Anno XXII, 1980, Numero 1-2, Pagina 146

 

 

Interfuturs, Face aux futurs, OCDE, Paris, 1979.
 
Si tratta di un rapporto redatto per l’OCDE dal gruppo di studio «Interfuturs» diretto dall’economista francese J. Lesourne, con la collaborazione di un comitato consultivo presieduto da G. Ruffolo e comprendente, fra gli altri, R. Aron e D. Bell.
Questo rapporto è di grande interesse per i federalisti perché si colloca nella prospettiva della ricerca di un nuovo ordine internazionale, facendo, forse per la prima volta in modo così sistematico, un inventario dei principali problemi economici e sociali di dimensione mondiale.
È vero che su questo terreno il gruppo di studio «Interfuturs» è stato preceduto dal Club di Roma. Ma il Club di Roma ha richiamato di volta in volta l’attenzione, con lavori spesso pregevoli, su alcuni specifici problemi mondiali, come i limiti fisici allo sviluppo, il Terzo mondo, ecc. Il vantaggio di questo studio dell’OCDE è quello di fare uno sforzo per prendere in considerazione l’insieme dei problemi e di studiarne l’interdipendenza. Il risultato, anche se come vedremo occorrerà fare alcune riserve, è quello di fornire una visione sufficientemente esauriente delle prospettive economiche per l’umanità in questa fine di secolo, con un forte richiamo alla necessità di rafforzare gli strumenti della cooperazione internazionale, se non si vuole lasciar sgretolare la fragile economia mondiale sotto gli urti del crescente protezionismo.
Il secondo merito di questo studio è quello di richiamare l’attenzione degli scienziati sociali e dei governi sulla necessità di «programmare il futuro», nel senso che non vi è più nessun problema che non abbia una portata almeno ventennale. Se ci si rivolge alla questione demografica, a quella alimentare, all’energia o alla gestione delle riserve di materie prime si deve prendere atto che le nostre decisioni, ciò che facciamo o non facciamo oggi, avranno un effetto certamente prevedibile sulla società del 2000. I governi non possono più pensare di procrastinare ulteriormente la messa in atto di efficaci strumenti per la programmazione al livello continentale e mondiale. E per conto loro, gli scienziati sociali devono rivedere certe concezioni obsolete. Basti pensare, a questo proposito, all’inadeguatezza del tradizionale bagaglio teorico degli economisti. Dai tempi di Keynes gli economisti si sono assuefatti al breve periodo, alla gestione e al controllo della congiuntura, perché, come sosteneva Keynes, «nel lungo periodo siamo tutti morti». Ma le cose non stanno più così. Programmare il futuro è una necessità per la stessa sopravvivenza del mondo contemporaneo. Consideriamo ad esempio il problema dell’energia. Nessuna soluzione che non sappia conciliare le esigenze di sviluppo del Terzo mondo con quelle dei paesi avanzati è accettabile. Una proposta che privilegi ingiustamente la crescita del Nord o del Sud può accentuare le tensioni e condurre alla catastrofe. La programmazione del nostro futuro è imposta dai fatti, più che dalla volontà di qualche governo illuminato. Si tratta dunque di prenderne atto e di saper individuare gli strumenti più adatti al controllo e alla gestione dell’economia mondiale.
Sui risultati dell’indagine del gruppo di studio «Interfuturs» è impossibile riferire nei dettagli. Ci limiteremo pertanto a segnalare, oltre al metodo utilizzato, due problemi di grande interesse.
Per non estrapolare nel futuro delle semplici tendenze operanti nel passato e per collocare la previsione economica e sociale in un definito contesto istituzionale, il gruppo di studio ricorre al metodo degli «scenari», cioè alla specificazione di alcune ipotesi cruciali sugli assetti mondiali di potere. Le due polarità prese in considerazione riguardano una crescita sostenuta delle economie avanzate in accordo a «una partecipazione sempre più intensa del Terzo mondo agli scambi economici mondiali» (scenario A) e uno scenario (D) caratterizzato da un crescente protezionismo sia fra paesi industrializzati che fra questi e il Terzo mondo.
In questo contesto, vengono discussi due problemi cruciali per il nostro secolo. Il primo riguarda le modificazioni del modello di sviluppo delle società industriali avanzate. In sostanza, esso coincide con l’emergere di nuovi settori trainanti dell’economia, in primo luogo l’informatica, che ha la funzione determinante di consentire l’introduzione di processi automatizzati in tutti gli altri settori; e la biologia che, grazie ai più recenti sviluppi dovuti alle «manipolazioni genetiche», sembra avviarsi ad assumere un ruolo altrettanto importante della chimica nel secolo scorso. I riflessi sulla società e sulle istituzioni di questi mutamenti sono profondi e duraturi. L’offerta e la domanda di lavoro hanno assunto caratteristiche del tutto nuove. Non solo vengono richieste capacità altamente qualificate, ma si diffonde sempre più il lavoro part-time, cioè un tipo di impegno più flessibile e più consono agli stili moderni di vita. Cambiano poi i modelli di consumo. La società sembra sempre più orientata verso consumi non-materiali, come una protezione accresciuta dell’ambiente naturale o la domanda di istruzione e cultura. Lo Stato assistenziale è in crisi e non sembra che il problema della dilatazione eccessiva della spesa pubblica possa attenuarsi spontaneamente verso la fine del secolo a causa del continuo invecchiamento della popolazione (e del conseguente aggravio di spese per oneri sociali).
A questi mutamenti strutturali nelle società post-industriali si sovrappongono mutamenti dovuti allo sviluppo della industrializzazione del Terzo mondo. Il rapporto esamina dettagliatamente gli effetti di questo processo in settori chiave, come quelli della meccanica pesante, delle automobili, della chimica, dell’agricoltura, delle materie prime, ecc.
La lettura di questo rapporto, come del resto si è detto inizialmente, è molto istruttiva sia perché vi è uno sforzo costante nel quantificare le analisi dei problemi, sia per la capacità di fornire una esauriente visione d’insieme dell’economia mondiale. Non si può, tuttavia, fare a meno di metterne in luce alcuni limiti. In primo luogo, l’Europa viene per un canto considerata come una entità a fianco dei paesi industriali avanzati come gli USA, l’URSS e il Giappone, ma poi non si mette mai in discussione la sua forma di unità. Vale a dire non si prende in considerazione il fatto che l’integrazione europea non è un fenomeno irreversibile, ma che una grave crisi internazionale — come quella prevista nello scenario D — potrebbe far retrocedere i paesi europei della Comunità verso forme reciproche di protezionismo. D’altro canto, non si prende nemmeno in considerazione la possibilità che l’unità europea si rafforzi con la creazione di una moneta unica e un sistema autonomo di difesa. È evidente che questa eventualità, non più così remota dopo l’elezione europea, cambierebbe insieme alle capacità d’azione dell’Europa anche lo «scenario» mondiale.
Restano infine indeterminate le forme in cui dovrebbe concretizzarsi una sempre più stretta cooperazione internazionale. Si ammette, nel rapporto, che le dimensioni dello Stato nazionale non sono più adatte a gestire i problemi mondiali contemporanei. Ma poi non si sa indicare alcun modello politico alternativo. Anche in questo caso sarebbe stato necessario spingersi fino al riconoscimento della necessità di orientare il pensiero politico e l’azione verso soluzioni di tipo federale. Il modello europeo può ben servire da esempio agli altri popoli della Terra che si trovano di fronte al dilemma di subire l’egemonia delle superpotenze o di federarsi liberamente con altri popoli, per cercare le vie di una autonoma emancipazione, non solo economica, ma politica.
 
Guido Montani

 

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