Anno XXII, 1980, Numero 3, Pagina 216

 

 

Antonio Scocozza, Bolívar e la rivoluzione panamericana, Bari, Dedalo, 1979.
 
La precisa analisi della figura di Bolívar, vista nella sua duplice personalità di uomo d’armi e di pensiero, getta finalmente luce su uno dei personaggi della storia spesso sottovalutato, protesi come si era generalmente a ricordare unicamente le sue doti di combattente.
In realtà Bolivar è la figura più rappresentativa del processo di liberazione latino-americano, non solo sul piano militare (a lui si deve la liberazione dal giogo spagnolo dell’area sud-americana che oggi geograficamente corrisponde a: Venezuela, Colombia, Ecuador), ma anche sul piano politico ed istituzionale. In particolare Bolívar dominerà la scena politica sud-americana per tutto il periodo dal 1814 (fallimento della II Repubblica) sino alla morte (1830) garantendo con la sua autorità l’unità e l’indipendenza di una intera regione.
Quello che risalta maggiormente dalla lettura del libro, che riporta alcuni scritti bolivariani mai tradotti in italiano sino ad oggi, è lo spirito unitario sostenuto con posizioni a volte contraddittorie, che Bolívar cercherà di imprimere, sino all’ultimo appello ai colombiani pochi giorni prima di morire, alla vasta area geografica da lui guidata (dopo il ritiro dalla vita politica di San Martin, altro grande protagonista della lotta d’indipendenza, ai territori già liberati sottoposti alla tutela del Libertador si aggiungeranno Bolivia e Perù).
Si scopre in questo modo il ruolo del federalismo e l’acceso dibattito che si svilupperà sul tema dell’unità del continente. Bolivar sosterrà che il governo democratico e il governo federale rappresentano le migliori formule governative, ma le riterrà, in quei momenti di aspra lotta contro gli spagnoli e di fazioni interne al movimento di liberazione, inadatte a un popolo che usciva da tre secoli di colonialismo.
Va segnalato che Bolívar, a secondo dell’evolversi delle situazioni, sarà ora strenuo avversario del federalismo, ora un fervente sostenitore dell’unità federale dell’intero continente. Questa contraddittorietà che emerge dalla lettura dei diversi scritti di Bolivar che occupano la parte antologica del libro, ha diverse giustificazioni. Per alcuni aspetti Bolívar può essere considerato come il precursore, sul piano politico, del romanticismo americano: ora orgoglioso, indomito, disposto ad ogni sacrificio, ora malinconico, esausto, scoraggiato. Ma a fare di lui quel personaggio così emblematico saranno, a mano a mano, gli avvenimenti di cui sarà protagonista. Ed è così che nei momenti coronati da successo sarà uno strenuo difensore dell’unità continentale («Una riflessione sul Congresso di Panamà») mentre in altri, quando penserà di «aver arato il mare», invocherà l’aiuto straniero, statunitense o inglese.
Una seconda motivazione più importante, perché politica, ci può essere data da un’altra considerazione.
In Bolívar, specie negli ultimi anni della sua vita, appare il proposito di accettare, rassegnato all’evolversi degli eventi, la divisione in Stati sovrani dei paesi liberi dell’America del Sud. Ma a queste conclusioni («Carta de Giamaica» — la parte finale di questo eccezionale documento bolivariano è però a sostegno dell’unità latino-americana), che corrisponderanno alla realtà all’indomani della sua morte, Bolívar giunse dopo aver cercato, invano, una via americana al problema degli americani (panamericanismo).
La democrazia e il federalismo restavano per Bolívar gli obiettivi in quei momenti irraggiungibili, mentre la via da percorrere gli sembrava dovesse essere una via espressamente latino-americana che si dimostrerà altrettanto lontana ed impossibile.
Se queste considerazioni sono valide possiamo affermare che Bolívar, mentre da un lato intuì la necessità di unificare la regione sud-americana su un modello di tipo federale, dall’altro fu costretto a promuovere la creazione di più Stati sovrani.
Le difficoltà politiche, nonché militari, di cui Bolívar sarà protagonista, e le sue posizioni controverse per la stabilizzazione dell’America latina, che nel loro insieme riflettono ancora oggi una situazione imperante, possono forse essere meglio comprese alla luce della lettura kantiana de «La pace perpetua». Infatti Kant nell’individuare gli elementi che presiedono ad un mondo pacifico e cosmopolita, poneva la necessità che ogni Stato si desse una costituzione repubblicana, intesa come principio di libertà per tutti gli uomini di una società, come dipendenza da un’unica comune legislazione e infine come uguaglianza di tutti i cittadini.
Questo è però un processo storico che, per molti aspetti, l’America latina non ha conosciuto, rivalutando così la tesi federalista secondo la quale l’indipendenza nazionale non comporta l’uguaglianza fra le nazioni.
Il pregio di questo libro, soprattutto per un federalista, è quello di poter scorgere nuovi orizzonti per la comprensione e lo studio di popoli e vicende così lontani, ma resi così vicini da una storia mondiale che ci accomuna e che ci presenta Bolívar, come sottolinea il prof. Campa nella prefazione del libro, «il personaggio che aspira a rappresentare l’universalità della vicenda latinoamericana».
 
Stefano Spoltore

 

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