Anno XXII, 1980, Numero 1-2, Pagina 62

 

 

L’EUROPA DELLE REGIONI.
LETTERA DELLA SEZIONE DI GORIZIA
 
 
Un gruppo di lavoro della sezione di Gorizia del MFE si è riunito in data 6 novembre 1979 per dibattere i temi proposti dal documento «Per una nuova lotta politica e sociale».[1] Dalla riunione è emerso quanto segue:
1) Si prende atto dei fenomeni della «mondializzazione dei problemi» (sociali, economici, ecologici, politici ecc.) e della crisi delle ideologie e dell’internazionalismo. La risposta federalista può dunque costituire una valida alternativa per tutti coloro che intendono rinnovare, su nuove basi, la vita sociale e politica.
2) Per una città di frontiera come Gorizia, il federalismo costituisce un fatto culturale che può trovare un fertile terreno di propagazione. Tuttavia non ci si nasconde la complessità dei problemi che comporta un simile progetto.
3) È stato chiesto in quale misura il MFE intende appoggiare un progetto dell’«Europa delle regioni» anziché dell’«Europa delle nazioni». Occorre notare che, nella nostra regione, il senso dell’autonomia (friulana, slovena, triestina, ecc.) è molto sentito dando luogo, da una parte, al rifiuto dell’Italia (come Stato-nazione) e, dall’altra, al pericoloso diffondersi di micro-nazionalismi locali. Che ruolo può svolgere il MFE in questa delicata situazione?
4) È apparso comunque chiaro che occorre approfondire i temi federalisti ed essere molto preparati se si vuol affrontare e coinvolgere le altre associazioni politiche e culturali della città. Un week-end federalista sarà possibile, in base al nostro impegno, nel mese di aprile 1980.
5) Andiamo verso la dissoluzione del miraggio industriale. È possibile sostenere che la tendenza — sostenuta dallo Stato, da qualunque Stato — di voler aumentare a tutti i costi il PNL deve essere invertita?
Pio Baissero, Rodollo Picciulin, Giuliano Cominardi, Livio Stecchina, Maria G. Williams, Fulvio Della Vedova, Sandro Prandi De Ulmhort.
Gorizia, 6 novembre 1979.
 
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La presa di posizione della sezione di Gorizia pone, fra gli altri, il problema dell’«Europa delle regioni». Si tratta di una espressione che ha corso comune nel dibattito politico europeo, ma che è spesso usata senza che ne venga precisato il senso. Per questo mi pare che la lettera degli amici di Gorizia giunga opportuna e meriti un tentativo di messa a punto concettuale.
Richiamiamo innanzitutto un punto che non dovrebbe dar luogo a controversie e dal quale si può utilmente partire. Si tratta dell’effetto emancipatorio che l’unificazione federale dell’Europa avrà nei confronti delle personalità regionali, che lo Stato nazionale in vario modo soffoca e che, in molti casi, attraverso un’opera secolare di livellamento amministrativo e culturale, ha addirittura ridotto allo stato latente. La nascita di vivaci movimenti regionalistici nell’Europa occidentale del secondo dopoguerra è una prova dell’assunto, in quanto è andata di pari passo con l’approfondirsi della crisi dello Stato nazionale e con l’avanzare del processo di integrazione europea — che di quella crisi costituisce il risvolto positivo. Peraltro, il fatto che dell’edificio federale non sia stata posta che la prima pietra — con l’elezione diretta del Parlamento europeo — non ha consentito ai movimenti regionalistici di conseguire risultati che andassero al di là di riforme puramente burocratiche (come nel caso della creazione delle regioni a statuto ordinario in Italia) e, in molti casi, ha prodotto la degenerazione di quelle che in origine erano sacrosante aspirazioni all’autogoverno in micro-nazionalismi violenti e tinti di razzismo. La sola parziale eccezione è costituita dalla Repubblica Federale Tedesca, nata in contingenze storiche del tutto particolari, e nella quale comunque si va visibilmente accentuando la tendenza alla prevalenza del potere centrale.
Una volta posta questa premessa — che si può considerare pacifica — rimane però del tutto aperto il problema del modo in cui si articoleranno i rapporti tra potere centrale ed entità regionali nel quadro della Federazione europea.
Le esigenze che stanno alla base del regionalismo sono due, intimamente connesse tra di loro. La prima è quella di tutelare l’identità culturale — ed eventualmente linguistica — di quelle che Albertini ha chiamato «nazionalità spontanee», cioè di quelle comunità che hanno acquisito nel corso della loro storia, indipendentemente dall’azione consapevole del potere politico, una distinta personalità, e i cui membri conservano un naturale sentimento di comune appartenenza.
La seconda è quella di definire — sia dal punto di vista territoriale che da quello delle delimitazioni delle competenze — le sfere di autogoverno necessarie per attuare una razionale programmazione economica e del territorio. Ciò implica individuare degli ambiti territoriali i quali abbiano — in considerazione della loro dotazione di risorse ambientali e di infrastrutture, della loro struttura insediativa e della complementarietà tra le funzioni produttive, sociali e ambientali che vi si svolgono — il grado di unitarietà necessaria per farne un quadro adeguato di scelte programmatorie razionali.[2]
Si tratta evidentemente di due esigenze che non portano necessariamente all’individuazione di ambiti territoriali esattamente coincidenti, in quanto la prima è essenzialmente legata al passato storico, mentre la seconda dipende dai problemi posti dallo stadio attualmente raggiunto in Europa dal processo di industrializzazione. Ciò non toglie che, poiché le caratteristiche del territorio rilevanti ai fini della programmazione sono a loro volta un prodotto dello sviluppo storico, sia perfettamente legittimo proporsi — eventualmente a prezzo di qualche aggiustamento — di suddividere sulla carta l’Europa in «regioni» che abbiano, da un lato, una specifica identità storica e culturale e, siano, dall’altro, articolazioni territoriali adeguate per una moderna politica di programmazione.
Ciò che in ogni caso è importante notare è che, sia dall’uno che dall’altro dei due punti di vista dai quali lo si può considerare, il fenomeno «regione» presenta diversi livelli.
L’osservazione vale prima di tutto se si considera il fenomeno dal punto di vista culturale, cioè come quadro di riferimento di un sentimento di identificazione di gruppo. Albertini ha chiaramente dimostrato che, prima dell’affermazione dell’idea nazionale, avvenuta nel corso dell’Ottocento, gli europei non si sentivano appartenenti ad un’unica comunità né legati ad un unico lealismo; al contrario essi si sentivano allo stesso titolo membri di diverse comunità, che andavano dalla città o dal villaggio alla regione, allo Stato, alla res publica christiana. Con la nascita dello Stato nazionale si impose invece il dogma che la sola comunità alla quale gli uomini sono legati da un dovere di fedeltà assoluta è la comunità nazionale. Gli altri naturali lealismi furono repressi e si tentò, attraverso gli strumenti della scuola di Stato e dell’esercito a coscrizione obbligatoria, di cancellare le particolarità culturali e i ricordi storici che di quei lealismi erano il fondamento. Questo forzato appiattimento dell’identità sociale dell’uomo europeo non poteva sopravvivere alla crisi dello Stato nazionale, e il diffondersi dei fermenti regionalistici nel secondo dopoguerra ne è la controprova. E ad essi la Federazione europea darà piena espressione. Ma la sua struttura istituzionale dovrà tener conto del fatto che quella che sta rinascendo è una pluralità di lealismi che investono — e tanto più investiranno quanto più l’Europa avanzerà verso la sua unità federale — una serie concentrica di comunità, che vanno dal quartiere al pays, alla regione, alla nazione, all’Europa.
A conclusioni analoghe si giunge esaminando il fenomeno dall’altro punto di vista. Una moderna programmazione economica e territoriale presuppone una pluralità di livelli decisionali che siano, per usare l’espressione di Wheare, «indipendenti e coordinati». Senza questa articolazione non sarebbe possibile, da un lato, individuare ed affrontare in concreto i problemi nel quadro in cui si pongono e, dall’altro, garantire le condizioni di equilibrio generale senza le quali l’autonomia dei vari livelli decisionali viene di fatto svuotata di contenuto.
La morale che mi pare si debba trarre dalle osservazioni che precedono è che — se si vuole tentare di costruire un modello costituzionale per la federazione europea — ci si deve allontanare dall’esempio americano, fondato su due soli livelli di governo (the nation and the states). La struttura federale europea, per tenere conto della realtà storica, economica, sociale ed ambientale del continente, dovrà articolarsi in una serie di livelli di governo, che vadano da quello minimo del quartiere a quello massimo della federazione.[3]
In questo quadro il senso dell’espressione «Europa delle regioni» risulta decisamente offuscato. Anche ammettendo che, nella scala degli ambiti territoriali nei quali si eserciteranno i diversi livelli di governo, determinate entità conservino il nome di «regioni», non si vede perché questo particolare quadro debba in qualunque modo essere privilegiato rispetto agli altri (siano essi, in ipotesi, il quartiere, o il circondario, o la macro-regione). In particolare, non si vede come, in una prospettiva federale — nella quale quindi il livello nazionale sia stato privato della sovranità — si possa opporre la «regione», come quadro al quale si attribuisce in ipotesi una connotazione positiva, alla «nazione», come quadro al quale si attribuisce una connotazione negativa. La verità è che, in un quadro federale, l’Italia sarà una regione europea allo stesso titolo al quale la Lombardia sarà una regione italiana e la Valtellina una regione lombarda.
È quindi un errore ritenere, come qualcuno fa, che nella federazione europea il livello di governo immediatamente inferiore a quello federale possa essere diverso da quello nazionale, e pensare di conseguenza al futuro senato federale come ad una «camera delle regioni». Il fatto che lo Stato nazionale abbia condotto l’Europa alla catastrofe del fascismo e delle due guerre mondiali non deve far dimenticare che le nazioni, liberate dalla gabbia della sovranità assoluta dello Stato, perderanno il loro carattere oppressivo e totalitario, ma non disperderanno il patrimonio culturale che hanno accumulato nel corso dei secoli della loro storia. Questo patrimonio sarà anzi potenziato e arricchito dalla nuova consapevolezza che esse acquisteranno di essere, da un lato, individualità storico-culturali pluralistiche e articolate in una serie di sub-individualità regionali e, dall’altro, a loro volta, articolazioni di una più vasta individualità storico-culturale europea a vocazione universale.
Considerazioni analoghe si possono fare assumendo il punto di vista della rilevanza ai fini della programmazione. Anche qui non si vede come una programmazione europea possa prescindere dalla dimensione nazionale — intesa quantomeno come ordine di grandezza di territori come quello britannico, francese, tedesco o italiano. Basti richiamare a questo proposito le accurate osservazioni fatte dal Christaller sulla geografia insediativa del continente europeo.[4]
È vero che sia l’identità culturale delle nazioni attuali che l’unitarietà del loro territorio, considerato sotto il profilo delle infrastrutture e della distribuzione insediativa, sono state il prodotto di secoli di divisione tra i popoli europei, di accentramento amministrativo e di sopraffazione culturale. Ma tant’è. La storia non ritorna sui suoi passi, e la cultura francese è un dato definitivamente acquisito — e di valore inestimabile — anche per coloro i cui quadrisavoli parlavano la lingua d’oc. La cieca ostinazione nel negare questo dato di fatto ha spesso spinto i movimenti regionalistici verso il micro-nazionalismo e verso retrogradi ideali di impoverimento culturale.
Analogamente, il fatto stesso che lo Stato nazionale sovrano sia stata la causa di profonde distorsioni nella struttura produttiva, insediativa, dei trasporti, ecc. e di altrettanto profondi guasti ambientali, rende indispensabile, in un quadro federale, mantenere un livello nazionale di autogoverno proprio per poter ripristinare, con una razionale politica di programmazione attuata in collaborazione sia con il livello di governo superiore che con quelli inferiori, gli equilibri nello stesso quadro nel quale sono stati alterati.
È anche vero che esistono problemi specifici che investono aree geografiche che si estendono su di una parte del territorio di più nazioni, come la valle del Reno. Ma si tratta di problemi che potrebbero essere efficacemente risolti da organismi tecnici ad hoc sul tipo della Tennessee Valley Authority.
Tutto ciò naturalmente non esclude che in Europa si potranno avere, dopo il completamento dell’unità federale, degli aggiustamenti nei confini tra le nazioni, là dove essi sono chiaramente arbitrari. Così come profonde modificazioni saranno necessarie nella carta degli ambiti territoriali di livello inferiore, poiché le attuali suddivisioni amministrative, in tutti gli Stati europei, sono spesso assolutamente inadeguate. Né vi è, infine, motivo di escludere che particolari soluzioni istituzionali possano essere attuate nel caso di regioni di frontiera che presentino problemi specifici derivanti dalla coesistenza sul medesimo territorio di gruppi linguistici diversi. Ma ciò che è importante ritenere, se non si vuole correre il rischio di perdere di vista la realtà dello sviluppo civico della regione del mondo in cui viviamo, è che la dimensione nazionale in quanto tale rimarrà uno dei livelli — non più, ma neppure meno, importanti degli altri — dell’articolazione istituzionale della federazione europea.
 
Francesco Rossolillo


[1] Il documento è stato pubblicato a p. 232 del n. 3-4, 1979, de Il Federalista.
[2] Per una trattazione approfondita di questo tema v. G. Franco Testa, «La difesa della natura a livello di problema urbano», estratto da Congresso nazionale sulla difesa della natura. Aspetti economici, urbanistici, giuridici, Pavia, 12-13 settembre 1970.
[3] Per non ripetere cose già dette, rinvio a due miei scritti già comparsi su questa rivista: «Implicazioni istituzionali della problematica del territorio nell’attuale situazione dell’Europa occidentale», 1977 (anno XIX), pp. 147 ss. e «Federalismo europeo e autonomie locali», 1978 (anno XX), pp. 172 ss.
[4] Walter Christaller, «Das Grundgenist der ramlichen Ordnung in Europa», Frankfender geographische Hefte, Frankfurt A.M., Verlag Dr. Waldemar Kramer, 1950.

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