Anno XXXVIII, 1996, Numero 2, Pagina 148

 


DANTE ALIGHIERI
 
 
Chi intenda esplorare le radici storiche del pensiero federalista non può non rivolgere uno sguardo attento alle idee espresse da Dante Alighieri nel trattato sulla Monarchia. L’opera fu scritta, come è noto, in occasione della discesa in Italia dell’Imperatore Arrigo VII, dunque intorno al 1311-12: un’impresa che Dante aveva salutato con entusiasmo, nella speranza che l’autorità imperiale potesse venir ristabilita non solo nei confronti dei comuni — ferocemente lacerati al proprio interno oltre che in guerra tra loro, come Dante stesso aveva drammaticamente sperimentato — ma anche nei confronti di una Chiesa e di un papato sempre più direttamente coinvolti nelle vicende politiche italiane.
Il trattato di Dante si proponeva lo scopo di offrire un fondamento teorico al ruolo politico-giuridico che l’impero — nell’auspicio dei suoi sostenitori — era chiamato a svolgere nell’Europa del tempo. E questo sulla base di tre tesi principali, a ciascuna delle quali è dedicato un libro dell’opera: l’impero è necessario al mondo; l’impero romano, del quale gli imperatori medievali sono i successori, è il solo legittimo; l’autorità imperiale discende direttamente da Dio, e pertanto non dipende dall’autorità della Chiesa né dal papato romano.
Ognuna di queste tesi è sostenuta sulla base di numerosi argomenti, secondo lo stile che è tipico della cultura medievale nell’età della grande Scolastica. Dante procede volentieri per sillogismi; assai spesso egli àncora le sue affermazioni all’autorità di passi delle Scritture, ovvero all’autorità di Aristotele, designato per antonomasia «il Filosofo». Ma molte delle argomentazioni di Dante sono originali, e nascono da una riflessione acuta e profonda sui grandi temi della politica del suo tempo.
La tesi più audace, se si considera il momento storico in cui l’opera fu scritta, era quella relativa alla fonte dell’autorità imperiale, cioè all’autonomia dell’impero dalla Chiesa e dal papa. Che l’imperatore fosse debitore a Dio solo della sua carica era già stato sostenuto in passato da alcuni autori di parte regalista, in particolare nell’età della controversia sulle investiture del secolo XI (ad esempio, da Pietro Crasso). Ma Dante ripropose con vigore e con coraggio (in un’Italia ormai prevalentemente guelfa) la tesi della pari dignità delle due supreme cariche, il papato e l’impero, ciascuno autonomo nella sua sfera perché direttamente istituito da Dio. Gli argomenti contrari vengono confutati ad uno ad uno, ivi compresi quelli tratti dai testi sacri: ad esempio, Dante contesta che l’investitura o la deposizione dei re d’Israele da parte dei profeti prefiguri una prerogativa papale di scegliere o di deporre l’imperatore, poiché Samuele e gli altri profeti agirono non quali «vicarii di Dio» (secondo la tesi di parte curialista) ma quali semplici nuncii di una decisione assunta e manifestata da Dio stesso (Monarchia, 3. 6). Il significato profondo di questa impostazione sta evidentemente nella rivendicazione dell’autonomia della sfera temporale rispetto a quella spirituale, cioè nel principio della necessaria separazione tra Stato e Chiesa: uno dei capisaldi della civiltà europea.
Ma gli aspetti più interessanti dell’opera, nella prospettiva del federalismo, si trovano in alcuni passi del primo libro, là dove l’Alighieri argomenta la tesi della necessità della monarchia universale. Sono i passi che riproduciamo qui di seguito e che proponiamo alla riflessione dei lettori.
Tre affermazioni di Dante appaiono ai nostri occhi di straordinario rilievo. Anzitutto, la tesi per la quale il fine ultimo del genere umano nel suo complesso, in quanto organizzato in istituzione politica, è la pace universale (si noti che Dante non fa riferimento alla sola cristianità ma all’umanità in generale, al «genere umano»). In secondo luogo, la lucida motivazione della necessità di un’autorità politica superiore alle città ed ai singoli regni, in grado di imporsi se necessario anche con la forza per evitare la moltiplicazione di controversie senza sbocco (e dunque, per evitare il ricorso alla guerra). In terzo luogo, l’idea che all’imperatore non spetti in esclusiva la potestà di legiferare, bensì soltanto un potere legislativo superiore, che integra ma non elimina quello legittimamente esercitato dalle città e dai regni, ciascuno dei quali presenta caratteristiche specifiche, che richiedono leggi particolari.
Certo, non si deve dimenticare che la costruzione politica teorizzata da Dante è inscindibilmente legata al mondo della cultura medievale. L’istituzione politica universale è l’impero, potenzialmente assoluto, al servizio degli uomini ma voluto da Dio nelle forme della successione dinastica e nel solco della tradizione romana e cristiana; un impero nel quale non vi è spazio né per la divisione né per il bilanciamento delle funzioni e dei poteri, né tanto meno per forme di controllo democratico delle cariche pubbliche e dell’esercizio dell’autorità. Eppure la grandiosità di questa costruzione intellettuale, compiuta (si noti) quando il ruolo politico dell’impero medievale era ormai storicamente giunto al tramonto, non manca di colpire, se solo si riflette alla complessa parabola, allora solo agli inizi, della formazione storica degli Stati «nazionali»: quegli Stati che proclamandosi «sovrani» e «assoluti», domineranno la scena politica europea per circa sette secoli.
Laicità, universalità, sussidiarietà: sono i tre capisaldi, teorizzati da Dante, di una visione coerente delle istituzioni politiche. Di essi, solo il primo troverà realizzazione in Europa nel corso dell’età moderna. Il secondo e il terzo resteranno invece quali esigenze inattuate — anzi, per lo più addirittura inespresse — sino all’età contemporanea.
 
 
***
 
MONARCHIA*
 
I. 1
Sembra che tutti gli uomini che sono stati indotti dalla natura superiore ad amare la verità si riconoscano in questo supremo dovere: come sono stati arricchiti dal lavoro degli antichi, così dovrebbero lavorare essi stessi per i posteri, affinché questi ricevano da loro nuova ricchezza. […]
E poiché, fra le altre verità nascoste e utili, la conoscenza della monarchia temporale è la più utile e la meno evidente e, forse per il fatto di non tendere ad un immediato guadagno, è da tutti trascurata, il mio scopo è di sottrarla all’oscurità, sia per giovare al mondo che per essere il primo ad ottenere a mia gloria il premio di tanta impresa. […]
 
I. 2
In primo luogo bisogna vedere cosa si intende per «Monarchia temporale», per così dire nell’ idea stessa e per quanto riguarda il suo fine.
E’ dunque la monarchia temporale, che chiamano «impero», un principato unico su tutti gli uomini che vivono nel tempo ovvero nelle cose e sulle cose che si misurano col tempo.[1]
Ma a questo proposito tre sono i problemi principali che richiedono una soluzione: in primo luogo infatti si pone il problema e ci si chiede se la monarchia sia necessaria al benessere del mondo;[2] in secondo luogo se il popolo romano si sia attribuito di diritto il ruolo di monarca;[3] e in terzo luogo se l’autorità del monarca dipenda direttamente da Dio, oppure da un altro, ministro o vicario di Dio.[4] […]
Se […] esiste un fine universale dell’intera società umana, sarà questo il fondamento col quale saranno chiarite a sufficienza tutte le verità che bisogna in seguito provare: perché sarebbe pazzesco credere che esiste il fine di una società e di un’ altra, e che non esiste un unico fine valido per tutte.
 
I. 3
Ma ora occorre stabilire quale sia il fine dell’ intera società umana. […]
Esiste dunque un’attività propria dell’intera società umana, in vista della quale l’intera umanità è ordinata in così grande moltitudine; un’attività alla quale non può giungere né un singolo uomo, né una famiglia, né una contrada, né una città, né un regno particolare. Quale sia questa attività, risulterà chiaro se essa apparirà come il fine ultimo dell’intera umanità.[5] […]
 
I. 4
[…]
Poiché come in una parte così è nel tutto, e in un uomo particolare accade che sedendo e riposando egli si perfeziona in prudenza e in sapienza, è evidente che il genere umano nella quiete o tranquillità della pace si trova liberamente e facilmente nella sua propria attività, che è quasi divina secondo il detto «la hai fatto di poco inferiore agli angeli».[6] Quindi è chiaro che la pace universale è la migliore delle cose che sono ordinate alla nostra beatitudine.[7] Perciò dall’alto è stato detto ai pastori né ricchezze, né piaceri, né onori, né lunga vita, né salute, né forza, né bellezza, ma pace.[8] Perciò anche il Salvatore degli uomini salutava dicendo «la pace sia con voi». […]
 
I. 8
[…]
Il genere umano si trova in uno stato di benessere e di felicità quando, nei limiti delle sue possibilità, è simile a Dio. Ma il genere umano è al più alto grado simile a Dio quando esso è al più alto grado unito. Infatti la vera natura dell’uno è in Dio soltanto; per questo è stato scritto: «Ascolta Israele, uno solo è il Signore, Dio tuo». Ma allora il genere umano è assolutamente uno al massimo grado, quando è tutto unito in uno: e questo non può essere se non quando soggiace interamente ad un unico principe. […]
 
I. 10
E dovunque può sorgere una controversia, lì deve esistere la possibilità di un giudizio;[9] altrimenti avremmo una cosa imperfetta priva del suo mezzo di perfezionamento: e questo è impossibile, dal momento che Dio e la natura non possono mancare nelle cose necessarie. Così tra due principi, ciascuno dei quali non sia soggetto all’altro, può sorgere una controversia sia per responsabilità propria che per responsabilità dei loro sudditi, e questo è di per sé evidente: dunque tra questi due deve esistere la possibilità di un giudizio. E poiché nessuno dei due può giudicare l’altro, non essendo l’uno soggetto all’altro — perché pari su pari non ha potere — è necessario che esista un terzo principe di più ampia giurisdizione, che nel suo àmbito giuridico abbia potere su entrambi.[10] E questo o sarà monarca o non lo sarà. Se lo sarà, la nostra tesi è dimostrata; in caso contrario, egli si troverà di nuovo ad avere un suo pari fuori dell’ambito della sua giurisdizione: allora si renderà di nuovo necessario un terzo principe. E così, o si andrà avanti all’infinito o si dovrà giungere ad un primo e sommo giudice, a giudizio del quale ogni controversia si risolva in modo mediato o immediato: e questo sarà monarca o imperatore.
La monarchia risulta dunque necessaria al mondo. […]
 
I. 11
[…]
La giustizia incontra talvolta un ostacolo nel potere; infatti essendo la giustizia una virtù che si esercita nei confronti degli altri, chi potrà operare secondo giustizia senza avere il potere di attribuire a ciascuno ciò che gli spetta? […]
Da questo chiarimento si può dunque dedurre quanto segue: la giustizia è sovrana nel mondo quando si trova in un soggetto dotato di volontà e di potere assoluti. Un soggetto di questo genere è solo il monarca: dunque solo nella persona del monarca la giustizia è sovrana nel mondo. […]
 
I. 12
[…]
Il Filosofo nella Politica dice che in una falsa forma di governo l’uomo buono è un cattivo cittadino, mentre l’uomo buono e il buon cittadino coincidono in un governo giusto.[11] E tali governi giusti tendono secondo giustizia alla libertà, cioè che gli uomini vivano in funzione di se stessi.
Infatti i cittadini non sono istituiti in funzione dei consoli né il popolo in funzione del re, ma al contrario i consoli per i cittadini e il re per il popolo. E come il governo non è formato in funzione delle leggi ma al contrario le leggi in funzione del buon governo, così coloro che vivono secondo la legge non sono ordinati in vista del legislatore, ma piuttosto questo in funzione di quelli, come insegna anche il Filosofo nei libri che ci ha lasciato sull’argomento.[12] Quindi è evidente che, sebbene il console o il re abbiano potere sugli altri riguardo alla via da seguire, sono tuttavia servitori degli altri riguardo allo scopo: e soprattutto il monarca, che bisogna considerare senza dubbio come il servitore di tutti.
Inoltre si può comprendere fin d’ora che la presenza del monarca è resa necessaria dal fine a lui assegnato di stabilire le leggi. Dunque il genere umano che vive sotto il monarca si trova in uno stato di perfezione. Perciò la monarchia è necessaria al benessere del mondo.
 
I. 14
[…]
E’ bene precisare che quando si afferma che il genere umano può essere governato con un unico principe supremo, la proposizione non deve essere intesa nel senso che le singole decisioni di qualunque comune possano procedere in maniera diretta da lui: <pur> essendo le leggi dei comuni talvolta insufficienti e avendo bisogno di essere guidate[13] […]. Le nazioni, i regni e le città possiedono infatti delle caratteristiche particolari, che è necessario regolare con leggi specifiche[14] […].
La proposizione va invece intesa nel senso che il genere umano deve essere governato dal monarca secondo norme comuni, che sono valide per tutti, e deve essere guidato alla pace secondo una regola universale.[15] Spetta ai principi particolari ricevere dal monarca questa regola o legge universale […]. Mosé stesso afferma di aver agito in questo modo, quando associando a sé i capi delle tribù dei figli di Israele, lasciava loro le decisioni di minore importanza, riservando a sé solo quelle più importanti e di interesse generale,[16] di cui si servivano i capi nelle singole tribù secondo la convenienza di ciascuna. […]
 
I. 16
[…]
Se infatti passiamo in rassegna le diverse condizioni dell’umanità e il corso dei tempi, a partire dal peccato originale che è stato il principio di ogni nostro errore, troveremo che il mondo non ha conosciuto la pace universale se non sotto l’impero del divo monarca Augusto, quando esisteva una monarchia perfetta.
 
(a cura di Antonio Padoa Schioppa)


* Trascriviamo qui alcuni passi dell’opera di Dante, scelti con il criterio di privilegiare solo gli spunti più direttamente connessi con le problematiche del federalismo. Riproduciamo — con alcune varianti — la traduzione di Federico Sanguineti, apposta all’edizione dell’opera da lui curata: Dante Alighieri, Monarchia, a cura di F. Sanguineti, Milano 19892 In nota abbiamo riportato alcune proposizioni particolarmente significative nella redazione originale latina, nonché l’indicazione di alcune fonti scritturistiche e aristoteliche richiamate da Dante stesso.
[1] «Est ergo temporalis monarchia, quam dicunt imperium, unicus principatus et super omnes in tempore vel in hiis et super hiis que tempore mensurantur».
[2] «An [monarchia] ad bene mundi necessaria sit», E’ questo l’oggetto del libro I dell’opera.
[3] Ne tratta il libro II.
[4] A ciò è dedicato il libro III.
[5] «Est ergo aliqua propria operatio humanae universitatis, ad quam ipsa universitas hominum in tanta multitudine ordinatur; ad quam quidem operationem nec homo unus, nec domus una, nec una vicinia, nec una civitas, nec regnum particulare pertingere potest. Que autem sit illa, manifestum fiet si ultimum de potentia totius humanitatis appareat».
[6] Salmi 8.6.
[7] «Unde manifestum est quod pax universalis est optimum eorum que ad nostram beatitudinem ordinantur».
[8] «Pace in terra agli uomini di buona volontà»: Luca 2.14.
[9] «Et ubicumque potest esse litigium, ibi debet esse iudicium».
[10] «Inter omnes duos principes, quorum alter alteri minime subiectus est, potest esse litigium vel culpa ipsorum vel etiam subditorum, quod de se patet; ergo inter tales oportet esse iudicium. Et cum alter de altero cognoscere non possit — nam par in parem non habet imperium — oportet esse tertium iurisdictionis amplioris qui ambitu sui iuris ambobus principetur».
[11] Aristotele, Politica, III. 4 (1276b); III. 18 (1288a).
[12] Aristotele, Politica, IV. 1 (1289a).
[13] «Cum dicitur humanum genus potest regi per unum supremum principem, non sic intelligendum est, ut minima iudica cuiuscumque municipii ab illo uno immediate prodire possint: cum etiam leges municipales quandoque deficiat et opus habeant directivo».
[14] «Habent namque nationes, regna et civitates intra se proprietates, quas legibus differentibus regulari oportet».
[15] «Sed sic intelligendum est: ut humanum genus secundum sua comunia, que omnibus competunt, ab eo [imperatore] regatur et comuni regula gubernetur ad pacem».
[16] Esodo, 18.26.

 

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