Anno XXXVI, 1994, Numero 3, Pagina 220

 

 

ABBE’ DE SAINT-PIERRE
 
 
Charles-Irénée Castel, Abbé de Saint-Pierre, nacque nel 1658, nel castello di Saint-Pierre Eglise, vicino a Barfleur in Normandia. Nel 1695 divenne membro dell’Accademia francese e nel 1712 prese parte, al seguito dell’Abbé de Polignac, al Congresso di Utrecht, che gli suggerì l’idea di scrivere il Progetto per rendere la pace perpetua in Europa.[1] Nel 1718 venne espulso dall’Accademia per aver osato, per la prima volta dalla sua fondazione, protestare pubblicamente contro l’adorazione postuma del Re Sole. Venne riabilitato solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1743, con un discorso di D’Alembert all’Accademia.
Nel corso della sua lunga vita l’Abbé de Saint-Pierre si è adoperato instancabilmente per diffondere l’idea della pace in un’epoca, quella dell’assolutismo, in cui rifiutarsi di definire Grande il proprio re poteva costare, come in effetti costò all’Abbé, l’emarginazione e l’isolamento. Questa sua perseveranza e questo suo spirito libero, gli procurarono più critiche che onori da parte della maggior parte dei suoi contemporanei. Il suo Progetto per rendere la pace perpetua in Europa fu criticato e deriso da Rousseau, Voltaire, Leibniz e Herder.[2] Solo Kant riprese, dopo lo scoppio della rivoluzione francese, l’opera dell’Abbé, razionalizzandola, inserendola in un progetto politico universale in cui l’eguaglianza dei cittadini all’interno di uno Stato andava di pari passo con l’affermazione del diritto cosmopolitico.[3] Lo spartiacque rappresentato dalla rivoluzione francese è evidente nella differente terminologia, oltre che nei diversi contenuti, presenti nei due progetti per la pace perpetua. Mentre Kant si rivolge a dei principi e a dei cittadini, l’Abbé si rivolge a dei principi e a dei sudditi. Questa terminologia da ancien régime non ha certo contribuito a rendere popolare l’opera dell’Abbé de Saint-Pierre. Ancora oggi la sua fama resta legata ad un’immagine di pacifismo bonario, utopistico e velleitario, nonostante le indagini storiche sulle origini della Società delle Nazioni e delle Nazioni Unite facciano riferimento al suo Progetto e nonostante la terminologia da lui introdotta a proposito della necessità di istituire l’Unione europea sia di estrema attualità. Nell’Ottocento l’Abbé non aveva avuto migliore fortuna: i pacifisti venivano allora additati con una certa condiscendenza come «i discepoli del buon Abbé de Saint-Pierre», e la pace veniva considerata come «l’utopia dell’Abbé de Saint-Pierre».[4] Il consolidarsi di questa fama non è estraneo al modo in cui le sue opere vennero diffuse subito dopo la sua morte. Rousseau infatti, incaricato dai seguaci dell’Abbé di curare la prima divulgazione delle sue opere, non fece mistero del suo atteggiamento critico nei confronti del Progetto per rendere la pace perpetua in Europa. Ecco come si esprimeva nelle Confessioni (libro IX, 1756-1757) a proposito dell’incarico che aveva da poco ricevuto: «Sono opere che, da parte loro, non mancavano di contenere cose eccellenti, ma sì mal dette, che la lettura ne era difficile, e appare sorprendente come de Saint-Pierre, che pure considerava i lettori alla stregua di bambinoni, tuttavia li interpellasse da uomini, per la scarsa cura che si dava di farsi ascoltare da loro. Del resto, non dovendomi limitare a dar nuova forma alle idee altrui, non m’era proibito di pensare anche per conto mio, e avrei potuto dare al lavoro un giro tale che molte importanti verità sarebbero passate sotto il mantello del Saint-Pierre più facilmente che non sotto il mio».
Qual è oggi l’utilità di una rilettura del Progetto dell’Abbé de Saint-Pierre? Esso non condivide con il Progetto kantiano i pregi della sintesi e della chiarezza, né l’Abbé ha chiarito i contenuti istituzionali di una federazione di Stati, pur criticando apertamente i limiti delle confederazioni.[5] Tuttavia egli ha introdotto nella storia del pensiero politico il problema del superamento della sovranità assoluta degli Stati, coincidente all’inizio del Settecento con la sovranità assoluta di re e principi, oltre mezzo secolo prima della rivoluzione americana e di quella francese.
Il problema che si poneva l’Abbé non era semplicemente di natura teorica: non a caso sottolineò nella Prefazione come il suo disegno fosse quello di proporre dei mezzi per rendere la pace perpetua e non quello di proporre una disquisizione sulla pace. Egli era cosciente di attirarsi le critiche di tutti quei benpensanti che avrebbero trovato il suo progetto ingenuo e impraticabile. Ne è una prova l’avviso ai lettori scritto nel 1715, in cui si legge: «Dei cambiamenti possono verificarsi ogni giorno in Europa. Che cosa c’è di più incerto della fortuna dei sovrani mentre sono in guerra, e che cosa c’è di meno solido dei loro trattati di pace, fino a quando questi principi non usciranno da questo funesto stato di anarchia in cui si trovano? Sarà facile per il lettore intelligente provvedere ai mutamenti che si renderanno necessari e correggere dopo ogni avvenimento ciò che io stesso avrei potuto correggere se avessi scritto dopo tutte queste rivoluzioni». L’Abbé non va dunque considerato come un classico esponente dell’ancien régime, ma piuttosto come l’uomo che per primo ha cercato di proporre la pace come supremo obiettivo della politica. E’ in questa ottica che va letto il suo piano pratico per convincere i detentori del potere assoluto, i re e i principi, a istituire una società pacifica. In questo senso il suo tentativo di elaborare un Trattato d’Unione europea che prevedeva la sottomissione dei re, e quindi degli Stati, ad una legge superiore va considerato addirittura rivoluzionario. Ma in un’epoca dominata dal problema di liberarsi dall’assolutismo e di affermare i diritti fondamentali degli individui un simile progetto non poteva che suscitare perplessità e critiche. E le critiche, come già ricordato, non mancarono.
Rousseau nelle sue Confessioni continua: «L’esame approfondito delle sue opere politiche dimostra delle visioni superficiali, dei progetti utili ma impraticabili, a causa dell’idea di cui l’autore non è mai riuscito a liberarsi, che gli uomini si lascino guidare dalla ragione piuttosto che dalle passioni. Quest’uomo raro, onore del suo secolo e dell’umanità, e il solo forse da quando esiste il genere umano che non ha avuto altra passione al di fuori della ragione, non ha fatto tuttavia che passare da un errore all’altro, per aver voluto rendere gli uomini simili a lui, anziché considerarli come sono in realtà. Ha lavorato per degli esseri immaginari, pensando di lavorare per i suoi contemporanei».
Nel Giudizio sul Progetto di pace perpetua dell’Abbé de Saint-Pierre allegato all’abrégé dell’opera, Rousseau attacca direttamente la fattibilità del Progetto: «Per la politica, come per la morale, bisogna distinguere l’interesse reale da quello apparente; il primo si trova nella pace perpetua, e questo è dimostrato nel progetto; il secondo si trova nello stato di indipendenza assoluta che sottrae i sovrani all’impero della legge per sottometterli all’impero della fortuna, simili ad un timoniere stolto che, per far mostra di una vana conoscenza e per il gusto di comandare sui suoi marinai, naviga fra le rocce durante la tempesta invece di ancorare il suo vascello… Possiamo sperare di sottomettere a un Tribunale superiore degli uomini, come i principi, che osano vantarsi di mantenere il potere con la spada e che si rivolgono a Dio solo perché è in cielo? Un qualunque gentiluomo offeso si rifiuta di ricorrere al tribunale dei marescialli in Francia, e voi volete che un re ricorra alla Dieta europea? E ancora c’è questa differenza, che il primo quando viola la legge mette in gioco la propria vita, mentre il secondo mette in gioco la vita dei suoi sudditi, usando un diritto, quello di prendere le armi, riconosciuto da tutto il genere umano e di cui pretende di render conto solo a Dio… Non bisogna credere, come fa l’Abbé de Saint-Pierre, che solo con la buona volontà, che i principi ed i loro ministri non avranno mai, ci potrà essere un momento favorevole per realizzare questo sistema, poiché occorrerà che la somma degli interessi particolari non prevalga sull’interesse comune, e che ciascuno creda di vedere nel bene di tutti il più gran bene che possa sperare per sé. Ora, tutto ciò richiede un tale concorso di saggezza da parte di tutti ed un tale concorso di rapporti fra tanti interessi, che non si deve affatto sperare nell’accordo fortuito e casuale di tutte le circostanze necessarie. Perciò, se un tale accordo non può avere luogo, non vi è che la forza che può supplire a questa mancanza, e allora non si tratta di persuadere, ma di costringere, e non si tratta di scrivere libri, ma di arruolare truppe. Così, per quanto saggio possa essere questo progetto, i mezzi per realizzarlo risentono della semplicità dell’autore. Egli s’immagina che basti riunire un congresso, proporre i suoi articoli, firmarli e tutto sarebbe fatto. Conveniamo che in tutti i progetti di questo onesto uomo egli ha visto bene gli effetti una volta realizzatili, ma è stato infantile nell’indicare i mezzi per realizzarli… Che non si dica allora che il suo progetto non è stato adottato perché non è buono; si dica al contrario che era troppo buono per essere adottato, poiché il male e gli abusi di cui tutti possono profittare si introducono da soli, mentre ciò che è utile si introduce solo con la forza, dal momento che gli interessi particolari vi si oppongono sempre. Senza dubbio la pace perpetua è oggi un progetto assurdo; ma che ritorni un Enrico IV e un Sully, e la pace perpetua tornerà ad essere un progetto ragionevole. O piuttosto ammiriamo un così bel progetto, ma consoliamoci di non vederlo realizzato, poiché ciò non può avvenire senza l’uso di mezzi violenti e temibili per l’umanità. Si son forse viste nascere delle leghe federative se non con delle rivoluzioni e, su questa base, chi di noi oserebbe dire se questa lega europea è da auspicare o da temere? Forse essa produrrebbe più mali di quanti non ne preverrebbe per secoli».
Le critiche di Rousseau riflettono l’analisi che i federalisti hanno sviluppato a proposito della difficoltà di unire gli Stati in assenza di un crescente quadro di interdipendenza. E’ solo in un simile contesto infatti che l’interesse degli Stati tende a coincidere con la necessità di unirsi. L’Abbé aveva intuito che era necessario istituire un nuovo Stato per incanalare le passioni e le debolezze dei sovrani e uomini, ma le condizioni storiche non erano ancora mature per realizzare la convergenza fra l’interesse e il dovere dei sovrani. Egli aveva anche previsto che questo Stato nuovo avrebbe dovuto avere le caratteristiche di una repubblica, la Repubblica dell’Unione europea. Ma solo con Kant, dopo la rivoluzione francese, si arriverà alla consapevolezza che una delle premesse per il raggiungimento della pace perpetua è la realizzazione di una costituzione repubblicana in ogni Stato. Per quanto riguarda poi i rapporti fra morale e politica, Kant, nell’appendice a Per la pace perpetua intitolata «Sulla discordanza tra morale e politica in ordine alla pace perpetua», demolisce la teoria dell’uomo pratico di stampo rousseauiano, che fonda la sua rinuncia alla speranza della pace sulla pretesa di prevedere che l’uomo non vorrà mai perseguire razionalmente lo scopo della pace perpetua, rendendo così onore alle «utopie»dell’Abbé.
 
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Nella Prefazione al Progetto per rendere la pace perpetua in Europa, che qui pubblichiamo, l’Abbé de Saint-Pierre presenta il suo disegno, che sviluppa poi meticolosamente in sette Discorsi articolati in tesi, in cui mette a confronto i vantaggi e gli svantaggi del progetto di Unione, e confuta le obiezioni più comuni a proposito dell’impossibilità di instaurare la pace. Nella parte finale espone gli Articoli del Trattato di Unione europea. Pensato e scritto in un’epoca in cui erano ben tangibili i mali e le disgrazie prodotti dalle frequenti guerre, il Progetto dell’Abbé individua il vero nodo da sciogliere per progredire sulla strada della pace nel mantenimento della sovranità assoluta dei sovrani. Nel Primo Discorso l’Abbé è esplicito: i mezzi fin qui impiegati per garantire le pace, ossia le lotte per mantenere l’equilibrio fra le maggiori potenze ed i Trattati, si sono rivelati completamente inefficaci. L’equilibrio non si può infatti conservare a lungo, e comunque ha dei costi proibitivi, mentre i Trattati possono facilmente essere disattesi. Per questo l’Unione è, secondo l’Abbé, più facile da mantenere dell’equilibrio. Solo con l’Unione si potrà infatti garantire lo sviluppo del commercio, delle scienze e delle arti, debellare la fame, aumentare gli introiti alle frontiere, diminuire le spese militari, elevare l’educazione dei sudditi. Occorre perciò stipulare un Trattato di natura diversa da quelli finora siglati, un Trattato che si proponga di stabilire non un breve periodo di tregua, ma l’Unione europea perpetua, e che preveda le istituzioni minime per rendere permanente e sufficiente la sicurezza di tutti contro i pericoli esterni (allora i musulmani) e contro i pericoli di guerra civile. Per arrivare a questo occorre convincere i sovrani che è nel loro interesse, e nell’interesse delle generazioni future, accettare un giudice sopra di sé, un tribunale. L’Unione dovrebbe inoltre prevedere la creazione di un Congresso di deputati o senatori designati dai re, che si dovrebbero riunire per deliberare in assemblea nella Città della pace, una città sottratta alla sovranità di tutti gli Stati membri dell’Unione, protetta da un suo esercito. Ma poiché l’obiettivo dell’Unione è più ambizioso, ed è quello di indicare la via della pace universale, l’Unione siglata fra un nucleo ristretto di sovrani europei dovrebbe restare aperta a forme di associazione con altri Stati alle sue frontiere (innanzitutto la Turchia) e dovrebbe favorire la nascita di altre Unioni, soprattutto in Asia. L’Unione proposta dall’Abbé, come si vede, prefigura nella forma e nella sostanza molte delle problematiche che l’Unione europea, nata con il Trattato di Maastricht sottoscritto dai Capi di Stato e di governo della Comunità europea nel dicembre 1992, si trova a dover affrontare.
Certo, molti cambiamenti e rivoluzioni sono nel frattempo avvenuti, come aveva ammonito l’Abbé. Ma è sorprendente constatare come l’Abbé, con gli occhi della ragione, sia riuscito a intravedere gran parte delle tematiche che l’esperienza recente del processo di integrazione europea ha de facto introdotto nel dibattito politico continentale. Oggi il potere assoluto dei re non esiste più, i sudditi sono diventati cittadini e i nostri Stati sono ormai tutti, nella sostanza, delle repubbliche. Ma i simboli della sovranità assoluta degli Stati, la moneta e la politica estera nazionale, resistono ancora. L’Unione europea ha preso il posto della Comunità europea, ma è ben lungi dall’aver acquisito quella capacità d’agire che la legittimerebbe agli occhi dei cittadini europei e del mondo. Infatti, come aveva ammonito l’Abbé, solo nel momento in cui l’Unione, la nuova società permanente di pace, fosse diventata un soggetto suffisamment puissant agli occhi dei principi e dei sudditi, essa sarebbe divenuta irreversibile.[6]
A distanza di quasi tre secoli, dopo due distruttive guerre mondiali e con l’affacciarsi di nuovi pericoli planetari, queste problematiche sono diventate di estrema attualità non solo per gli Europei, ma per l’intera umanità, ormai spinta, come aveva previsto Kant, «a fare quello che la ragione, anche senza così triste esperienza, avrebbe potuto suggerire».[7]
 
 
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PREFAZIONE*
 
Idea generale del progetto.
 
Mio proposito è quello di suggerire i mezzi che consentano di render perpetua la pace fra tutti gli Stati cristiani. Dio voglia non mi si chieda quale capacità abbia mai acquistato per trattare un argomento di così grande momento e importanza, giacché a tale domanda non avrei risposta da offrire. Infatti, pur avendo fatto, per più di ventitre anni, quanto era in mio potere per istruirmi a fondo nelle materie del governo politico, convinto come sono che esse meritano, più di ogni altra materia, di attirare l’attenzione di un buon cittadino, cionondimeno si può ben dire che dai miei studi io non abbia tratto nulla di quel che sarebbe necessario per esser utile alla patria. D’altronde, se il lettore vuol essere buon giudice del valore di questa mia opera, avrà forse bisogno di altro elemento che non sia l’opera stessa?
Sono trascorsi, a un dipresso, quattro anni che, condotto a termine il primo abbozzo di un Regolamento per il commercio interno del Reame, a diretta conoscenza della miseria estrema in cui sono ridotti i Popoli per causa delle enormi imposte, istruito, per il tramite di svariati e particolari resoconti, sul peso eccessivo dei contributi, sui saccheggi, sugli incendi, sulle violenze, sulle atrocità, sui massacri che ogni giorno patiscono gli infelici che vivono presso le frontiere degli Stati cristiani e, altresì, scosso da tutti i mali che la guerra procura ai sovrani d’Europa e ai loro sudditi, ho preso la risoluzione di andare sino al fondo delle radici prime del male, cercando di scoprire, con le mie riflessioni, se esso fosse per avventura talmente radicato nella natura stessa degli Stati sovrani e dei loro governanti da escludere assolutamente ogni rimedio. E’ così che mi sono posto a scandagliare siffatta materia allo scopo di scoprire se fosse davvero impossibile trovare mezzi praticabili e atti a far sì che il differente futuro destino di ciascun principe o di ciascuno Stato avesse alla fine a darsi senza guerra, rendendo la pace perpetua fra di essi.
Altre volte ho avuto occasione di pensare alla materia anzidetta come alla più utile fra quelle di cui gli spiriti più grandi possano occuparsi. Tuttavia questa riflessione era rimasta senza frutto, giacché mi avevano scoraggiato difficoltà che nascono l’una dall’altra e che traggono origine dal cuore stesso della natura umana. Vero è, per contro, che non avevo riflettuto all’inconveniente presentato da luoghi in cui, pur avendo le mattinate colme o di letture o di riflessioni su questioni siffatte, il mio spirito era come diviso tra uffici, incombenze e divertimenti. Per contro, dimorando infine in campagna, soccorso da forze che danno allo spirito la calma e il piacere della solitudine, mi è parso possibile, con una meditazione tenace e ininterrotta, approfondire un soggetto che per il passato forse non aveva potuto giovarsi dell’approfondimento che certo meritava.
Mi parve allora necessario prender le mosse da una qualche riflessione intorno alla necessità che hanno i sovrani d’Europa, non meno degli altri uomini, di vivere in pace, uniti da una qualche forma permanente di associazione mirata alla felicità del vivere. Per riflettere poi alla fatale contingenza di reciproco conflitto, in cui i medesimi sovrani si trovano per impossessarsi di taluni beni o per spartirseli e, infine, portare mente ai mezzi di cui i sovrani si sono valsi, sino ad ora, sia per evitare a sé stessi di intraprendere le guerre anzidette, sia per non soccombere ad esse una volta intraprese.
Scoprii altresì che gli strumenti su accennati in altro non si risolvevano che nello scambio di mutui impegni sottoscritti o in trattati di commercio, tregua, pace, con i quali sottoporre a regolazione i confini e le altre pretensioni di diritti gli uni nei confronti degli altri, nonché in trattati di assicurazione o di lega, vuoi offensiva, vuoi di difesa, intesi a mantenere o a fissare l’equilibrio delle forze delle case regnanti. Sistema questo che, sino ad ora, dà mostra d’esser segno del più alto livello di prudenza cui i sovrani d’Europa e i ministri hanno condotto la loro politica.
Non ho però tardato a scoprire che, fin tanto che ci si contenterà di mezzi siffatti, non si avrà mai sufficiente garanzia a che i trattati vengano posti in esecuzione, né si avranno mezzi bastevoli per condurre a buon fine, in termini di equità e soprattutto senza guerra, il destino dei diversi Stati, talché, ove non avesse a trovarsi nulla di meglio, i principi cristiani dovranno aspettarsi una guerra pressoché perpetua, destinata a esser interrotta di tanto in tanto da trattati di pace, trattati che sono piuttosto puri e semplici armistizi con i quali non si potrà far altro che prender atto della quasi completa parità delle forze, e della stanchezza e dello stremo dei combattenti giacché, altrimenti, una tal guerra potrebbe esser conclusa solo con la rovina totale del vinto. Sono queste le riflessioni che formano oggetto del primo discorso e che ho risolto in due enunciati o proposizioni prime, che mi propongo di dimostrare:
1. La costituzione dell’Europa al presente altro non è in grado di generare che guerre pressoché continue, per non essere la costituzione suddetta in grado di garantire a sufficienza l’esecuzione dei trattati.
2. L’equilibrio di forze fra la casa di Francia e la casa d’Austria non è in grado di fornire garanzie sufficienti né avverso a guerre all’esterno, né avverso a conflitti intestini, dal che si evince che non può, di conseguenza, fornire garanzie sufficienti sia per la salvaguardia degli Stati, sia per quella del commercio.
Il primo dei passi da compiersi per raggiungere la guarigione di un male grave, radicato, cui sono stati, sino ad ora, opposti rimedi assai inefficaci, sta nel proporsi il compito di penetrare, da un lato, tutte le differenti cause del male, di cogliere a fondo, dall’altro, la sproporzione fra male e rimedi.
Mi posi infine a indagare se per avventura i sovrani non fossero in grado di reperire una qualche forma di garanzia sufficiente per assicurare l’assolvimento dei reciproci impegni, fissando una sorta di arbitrato perpetuo fra loro. Scoprii così che se i diciotto principali regimi sovrani d’Europa, al fine di mantenersi nello stato presente di governo, di evitare fra loro la guerra, di procurarsi tutti i vantaggi di un commercio perpetuo fra nazioni, fossero disposti a dar vita a un trattato d’unione e a un congresso permanente a un dipresso del medesimo modello presentato o dai sette Stati sovrani d’Olanda, o dai tredici Stati sovrani della Svizzera, o, infine, dagli Stati tedeschi, così formando l’Unione europea sulla scorta di quanto v’è di buono nelle unioni anzidette — e, in ispecie, in quella tedesca — scoprii, ripeto, che, ove fosse realizzata l’Unione, i più deboli godrebbero di sicurezza sufficiente, giacché a loro non potrebbe nuocere la maggior potenza dei più forti; ciascuno osserverebbe scrupolosamente i mutui impegni; il commercio non verrebbe mai interrotto; il destino dei diversi paesi, per via dell’arbitrato, non vedrebbe più guerre, fatto quest’ultimo che certo non potrebbe darsi se gli arbitri mancassero.
Ad aver ciascuno una sola voce nella Dieta generale d’Europa sarebbero i diciotto principali Stati sovrani, vale a dire: 1. Francia; 2. Spagna; 3. Inghilterra; 4. Olanda; 5. Portogallo; 6. Svizzera e associati; 7. Firenze e associati; 8. Genova e associati; 9. Stato della Chiesa; 10. Venezia; 11. Savoia; 12. Lorena; 13. Danimarca; 14. Curlandia (con Danzica); 15. Imperatore e Impero; 16.Polonia; 17.Svezia; 18.Moscovia. Conto l’Impero come un solo Stato sovrano, giacché esso costituisce un corpo unico. L’Olanda, del pari, è calcolata alla stregua di un solo Stato sovrano, in quanto questa repubblica, benché composta di sette repubbliche sovrane, forma un solo corpo e altrettanto dicasi della Svizzera.
Esaminando il governo dei sovrani di Germania, ho scoperto altresì che per la formazione del corpo europeo non si oppongono difficoltà superiori a quelle incontrate, a suo tempo, per la formazione del corpo germanico, come dire che nulla impedisce di portare a compimento su grande scala quel che si è già compiuto su piccola. Anzi ho scoperto ancora che vi sarebbe un minor numero di ostacoli e, per contro, verrebbe a esser più facile la formazione del corpo europeo. A confortarmi vieppiù nella persuasione che il corpo europeo non sia affatto una chimera è stato quanto appresi da un amico, cui mostrai, nella mia provincia, il primo abbozzo della presente opera. Costui ebbe a dirmi che Enrico IV aveva dato vita a un progetto in buona sostanza assai simile al mio, progetto che ho poi effettivamente trovato riprodotto nei Mémoires del suo primo ministro, il duca di Sully, nonché nella storia del regno di Enrico IV scritta dal signor di Péréfixe. Venni a scoprire così, del pari, che il progetto stesso era stato accolto e approvato, all’inizio dello scorso secolo, da un gran numero di sovrani, il che mi dette l’opportunità di derivarne talune conseguenze intese a dimostrare che la cosa non sarebbe affatto impraticabile, donde, a un dipresso, ciò che costituisce oggetto del Secondo Discorso:
1. I medesimi motivi e i medesimi mezzi che si sono rivelati, a suo tempo, sufficienti per formare una società permanente di tutti gli Stati sovrani di Germania sono motivi e mezzi di cui possono valersi i sovrani oggigiorno, e possono, altresì, bastare a dar forma a una società permanente di tutti gli Stati sovrani cristiani d’Europa.
2. L’approvazione che la maggior parte dei principi d’Europa dette al progetto di società europea proposta da Enrico il Grande è prova che sia lecito sperare che un analogo progetto possa esser approvato dai loro successori.
Questi modelli di società permanenti, come l’approvazione data cent’anni or sono al progetto di Enrico il Grande, sono pregiudiziali sufficienti a motivare il nostro favore per il progetto presente. Ben sappiamo quale peso possono avere i pregiudizi e come spesso impressionano il comune degli spiriti umani assai più di quanto non facciano le autentiche ragioni tratte dalla materia stessa e derivate, per via di conseguenze necessarie, da primi principi. Ben vedo, d’altronde, come le stesse buone ragioni non possano esser sufficienti per convincere appieno gli spiriti più sottili, e come, inoltre, si possano sempre trovare differenze e diversità fra la società europea da me proposta e le società da me indicate come esemplari del mio modello e che, alla fin fine, Enrico IV avrebbe ben potuto ingannarsi nel credere possibile quello che era, in realtà, impossibile. Mi sono pertanto reso conto della necessità di dimostrare ogni cosa con rigore, talché ho risolto di porre ogni sforzo nell’individuare, con l’ausilio della riflessione, quei medesimi motivi che avevano gli antichi principi di Germania nel secolo scorso a desiderare una pace inalterabile e a individuare mezzi ancor migliori di quelli da loro sperimentati per dar vita a una istituzione ancora più solida.
Per quanto concerne i motivi sufficienti, mi rendo altresì conto che se si potesse proporre un trattato capace di rendere l’Unione solida e inalterabile e di dare pertanto a tutto il mondo una garanzia sufficiente di pace per i principi non si troverebbero che ben pochi inconvenienti e comunque non gravi e si troverebbero, per contro, un gran numero di vantaggi, vantaggi ben superiori a quelli offerti dal presente sistema di guerra, talché molti principi, specie fra i meno potenti, principierebbero ad approvare la loro firma al trattato per poi proporne la firma ad altri e, infine, gli stessi principi più potenti, una volta esaminato da cima a fondo il trattato, finirebbero facilmente con lo scoprire che non sarebbe loro mai possibile prendere un partito, né firmare un accordo più giovevole di questo.
Credo, altresì, di non aver trascurato sforzo alcuno per trovare, come ho trovato, i mezzi praticabili e sufficienti, che presentano gli articoli del trattato di Unione, trattato in cui si trova per tutti una garanzia sufficiente di pace perpetua.
Ora, dal momento che, per un verso, quanti hanno letto i primi abbozzi del Quarto Discorso, sono concordi nel ritenere che un trattato composto di simili articoli costituirebbe la garanzia sufficiente tanto auspicata dai politici e come, per un altro, la firma degli articoli dipenda unicamente dalla volontà dei sovrani e come, altresì, tutti i principi saranno tanto più disposti a firmarli, e ad effettuarne l’esecuzione, quanto più avranno visibilmente scorto l’entità dei vantaggi che dovrebbero venire a loro, si può ben concludere che da parte dei principi medesimi non verrà vista alcuna impossibilità per l’esecuzione del progetto e che, a misura che essi si renderanno conto della sicurezza e dei vantaggi che esso è in grado di procurare, più facile sarà procedere all’esecuzione del progetto stesso. Nella sua interezza, esso si riduce in definitiva ad un semplice argomento.
Se la società europea, che qui si propone, può procurare a tutti i principi cristiani garanzia sufficiente di pace perpetua all’interno, come all’esterno, dei loro Stati, non c’è principe che non cavi ben più vantaggi dalla firma del trattato per la formazione della società europea di quanti ne caverebbe non firmandolo.
La società europea, che qui si propone, potrà procurare a tutti i principi cristiani garanzia sufficiente di pace perpetua all’interno, come all’esterno, dei loro Stati.
Non vi sarà perciò alcun principe che non incontrerà, per la firma del trattato inteso a determinare la società europea, ben pià numerosi vantaggi di quelli che gli verrebbero dalla mancata firma.
La proposizione prima o premessa maggiore contiene i motivi e se ne troverà la prova nel Terzo Discorso che fa seguito ai Discorsi preliminari, da me ritenuti necessari per disporre lo spirito del lettore ad avvertire la forza della dimostrazione. La proposizione seconda o premessa minore contiene i mezzi, che vengono provati nel Quarto Discorso. Per quanto concerne la proposizione terza o conclusione, suo contenuto è il fine il cui raggiungimento mi sono proposto in questa opera.
Poiché questo progetto può cominciare a esser reso noto nelle corti d’Europa o nel corso di una guerra o a conclusione di essa, o anche nel corso di una durevole pace, è stato giocoforza dimostrare brevemente nel Quinto Discorso che, in ciascuna di queste diverse circostanze, il progetto medesimo condurrebbe assai facilmente a concludere la pace, così come provocherebbe un grande desiderio di renderla perpetua, ove essa avesse a concludersi.
E’ noto come nelle materie cosi lontane dai modi usuali di pensare, materie che, per la loro novità, sono sempre sospette di esser colme di bizzarrie e paralogismi, l’intelletto, e questo vale per molti lettori, non può assuefarsi facilmente alle nuove idee, né può assimilare, in breve tempo, tutti i principi dell’opera e tutte le conseguenze che l’autore ne ha tratto e che, pertanto, in mancanza del giusto grado di memoria e di attenzione, è certo possibile che restino nel lettore una certa quantità di dubbi da chiarire e di perplessità da eliminare. E’ stato questo a determinarmi di raccogliere nel Sesto Discorso tutte le obiezioni che mi erano state fatte onde conferire all’opera la chiarezza richiesta.
Infine, poiché ho notato come molti fossero convinti del fatto che, non appena i sovrani d’Europa abbiano firmato, l’uno dopo l’altro, il trattato d’Unione, resterebbero forse ancora difficoltà insormontabili nella formazione del congresso, nonché nel reperimento dei mezzi idonei a dar avvio e sostegno a una simile istituzione, sono stato obbligato, al fine di eliminare i dubbi, a proporre nel Settimo Discorso parecchi articoli suscettibili di incontrare l’accordo dei sovrani. Né credo altresì impossibile proporne altri ancora più utili per rendere l’istituzione in sé stessa più solida e più adeguata a tutti i suoi membri. Non è mia pretesa mostrare altra cosa se non il fatto che le presunte difficoltà che possono sorgere nella formazione di questa istituzione non sono per nulla insormontabili, per essere gli articoli da me proposti sufficienti a porla in essere e a chiarire, in sé stessi, come nulla impedisca ai sovrani di trovarsi d’accordo.
Questa l’analisi, questo l’ordine che ho seguito nell’opera; ecco il frutto che quattro anni di meditazione mi hanno fornito; ecco l’uso da me fatto delle critiche rivoltemi dagli amici. Se mai si è proposto un argomento degno d’esser esaminato con attenzione dagli spiriti migliori e, soprattutto, dai ministri più saggi e dai principi migliori, è questo, giacché si tratta niente meno che di procurare a tutti i sovrani e a tutte le nazioni d’Europa la maggior felicità che una nuova istituzione possa mai loro procurare.
Non è altresì difficile comprendere che, quanto più il presente progetto contempla i mezzi intesi a rendere inalterabile la pace in Europa, tanto più può contribuire ad agevolare la conclusione di quel che oggi è in discussione a Utrecht, giacché gli alleati della casa d’Austria desiderano la pace quanto noi e la sola differenza è che non la vogliono altro che alla condizione che vengano loro offerte garanzie sufficienti della sua durata.
In effetti, ove si esamini l’interesse degli alleati dell’Austria coinvolti nella presente guerra, si verrà a scoprire come tutto giochi su due punti essenziali. Il primo punto si risolve nel pretendere una garanzia sufficiente di conservazione dei loro Stati contro la grande potenza della casa di Francia la quale potrebbe sempre trovare, in futuro, pretesti speciosi e cogliere congiunture favorevoli per fare conquiste a loro spese e introdurre nei loro paesi una forma di religione e un tipo di governo per cui nutrono una profonda ripugnanza. Il secondo punto coincide con il pretendere una garanzia sufficiente di libertà di commercio in America come nel Mediterraneo, l’una e l’altra forma di commercio costituendo più della metà delle entrate dell’Inghilterra e dell’Olanda.
Ora, quali sono le garanzie sufficienti del più debole avverso al più forte che si possono concepire? Al riguardo non vi sono che due sistemi: il primo consisterebbe nell’indebolire a sufficienza, ove possibile, il più forte, il che è, se non impossibile, certo rovinoso e del resto è il medesimo obiettivo seguito nell’attuale guerra dagli alleati dell’Austria, tutti tesi a perseguire la chimera dell’equilibrio. Il secondo sistema consiste, per contro, nel rafforzare a sufficienza il più debole, conferendogli una forza ragionevolmente superiore, senza in nulla scalfire la forza di chi gli è più forte. Bene, questo è quanto io propongo con un trattato di associazione, che darebbe al più debole un’aggiunta di nuovi alleati assai forti e tanto più forti in quanto sarebbero più strettamente uniti e lo sarebbero non per sottrarre al più forte alcunché di quanto possiede, bensì per togliergli qualsiasi potere di nuocere agli altri, come con il portar danno ai loro possessi e nell’interno dei loro Stati o infine con il danneggiarne il commercio estero.
Nella sua seconda stesura, il progetto comprendeva tutti gli Stati della Terra. I miei amici mi hanno fatto notare che quand’anche nei secoli a venire, la maggior parte dei sovrani d’Asia e d’Africa chiedessero d’esser accolti nell’Unione, questa prospettiva parrebbe tanto remota e ricolma di tante difficoltà da gettare sull’intero progetto un’aria, un’apparenza di impossibilità tale da sconcertare tutti i lettori, il che potrebbe condurre qualcuno a credere che, sia pure limitandoci alla sola Europa cristiana, l’esecuzione verrebbe ad essere impossibile. Mi sono perciò tanto più volentieri rimesso alla loro opinione secondo cui l’Unione europea basterebbe all’Europa per conservarla per sempre nella pace e verrebbe altresì ad essere abbastanza potente da conservare le sue frontiere e il suo commercio contro quelli che volessero interromperlo. Il Consiglio Generale che l’Europa sarà in grado di istituire nelle Indie diventerà probabilmente l’arbitro dei principi locali e, con la sua autorità, impedirà loro di prendere le armi. Il credito dell’Unione sarà fra coloro tanto più grande quanto più saranno sicuri che l’Europa stessa altro non vuole che garanzie per il suo commercio — commercio che per quei paesi sarà certo assai vantaggioso — che essa non aspira a fare alcuna conquista e che non annovererà fra i suoi amici altro che quelli della pace.
Se il lettore vuol mettersi in grado di giudicare rettamente l’opera mi pare necessario che si fermi un momento alla fine di ogni Discorso e che si interroghi sull’effetto delle prove da me condotte per mostrare la verità della proposizione. Se trova queste prove sufficienti, può passare oltre. Se, però, non le trova tali, può ritornare ancora su ciò che gli presenta difficoltà o sui luoghi che non ha letto con sufficiente attenzione e non c’è nulla di più normale per i lettori anche più attenti che di mancare di attenzione. Nel primo caso non deve fare altro che un elenco delle sue perplessità per osservare se, nel corso dell’opera e soprattutto nelle risposte alle obiezioni, non si trovino chiarimenti sufficienti. Nel secondo caso, il solo rimedio è quello di rileggere i luoghi fraintesi. In caso contrario, finirebbe con il valersene come un giudice relatore che volesse fare una relazione ed emanare la sentenza senza aver posto sufficiente attenzione alle parti principali del processo. Mi sono sforzato, anche per questo, di operare fra i pensieri una sorta di connessione che lo spirito può cogliere senza difficoltà. Quanti non faranno abbastanza attenzione per cogliere questo legame non riusciranno ad avvertire la forza delle singole argomentazioni e, ancor meno, la forza di una dimostrazione che risulti dalla coordinazione di quelle argomentazioni medesime.
Ammetto che il titolo, che le ho dato, può render prevenuti contro l’opera, ma, dal momento che sono convinto non esser affatto impossibile l’individuazione di mezzi sufficienti e praticabili per render la pace perpetua nella cristianità e dal momento, altresì, che i mezzi che mi si sono presentati rivestono natura di sufficienza e praticabilità, non mi è stato difficile comprendere che, ove avessi io stesso principiato a destar l’impressione di non essere sicuro della solidità di questi mezzi e di dubitare della possibilità dell’esecuzione, i lettori meglio disposti in favore del sistema ne avrebbero a loro volta realmente dubitato e il loro dubbio avrebbe potuto andar più oltre del mio.
Non vi sono cose che possano spingere di più gli uomini all’azione, come le cose di pura astrazione: il capitano di una nave che paia egli medesimo incerto sul successo del viaggio non è in grado di spingere il viaggiatore a imbarcarsi; colui che, al momento di intraprenderla, sia egli stesso dubbioso sulla solidità di una grande opera, che pure abbia deciso di intraprendere, non ha per nulla la spinta giusta a decidere l’impresa. E’ per questo che ho preferito correre il rischio di cadere nel ridicolo, assumendo un tono affermativo e promettendo nel titolo tutto quel che spero di mantenere nell’opera, piuttosto che rischiare, per falsa modestia e insicurezza, di recare il minimo torto al pubblico, impedendogli di riguardare il sistema come un progetto serio e suscettibile d’esecuzione, dal momento che non lo propongo altro che perché credo che un giorno possa davvero esser realizzato.
 
(a cura di Franco Spoltore)


[1] Il Progetto per rendere la pace perpetua in Europa consta di tre tomi. I primi due furono pubblicati a Utrecht, nel 1713, da Antoine Schouten; il terzo, intitolato «Progetto di Trattato per rendere la pace perpetua tra i sovrani cristiani», fu pubblicato dalla stessa tipografia nel 1717. La versione originale e integrale è stata ripubblicata dalla Librairie Fayard nel 1986.
[2] Daniele Archibugi e Franco Voltaggio (a cura di), Filosofi per la pace, Roma, Editori Riuniti, 1991.
[3] Immanuel Kant, «Per la pace perpetua», in La pace, la ragione e la storia, Bologna, Il Mulino, 1985, pp. 99-144.
[4] A questo proposito è utile la lettura della biografia curata da un intellettuale belga, vicino al Movimento pacifista internazionale, Maurice Gustave de Molinari, che si richiamava alla tradizione pacifista di Saint-Simon (M.G. de Molinari, L’Abbé de SaintPierre, membre exclu de l’Academie Française, sa vie et ses oeuvres — Précédées d’une appréciation et d’un précis historique de l’idée de la paix perpétuelle, suivies du jugement de Rousseau sur le Projet de paix perpétuelle ainsi que du project attribué a Henri IV, et du plan d’Emmanuel Kant pour rendre la paix universelle, Parigi, Guillaumin et C., 1857).
[5] Si veda, nel Primo Discorso del Progetto, il capitolo intitolato «Trattato di confederazione: assenza di potere e di volontà».
[6] Si veda a questo proposito la risposta data dall’Abbé all’obiezione n. XXIV: «Come sperare di rendere irreversibile una costruzione umana?», in Progetto per rendere la pace perpetua in Europa, cit.
[7] Cfr. Immanuel Kant, «Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico», Tesi settima, in La pace, la ragione e la storia, Bologna, Il Mulino, 1985, pp. 26-7.
* Dal Progetto per rendere la pace perpetua in Europa (1713-1717).

 

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