenuto in questi limiti potrebbe essere finanziato quasi esclusivamente mediante trasferimenti dai bilanci nazionali, e quindi non comporterebbe sacrifici aggiuntivi a carico delle economie più deboli né avrebbe effetti inflazionistici sull’economia europea nel suo complesso.
In seno al Parlamento europeo — in particolare nel corso del recente dibattito sul bilancio comunitario — si è manifestata una chiara consapevolezza dell’importanza vitale di queste scelte per il futuro dell’economia europea. Ma non altrettanto si può dire delle forze politiche nazionali che dimostrano una preoccupante indifferenza per l’attività parlamentare delle loro stesse rappresentanze europee e denunciano la persistente incapacità di cogliere il nesso inscindibile che esiste tra scelte europee e scelte nazionali. Eppure la loro credibilità come forze di governo — presenti o future —, e quindi il destino stesso del nostro paese si giocano proprio sulla loro capacità di rendersi conto del fatto che il problema di governare l’Italia è oggi soltanto un aspetto del problema di costruire l’Europa.
 
(febbraio 1980)
Francesco Rossolillo

 

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