Anno XX, 1978, Numero 2-3, Pagina 101

 

 

A PROPOSITO DI UN LUOGO COMUNE CONTRO
L’UNIONE MONETARIA
 
 
La principale obiezione che normalmente viene avanzata contro il progetto di unione monetaria si può ricondurre a questa tesi formulata da Corden in un saggio del 1972: l'unione monetaria implica l'abbandono dell'equilibrio interno.[1]
L'argomentazione viene svolta nei seguenti termini. Ogni paese destinato a far parte dell'unione monetaria ha una sua curva di Phillips, che indica i tassi di variazione dei salari monetari collegati a ciascun livello di disoccupazione, e sceglie un punto su questa curva, determinato dal trade-off ottimale fra disoccupazione e inflazione che discende dal sistema di preferenze della collettività. Se i tassi di variazione dei salari e quindi, dati i tassi di variazione della produttività, dei costi sono diversi nei diversi paesi e non possono essere riallineati, all’interno dell’unione monetaria, attraverso modifiche dei tassi di cambio, ne segue che necessariamente i paesi membri, per conseguire l’equilibrio esterno, dovranno abbandonare la combinazione ottima di inflazione-disoccupazione attraverso variazioni della domanda aggregata e, in conseguenza, alcuni avranno tassi di inflazione, ed altri tassi di disoccupazione superiori a quelli desiderati.
Mentre questo argomento avanzato da Corden è stato largamente ripreso, anche nel dibattito politico, meno nota è la sua confutazione, che è stata successivamente proposta da Ingram.[2]
Questo autore ha messo in evidenza che l’efficacia della svalutazione come strumento di riaggiustamento esterno, nell’ipotesi che in un paese vi siano variazioni dei salari monetari in eccesso rispetto alle variazioni della produttività e che provocano quindi aumenti del costo del lavoro per unità di prodotto superiori rispetto a quelli dei paesi concorrenti, dipende in misura determinante dall’esistenza di fenomeni di illusione monetaria. Se questa sussiste, la svalutazione, inducendo un aumento dei prezzi dei beni scambiati internazionalmente, a parità di salari nominali, genera una riduzione dei salari reali, consentendo così il riaggiustamento della bilancia dei pagamenti e convalidando la variazione dei salari monetari senza indurre effetti negativi sul livello di occupazione. Viceversa, se non esiste illusione monetaria, e vi è quindi riaggiustamento all’insù delle remunerazioni a seguito dell’aumento dei prezzi dei beni scambiati internazionalmente, il riequilibrio della bilancia dei pagamenti si può ottenere anche in questo caso soltanto attraverso manovre restrittive di politica monetaria e fiscale, che provocano una contrazione della domanda interna, e quindi dell’occupazione, che per ipotesi si volevano evitare ricorrendo alla svalutazione.
Il punto sollevato da Corden non è quindi teoricamente definito, in quanto si fonda su una ipotesi (l’esistenza o meno di illusione monetaria) che deve essere empiricamente verificata. Ancor meno noto è il fatto che lo stesso Corden ha sostanzialmente rinnegato il suo argomento del 1972 contro l’unione monetaria. In un volume del 1977 egli afferma testualmente che la tesi contraria all’unione monetaria si fonda sull’ipotesi che «i salari monetari devono essere rigidi verso il basso, mentre i salari reali sono flessibili qualora vi siano variazioni nel tasso di cambio. Il fine della svalutazione è di ridurre nella misura necessaria i salari reali. Ma si può ragionevolmente sostenere la tesi che, nel lungo periodo, vi è flessibilità dei salari nominali e reali, cosicché la svalutazione non è necessaria, mentre nel breve periodo vi è almeno una rigidità verso il basso dei salari reali, cosicché la svalutazione è inefficace. In questo caso si possono tenere fissi i tassi di cambio e ottenere così i benefici derivanti da rapporti stabili fra diverse monete o anche dall’avere una sola moneta. L'argomentazione principale contro l'integrazione monetaria in questo caso scompare».[3]
Si tratta quindi di vedere se si può assumere, con fondamento empirico, che nel breve periodo vi sia rigidità verso il basso dei salari reali. In proposito sono sufficienti due osservazioni, relativamente al caso italiano. In primo luogo, nel sistema economico i meccanismi di indicizzazione sono largamente diffusi, in particolare per quanto riguarda i salari (un’economia con salari indicizzati al 100% o più, per richiamare l’espressione di Modigliani e Padoa Schioppa), per cui questa struttura istituzionale garantisce che la rigidità verso il basso sia effettiva: attualmente ogni incremento percentuale dei prezzi si traduce in un aumento dello 0,95% del reddito da lavoro dipendente nel settore privato entro il trimestre successivo. In secondo luogo, come osserva McKinnon,[4] in un’economia molto aperta, in cui il peso dei beni scambiati internazionalmente è molto elevato (e in Italia ha raggiunto quasi il 53% rispetto al P.I.L. nel 1977), è del tutto improbabile che non vi sia consapevolezza, soprattutto a livello sindacale, che la svalutazione incide sul tenore di vita, direttamente o indirettamente, attraverso gli aumenti di costo e di prezzo dei prodotti nazionali nella cui produzione entrano come inputs i beni importati.
Queste considerazioni sembrano sufficienti per concludere che l'ipotesi su cui si fonda la tesi di Corden/1972, ossia l'esistenza di illusione monetaria, è del tutto implausibile, e deve quindi essere accettata la tesi di Corden/1977, che questo argomento contro l'unione monetaria è privo di fondamento.
Per quanto riguarda l’economia italiana, al di là delle considerazioni prima richiamate, si può inoltre osservare che la svalutazione tende di fatto a divenire un processo autoalimentantesi, in quanto accelera in misura sensibile i fenomeni inflazionistici. Le variazioni delle ragioni di scambio, indotte dalla svalutazione, provocano variazioni dei costi, che si trasferiscono sui prezzi, rendendo necessarie ulteriori variazioni dei tassi di cambio nominali in modo da conservare inalterato il tasso di cambio reale.
La rilevanza di quest'ultima osservazione sembra confermata da recenti valutazioni di Pierucci e Tresoldi, contenute in uno studio elaborato in vista di un aggiornamento del modello econometrico della Banca d'Italia per l'economia italiana.[5] Questi autori hanno confrontato gli effetti sui prezzi al consumo di una svalutazione del 10% e di un aumento dello stesso ammontare percentuale del costo del lavoro. La svalutazione, date le caratteristiche strutturali ed il grado di integrazione con gli altri paesi della C.E.E. del sistema economico italiano, si ripercuote direttamente in un rincaro dei prezzi degli inputs. Ma, data la pressoché completa indicizzazione dei salari, le variazioni indotte dei prezzi al consumo retroagiscono sui costi, e quindi nuovamente sui prezzi. In definitiva, una svalutazione del 10% del tasso di cambio provoca dopo un anno una variazione del 4,2% nei prezzi al consumo e dopo due anni del 7%; un aumento del 10% del costo del lavoro provoca dopo un anno una variazione dei prezzi al consumo dello 0,7% e dopo due anni del 2,5%.
Le conclusioni di questi autori sul forte impatto inflazionistico della svalutazione sono confermate da Falchi e Michelangeli[6] che rilevano, almeno per il caso italiano, la validità della tesi del circolo vizioso, ossia l'esistenza di un nesso di causalità fra tassi di cambio e prezzi. In definitiva, la stabilizzazione dei tassi di cambio appare come la condizione necessaria — anche se non sufficiente — da soddisfare in via prioritaria se si vuole rallentare il ritmo inflazionistico.
Evidentemente, da questo punto di vista, l'unione monetaria offre garanzie molto più sicure. Il tasso di espansione creditizio è unificato per tutta l'area e si determina un prezzo comune dei beni scambiati fra i diversi paesi. In conseguenza, vi è una forte spinta per armonizzare l'andamento del costo del lavoro per unità di prodotto. Possono sussistere tuttavia differenti preferenze nazionali rispetto al tasso «ottimo» di disoccupazione, ossia può verificarsi il caso che al tasso di variazione dei costi e dei prezzi prefissato a livello comune corrisponda un tasso di disoccupazione, determinato sulla curva di Phillips, eccessivo, avuto riguardo al sistema di valori politico-sociali che caratterizza una determinata collettività. In questo caso, il paese in questione può espandere l'attività produttiva in modo da riassorbire la disoccupazione in eccesso finanziandosi sul mercato comune dei capitali. Si produce così uno spostamento verso l'origine della curva di Phillips, grazie ai trasferimenti reali di risorse determinati dall'espansione del debito pubblico esterno destinato a finanziare maggiori importazioni. La stabilità dei prezzi è così compatibile con il conseguimento del tasso desiderato di disoccupazione.[7]
 
Alberto Majocchi
(luglio 1978)


[1] W.M. Corden, Monetary Integration, Princeton Essays in International Finance, n. 93, aprile 1972, pp. 8 segg.
[2] J.C. Ingram, The Case for European Monetary Integration, Princeton Essays in International Finance, n. 98, aprile 1973.
[3] W.M. Corden, Inflation, Exchange Rate and the World Economy, Oxford, Clarendon Press, 1977, p. 144 (corsivo nostro).
[4] R.I. McKinnon, «Optimum Currency Areas», in American Economic Review, 1963, pp. 717-725.
[5] C.M. Pierucci - C. Tresoldi, Il settore dei prezzi interni: aspetti istituzionali, schemi di riferimento e verifica empirica, Banca d'Italia, dicembre 1976.
[6] G. Falchi - M. Michelangeli, «Interazione fra tasso di cambio ed inflazione: una verifica empirica della tesi del circolo vizioso», in Contributi alla ricerca economica, Servizio Studi della-Banca d'Italia, dicembre 1977, pp. 51-71.
[7]Cfr., su questo punto, J.C. Ingram, op. cit., pp. 21-22.

 

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