Anno XXXIV, 1992, Numero 2 - Pagina 145

 

 

KARL JASPERS

 

 

Karl Jaspers, psicologo e filosofo nato a Oldenburg, nella Germania del Nord, nel 1883 e morto a Basilea nel 1969, è uno dei maggiori rappresentanti del pensiero esistenzialista contemporaneo. Laureatosi in medicina, fu professore di psicologia e poi di filosofia presso l’Università di Heidelberg fino al 1937, anno in cui fu costretto a lasciare l’incarico per la sua opposizione al regime nazista, per riprendere l’insegnamento nel 1945.

La sua filosofia è una continua ricerca sul significato della vita e della morte, sul rapporto tra l’uomo e la trascendenza e rispecchia una situazione di profonda crisi, la crisi di un uomo che ha vissuto e subito le tragiche conseguenze degli avvenimenti che hanno segnato il nostro secolo: le due guerre mondiali e le atroci esperienze del nazismo.

Il suo pensiero rivela dunque una costante sensazione di disagio e di precarietà, ma nello stesso tempo una forte tensione verso il superamento delle angosce e dei limiti entro i quali l’uomo si dibatte. La consapevolezza del rischio che incombe sulla possibilità dell’uomo di pensare e agire non gli impedisce di avere fiducia nella ragione umana e nel valore delle idee come «forze motrici». Ciò gli permette di porsi di fronte ai problemi dell’umanità con spirito costruttivo: alla base di ogni idea, di ogni progetto – egli scrive – sta «un’inesplicabile fiducia, la certezza della fede che non tutto è vano e semplicemente un caos privo di senso, un passare dal nulla al nulla. A questa fiducia si rivelano le idee che guidano il nostro cammino attraverso il tempo».[1]

E’ sulla base di questa fiducia che egli analizza la situazione dell’umanità dopo la fine della seconda guerra mondiale, situazione caratterizzata da una sempre più accentuata interdipendenza («L’elemento storicamente nuovo... è la reale unità dell’umanità sulla Terra. Il pianeta è diventato per l’uomo un tutto unico dominato dalla tecnica delle comunicazioni... Tutti i problemi essenziali sono diventati problemi mondiali...»)[2] e condizionata dallo scoppio della bomba atomica («...non si può annullare il fatto che l’umanità è arrivata al punto di essere in grado di distruggere sé stessa. Solo annullando la violenza totale (come guerra) diventa possibile la situazione che eviti la rovina dell’umanità»).[3]

L’analisi che egli fa del presente è basata sulla consapevolezza della dimensione storica dell’uomo: la storia – egli scrive – è aperta verso il passato e verso il futuro e al centro stiamo noi, sta il nostro presente, che non è un «presente puro e semplice», chiuso nell’angusto orizzonte della giornata, ma è legato allo sfondo storico ed è «gravido delle virtualità del futuro che è latente in esso e di cui facciamo nostre le tendenze contrastandole o adottandole».[4] Il pensiero storico, dunque, non solo interpreta il passato, ma deve anche prevedere, preannunziare. Le prognosi, infatti, «aprono l’area del possibile, offrono punti di partenza per il piano e l’azione, ci portano nei più lontani orizzonti, accrescono la nostra libertà con la coscienza del possibile»:[5] insomma, la presunta conoscenza di un futuro (basata non su arbitrarie fantasie, ma sulle solide fondamenta dell’esplorazione del passato e dell’interpretazione del presente) contribuisce a realizzarlo. La coscienza di tutto ciò – aggiunge Jaspers – non può essere disgiunta da una parte dall’umiltà, riconoscendo i limiti del sapere e del potere, e dall’altra dalla consapevolezza che, mentre ciò che è patrimonio ereditario dell’uomo è praticamente indistruttibile, le acquisizioni della storia possono andare perdute. Ed è proprio per trovare un rimedio a questo pericolo, e per contribuire al perpetuo dialogo dell’uomo con sé stesso, con gli altri e con la storia, che Jaspers affronta il problema dell’unità del mondo. Con il testo che pubblichiamo qui di seguito egli ne esamina le implicazioni e suggerisce risposte simili o uguali a quelle che il pensiero federalista ha dato ai mutamenti e alle necessità del mondo in cui viviamo.

A partire dalla obiettiva interdipendenza globale, egli afferma la necessità del superamento della divisione del mondo in Stati sovrani: «Dove sussiste una sovranità che non è quella dell’ordine dell’umanità nel suo insieme, sussiste anche una fonte d’illibertà, perché deve affermarsi con la forza contro la forza», cioè con la guerra.[6] E al nazionalismo, che «ha cessato di essere un fattore del divenire politicamente decisivo»,[7] contrappone il federalismo, che instaurerà un ordine mondiale basato sul diritto e «stabilito per decisione comune mediante il negoziato»[8] (escludendo quello che definisce «impero mondiale», ossia una pace basata sull’asservimento ad un unico potere).

Nel libro sulla bomba atomica Jaspers si scaglia impietosamente contro la convinzione di poter fondare la pace universale sull’ONU: «All’origine della Carta delle Nazioni Unite c’è una funesta oscurità. L’ONU vuole eliminare dal mondo la violenza come mezzo della politica. Ma trova soccorso nella forza degli Stati membri, i quali, quando sono venuti meno tutti gli altri mezzi, con la forza bellica devono procurare energia al diritto. L’ONU non è quello che pretende di essere. Rappresenta... una falsità. L’ONU è come un teatro, in cui è messa in scena una urtante recita tra le azioni reali delle grandi potenze».[9] Queste recise affermazioni, accompagnate da una più ampia analisi di quella che definisce «la menzogna dell’ONU» ci ricordano le critiche di Einaudi e di Lord Lothian alla Società delle Nazioni, l’organizzazione internazionale che ha preceduto l’ONU e di cui quest’ultima non ha saputo superare le contraddizioni. Ma, dopo averne denunciato i limiti (che sussistono tuttora, ma che erano ancora più evidenti nel clima della guerra fredda in cui il libro è stato scritto), Jaspers, con lo sguardo rivolto al futuro, cerca di recuperare la funzione di simbolo che le Nazioni Unite mantengono: «L’ONU mostra all’opinione pubblica mondiale qualche cosa in più della diplomazia dei singoli Stati. Un organo dell’umanità – sia pure ancora miserabile – si mostra all’umanità stessa. Diventa più evidente che cosa sia la poderosa idea della pace e dell’unità fra gli uomini...».[10] La sua speranza è che un giorno l’ONU, trasformandosi, possa diventare l’organizzazione capace di instaurare il regno del diritto nel mondo.

Ma il cammino in direzione dell’«ordine mondiale» implica nello stesso tempo coraggio e pazienza. «Pazienza, tenacia, intrepidezza sono qualità indispensabili all’uomo politicamente attivo. Questa pazienza consiste nell’atteggiamento morale che non soccombe alle mortificazioni personali, che tiene sempre d’occhio il tutto concreto, che valuta e distingue l’essenziale dal non essenziale. Consiste nella vigilanza che non diminuisce con l’attesa e con l’apparente infruttuosità...».[11]

Parole che sembrano riecheggiare quelle che Altiero Spinelli scrisse nel corso della lotta politica per creare la Federazione europea: «...nella condizione umana solo coloro che sanno essere fedeli alle loro idee nelle ore oscure della disfatta meritano un giorno la vittoria».[12]

 

 

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L’UNITA’ DEL MONDO*

 

Grazie alla straordinaria velocità di comunicazione, la tecnica ha portato all’unificazione del globo. La storia dell’umanità come un tutto è cominciata. Questa si è avviata verso un medesimo destino comune. Gli uomini di ogni parte del mondo sono in grado di vedersi.

Dal momento che, grazie alla tecnica delle comunicazioni, l’intero globo terrestre è oggi più facilmente raggiungibile di quanto non fosse l’Asia orientale per l’Impero celeste oppure il Mediterraneo per Roma, l’unità politica della Terra non può essere che una questione di tempo. La via sembra portare dagli Stati nazionali all’impero mondiale oppure ad un ordine mondiale, passando per grandi aree continentali di governo. Tale unità politica della Terra verrà imposta un giorno da una volontà di potere e di dominio, di cui si trovano sempre esempi nella storia e che ha come obiettivo più o meno cosciente il più grande degli imperi mondiali che si possa costituire, ed in seguito dalla volontà di pace, che cerca una vita libera dalla paura in un ordine del mondo.

Così infatti già oggi la storia locale è divenuta storia universale. Le tendenze universali sono orientate in primo luogo verso una strutturazione di grandi aree vitali continentali, che sono in rapporto le une con le altre. Le aree del continente americano, dell’Asia orientale, dell’impero russo, delle regioni europee, medio-orientali ed africane non possono rimanere separate e indifferenti le une alle altre. Esse non si limitano infatti a constatare reciprocamente la loro presenza, ma piuttosto vivono in un rapporto effettivo di scambio materiale e spirituale o altrimenti in una situazione di chiusura che accresce le tensioni.

 

Introduzione. L’analogia storica con la fine del «periodo assiale».

 

Nel «periodo assiale»[13] si sviluppò nell’uomo la coscienza di sé. Apparvero le immagini ed i pensieri forti, che segnarono il passaggio dalle epoche mitiche a quelle non più mitiche o almeno non più caratterizzate da miti ingenui. Possibilità infinite si svilupparono nella libera lotta spirituale di un mondo diviso dalla politica di potenza. Ogni forza suscitò e stimolò le altre.

Ma l’uomo sperimentò perla prima volta, attraverso il suo slancio più alto, il suo completo stato di necessità ed acquisì la consapevolezza della propria imperfezione e della propria imperfettibilità. L’obiettivo divenne la liberazione.

Si sviluppò il pensiero razionale e, insieme ad esso, la discussione: grazie ad essa ognuno lancia la palla all’altro ed attraverso le generazioni si rafforza e si approfondisce continuamente la consapevolezza. Ad ogni posizione si contrappose la posizione contraria. Nel complesso, tutto rimase aperto. Si prese coscienza della precarietà. Un’immensa inquietudine si impadronì dell’uomo. Per la coscienza il mondo sembrò divenire sempre più indecifrabile.

Alla fine si verificò il crollo. A partire dal 200 a.C., grandi unificazioni, politiche e spirituali, e costruzioni dogmatiche dominarono il campo. Il periodo assiale si concluse con la costituzione di grandi Stati, che realizzarono l’unità con la violenza (l’Impero unitario cinese di Tsin-Shi-Huang-Ti, la dinastia Maurya in India, l’impero romano). Questi tre cambiamenti da una molteplicità di Stati ad imperi universali (universali nel senso che comprendevano tutti gli accadimenti mondiali allora conosciuti in tre settori del mondo che in quell’epoca quasi non si conoscevano) avvennero contemporaneamente. La trasformazione fu dappertutto straordinaria: la libera lotta degli spiriti sembrò fermarsi. La conseguenza fu una perdita della coscienza. Solamente alcune potenzialità di pensiero ed alcune costruzioni spirituali del passato periodo assiale furono conservate, al fine di fornire alle nuove autorità statuali comunità di spirito, splendore e convenzione. L’idea imperiale si realizzò in forme fondate sulla religione. Seguirono lunghi periodi caratterizzati da stabilità spirituale, tipica dei grandi imperi, con un appiattimento culturale legato alla cultura di massa e con spiritualità sublimi, ma prive di libertà, di aristocratici conservatori. E’ come se il mondo fosse sprofondato in un sonno di secoli, contraddistinto dall’autorità assoluta dei grandi sistemi mummificati.

Gli imperi universali erano grandi monarchie, ed erano per la maggior parte dei popoli dominazioni straniere, al contrario delle poleis e delle ristrette comunità tribali e nazionali che si autogovernavano. L’autogoverno di queste era fondato sulla partecipazione attiva al pensiero ed all’azione politica, in quella forma aristocratica di democrazia che si affermò, sia pur sotto forme diverse, ad Atene e a Roma. L’autogoverno scomparve con il passaggio alla parvenza di democrazia uniformatrice dei grandi imperi (che si era già ampiamente affermata ad Atene dopo la morte di Pericle e a Roma con il passaggio al cesarismo). Dove la partecipazione all’attività politica venne sostituita dalla semplice obbedienza e sudditanza, ogni potere divenne, per la coscienza del singolo, un potere straniero, almeno per la maggior parte della popolazione dell’impero.

Alla trasformazione delle situazioni esistenti in quelle tipiche dei grandi imperi si accompagnò un profondo cambiamento dell’uomo. L’impotenza politica modificò coscienza di sé e vita. La forza dispotica, che appariva inseparabile dal grande impero, si rifletté sul singolo, lo isolò, ne livellò lo spirito. Là dove non è possibile esercitare alcuna reale corresponsabilità e dove il singolo non ha alcuna possibilità di intervento, allora tutti sono schiavi. E tale schiavitù venne mascherata mediante espressioni ed istituzioni fittizie che risalivano al passato di libertà. Non si è mai parlato così tanto della libertà greca – ed anzi i vincitori hanno ripetutamente dato assicurazioni sul suo rispetto – come quando essa fu definitivamente distrutta a favore del regime imperiale. Ciò che avveniva negli uomini che affermavano il loro esserci nella comunità, in continua lotta con l’esterno e con l’interno per un ordinamento migliore a partire dagli ordinamenti effettivi già in vigore nella polis greca, andò perduto. Il legame tra uomini privi di potere divenne qualcosa di completamente diverso: un regno divino, la fede nella resurrezione e nella redenzione (i cristiani). E dall’altro lato si svilupparono nei dominatori (i Romani) una consapevolezza complessiva che condusse alla responsabile conduzione dello Stato nell’interesse dell’umanità intera, un’arte raffinata di governo e la costituzione di un’autorità che abbracciava il mondo.

L’analogia getta forse una luce sul nostro futuro, anche se esso sarà molto diverso, e nello stesso tempo è un monito per tutti coloro che vogliono la libertà dell’uomo.

Quale aspetto avrà l’unità? Se lo Stato mondiale è il primo traguardo, forse non molto lontano, degli sviluppi attuali, tale Stato mondiale potrebbe presentarsi o come un impero creato con la forza e retto in modo unitario (forse sotto forma di un potere esercitato con l’assenso formale di molti Stati, ma in realtà gestito in modo centralizzato), oppure come un governo mondiale basato su accordi e trattati tra Stati, che hanno rinunciato alla propria sovranità a vantaggio della sovranità del genere umano, che cerca la propria strada in un ordinamento giuridico.

Le ragioni di questo processo verso l’unità del mondo sono in primo luogo la volontà di potenza, che oggi è forte come in ogni tempo e non si placa fino a quando non ha ottenuto tutto; in secondo luogo le grandi emergenze del nostro pianeta, che spingono verso un accordo le grandi potenze, nessuna delle quali può osare una decisione basata sulla forza a causa degli enormi pericoli cui andrebbe incontro; ed infine, al di sopra di questi due motivi, l’idea della solidarietà dell’umanità.

Tutto quel che accade nel presente sembra essere una lotta preliminare per assicurarsi le migliori situazioni di partenza nella battaglia finale che deciderà l’ordine planetario. La politica mondiale attuale è alla ricerca di una base per l’assetto finale, da conseguire con mezzi violenti o pacifici. Fino a quel momento, tutte le situazioni ed i rapporti di potere sono provvisori. Il presente appare dunque come un momento di transizione verso questo ordinamento finale del pianeta, anche se in un primo tempo appaiono fenomeni che sembrano andare nella direzione opposta: ad esempio la radicale interruzione, per la maggioranza degli uomini, di ogni comunicazione sulla Terra ad opera dei regimi totalitari. E’ ora il caso di analizzare più da vicino quali tendenze conducano da questa fase di transizione al futuro.

 

Impero mondiale o ordine mondiale.

 

Occorre chiedersi per quale via l’ordine mondiale possa essere conseguito. Potrebbe infatti nascere facendo uso dello strumento disperato della violenza, così come, secondo le parole di Bismarck, l’unità tedesca era conseguibile solamente «con il sangue e con il ferro». Oppure potrebbe nascere sulla base di negoziati, in virtù di una mutua comprensione: in tal modo si legarono in una Unione nel XVIII secolo gli Stati dell’America del Nord, cedendo una parte sostanziale della loro sovranità individuale a favore della sovranità del tutto.

Nel primo caso la forma assunta dall’ordine mondiale sarebbe la pace statica del dispotismo, nel secondo caso sarebbe invece una pacifica comunità di tutti, che continuamente si trasformerebbe in un processo democratico caratterizzato da irrequietezza ed autocorrezione. Con un’antitesi semplificata, si tratta dunque di scegliere fra la via dell’impero mondiale o la via dell’ordine mondiale.

L’impero mondiale è la pace mondiale instaurata da un unico potere, che determina tutto da un unico luogo della Terra. Tale impero si regge sulla violenza; modella le masse livellate mediante la pianificazione totale ed il terrore. Una visione uniforme del mondo viene imposta a tutti, in semplici linee essenziali, con la propaganda. La censura e la direzione dell’attività spirituale condizionano quest’ultima attraverso un piano, che può essere modificato in ogni momento.

L’ordine mondiale è l’unità senza altro potere all’infuori di quello stabilito per decisione comune mediante un negoziato. Ordinamenti già decisi possono essere modificati solamente da nuove decisioni prese sulla base di leggi stabilite. Ci si sottopone in comune a queste procedure ed alle decisioni prese a maggioranza; si garantiscono a tutti i diritti comuni, diritti che proteggono anche le minoranze e rimangono per l’umanità un sistema in movimento e autocorrezione.

Dunque all’assoggettamento di tutti ad un punto si contrappone l’ordine basato sulla rinuncia di ognuno alla sovranità assoluta. Perciò la via che porta all’ordine mondiale presuppone la volontaria rinuncia dei potenti come condizione della libertà di tutti.

Dove sussiste una sovranità che non è quella dell’ordine dell’umanità nel suo insieme, sussiste anche una fonte di illibertà, perché deve affermarsi con la forza contro la forza. Ed anche se il punto di partenza è una libera democrazia, l’organizzazione della forza – ovvero la conquista e la fondazione dell’impero – conduce alla dittatura. Così accadde a Roma nella transizione dalla repubblica al cesarismo. E così la rivoluzione francese sfociò nella dittatura di Napoleone. Una democrazia che esercita un’azione di conquista nega sé stessa. Una democrazia che invece ha relazioni pacifiche con il mondo esterno, pone le basi di un’unione di tutti fondata sull’uguaglianza. La pretesa di una piena sovranità deriva dalla volontà dell’autoaffermazione priva di comunicazione con l’esterno. Nell’epoca dell’assolutismo, quando fu definito il concetto di sovranità, le conseguenze di tale processo furono spietatamente portate a piena consapevolezza sia con le parole sia con i fatti.

Quando nel processo decisionale comune persiste il diritto di veto delle grandi potenze, allora si conserva intatta anche la pretesa di sovranità assoluta. Quando invece gli uomini si riuniscono con il proposito della pace – scopo che tutti incondizionatamente desiderano – allora vale tra loro l’accordo che li sottopone alle decisioni della maggioranza. Al fine di cambiare tale decisione maggioritaria vi è la possibilità di una ulteriore azione intesa a convincere gli altri a sostituire la prima decisione con un’altra. Non sono invece permessi né il veto né l’impiego della forza.

Le ragioni per rinunciare al veto e alla sovranità scaturiscono in primo luogo dal senso di umanità che vuole la pace; e inoltre dall’accorta previsione che il proprio potere fallirà senza un’unione con tutti gli altri; dalla prospettiva di subire in una guerra, persino in caso di vittoria, perdite così gravi da sopraffare ogni altra cosa; dal piacere di associarsi pacificamente in una battaglia spirituale e nella costruzione dell’ordine mondiale; ed infine dal piacere di vivere con uomini eguali e dall’avversione per il dominio su vinti e schiavi.

L’ordine mondiale significherebbe – con il superamento della sovranità assoluta – il superamento del vecchio concetto di Stato, a favore dell’umanità. Ne deriverebbe non uno Stato mondiale – che sarebbe un impero mondiale – ma un ordine, che si rinnova continuamente nel negoziato e nelle deliberazioni, costituito fra Stati che si amministrano in settori determinati dalla legge: un federalismo che abbraccia il tutto.

L’ordine mondiale diverrebbe la continuazione e la generalizzazione della libertà politica interna. Entrambi sono possibili solamente se l’ordinamento politico si limita ai problemi dell’esserci. A questo livello non sono in gioco lo sviluppo, la formazione e l’arricchimento dell’uomo nella sua interezza, bensì tutto ciò che gli uomini hanno o possono avere in comune per natura, ciò che unisce gli uomini al di là di ogni diversità, di ogni divergenza di fede e di visione del mondo, ciò che è universalmente umano.

Il diritto naturale ha cercato fin dall’antichità di identificare questo vincolo universale. Esso fornisce le basi dei diritti umani e costituirebbe, in seno all’ordine mondiale, un’autorità capace di difendere anche il singolo individuo dalla violenza del suo Stato, grazie alla possibilità di un’efficace azione legale in nome della sovranità dell’umanità intera.

Si possono elaborare principi ragionevoli per l’uomo in quanto uomo, come i principi per la pace perpetua di Kant. I concetti di «diritto all’autodeterminazione», di «eguaglianza», di «sovranità dello Stato» conservano il loro senso relativo, ma perdono il loro senso assoluto. Si può dimostrare che lo Stato totale e la guerra totale sono in contraddizione con il diritto naturale: in essi infatti mezzi e premesse dell’essenza umana diventano fini ultimi, oppure il senso del tutto, il diritto dell’uomo, sono distrutti dall’assolutizzazione dei mezzi.

Il diritto naturale si limita all’ordinamento dell’esserci. Il suo scopo finale è sempre relativo – quello dell’ordinamento dell’esserci – ma il suo motivo è lo scopo finale assoluto dell’autentico e completo essere umano nel mondo.

Per quanto vivo possa essere il nostro interesse, non si può fare in anticipo un abbozzo dell’era dell’unità mondiale. Di ciò che sarà si possono invece esaminare possibilità e limiti.

1) Tutto quello che accadrà sarà interno al mondo nella sua globalità. Nessuna potenza straniera, nessun popolo barbaro potrà mai più fare irruzione da un territorio esterno, come invece è sempre avvenuto per gli imperi universali del passato. Non ci saranno né un limes né una muraglia cinese (se non nel periodo di transizione, quando le grandi aree saranno ancora divise le une dalle altre). Il mondo unito sarà unico, comprenderà l’intero globo, sarà concluso e perciò non potrà assolutamente essere paragonato agli imperi del passato.

Se non vi sarà più alcuna minaccia dall’esterno, verrà a mancare la politica estera, e con essa la necessità di adattare l’ordine alle esigenze di difesa contro attacchi esterni. Il principio del primato della politica estera sulla politica interna perderà il proprio significato, come l’ha sempre perso in parte nel passato, quando la minaccia esterna era molto ridotta (ad esempio in Inghilterra), o all’epoca dei grandi imperi, almeno per brevi periodi (a Roma e in Cina).

L’intera produzione andrà a beneficio dell’esserci, e non sarà distrutta dalla guerra.

Verrà a cadere anche la necessaria interdipendenza tra organizzazione militare (per la minaccia dall’esterno o per obiettivi di conquista), pianificazione totale, forza e negazione della libertà. In uno Stato retto dal terrore e divenuto un impero mondiale rimarrà invece la possibilità che un legame fra questi fattori sussista.

Nel caso di una crisi generale dell’umanità o in presenza di una latente anarchia l’intero ordine non sarà più costretto da minacce esterne ad imporsi, come è avvenuto finora.

2) Un futuro ordine mondiale non potrà costituirsi tutto d’un colpo ed in modo definitivo, ma in numerosi e successivi stadi di libertà. Vi saranno stadi differenti nella sua evoluzione. Ciò che tiene tutti uniti in quanto interesse comune, al fine di assicurare una pace durevole, potrà essere limitato a pochi elementi, ma in ogni caso dovrà togliere a tutti la sovranità, a favore di una sola sovranità che comprenda tutto. Tale sovranità potrà essere limitata agli elementari problemi del potere – forze armate, polizia, legislazione – e in essa l’intera umanità sarà coinvolta attraverso il voto e la partecipazione.

Ma la vita umana sarebbe molto più ricca di quanto non sia prescritto dalle leggi generali che la governano. Come essa sarà in una situazione di pace universale dipenderà dai molteplici ordinamenti che si saranno storicamente formati sotto l’influenza delle condizioni tecniche della vita.

Lungo la strada verso questo traguardo ordinamenti limitati e provvisori saranno punti di partenza per la formazione di un’etica pubblica dell’umanità.

Tutto ciò sarà possibile solamente in assenza di una pianificazione totale – con il solo ausilio del piano rappresentato dalle leggi e dagli accordi validi per tutti – in un regime di libertà di mercato che disciplini ancora i settori essenziali, nella libera concorrenza e competizione dello spirito, in uno scambio libero che riguardi soprattutto la vita spirituale.

3) Per analogia con gli imperi romano e cinese si può congetturare come in un impero mondiale – a differenza di quanto accadrebbe nell’ordine mondiale – si trasformerebbero l’anima e lo spirito dell’uomo. Si assisterebbe a un livellamento degli uomini come mai si è verificato, a una vita da formiche in vuota solerzia, a un irrigidimento e inaridimento dello spirito, a un processo di conservazione delle gerarchie di potere da parte di un’autorità sempre più priva di valore spirituale. Comunque, questi pericoli potrebbero non essere assoluti.

Nell’unità del mondo imperiale vi sarebbero nuovi tipi di movimento, possibilità di individualizzazione, di rivoluzione, di frantumazione del tutto in nuove parti, che nuovamente entrerebbero in conflitto tra loro.

4) E’ allora possibile per l’umanità conseguire un ordine mondiale giuridico, sulla base di una forma politica ed un ethos vincolante? La risposta potrà essere data solamente nel futuro, da epoche che siano piene di contenuto e che sappiano trovare per un momento la loro pace e la loro creatività in grandi ordinamenti. Cercare di anticipare tale risposta significherebbe crearla con il pensiero, e ciò è impossibile. L’aspettativa che una verità primordiale possa svolgere un ruolo nella realtà del nuovo ordine mondiale non dice nulla sui contenuti di questo. Ed infatti ciò che in futuro reggerà pubblicamente l’essere umano come ethos universale non potrà sorgere dalla restaurazione di realtà svanite, ma dal riaccendersi del loro contenuto in forme imprevedibili.

Alla domanda se sia possibile creare un ordine mondiale sulla base del dialogo e delle decisioni comuni, come condizione e come conseguenza della libertà, bisogna senz’altro rispondere che esso non è mai esistito, ma ciò non significa che sia impossibile. Esso presenta una analogia con lo sviluppo della libertà borghese nell’ordine democratico, con il superamento della violenza per mezzo del diritto e della legge, che, sebbene si sia verificato raramente e sempre in modo imperfetto, di fatto in alcuni casi eccezionali ha avuto successo. Ciò che è avvenuto in paesi territorialmente limitati, e dunque è stato in qualche misura reale, non è in linea di principio impossibile per l’umanità intera. Anche se l’idea è facile da concepire, la sua realizzazione è immensamente difficile, così difficile che molti saranno sempre inclini a credere che sia impossibile.

In ogni caso, la via della realizzazione passa storicamente attraverso i detentori della potenza politica.

 

I detentori della potenza politica.

 

1) La via verso l’ordine mondiale passa attraverso gli Stati sovrani che hanno una forza organizzata e la mantengono pronta all’impiego nell’eventualità di un conflitto militare. Il destino dell’umanità sarà deciso dal modo in cui essi, con il negoziato o con la guerra, risolveranno le tensioni reciproche e troveranno dei punti di incontro.

Un esame concreto degli Stati esistenti ci dà il quadro della situazione politica mondiale. Ci sono le grandi potenze – America e Russia – poi le nazioni europee alleate, quindi le nazioni neutrali ed infine, a gradi differenti, gli sconfitti. Alla completa impotenza degli ultimi corrisponde la piena sovranità dei primi. E nel mezzo vi sono le nazioni autonome, che pur essendo più o meno indipendenti, non di rado devono prendere le loro decisioni secondo le disposizioni dei grandi.

Nel complesso l’epoca degli Stati nazionali è chiaramente conclusa. Le odierne potenze mondiali comprendono molte nazioni. La nazione, nel senso dei popoli europei, è troppo piccola per poter essere, come tale, una potenza mondiale.

Oggi si tratta dunque di vedere come le nazioni si uniscono per costituire una potenza mondiale: se vengono assoggettate da un’altra nazione oppure se, continuando a vivere come nazioni di pari rango, si riuniscono in una comunità di Stati, a cui sacrificano la loro particolare sovranità. Questa comunità può chiamarsi a sua volta nazione, per un principio politico della vita degli Stati e della società, in cui si trovano radunati uomini di più popoli. Il senso della coscienza nazionale si è trasformato da etnico in politico, da dato naturale in principio spirituale. E tuttavia oggi, grazie al permanere dei fantasmi del passato, si continua a parlare di nazionalismo, mentre esso ha cessato di essere un fattore del divenire politicamente decisivo.

Accanto alle grandi potenze, che devono la loro posizione allo sviluppo industriale, ci sono le potenze del futuro: anzitutto la Cina, che, grazie alle materie prime, alle masse di uomini, al talento, alla tradizione e alla collocazione geopolitica, forse in un tempo non lontano diventerà una delle chiavi degli eventi mondiali; e poi l’India, che, come un continente a sé, sulla base di un patrimonio spirituale del tutto unico, presenta con i suoi popoli la possibilità di uno sviluppo di potenza, e che tuttavia, nonostante tutti i movimenti di liberazione, in realtà ancora fatica a progredire. Se si considera la storia del mondo nella sua interezza, entrambi gli Stati oggi più potenti, America e Russia, sono formazioni storicamente molto giovani. E’ vero che hanno fatto propria l’evoluzione culturale di millenni, ma sono un innesto relativamente recente. Il cristianesimo è penetrato in Russia, l’Europa è spiritualmente presente in America. Ma sia l’America che la Russia, rispetto alle civiltà primordiali che hanno creato il mondo, sono caratterizzate da una mancanza di radici ed insieme da una splendida semplicità. Osservarle è per noi al tempo stesso un’esperienza enormemente istruttiva e liberatrice, ma anche un motivo di timore. La nostra eredità culturale è per noi soli in Europa singolarmente preziosa, come per altro verso per i Cinesi e gli Indiani lo è la loro. Essa dà infatti, a noi e a loro, in ogni situazione, il sentimento della propria origine, un senso di sicurezza e spirito di sacrificio. Per contro, è sorprendente come gli attuali potenti della Terra siano a volte oppressi da un complesso di inferiorità, che da loro viene dissimulato con atteggiamenti puerili e con la violenza della sopraffazione.

Sarebbe estremamente interessante comprendere come si svolge il gioco delle forze politiche, come esso si modifichi a seconda delle mosse degli Stati nell’intreccio delle relazioni dei possibili rapporti di potere, e come, nonostante ciò, permangano alcune tendenze di fondo. Infatti, i principi politici e spirituali del nuovo ordine potranno realizzarsi solamente sfruttando il potere che si può conseguire in questo gioco.

Nell’esperienza di tutti i giorni molte cose sembrano casuali. Tutto ciò che si pone in contrasto con l’inserzione in contesti più ampi, produce sventura: ad esempio l’assolutizzazione di pretese nazionali, oppure tutti gli artifici concepiti per procurarsi un vantaggio speciale, e ancora tutti i tentativi di creare contrasti fra i grandi nella speranza di trame vantaggio.

2) Tutti gli uomini che popolano oggi il globo – e sono più di due miliardi – sono coinvolti nel gioco delle superpotenze. Ma la conduzione del gioco ed il suo esito sono nelle mani di popoli che, in proporzione, costituiscono solo una minima parte della massa. La maggioranza è passiva.

Vi è una divisione primordiale del mondo, che risale all’inizio della storia. Solamente a partire dal XVI secolo tale divisione è stata mutata su vasta scala ed ha riguardato grandi spazi relativamente vuoti o abitati da popoli incapaci di opporre resistenza. La razza bianca si è impadronita degli spazi dell’America, dell’Australia e dell’Asia settentrionale fino all’oceano Pacifico, dando luogo a una nuova ripartizione della Terra.

Se si vuole escludere la via che passa per un violento impero mondiale, una futura federazione mondiale deve trarre origine da tale ripartizione del mondo così come è di fatto. Lungo la strada della violenza sembrano invece possibili lo sterminio di popoli, le deportazioni, l’eliminazione di razze intere e dunque la negazione dell’uomo.

Le grandi masse umane della Cina e dell’India, che hanno resistito all’intrusione esterna, ed i popoli del Medio Oriente non potranno a lungo essere dominati, o anche guidati, dagli Europei. Ma l’enorme difficoltà consiste nel fatto che tutte queste masse umane dovranno prima raggiungere quella maturità politica che le renderà capaci di passare dallo stadio delle violenza a quello della regolamentazione dei conflitti attraverso accordi e di afferrare l’essenza della libertà politica come forma di vita.

La presenza di queste potenze molto forti, ma ancora ampiamente passive, spinge a chiedersi: riusciranno i popoli consapevoli della libertà, che sono al massimo alcune centinaia di milioni di individui, a convincere lo spirito di oltre due miliardi di persone e ad entrare con loro in una libera comunità giuridica mondiale?

3) La via verso l’ordine mondiale muove da poche origini storiche e si poggia su una minoranza di uomini numericamente infinitesima. L’ordine mondiale scaturisce dai medesimi motivi che hanno originato l’ordine della società borghese. Poiché la libertà borghese si è affermata nel mondo solamente in pochi luoghi ed attraverso processi storici peculiari ad ognuno di essi, e poiché questi costituiscono in un certo senso la scuola della libertà politica, il mondo deve fare in grande ciò che in piccolo queste esperienze hanno mostrato come esempio.

L’evoluzione classica della libertà politica (che costituisce per tutti almeno un elemento di orientamento e per molti un esempio da imitare) ha avuto inizio in Inghilterra più di settecento anni fa. Su queste basi politico-spirituali la libertà è stata ricreata in America. In spazi più ristretti la Svizzera ha realizzato tale libertà nel suo federalismo, che può essere un modello per l’unità europea e mondiale.

Oggi la libertà politica è quasi del tutto scomparsa fra i popoli vinti. Essa era già annientata quando l’apparato di un ordine terroristico dichiarava di volerla difendere.

Il cammino verso l’ordine mondiale passa attraverso il risveglio e l’autocomprensione della libertà politica nel maggior numero possibile di paesi. Questa situazione non presenta alcuna analogia con le condizioni di transizione ai precedenti imperi mondiali dopo il periodo assiale. L’idea e il compito allora non erano quasi neppure consapevoli, e la realtà di Stati liberi non esisteva in quelle che emergevano come potenze predominanti.

L’ordine mondiale, se riuscirà a realizzarsi, avrà origine dal federalismo degli Stati già liberi ed avrà successo se il suo spirito si dimostrerà capace di attrazione, se altri lo seguiranno con convinzione e aderiranno pacificamente all’ordine mondiale che porta con sé la libertà, la ricchezza e la creatività spirituale, la possibilità di vivere la condizione umana nella sua multiforme pienezza.

4) Se l’unità della Terra è resa indispensabile dall’interdipendenza, il sentimento della Terra e del potere che ne deriva è un fattore determinante.

Per secoli l’Inghilterra, grazie al dominio degli oceani, ha visto il mondo a partire dal mare come una successione di coste racchiuse nell’ambito esclusivo della potenza marittima.

Oggi si sono aggiunte le comunicazioni aeree che, pur non fornendo le medesime prestazioni, in termini quantitativi, per il trasporto di merci e di persone, hanno portato a una estensione così sostanziale dei rapporti che, agli occhi di chi osserva dal punto di vista politico, la Terra nel suo complesso appare dal cielo come un tutto.

La potenza sul mare e nell’aria sembra più importante, per l’unità mondiale, della potenza sulla terra, anche se questa, in ultima analisi, ovunque, in caso di guerra, è determinante per la vittoria finale.

La presenza ovunque della polizia mondiale legalmente impiegata sarebbe assicurata nel modo più rapido ed efficace dall’aria.

 

I pericoli lungo il cammino verso l’ordine mondiale.

 

Prima della costituzione di un ordine mondiale sicuro ci sarà un periodo di transizione pieno di pericoli. E’ infatti vero che la vita umana è in ogni momento transizione. Ma ora vacillano i fondamenti stessi della condizione umana e debbono essere poste le basi elementari del futuro.

Noi vorremmo poter descrivere le caratteristiche del periodo di transizione che si trova davanti a noi. Esso costituisce infatti il nostro futuro immediato, mentre tutto quello che è connesso con l’ordine mondiale, o con l’impero mondiale, avrà inizio in una fase successiva.

L’ordine mondiale non può essere realizzato direttamente. Da ciò deriva la futilità dell’entusiasmo, dell’invettiva, di tutti i progetti che dovrebbero introdurlo immediatamente, come se fossero la pietra filosofale.

Molto più evidenti dell’ordine mondiale stesso sono i pericoli che si presentano minacciosi lungo il cammino. Ogni pericolo, nel momento stesso in cui è conosciuto, porta in sé un elemento di superabilità. Nelle cose umane non c’è alcun pericolo intrinsecamente mortale, se l’uomo può essere libero in conformità con la propria essenza.

1) Impazienza. Il cammino porterà a destinazione solamente se coloro che partecipano attivamente avranno una infinita pazienza.

E’ fatale se – quando si vuol subito attuare ciò che si è riconosciuto come giusto – in caso di insuccesso non si vuol più collaborare, si tronca per dispetto il colloquio con gli altri, si passa all’uso della violenza o alla sua preparazione.

La momentanea superiorità di chi cerca a tutti i costi di realizzare il proprio volere, di chi minaccia di usare la violenza o fa uso del ricatto si rivela alla lunga una debolezza ed è in ogni caso responsabile dell’allungamento del percorso o addirittura del fallimento. Un compito straordinariamente difficile è quello di non dimenticare la violenza di fronte alla violenza, ma di rinviarne l’uso al limite estremo, senza divenire per questo debole. Per uno statista responsabile non c’è alcuna ragione di prestigio nell’uso della violenza, come non c’è alcun motivo per una guerra preventiva o per l’interruzione dei negoziati. In ogni situazione rimane il linguaggio umano, fino a quando qualcuno che ne abbia la forza non tronca il dialogo e si rende criminale nella misura in cui tutti gli altri hanno avuto ed hanno pazienza.

Non è possibile valutare oggi ciò che in futuro favorirà il cammino verso l’ordine mondiale e ciò che lo ostacolerà. Le situazioni mutano di continuo. Anche davanti alle stesse manifestazioni di cattiveria e di malafede non si deve rinunciare al tentativo. L’intolleranza deve essere pazientemente condotta alla tolleranza. Bisogna rimandare alla fase finale l’obiettivo di rendere innocua ogni violenza criminale per mezzo della forza legale dell’umanità. Fino a quel momento, occorrerà trattare con l’attenzione e la pazienza che forse lo renderanno amico il possessore di un grande potere (solo la grandezza lo distingue dal criminale). Ciò riesce solo se gli altri mantengono la calma e non scartano alcuna possibilità, sia pur minima, di conciliazione.

Un esempio del fatto che è sbagliato pretendere di realizzare immediatamente quel che è giusto è forse il seguente. Il diritto di veto è in sé un male. La sua eliminazione presupporrebbe però che tutte le parti interessate fossero disposte, anche in un caso molto grave, a sottoporsi alla decisione della maggioranza e che essi avessero realmente rinunciato alla sovranità, sulla base di un atteggiamento etico, come i cittadini all’interno di uno Stato. Perché ciò si realizzi vi deve essere una reale comunità umana, che si realizza nei rapporti fra gli uomini in ogni forma. Prima che questo risultato sia ottenuto, sarebbe vano eliminare il diritto di veto. Se infatti una grande potenza si opponesse ad una decisione della maggioranza ed alla sua esecuzione, ci sarebbe la guerra.

E’ entusiasmante vedere come tale pazienza trovi un linguaggio nella partecipazione a trattative politiche, nei limiti in cui esse sono rese pubbliche; come essa cerchi delle strade e sempre evochi con nuove sollecitazioni gli argomenti della cooperazione. Ed è invece ragione di sconforto vedere come, contro tutti gli argomenti della ragione, ignorando i fatti e le ragioni, in una continua interruzione del dialogo reciproco, la sovranità del veto distrugge quello che gli altri vogliono costruire.

Ed è magnifico vedere, nello studio della storia, in particolare quella inglese, americana e svizzera, come si è avuto pazienza, come si è fatta violenza su sé stessi, e, guidati dalla ragione, si è venuti a patti anche nei momenti dell’odio; e come si è trovata la via per introdurre pacificamente mutamenti rivoluzionari per cui i tempi erano maturi.

Pazienza, tenacia, intrepidezza sono qualità indispensabili all’uomo politicamente attivo. Questa pazienza consiste nell’atteggiamento morale di chi non soccombe alle mortificazioni personali, che tiene sempre d’occhio il tutto concreto, che valuta e distingue l’essenziale dal non essenziale. Consiste nella vigilanza che non diminuisce con l’attesa e con l’apparente infruttuosità: paragonabile a quella del cacciatore appostato, che aspetta per ore, ma che, nel momento in cui la volpe appare nella radura del bosco, deve caricare, mirare e sparare. Questa capacità instancabile di essere pronto allo scatto, non trascurando nulla, stando attenti non ad una singola cosa, come un animale selvatico, ma a tutte le imprevedibili occasioni favorevoli, questa capacità è indispensabile per l’uomo di Stato che vuole agire. Il grande pericolo per l’agire umano sta nell’impazienza, nella stanchezza, nel senso di inutilità.

2) La dittatura, una volta consolidata, non può essere rovesciata dall’interno. La Germania e l’Italia sono state liberate dall’esterno, tutti i tentativi dall’interno sono falliti. Può darsi che si tratti di un caso. Se si riflette però sul modo in cui un regime basato sul terrore impiega gli strumenti della pianificazione totale e della burocrazia, ci si rende conto dell’impossibilità, in linea di principio, di debellare una macchina che si conserva quasi automaticamente e stritola tutto ciò che le si oppone dall’interno. I moderni mezzi tecnici offrono a colui che ha un dominio effettivo un’evidente superiorità, se egli usa senza scrupoli tutti i mezzi a sua disposizione. E’ poco probabile che un simile regime possa essere abbattuto dall’interno, così come la direzione di un penitenziario non può essere sopraffatta dai detenuti. La macchina raggiunge il massimo dell’inespugnabilità quando il terrore comprende tutti, in modo tale che anche coloro che non vogliono diventano terroristi spaventati ed uccidono per non essere uccisi.

Fino ad ora questi regimi terroristici e dispotici sono stati locali. Se non potevano essere distrutti dall’interno, lo potevano dall’esterno. Se però i popoli non si accorgessero e non si preoccupassero di questa possibilità e se dovessero tutti insieme cadere in una dittatura di questo genere che avesse le dimensioni di una dittatura mondiale, allora non ci potrebbe mai più essere una prospettiva di liberazione. Il pericolo di una eventualità del genere si aggrava quando ci si sente al sicuro da essa e si pensa, ad esempio, che solo i servili Tedeschi possano cadervi. Se lo stesso tragico destino colpisce gli altri, non ci sarà più un esterno. L’irrigidimento del tutto in una pianificazione totale, stabilizzata dal terrore, distruggerebbe la libertà e aprirebbe per tutti la via verso una crescente rovina.

3) Il pericolo di distruzione assoluta. Lungo il percorso verso lo Stato mondiale si potrebbero verificare avvenimenti che, prima del conseguimento dell’obiettivo, distruggerebbero l’umanità in misura tale da far dubitare della continuazione della storia. In quel caso uno sparuto gruppo di miseri superstiti, sparso per la superficie terrestre, dovrebbe ricominciare da capo come millenni fa. I legami tra gli uomini sarebbero di nuovo interrotti, la tecnica avrebbe fine, e la vita dipenderebbe dalle primitive possibilità locali, che sarebbero appena sufficienti a mantenerla in condizioni di estremo bisogno, a prezzo di sforzi sovrumani che richiedono una vigorosa forza vitale. Un simile esito si produrrebbe se una guerra distruggesse la struttura della tecnica, se le materie prime si esaurissero senza possibilità di sostituirle, se la guerra non cessasse, ma si frammentasse in rivalità locali sempre più circoscritte, dando luogo a uno stato di guerra continua come quello esistito prima della storia.

Il senso della guerra si è trasformato nel corso della storia. Ci sono state guerre concepite come gioco cavalleresco di aristocratici con apposite regole. Ci sono state guerre per decidere su una questione, opportunamente concluse al tempo giusto per evitare l’impiego di tutte le forze organizzabili. Ci sono state guerre di sterminio. Ci sono state guerre civili e guerre ministeriali tra nazioni, che hanno conservato comunque un certo grado di solidarietà europea. Ci sono state guerre più spietate tra civiltà e religioni ostili.

Oggi sembra che la guerra si sia modificata per l’ampiezza dei suoi mezzi e la gravità delle sue conseguenze. Essa ha assunto un senso diverso.

1) Tutto quanto di estremo era venuto preformandosi nelle precedenti epoche storiche, sembra oggi concentrarsi al punto che nella guerra non rimangono più tendenze moderatrici. La Germania hitleriana, nell’era tecnologica, fondamentalmente ha imboccato per prima la via che anche gli altri hanno dovuto necessariamente seguire. Vi è oggi il pericolo di una guerra che, nell’epoca della tecnica e per effetto della distruzione di tutti i vincoli, in realtà sarà così diversa da quelle passate, che anche sterminio e deportazioni, che pure ci sono stati in una certa misura con gli Assiri ed i Mongoli, non saranno sufficienti a dare la misura della catastrofe.

La combinazione fra pianificazione totale e guerra determina questa totalità incontrollata della guerra, senza alcuna limitazione nei mezzi. L’una condiziona l’altra. Il potere che voglia assicurarsi la supremazia assoluta deve tendere alla pianificazione totale. Poiché però tale pianificazione riduce la prosperità economica, si raggiunge a un certo punto il livello ottimale degli armamenti. La guerra viene imposta dallo sviluppo interno, che, in presenza di pace durevole, condurrebbe ad un indebolimento del paese.

Nel lungo termine si può sostenere che la ricchezza, il progresso e la forza si basano sulla libertà; transitoriamente, invece, per un breve periodo, la supremazia spetta alla pianificazione totale ed al potere terroristico, con la mobilitazione di tutte le energie della popolazione per un gioco d’azzardo distruttivo, in cui l’impegno è illimitato.

Il cammino del mondo sembra condurre a simili catastrofi, le cui conseguenze in termini di anarchia e miseria non sono facilmente descrivibili. La salvezza consiste unicamente in un ordine mondiale basato sul diritto, che abbia il potere di mantenere la pace, dal momento che ogni atto di violenza, di fronte alla sua supremazia, non avrebbe alcuna possibilità di successo e verrebbe considerato un crimine.

2) Se tuttavia scoppia la guerra, allora è importante per la storia mondiale chi sono i vincitori: coloro che incarnano la nuda violenza, oppure coloro che danno valore allo spirito e al principio di libertà. Il fattore decisivo in guerra sarà la tecnica. E qui si è di fronte a una minacciosa realtà: la tecnica è universalmente utilizzabile. Non tutti possono inventarla, ma, una volta inventata, anche i popoli primitivi imparano velocemente ad utilizzarla, ad azionare le macchine, a pilotare aereoplani e guidare carri armati. Perciò l’impiego della tecnica da parte dei popoli che non l’hanno creata diventa un enorme pericolo anche per i popoli spiritualmente creativi. Se si giunge dunque alla guerra, l’unica possibilità per questi di ottenere un vantaggio deriverebbe da nuove invenzioni.

Le decisioni sulla natura del nuovo ordine mondiale non verranno certo prese solamente sulla base del confronto delle idee. Se però in effetti succederà che, lungo il percorso verso l’ordine mondiale, le decisioni saranno assunte grazie alla tecnica (che all’ultimo momento raggiungerà nuove vette grazie alla libera creatività dello spirito), la sua vittoria potrebbe avere un significato spirituale. Se si affermasse infatti tra le potenze in conflitto la volontà di conseguire un libero ordinamento, tale volontà potrebbe portare alla liberazione del mondo intero, a patto che il senso della libertà fosse assimilato da uomini sempre più consapevoli e fosse promosso dagli stessi vincitori.

3) Con lo strumento della bomba atomica come mezzo distruttivo, la tecnica apre una prospettiva del tutto nuova. Ognuno oggi si rende conto della minaccia costituita dalla bomba atomica per la vita umana: data la sua presenza, non dovrà più esserci alcuna guerra. La bomba atomica sta diventando una ragione, finora ancora debole, per conservare la pace, dato l’immenso pericolo che questa guerra rappresenterebbe per tutti.

In realtà la tecnica può portare distruzioni non ancora prevedibili. Le si rimprovera di liberare le pulsioni elementari e di portarle ad un effetto distruttivo, ma questa è stata la sua essenza fin dall’inizio, quando l’uomo ha imparato ad accendere il fuoco. L’idea prometeica oggi non porta nulla di fondamentalmente nuovo, ma cresce quantitativamente il pericolo che il globo possa essere ridotto in polvere nello spazio; ed in tal modo il pericolo diventa anche qualitativamente qualcosa di diverso.

Con la bomba atomica è stato portato sulla Terra un pezzo di sostanza solare. Con essa si verifica sulla superficie terrestre ciò che finora è avvenuto nel sole.

L’applicazione del principio delle reazioni nucleari a catena è stata finora limitata alla sostanza che si ottiene con enorme difficoltà dai minerali di uranio. La preoccupazione che tale fissione si possa estendere ad altri elementi, alla materia (così come il fuoco si propaga a tutti i materiali infiammabili), è ingiustificata, secondo i fisici. Ma un limite sicuro per tutti i tempi non esiste.

Giocando con la fantasia si può pensare che non vi sia alcun limite sicuro per stabilire se l’esplosione coinvolgerà altri elementi, e la materia terrestre nel suo complesso, in una conflagrazione. L’intero globo esploderebbe, intenzionalmente o meno. Avrebbe così temporaneamente luogo un’illuminazione del nostro sistema solare ed apparirebbe una «nova» nell’universo.

Possiamo porci una domanda inquietante e singolare. La nostra storia dura solamente da circa seimila anni. Perché si svolge proprio oggi, dopo i tempi incommensurabili dell’universo e della Terra che l’hanno preceduta? Non ci sono uomini, o altri esseri intelligenti, in altre parti dell’universo? Non è forse proprio del naturale sviluppo dello spirito trasmettere il proprio influsso nell’universo? Perché non potremmo ricevere da tempo informazioni dallo spazio sotto forma di radiazioni? Comunicazioni da esseri intelligenti, che nella tecnica sono infinitamente più avanzati di noi? Forse ciò non succede perché ogni sviluppo tecnologico avanzato finora ha portato al punto in cui gli esseri provocano la distruzione del loro pianeta con la bomba atomica? Forse che una parte delle «novae» è l’effetto finale dell’azione di esseri razionali dotati di tecnologia?

Questo è dunque il compito estremamente difficile: dobbiamo riconoscere la gravità del pericolo, prenderlo effettivamente sul serio ed avviare un processo di autoeducazione degli uomini che scongiuri una simile fine nonostante il pericolo rimanga costante? Il pericolo può essere eliminato solo se viene coscientemente identificato, se la minaccia che da esso proviene viene consapevolmente prevenuta e neutralizzata. Ciò sarà possibile solamente a patto che l’ethos dell’uomo sia all’altezza di questo compito. Esso non è un compito di tipo tecnico, è l’uomo come tale che deve diventare affidabile nel preservare e nel rendere efficaci le istituzioni che egli stesso ha creato.

Oppure ci troviamo di fronte ad un stato di necessità, davanti al quale rimane solamente la capitolazione – dove sogni eccessivi e pretese irreali diventano indegni dell’uomo, perché lo privano della verosimiglianza? No, ed anche se dovesse essere accaduto migliaia di volte – si tratta d’altronde di una pura fantasia – tuttavia ogni nuovo caso riproporrebbe il compito di evitare la catastrofe, utilizzando tutti i possibili strumenti diretti. Dal momento però che tali strumenti di per sé non sono affidabili, necessitano di un fondamento nell’ethos e nella religione comuni a tutti. Solo così il rifiuto della bomba atomica può raggiungere i livelli di assolutezza necessari per appoggiare quelle misure che sono efficaci solo se valgono per tutti.

Chi considera inevitabile la catastrofe della Terra, comunque avvenga, deve vedere la propria vita alla luce di questo scenario: che cosa è mai una vita che deve trovare una simile fine?

Ma tutto questo non è che un gioco del pensiero, la cui funzione è quella di renderci consapevoli del pericolo reale e di metterci sotto gli occhi, nel suo significato di decisione assoluta e di sfida alla serietà dell’uomo, l’ordine mondiale basato sul diritto.

 

Argomenti contrari alla possibilità dell’ordine mondiale.

 

L’idea dell’ordine mondiale, quest’idea europea, viene contestata. Coloro che la criticano ritengono che sia un’utopia.

A loro parere gli uomini sarebbero incapaci di creare un ordine comunitario. L’ordine mondiale potrebbe essere instaurato solo se imposto da undittatore. Il piano dei nazionalsocialisti –che avrebbero voluto assoggettare l’Europa e poi conquistare il mondo con le forze unite di essa, per europeizzarlo – sarebbe stato giusto ed opportuno, ma i suoi esecutori erano cattivi.

Non è così. Quelle idee, che si basano sul disprezzo dell’uomo e sulla violenza, in ultima analisi sempre terroristica, sono sempre professate da uomini del genere.

Ma, si ribatte, il dominio mondiale che si produrrà per naturale conseguenza delle diversità quantitative di territorio, uomini e materie prime sarà in fondo altrettanto violento, per coloro che saranno in svantaggio, di una dittatura. Facendo uso di mezzi solo apparentemente pacifici, alcuni imporranno agli altri la loro volontà con l’espansione economica.

Questi argomenti sono esagerati, se confrontati con la distruzione arrecata da una guerra. E’ un errore dimenticare che le ingiustizie che derivano dal potere economico sono sempre in linea di principio correggibili con strumenti pacifici. Ma in realtà a questo proposito c’è un punto importante per il successo di un vero ordine mondiale: anche la forza economica deve essere pronta ad accettare autolimitazioni nel rispetto della legge e a sottoporsi a condizioni; anch’essa dovrà servire all’idea dell’ordine mondiale, se si vuole che questa diventi realtà.

Ma l’ordine mondiale, si replica ancora, non è affatto un obiettivo desiderabile. Una volta instaurato, è probabile che esso dia luogo a una omogeneità nella conoscenza e nei valori, che tutti raggiungano un senso di soddisfazione e si giunga alla fine della condizione umana, a un nuovo sonno dello spirito nella tranquillità di un ricordo che comprende sempre meno, a un senso di appagamento, di conseguimento di tutto quello che tutti vogliono, mentre la consapevolezza dell’uomo diminuisce ed egli si trasforma in un essere che non è più tale.

Tutto ciò potrebbe forse valere per i sudditi di un impero mondiale, qualora esso dovesse durare per secoli e secoli. Non vale invece per l’ordine mondiale, in cui rimarrebbero vivi gli elementi di fermento, dal momento che nulla vi sarebbe di definitivo e tutto sarebbe in trasformazione continua. Occorrerebbero nuove decisioni ed iniziative. E’ impossibile prevedere come i risultati che di volta in volta vengono raggiunti daranno vita a nuove situazioni da gestire. Il senso di insoddisfazione e di insufficienza faranno di tutto per trovare nuove vie e nuovi successi.

L’ordine mondiale, si aggiunge infine, è impossibile a causa della natura dell’uomo ed a causa delle situazioni in cui, per ragioni oggettive, un accordo è escluso e la decisione delle armi, il «giudizio di Dio», è inevitabile. L’uomo è inadeguato. Egli diventa colpevole nel possedere, nel non occuparsi degli altri, nella fuga dall’ordine verso il caos e ancora nella brutale lotta per il potere, nell’autoaffermazione realizzata interrompendo la comunicazione con richieste «imprescindibili», nell’impulso alla distruzione.

 

L’idea dell’ordine mondiale.

 

Contro tutte le opinioni di chi nega la possibilità di un ordine pacifico del mondo, giusto e basato sul diritto, l’osservazione della storia e la nostra volontà ci inducono di continuo a porci questa insopprimibile domanda: non sarà possibile che un giorno il nuovo si realizzi e che tutti si uniscano in un regno di pace? Il cammino verso questa meta è stato avviato nel remoto passato, quando gli uomini hanno fondato comunità statali per instaurare l’ordine tra di loro. La questione che doveva essere risolta era quale ampiezza dovessero avere tali comunità di pace, al cui interno la decisione delle contese con la violenza era considerata un atto criminoso e quindi punita. In quelle grandi comunità regnavano già, sia pure per periodi limitati e sotto una costante minaccia, la fiducia e la mentalità che sostiene l’ordinamento giuridico. Non vi sono ostacoli di principio al tentativo di allargare simili comunità fino a trasformarle in comunità di tutti gli uomini.

Così come l’impulso a ricorrere alla forza, anche la disponibilità alla rinuncia ed al compromesso, al sacrificio reciproco, all’accettazione di limiti al proprio potere non solo per calcolo, ma anche per effetto del riconoscimento del diritto, è un elemento insopprimibile della storia. Un simile atteggiamento è più facile da parte di uomini aristocratici, moderati, fomiti di un’educazione interiore (come Solone); è più difficile invece da parte dell’individuo medio, che tende sempre a ritenere sé stesso nel giusto e gli altri in torto; non esiste affatto nei violenti, che non sanno mai venire a patti, ma vogliono solo menar colpi.

Alla luce di questa differenza tra gli uomini è legittimo il dubbio che nell’unità mondiale (quale che essa sia, ordine mondiale oppure impero mondiale) non ci sarà una calma durevole, come del resto è accaduto finora all’interno delle formazioni statuali. Il giubilo per la conquista della pax aeterna sarà illusorio. Le forze che rimodellano la storia assumeranno forme nuove.

Nella sua finitezza, l’uomo conserva istinti elementari e resistenze che rendono improbabile raggiungere una situazione mondiale in cui la libertà di ognuno sia così perfettamente compatibile con quella degli altri da diventare un potere assoluto, capace di reprimere definitivamente tutto ciò che la minaccia, la smania di potere, gli interessi particolari, la prepotenza. Bisogna piuttosto prevedere che le selvagge passioni si riaffermeranno in nuove forme.

Soprattutto però c’è una differenza sostanziale tra ciò che l’individuo può diventare in ogni tempo, contando sulle proprie forze, e ciò che la comunità di ordine politico può diventare nel corso della storia. L’individuo può diventare esistenza, capace di trovare nella manifestazione del tempo il suo senso eterno; i raggruppamenti umani e l’umanità nel suo complesso possono invece essere solamente un ordine che è opera comunitaria della storia attraverso le generazioni e che crea spazio per le possibilità e per le limitazioni di tutti gli individui. Ma l’ordine sussiste solo mediante lo spirito con cui gli individui lo animano e di cui tale ordine è impregnato nella successione delle generazioni. Tutte le istituzioni dipendono da uomini che sono individui. L’individuo è al tempo stesso un fattore decisivo, dal momento che solamente molti o la maggioranza degli individui sono in grado di sostenere l’ordine, ma come singolo è nello stesso tempo impotente.

L’incredibile fragilità di tutti gli ordini, accompagnata dallo spirito che li sorregge, è motivo sufficiente per guardare al futuro con incertezza. Illusioni ed utopie sono infatti fattori importanti della storia, ma non sono tali da creare l’ordine per la libertà e l’umanità. Piuttosto, quando si valuta la possibilità o l’impossibilità di un ordine mondiale, per la libertà stessa è decisivo che noi non fissiamo alcuna immagine del futuro, non stabiliamo alcuna realtà pensata come la meta verso cui la storia debba necessariamente muoversi, meta che noi dovremmo accogliere nella nostra volontà originaria e al cui raggiungimento la storia potrebbe dirsi compiuta. Non troveremo mai una fine della storia, se non in ogni presente ed in quanto esso è appunto presente.

I limiti delle possibilità storiche hanno la loro radice profonda nell’essenza dell’uomo. Non sarà mai possibile raggiungere uno stadio finale e compiuto nel mondo umano, perché l’uomo è un essere che continuamente tende oltre sé stesso, e non solo non è compiuto, ma neppure potrà mai esserlo. Un’umanità che volesse limitarsi ad essere sé stessa perderebbe, limitandosi a sé, la propria essenza.

Nella storia, tuttavia, noi possiamo e dobbiamo afferrare idee, se vogliamo dare un senso alla nostra vita in comunità. I progetti di pace perpetua, o i presupposti per la pace perpetua, rimangono veri, anche se l’idea non può essere realizzata in concreto e rimane piuttosto un compito senza fine, al di là di ogni forma reale. Un’idea non può essere portata a coincidere né con l’immagine anticipata di una possibile realtà futura né con la realtà stessa, anche se essa rappresenta il significato dell’attività di pianificazione.

La sua base, invece, è una inesplicabile fiducia, la certezza della fede che non tutto è vano, e un caos privo di senso, un passaggio dal nulla al nulla. A questa fiducia si rivelano le idee che guidano il nostro cammino attraverso il tempo. Per questa fiducia la verità è riposta in quella visione di Isaia in cui l’idea diventa immagine simbolica, in quella visione della concordia universale: «Ed essi forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in potatoi. Nessun popolo alzerà la spada contro l’altro, ed essi non impareranno più a far la guerra».

 

(a cura di Nicoletta Mosconi)

 


[1] Karl Jaspers, Vom Ursprung und Ziel der Geschichte, 1949, trad. it. Origine e senso della storia, Milano, Comunità, 1982, p. 242.

[2] Karl Jaspers, Origine e senso della storia, cit., p. 149.

[3] Karl Jaspers, Die Atombombe und die Zukunf des Menschen, 1958, trad. il. La bomba atomica e il destino dell’uomo, Milano, Il Saggiatore, 1960, p. 481.

[4] Karl Jaspers, Origine e senso della storia, cit., Prefazione.

[5] Ibidem, p. 176.

[6] Ibidem, p. 225.

[7] Ibidem, p. 230.

[8] Ibidem, p. 225.

[9] Karl Jaspers, La bomba atomica, cit., pp. 238-9.

[10] Ibidem, p. 243.

[11] Karl Jaspers, Origine e senso della storia, cit., p. 234.

[12] Altiero Spinelli, «La politica-ombra dell’Europa», in Il Federalista, I (1959), p. 15.

* Tratto da Karl Jaspers, Vom Ursprung und Ziel der Geschichte, 1949 (trad. il. Origine e senso della storia, Milano, Comunità, 1982). Il brano pubblicato è stato rivisto da Francesco Mazzaferro.

[13] All’inizio del libro da cui è tratto questo testo, Jaspers dichiara la necessità di sostituire alla visione cristiana della storia universale (che considerava l’apparizione del figlio di Dio come l’asse della storia mondiale) una visione meno parziale, valida non soltanto per i cristiani credenti, ma per tutti gli uomini. A tale scopo va alla ricerc ae propone come nuovo asse della storia mondiale il periodo intorno al 500 a.C., come fase centrale di un processo spirituale svoltosi fra l’800 e il 200 a.C., durante il quale contemporaneamente in Cina, in India e nell’Occidente l’uomo prende coscienza di sé stesso, dei propri limiti e delle proprie possibilità attraverso il pensiero speculativo. Questo periodo viene definito «periodo assiale» [NdC].

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