Anno XX, 1978, Numero 2-3, Pagina 89

 

 

CRITICHE ALLA REPUBBLICA FEDERALE TEDESCA
 
 
Negli ultimi tempi, e con particolare intensità dall’epoca della fuga di Kappler, si sono moltiplicate in Italia e anche, con diversità di accentuazione, negli altri paesi dell’Europa occidentale le critiche alla R.F.T., riguardanti in particolare il suo ruolo dominante o addirittura egemonico nella C.E.E., le tendenze illiberali e autoritarie esistenti nella sua evoluzione interna, l’incapacità di fare seriamente i conti con il passato manifestatasi in modo particolarmente vistoso con il caso Kappler. Queste critiche costituiscono a nostro avviso un fenomeno preoccupante non certo perché consideriamo negativo il fatto in sé che gli aspetti problematici della R.F.T. (e di qualsiasi altro paese) vengano sottoposti a un severo esame critico da parte di cittadini di altri paesi, bensì per la visione deformata dai pregiudizi nazionalistici che in generale inquina questi giudizi. In effetti, mentre le critiche non fondate su prevenzioni nazionalistiche non possono che avere un effetto positivo rispetto ai problemi concreti oggetto delle critiche stesse e indicano che sta nascendo un’opinione pubblica europea e quindi un dibattito sopranazionale di politica interna, le critiche inquinate dal nazionalismo hanno effetti controproducenti, poiché non fanno che scatenare o rafforzare reazioni speculari di chiusura nazionalistica nella R.F.T. Esse pertanto rappresentano un pericolo effettivo per le prospettive dell’unificazione europea e in particolare per le prospettive connesse con la prossima elezione europea e devono essere contrastate vigorosamente. Con queste note ci proponiamo appunto di smascherare gli aspetti nazionalistici delle critiche alla R.F.T. e di cercare di chiarire le ragioni che stanno alla loro base.
L’intorbidamento nazionalistico delle critiche alla Germania è constatabile nel modo più chiaro a proposito delle reazioni italiane di fronte al caso Kappler. Qui infatti vi è stata una giusta indignazione per la fuga del criminale nazista, in cui si è vista una offesa ai valori della resistenza che costituiscono la fondamentale base ideale della nostra democrazia. E vi è stata pure una giusta critica per il ritardo con cui il governo federale tedesco ha espresso la sua condanna politica e morale per l’episodio. L’aspetto negativo di queste reazioni, a parte alcune incredibili dichiarazioni di odio indiscriminato per la Germania e la stessa cultura tedesca (per esempio l’attore Gianrico Tedeschi ha detto: mi vergogno di chiamarmi Tedeschi e di aver interpretato Brecht), è d’altra parte ravvisabile nel fatto che la condanna etico-politica dei crimini della Germania nazista non è mai stata accompagnata (salvo casi sporadici: Valiani, Bocca) dalla esplicita e contestuale condanna dei crimini di guerra compiuti dall’esercito italiano.
Ben pochi hanno cioè avuto il coraggio di ricordare che l’esercito italiano ha compiuto rappresaglie terribili contro la popolazione civile in Libia, in Etiopia, in Grecia, in Jugoslavia e in Albania, e che tuttavia le nostre autorità non hanno mai processato i responsabili e hanno rifiutato l’estradizione di alcuni di essi chiesta nel dopoguerra da taluni di questi governi. Inoltre l’Italia ha amnistiato i criminali fascisti con le leggi del 1953 e del 1959, discriminando i cittadini stranieri, per cui, ad esempio, se Kappler avesse indossato la camicia nera invece dell’uniforme delle SS, sarebbe già stato legalmente libero da parecchi anni. Questo dato indica assai chiaramente che lo Stato italiano ha agito nei confronti di Kappler secondo i principi non di una giustizia universale (che, in quanto tale, non può ammettere discriminazioni nazionali) bensì di una giustizia nazionalistica, che colpisce lo straniero, mentre assolve il connazionale che ha commesso crimini anche peggiori.
Pertanto la protesta per la fuga di Kappler non accompagnata da una protesta contro tale atteggiamento delle autorità italiane è evidentemente viziata da nazionalismo, che in questo caso è collegato alla tendenza diffusa in Italia ad alleggerirsi del peso delle passate responsabilità imperialiste dello Stato italiano, cercando di fare ricadere la responsabilità di ogni male sulla Germania (così come è diffusa d’altra parte in Germania la tendenza a concentrare ogni responsabilità su Hitler e sul movimento nazista).
L’esistenza di pregiudizi nazionalistici è pure verificabile, anche se in termini diversi, nelle critiche alle tendenze egemoniche e a quelle autoritarie e illiberali della R.F.T.
Circa il primo problema, la distorsione dei fatti che si constata più di frequente è la tendenza ad attribuire lo squilibrio economico esistente nella C.E.E. fra la R.F.T. e gli altri Stat membri di dimensione analoga (Francia, Gran Bretagna e Italia) a una volontà o disegno egemonico della R.F.T., invece che ai limiti strutturali delle istituzioni comunitarie e del tipo di integrazione economica finora realizzatosi nel loro ambito. In realtà, se è chiaro che questo processo ha conservato e in certi casi accentuato gli squilibri fra gli Stati e le regioni forti e gli Stati e le regioni deboli (con i fenomeni connessi dell’emigrazione, della crisi delle città, etc.) ed è caratterizzato dal peso economico predominante della R.F.T., è altrettanto chiaro che ciò ha la sua radice decisiva nel carattere confederale e quindi non democratico dell’attuale struttura istituzionale comunitaria, nel fatto cioè che manca in essa un Parlamento federale eletto direttamente e un effettivo governo federale che esprimano la volontà generale degli europei e siano quindi in grado di mediare in modo giusto ed efficace fra i diversi interessi nazionali e regionali. A questo riguardo, è d’altra parte di estrema importanza che tutte le forze democratiche tedesche siano sempre state e siano tuttora favorevoli a una trasformazione in tal senso della Comunità, la quale porterebbe con sé inevitabilmente un riequilibrio economico fra regioni forti e deboli. Pertanto, parlare di disegni egemonici tedesco-occidentali (che secondo Sartre — vedi il manifesto pubblicato su Le Monde del 10-12-1976 — avrebbero proprio nell’elezione europea il loro strumento) significa o la volontà consapevole di sfruttare l’emotività antitedesca per boicottare la costruzione europea, o avere una visione distorta dai più rozzi pregiudizi nazionalistici. Mentre invece si tratta di lottare, sulla base di un’integrazione sempre più stretta fra le forze politiche e sociali della R.F.T. (che su questo terreno vanno messe alla prova) e degli altri paesi europei, per avviare, con l’elezione europea, un rilancio su nuove basi dell’integrazione.
Per quanto riguarda le critiche alle tendenze autoritarie e illiberali della R.F.T., che vengono ravvisate soprattutto nella pratica dell’esclusione degli estremisti dal pubblico impiego (il cosiddetto «Berufsverbot») e nella legislazione speciale contro i terroristi, il discorso è più complesso.
Anche noi riteniamo che vi siano tendenze autoritarie e illiberali nella R.F.T. (non di più peraltro che in Francia e in Italia), e che esse si manifestino precisamente in taluni eccessi e in talune deviazioni sia del sistema di difesa della costituzione contro gli estremisti, sia della lotta contro il terrorismo.
Queste tendenze, a cui dedicheremo un approfondito esame nei prossimi numeri della rivista, anche per contribuire ad una informazione più obiettiva a tale riguardo, indicano come, di fronte alla profonda crisi di legittimità e, quindi, di consenso degli Stati nazionali europei, che solo nella creazione della democrazia federale europea può trovare una soluzione positiva, alcuni settori delle classi politiche nazionali tendano ad affrontare tale problema semplicemente attraverso un’accentuazione degli aspetti autoritari dello Stato. Esse sono quindi un chiaro sintomo che, se non si avvia rapidamente con l’elezione europea il processo costituente dell’unità politica europea, si giungerà inevitabilmente all’involuzione autoritaria dei nostri Stati, come del resto aveva già previsto lucidamente il «Manifesto di Ventotene».
Ciò precisato, si deve d’altra parte constatare che le critiche a questi aspetti problematici della R.F.T. sono sovente viziate dalla tendenza (derivante dal nazionalismo o dalla volontà di sfruttarlo in funzione antieuropea) a presentare il quadro di una Germania sempre irrimediabilmente autoritaria; e perciò, invece di essere costruttive, tendono a scatenare, dato che le incomprensioni e i pregiudizi reciproci fra i popoli europei sono ancora rilevanti, l’odio irrazionale verso i tedeschi e a far nascere e rafforzare atteggiamenti uguali e speculari nei tedeschi verso gli altri popoli. Ciò è in particolare rilevabile a nostro avviso quando:
1. si rifiuta il confronto con le principali forze democratiche tedesche, come è avvenuto in numerosi dibattiti e seminari sulla R.F.T., dai quali erano esclusi i rappresentanti di queste forze, e come ha fatto, con un atteggiamento di notevole irresponsabilità, il tribunale Russel (il cui più noto esponente italiano è Lelio Basso), che ha dedicato la sua ultima seduta (dopo la guerra nel Vietnam e il Cile di Pinochet) appunto alle violazioni dei diritti civili nella R.F.T. ponendo così il regime di questo paese sullo stesso piano del fascismo militare cileno;
2. non si tiene conto delle difficoltà oggettive con cui si confronta il sistema democratico tedesco-occidentale, e cioè del trauma della divisione nazionale con i suoi oltre 11 milioni di profughi, della natura particolarmente rigida del regime comunista della Germania orientale, di cui il muro di Berlino è un emblema significativo, del fatto che la R.F.T. occupa la posizione strategicamente più importante sul fronte della divisione fra i blocchi (sia cioè, in un certo senso, una marca di frontiera, con la forte pressione e i gravosi impegni militari che ciò oggettivamente comporta), dei fattori, in sostanza, che favoriscono oggettivamente un anticomunismo superato (per rendersene conto, si tenga presente che nel nostro paese il trattato di Osimo, che ha formalizzato il passaggio della Zona B sotto la sovranità iugoslava, ha prodotto un eccezionale rafforzamento del M.S.I. a Trieste) e un’ipersensibilità nei confronti degli attacchi alla democrazia da parte degli estremisti di sinistra e dei terroristi (dei fattori, cioè, il cui peso negativo proprio con l’unificazione politica europea — che favorirà una distensione più effettiva e il progressivo superamento dei blocchi — potrà essere gradualmente eliminato);
3. non si mettono in luce gli aspetti positivi della R.F.T., in particolare la struttura federale, il sistema di sicurezza sociale (da cui sono esclusi in più o meno ampia misura i lavoratori stranieri, il che però pone in discussione soprattutto la struttura confederale della Comunità europea e i rapporti dei paesi europei con il Terzo mondo), la probità ed efficienza della pubblica amministrazione, il fatto più generale che la democrazia di Bonn abbia saputo garantire una così notevole stabilità (così contrastante con lo sviluppo caotico della Repubblica di Weimar) e risolvere brillantemente un problema estremamente delicato come quello dei profughi.
Chiarito in che senso sono inquinate dal nazionalismo molte delle critiche correnti alla RFT in Italia e negli altri paesi europei, occorre ora cercare di chiarire le ragioni di questo fenomeno. In proposito si deve a nostro avviso richiamare l’attenzione su tre fattori.
Il dato più generale e rilevante è rappresentato dai limiti strutturali del processo di integrazione europea, il quale produce necessariamente delle gravi contraddizioni senza poter disporre dei meccanismi indispensabili alla loro soluzione. Gli squilibri economici fra gli Stati e le regioni forti e quindi il ruolo dominante delle prime, prodotti dalla struttura confederale-funzionalistica della Comunità europea, non possono essere superati, come si è detto, finché non sarà creato un meccanismo democratico sopranazionale in grado di mediare fra i diversi interessi nazionali e regionali. Perciò questi aspetti negativi dell’integrazione europea, aggiungendosi ai fattori preesistenti all’integrazione, finiscono fatalmente per alimentare le tendenze nazionalistiche, delle quali è un’espressione particolarmente rilevante appunto l’imputare a presunti disegni egemonici della R.F.T. gli squilibri della integrazione europea, e delle quali sono altresì espressione gli ostacoli frapposti dagli Stati e dalle regioni forti all’attuazione di una consistente politica di riequilibrio regionale, o a un decisivo miglioramento delle condizioni dei lavoratori emigrati (che saranno sfruttati finché, con la realizzazione della cittadinanza europea, non avranno gli stessi diritti civili dei lavoratori locali).
In questo contesto è d’altronde inevitabile che vengano tenuti vivi o riprendano vigore i pregiudizi nazionalistici e le incomprensioni fra i popoli europei che costituiscono il pesante retaggio di un passato di guerre fratricide. In sostanza, finché non viene attivato un meccanismo sopranazionale di raccolta dei consensi e di formazione della volontà politica, sarà sempre forte la tendenza di alcuni settori delle classi politiche a sfruttare i pregiudizi nazionalistici, soprattutto al fine di distogliere l’attenzione dai problemi reali nei momenti di crisi gravi.
Oltre ai limiti del processo di integrazione, si deve tener presente che il nazionalismo antitedesco costituisce anche una risposta alle tendenze nazionalistiche presenti nella R.F.T. Queste, in effetti, sono diventate più consistenti negli ultimi anni soprattutto in conseguenza del fatto che, dopo la rinuncia, con la Ostpolitik, all’obiettivo della riunificazione nazionale, la R.F.T. ha meno bisogno dell’appoggio degli alleati europei e occidentali e quindi ha acquistato più libertà di movimento e quindi la possibilità di perseguire in modo assai più netto e spregiudicato i propri particolari interessi nazionali. Il che indica, tra l’altro, quanto fossero preveggenti le preoccupazioni dei federalisti quando affermavano, all’inizio degli anni ‘60, che l’abbandono della dottrina di Hallstein, avrebbe certo risolto dei problemi (in particolare il contrasto fra R.F.T. e alleati sulla distensione), ma ne avrebbe fatto nascere altri e tutt’altro che semplici, se non fosse stata accompagnata da progressi significativi del processo di integrazione europea.
Ciò detto, fra le tendenze nazionalistiche rilevabili nella R.F.T., oltre alla già accennata spregiudicata difesa dei propri interessi economici nazionali nel quadro confederale-funzionalistico della C.E.E., si deve in particolare annoverare la tendenza, constatabile presso la grande maggioranza delle forze politiche e della opinione pubblica tedesco-occidentale, a rifiutare ogni dialogo con i grandi partiti comunisti di massa dell’Europa occidentale, a porre cioè sullo stesso piano il partito comunista tedesco (che è strettamente subordinato alla Germania orientale e non ha alcuna radice popolare) e i partiti eurocomunisti italiano, francese e spagnolo (dei quali non è possibile mettere in dubbio i profondi cambiamenti in direzione dell’autonomia e dell’accettazione della democrazia pluralistica). Questo atteggiamento deve essere in effetti considerato anche una manifestazione di nazionalismo, poiché significa una chiusura, fondata su esigenze di rilevanza puramente nazionale, alla comprensione della situazione reale degli altri paesi europei e crea difficoltà supplementari alle forze politiche di questi paesi che si stanno collegando con le corrispondenti forze politiche tedesche nel quadro della formazione dei partiti a livello europeo. È legittimo — si deve osservare d’altra parte — criticare queste e altre forme di nazionalismo nella R.F.T. ed è possibile operare efficacemente per il loro superamento, nella misura in cui si è capaci di eliminare il nazionalismo nel proprio atteggiamento verso la Germania, di superare il pregiudizio e l’incomprensione nei suoi confronti.
Il terzo e ultimo fattore che alimenta in questo periodo il nazionalismo antitedesco è la strategia dell’estremismo di sinistra e del terrorismo. In questo periodo di crisi acuta degli Stati nazionali europei, che proprio in Italia ha il suo apice, se, per un verso, vi sono reali possibilità di vittoria dell’alternativa federalista, stanno, per l’altro verso, giocando le loro carte le forze che perseguono le alternative antidemocratiche alla crisi degli Stati nazionali.
In questo contesto, in particolare, le tendenze estremistiche (come è stato ricordato dal nostro manifesto di solidarietà al popolo tedesco pubblicato, sul Corriere della Sera del 26-101977) «cercano ormai di sfruttare anche la debolezza più gravida di pericoli per l’Europa, il nazionalismo, che non è stato ancora estirpato a causa della fiacchezza con la quale i partiti e i governi hanno condotto la politica di unificazione dell’Europa. Il terrorismo e l’estremismo tentano ora subdolamente di far leva sulla questione nazionalistica meno controllata dalla ragione, la paura e il sospetto per la Germania, ancora forti perché alimentati da più di un secolo di guerre civili europee e dalla degenerazione nazionalistica della cultura che, va ricordato, è giunta fino all’idea mostruosa del carattere demoniaco dei tedeschi, imputando così ai soli tedeschi un male che costituisce il rischio di ogni uomo, e nel quale tutti gli Stati sono, volta a volta, caduti».
Per concludere, se è chiaro che con l’avvio, reso possibile dall’elezione europea, del processo costituente dell’unità politica europea il nazionalismo sarà colpito a morte, è non meno vero che l’urgenza di questo avvio si sta facendo sempre più stringente, che il «beneficio del tempo» sta per esaurirsi irrimediabilmente.
 
Sergio Pistone
(luglio 1978)

 

 

 

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