Anno XXXIX, 1997, Numero 2, Pagina 84

 

  

RIPENSARE IL FEDERALISMO EUROATLANTICO*
 
 
Nonostante tutte le difficoltà e gli arretramenti, il processo di integrazione e di federazione ha raggiunto in Europa uno stadio di gran lunga più avanzato che in qualsiasi altra parte del mondo. Esso contrasta vistosamente con la situazione globale, in cui qualsiasi forma di progresso è stata a malapena percepibile anche dopo la fine della guerra fredda. Questo è il motivo per il quale è probabilmente necessario cercare di instaurare un legame fra i compiti del federalismo europeo e quelli del federalismo mondiale. Per lo stesso motivo, se vogliamo veramente che i principi del federalismo prima o poi progrediscano nel mondo, dovremmo trarre lezioni importanti dall’esperienza europea.
Anche in Europa, in cui non si manifestano grandi differenze economiche e culturali, il processo di creazione di efficienti strutture sovranazionali ha richiesto alcune decine di anni. Di conseguenza, non v’è motivo di aspettarsi che ciò possa essere realizzato rapidamente o d’un sol colpo a livello globale. Inoltre, è facilmente prevedibile che il modello di organizzazione mondiale nel prossimo futuro sia simile a quello dell’Europa attuale, ossia: 1) l’OCSE, foro onnicomprensivo con poteri decisionali nulli o scarsi, che affronta principalmente aspetti esterni del comportamento dei suoi membri; 2) alleanze tra paesi che condividono gli stessi principi e gli stessi valori di fondo, dotate del potere di prendere decisioni obbligatorie per i membri e di dar loro esecuzione (Unione europea, NATO). Approssimativamente, l’ONU può già essere considerata come un equivalente dell’OCSE su scala mondiale. I federalisti mondiali spesso considerano le Nazioni Unite come un embrione del futuro governo mondiale, ma, dal punto di vista qui esposto, ciò è dubbio e rischioso (perché un fallimento può seriamente mettere in pericolo anche le più semplici funzioni attualmente esercitate dall’ONU e necessarie ancora per molto tempo). Un equivalente mondiale di Unione europea, NATO e NAFTA non è stato ancora creato.
Circa l’evoluzione futura dell’Unione europea, sono pienamente d’accordo con Francesco Mazzaferro, il quale ha affermato a Mosca, alla fine del 1992, che i fondamenti dell’Europa di oggi sono basati sulla rivalutazione e sulla riconciliazione delle culture latina e tedesca (realizzate in parte grazie alla «americanizzazione» del dopoguerra) e che il prossimo compito della Comunità europea-Unione europea deve essere quello di «aprire le nostre menti alla terza componente culturale dell’Europa continentale: quella dei Russi, Cechi, Polacchi, ecc.».
Queste parole, tuttavia, sono state pronunciate nel momento in cui ha cominciato a prender forma una nuova politica dell’Occidente verso questa «terza componente». Fin verso il 1993, l’Occidente ha avuto la tendenza a mostrare un approccio uniforme al mondo post-comunista. Da allora, però, soprattutto per le pressioni tedesche, è stato scelto un altro approccio, secondo il quale lo spazio post-comunista veniva diviso in due parti, ad una delle quali veniva riconosciuto il diritto di «unirsi all’Europa», mentre per l’altra la partecipazione era fuori discussione. Per di più, ciò era fatto in un modo particolare, che ha dato l’impressione che il fattore-chiave della distinzione non fosse rappresentato da un qualsiasi criterio oggettivo, ma piuttosto da un implicito accordo tra i leaders occidentali circa quali paesi potessero, «per loro natura», essere accettati ed integrati e quali no. Tralasciando altri aspetti, ciò significava che le differenze storiche e culturali tra i paesi post-comunisti, che solo pochi anni prima sembravano di scarsa (o nulla) importanza, acquistavano un peso decisivo e praticamente insormontabile.
La cosa più sorprendente è che la Mosca «ufficiale» allora non diede alcun segno di preoccupazione o di scontento. Può apparire strano, ma sembra che chi era al potere semplicemente non abbia capito il significato di quanto stava accadendo, con tutte le sue conseguenze a medio e lungo termine. I governanti russi cominciarono a preoccuparsi solo quando fu fatto il passo successivo — secondo me logico ed inevitabile —, cioè quando la NATO annunciò il suo prossimo ampliamento per includere coloro che si erano definitivamente identificati con «l’Occidente».
Fin dall’inizio degli anni ‘90, uno degli argomenti maggiormente di moda nei circoli accademici ed intellettuali russi era la teoria di S. Huntington, secondo la quale la lotta ideologica sul nostro pianeta sta cedendo il passo alla lotta tra civiltà ed è lungo le aree di confine tra queste civiltà che verranno a trovarsi le principali linee di divisione nei prossimi decenni. E’ certo che Huntington non crede nell’ideale federalista, per cui la critica della sua teoria, apparsa sul Federalist Debate, non era immotivata, sebbene, a mio parere, neppure molto convincente.
Le ragioni per cui le idee di Huntington hanno ricevuto tanta pubblicità e tanta attenzione in Russia (probabilmente più che negli Stati Uniti e molto di più che in Europa occidentale) sembrano risiedere nel fatto che la sua descrizione delle motivazioni più profonde della politica occidentale è in stretta consonanza con il modo con cui l’attuale politica occidentale viene percepita a Mosca. Anzi, se diamo uno sguardo alla mappa politica dell’Europa, non possiamo non notare una evidente somiglianza tra le frontiere progettate dalle principali alleanze occidentali — Unione europea e NATO — e quelle che separano l’area dell’alfabeto latino e la versione occidentale del Cristianesimo e l’area dell’alfabeto cirillico e della tradizione ortodossa.
Sebbene una dettagliata analisi delle relazioni tra Unione europea e Russia esuli dallo scopo di questo scritto, vorrei tuttavia attirare l’attenzione su due aspetti, veramente sorprendenti. Il primo è la singolare somiglianza dello schema di base del pensiero occidentale (nei confronti della Russia) con quello dell’opposizione nazionalista russa, la cui filosofia politica (pur con tutti i disaccordi su punti specifici) si basa sull’incompatibilità primordiale della Russia con «l’Occidente». Non intendo sostenere che tutto il pensiero occidentale implichi necessariamente sfiducia od ostilità. Esso può essere assolutamente amichevole, ma è completamente chiuso su se stesso, continua a considerare la Russia come un estraneo, e non riesco ad intravedere in esso il benché minimo desiderio di svolgere il compito indicato da F. Mazzaferro al quale facevo riferimento sopra: «aprire le nostre menti alla terza grande componente dell’Europa continentale».
Il secondo aspetto è un curioso scambio di ruoli tra gli attori per quanto riguarda le relazioni della Russia con «l’Occidente». Nella storia moderna della Russia, raramente c’è stata coincidenza tra l’atteggiamento dello Stato e quello della società. Durante il governo comunista (almeno per gli ultimi 30 anni), l’ideologia statale russa era fortemente anti-occidentale, mentre la società è diventata progressivamente sensibile alle idee e ai giudizi provenienti dall’Occidente, compresa la sua filosofia politica. Insieme ad altri fattori, ciò ha finito col portare al crollo del comunismo. Oggi sembra che l’opinione pubblica russa sia meno filo-occidentale dell’amministrazione statale. Per di più, non viene fatto alcuno sforzo reale per modificare o almeno per studiare questa mancanza di comprensione. Molti Russi pensano che l’aiuto dato dalla Russia all’Occidente smantellando il proprio precedente sistema politico antidemocratico non sia stato veramente apprezzato.
Non bisognerebbe dimenticare che negli anni della rivoluzione democratica due grandi idee, o, più precisamente, due grandi speranze sono cresciute parallelamente in Russia, così come in altri paesi della CEE: quella dei diritti umani, della libertà e della democrazia e quella della riattivazione dei rapporti con l’Europa e con il mondo intero. Queste due speranze sono inscindibili e se la gente è delusa dal modo con cui la seconda viene concretizzata, è molto improbabile che conservi l’entusiasmo per la prima. Questo è il motivo per cui il fallimento nella creazione di una «ancora euroatlantica» per la Russia è anche un potente fattore che mina la democrazia russa.
I leaders che possono alla fine arrivare al potere sull’onda di questa disillusione (sempre che le attuali tendenze continuino a svilupparsi nella stessa direzione) non saranno necessariamente antidemocratici nel senso in cui lo erano i precedenti governanti comunisti. Essi considereranno piuttosto la democrazia come una specie di strumento non cattivo in sé, ma di cui l’Occidente (la civiltà occidentale) si è impadronito per primo, sfruttandolo con successo per raggiungere i propri egoistici obiettivi economici e politici. Non ne avranno probabilmente paura o non si opporranno ad essa in linea di principio, ma probabilmente sosterranno che, poiché essa è già divenuta un’arma dell’Occidente, sarebbe meglio trovare qualcos’altro che svolga la stessa funzione per la propria forma di civiltà. Personalmente dubito fortemente che si riesca mai a sviluppare in Russia una forma di civiltà separata, la si chiami «euro-asiatica», «pan-slava», o altro; ma il tentativo di realizzare ciò può costare troppo, anzitutto alla Russia stessa, ma non solo ad essa. Ironicamente, può costare molto proprio perché la Russia in realtà non è tanto estranea all’Occidente quanto pensano molti in Europa occidentale (insieme ai nazionalisti russi).
Le complesse e a volte tese relazioni attuali tra Ucraina e Russia offrono un esempio di quanto intendo dire. Come Stato indipendente, l’Ucraina ha un disperato bisogno della definizione di una propria storia e di una propria identità nazionale, distinguibili da quelle dell’URSS o della Russia. Tuttavia, proprio perché erano storicamente troppo vicine, il compito si è rivelato molto difficile, se si tentava di assolverlo in modo razionale. Di conseguenza, si è manifestata una forte tentazione di ricorrere ad argomenti — per usare una terminologia moderata — meno razionali: parecchie pubblicazioni tendenziose (in alcuni casi al limite dell’aneddotica) e «scoperte» storiche sono misteriosamente spuntate ogni volta che le relazioni ufficiali con la Russia si deterioravano. Ma come altrimenti potrebbe una nuova nazione sottolineare la propria indipendenza nei confronti del più grande ed economicamente più forte vicino dal quale si è appena staccata?
C’è da aspettarsi qualcosa di simile, ma su scala ben più ampia e pericolosa, se la prospettiva di un’«ancora euroatlantica» per la Russia fallisse completamente e questa — proprio in linea con chi la sollecita a creare con urgenza «il secondo polo federale» — andrà alla ricerca di un’ideologia che unifichi le parti di questo «secondo polo» e che miri a dimostrare che quest’ultimo non è inferiore al «primo polo» (per esempio Unione europea-NATO). Qui sono d’accordo con Huntington quando prevede che il dialogo con i futuri leaders russi — sempre che la Russia inizi realmente a cercare la propria strada al di fuori del quadro della civiltà euroatlantica — può rivelarsi molto più difficile di quello con i suoi leaders comunisti del passato.
Su un altro punto, però, le nostre visioni divergono. Non credo che la descrizione del mondo fatta da Huntington sia completamente adeguata, ma è provocatoria ed utile se la si considera una anti-utopia. E’ una visione del mondo alla quale possiamo ben giungere se non siamo capaci di trarre lezioni dalla nostra storia.
Condivido lo scetticismo di Huntington sulla convinzione che il federalismo sia una concezione universale. E’ certamente un prodotto della civiltà euroatlantica, non neutrale dal punto di vista della civiltà. E sforzi di mettere in sordina le sue radici euroatlantiche non hanno grandi probabilità di successo. Tuttavia ho anche forti dubbi che tali sforzi vadano fatti.
L’Occidente, dopo aver vinto la guerra fredda, ha la possibilità di scegliere fra tre modelli alternativi. Il primo è il mantenimento dello status quo, ma, tenuto conto dei prossimi allargamenti, questa eventualità sembra superata. Il modello diametralmente opposto è ciò che chiamo «euroatlantismo aperto». Esso è assolutamente libero da tutti i residui della geopolitica tradizionale. Tiene le porte aperte a tutti i paesi che condividono i principi basilari proclamati dall’Unione europea e dalla NATO, senza riguardo alle loro dimensioni o alla loro localizzazione geografica. E’ un ritorno allo spirito originario dell’euroatlantismo, che, purtroppo, è andato in parte perduto nei lunghi decenni della guerra fredda.
Non c’è nulla di irrealistico in questo modello. Ira Straus ha indicato quattro stadi, o quattro sviluppi, nella storia dell’Alleanza atlantica. Il primo e il secondo sono stati caratterizzati dal conflitto con la Germania, rispettivamente nella prima e nella seconda guerra mondiale. Nel terzo stadio, il vecchio nemico, la Germania, è stato incluso nell’Alleanza. Perciò è ragionevole pensare di includere la Russia nella quarta fase che si sta aprendo.
Inoltre, non c’è ragione perché questa quarta fase debba essere l’ultima: rimarranno paesi non ancora pronti ad inserirsi — o addirittura visti come fonte di pericolo —, ma che presumibilmente si svilupperanno e saranno in grado di unirsi nella quinta o nella sesta fase. Certo, non è tutto così semplice. Per «Alleanza atlantica» intendo qualcosa di più della partecipazione formale alla NATO attuale o anche riformata. La cosa ha senso solo se entrambe le parti — l’Alleanza e il nuovo membro — sapranno pensare l’uno all’altro in termini di «noi», anziché di «loro». Ma se ha funzionato con la Germania del dopoguerra, perché non dovrebbe funzionare con altri?
Il peggiore e il più pericoloso è un modello intermedio, una specie di «atlantismo semi-aperto», per cui l’adesione è aperta ad alcuni e preclusa ad altri. In altre parole esso costituirebbe un ritorno ad una politica che traccia nuove linee di divisione e provocherebbe di conseguenza manifestazioni revansciste.
Le considerazioni sopra esposte non rappresentano probabilmente la linea di pensiero dominante nel federalismo mondiale, con la sua tradizionale enfasi su una rappresentanza possibilmente più ampia, su soluzioni rapide e un’attenzione relativamente scarsa agli aspetti economici e socioculturali dell’integrazione. Tuttavia, cinquant’anni di lotta per il federalismo europeo e per quello mondiale, che si è sviluppata in parallelo, sono estremamente istruttivi. Mostrano che una federazione effettiva è molto più di una sovrastruttura posta al di sopra di edifici diversi per altezza, forma, forza, ecc. Richiede adatte fondamenta — un insieme di valori sociali di base — che talora devono essere profondamente modificati prima di procedere nella costruzione. Inoltre, questa esperienza porta ad una domanda «eretica»: non potrebbe succedere che sia il federalismo europeo (o, più precisamente, euroatlantico) e non il federalismo mondiale, alla fin fine, ad unire l’umanità?
 
Oleg Abolin


*Questo articolo rientra nella rubrica Interventi, nella quale vengono ospitati interventi che la redazione ritiene interessanti per il lettore, ma che non riflettono necessariamente l’orientamento della rivista.

 

 

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