Anno LXII, 2020, Numero 3, Pagina 233

 

 

Sfide planetarie, come affrontarle?

 

ANTONIO PADOA-SCHIOPPA

 

 

1. Premessa.

E’ ormai chiaro che il mondo contemporaneo si trova a dover fronteggiare alcune crisi globali di immensa portata. Una prima crisi sta determinando, anche per effetto dell’attività incontrollata dell’uomo e del disboscamento delle zone più ricche di specie animali e vegetali, un drastico calo della biodiversità legato allo sfruttamento della terra e al cambio climatico, così mettendo a rischio non solo la nostra specie ma la vita stessa sul pianeta.[1] Una seconda crisi è costituita dal riscaldamento globale, che la crescita abnorme dell’impiego di risorse naturali non rinnovabili ha determinato moltiplicando il tasso di anidride carbonica con conseguenze deleterie sullo scioglimento delle calotte polari e non solo di queste, in misura tale da innalzare in pochi anni il livello dei mari, da sommergere migliaia di città e da determinare gravi e irreversibili conseguenze sugli ecosistemi. Una terza crisi è provocata dalle pandemie presenti e future, rese più rapide e più letali dalla fittissima rete globale dei rapporti tra Stati e tra continenti. E non sono le sole: l’esplosione demografica in alcune parti del pianeta, la rivoluzione informatica e telematica, la minaccia nucleare, la criminalità internazionale costituiscono altrettante ulteriori sfide globali.

C’è di più. La trasformazione del pianeta in un “villaggio globale” grazie anche ai mezzi di comunicazione di massa ha reso attuale la lucida previsione di Kant, secondo il quale un giorno “la violazione del diritto in un punto della Terra [sarà] avvertita in tutti i punti”.[2] Questo comporta la conseguenza di farci sentire in qualche misura responsabili delle crisi legate allo stato di povertà e di sofferenza di una parte dell’umanità in regioni come il continente africano ma anche, in forme diverse, negli Stati in via di sviluppo e persino negli Stati più prosperi, che soffrono anche per un livello di ineguaglianza interna attualmente crescente.[3]

Non ritengo che si possa trovare un insieme di crisi di pari entità nella storia, anzi neppure nella preistoria umana, da quando, circa cinquantamila anni fa, l’homo sapiens ha varcato i confini del continente africano.

Le crisi appena menzionate — la riduzione della biodiversità, il riscaldamento climatico, le pandemie, le povertà e le ineguaglianze crescenti, dovute a causa interne ed esterne rispetto ai singoli Stati — sono almeno in parte legate, nella loro progressione, agli sviluppi recenti delle società umane nelle loro componenti demografiche, economiche, tecnologiche e in senso lato culturali. D’altra parte, l’avanzamento impressionante delle conoscenze scientifiche in ogni campo e delle scienze e delle tecnologie fisiche, biologiche, informatiche, telematiche e digitali ha già aperto e potrà aprire spazi ampi e profondi per efficaci interventi di contrasto, impensabili sino a pochi anni orsono. Tuttavia è mancata sinora una chiara e diffusa percezione di come la messa in opera di tali interventi esiga un’evoluzione coerente, a livello planetario, delle istituzioni pubbliche e private, senza la quale le crisi globali non saranno superate, anche perché sono stati accertati con rigore scientifico.

Proviamo a precisare, in pochi punti, quella che appare come una strategia non solo possibile, ma necessaria — o (se vogliamo) non solo necessaria, ma anche possibile — per fronteggiare le crisi con speranza di successo.

Il comune denominatore della strategia è semplice: le crisi sono planetarie e dunque non potranno venire contrastate se non con azioni comuni, anch’esse globali. Questo vale anche sia per le vecchie che per le nuove povertà e ineguaglianze. Nessuno Stato nazionale, neppure gli Stati di livello continentale — le “grandi potenze” di oggi e di domani – potranno agire isolatamente con speranza di successo. Occorre agire insieme.

Il problema è allora di stabilire il come dell’azione comune, in modo tale da conseguire un duplice risultato: affrontare le crisi con efficacia, ma evitare in pari tempo gravi effetti collaterali sulla qualità della convivenza e della vita stessa individuale e collettiva dell’umanità.

2. Cooperazione internazionale.

Nel corso degli ultimi decenni, in misura crescente, tutta una serie di iniziative ha visto la luce in modo spontaneo, gradualmente evolutesi in forma organizzata, per contrastare le derive ambientalistiche, climatiche e biologiche che abbiamo menzionato. Sia nei singoli Paesi sia a livello internazionale si sono affermate organizzazioni non governative (Ong), alcune delle quali hanno raggiunto dimensioni imponenti; basti pensare al World Wildlife Fund (Wwf) nei due livelli statunitense e internazionale (Worldwildlife.org) o alla Conservation international (Conservation.org) o alla Secure World Foundation (htpps://swfound.org); o ancora all’iniziativa promossa dall’Onu nel 2017 e intitolata One Planet (www.oneplanetnetwork.org) che dedicherà le proprie sessioni annuali a temi quali lo sviluppo sostenibile e la biodiversità. Sono organizzazioni condivise ormai da migliaia, talora addirittura da milioni di aderenti, in gran parte giovani; e costituiscono un elemento di grandissimo rilievo, un motivo di speranza per il futuro.

Lo spettro delle Ong è amplissimo, variegato negli obiettivi e nelle strategie: accanto all’ambiente e alla biodiversità, altre organizzazioni operano per la salute nelle aree più povere del pianeta e nelle zone di guerra e non solo (Médecins sans frontières), o cercano di provvedere alle condizioni di sofferenza in cui versano i migranti che chiedono diritto d’asilo perché perseguitati in patria o che aspirano all’accoglienza per sfuggire alla morte per fame, soprattutto dall’Africa. Sulle violazioni dei diritti umani — un altro versante fondamentale sul quale l’informazione proveniente da ogni parte è resa possibile dalla trasmissione a distanza di messaggi, di immagini e di filmati — altre organizzazioni, tra le quali in prima linea Amnesty International, operano da molti anni con puntualità, con documentazione di prima mano ed hanno non di rado ottenuto successi significativi.

Tuttavia la presenza attiva di queste realtà, per quanto fondamentale e irrinunciabile, non è e non potrà essere risolutiva. Troppo forti, troppo pervasive sono le forze che contrastano gli obbiettivi che le organizzazioni perseguono con la propria mobilitazione volontaria e con i fondi che riescono a raccogliere. Interessi economici formidabili, esterni ed interni a Paesi ricchi solo di risorse naturali, spingono al loro sfruttamento; leaders locali ed élites miranti al proprio potere dirottano a proprio vantaggio persino le risorse umanitarie. Per fare fronte alle sfide non si può né si potrà prescindere dall’intervento attivo di poteri pubblici democraticamente legittimati. E i soggetti chiamati a mettere in atto le azioni comuni non possono essere se non gli Stati nazionali e le organizzazioni pubbliche internazionali.

Nel corso dei tre quarti di secolo che ci separano dalla fine della seconda guerra mondiale, una serie di istituzioni pubbliche globali ha visto la luce, a partire dalle Nazioni Unite, nel tempo via via condivise da tutti gli Stati del pianeta. Le regole che disciplinano l’azione di queste istituzioni si fondano sempre sulla cooperazione dei rappresentanti degli Stati che vi aderiscono, che si tratti dell’Onu, della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale, della Banca dei Regolamenti internazionali, dell’Organizzazione internazionale del commercio, delle Corti internazionali di giustizia ed altro ancora.

Mai prima d’ora l’umanità aveva condiviso un insieme di istituzioni comuni così vasta e ramificata, istituzioni per di più fondate su principi — di pace, di giustizia, di equità, di libertà, di tutela individuale e collettiva — espressi in documenti accettati dai partecipanti, tra i quali anzitutto la Carta e la Dichiarazione universale dei diritti delle Nazioni Unite. I diritti della persona umana, la democrazia, l’equità, la giustizia, i diritti dell’infanzia e della donna, il benessere individuale e collettivo e la tutela del pianeta sono, almeno in linea di principio, condivisi a livello globale, anche se è innegabile che la loro implementazione sia tuttora molto parziale. E proprio perché tutti ritenuti validi, essi sono suscettibili di venire concretamente realizzati nei singoli casi adottando scelte che li vede compresenti in proporzioni ed equilibri differenti, come d’altronde avviene normalmente nella giurisprudenza delle Corti costituzionali.

La cooperazione internazionale può avvenire in forme diverse. Oggi è molto frequente la formula di riunioni periodiche di informazione reciproca di gruppi di élite quali quello dei Trenta, in cui operatori e intellettuali autorevoli discutono a porte chiuse e talora pervengono a condividere diagnosi e terapie. Altra cosa sono le riunioni periodiche dei rappresentanti di diversi gruppi Stati (i Sette, i Venti, gli Stati asiatici, l’Unione africana, il Mercosur), in cui si scambiano utilmente valutazioni e prospettive che possono pervenire a decisioni comuni, peraltro generalmente non vincolanti; a ciò si aggiunge che per alcune decisioni sono previste forme di coazione, sanzioni di vario tipo in caso di inosservanza, ovvero incentivi, ovvero nessuno di questi strumenti, bensì il solo consenso su finalità condivise ovvero accettazione delle best practices.[4] E vi è un’altra alternativa: incaricati di mettere in pratica le (eventuali) decisioni possono essere, individualmente o istituzionalmente, i soggetti stessi che le hanno assunte, ovvero una o più autorità superiori, alle quali siano stati conferiti i poteri necessari.

Ognuna di queste forme di intervento ha un grado di effettività diverso dalle altre. Dal soft law delle intese informali e delle best practices si sale alle regole non vincolanti, a quelle vincolanti ma senza mezzi coattivi di implementazione, sino alle decisioni munite di incentivi o di sanzioni economiche, politiche quando non addirittura militari.

Se si pone mente all’obbiettivo di fronteggiare le crisi, è chiaro che questo ventaglio di possibili interventi di cooperazione e di coordinamento dovrà rimanere potenzialmente disponibile nella sua integrità, perché per ogni specifica misura sarà opportuno determinare quali procedure possano risultare più convenienti e più efficaci. Ed è altrettanto chiaro che ci sono obiettivi per raggiungere i quali né la moral suasion, né l’adesione volontaria, né regole non vincolanti basteranno. Occorre in tali casi — se si tratta obbiettivi condivisi — poter disporre degli strumenti che sono propri del diritto, dagli incentivi sino alla coazione forzosa e sino al ricorso alla “violenza legittima”[5] per rispondere alla violenza illegittima e per contrastare genocidii e delitti contro l’umanità, con strumenti di intervento che sinora sono stati considerati appannaggio esclusivo degli Stati nazionali.

3. Due carenze fondamentali.

E’ su quest’ultimo fronte che le istituzioni esistenti, sia al livello nazionale che al livello internazionale, risultano tuttora carenti sotto due profili fondamentali.

In primo luogo non viene riconosciuto in misura adeguata — e pubblicamente reso noto — che per tutta una serie di problemi – economici, politici, sociali, di sicurezza e di benessere collettivo — le concrete possibilità di soluzione non sono alla portata né degli Stati nazionali né dei livelli inferiori, le regioni e le città, in quanto gli strumenti necessari a risolverli trascendono ciascuno di questi livelli territoriali. Ancora più spesso, la criticità può e deve essere affrontata in modo coordinato su più livelli, secondo un principio di sussidiarietà sul quale torneremo. Dunque, solo aggredendoli al giusto livello, ovvero in modo coordinato su diversi livelli, ciascuno di tali problemi si potrà avviare a soluzione.

In secondo luogo, anche là dove questa consapevolezza è stata concretamente riconosciuta — di qui la genesi delle organizzazioni internazionali delle quali si è fatto cenno e di altre, in primo luogo quelle dell’Unione europea — le regole condivise e gli strumenti messi in opera o non sono tali da garantire che le decisioni necessarie vengano effettivamente assunte, ovvero non sono tali da assicurarne l’efficacia. Il primo inconveniente si verifica, tipicamente, quando per una decisione si richiede l’unanimità dei consensi. Il secondo inconveniente si verifica, altrettanto tipicamente, quando l’esecuzione di una decisione collegiale non viene affidata a un centro dotato di poteri operativi, ma anche quando un tale centro, pur esistente, non dispone di un sufficiente margine di movimento per agire, entro un mandato deciso collegialmente e democraticamente legittimato, con adeguata discrezionalità, prontezza ed efficacia.

Un bilanciamento ben concepito tra questi due modi di azione collettiva, il coordinamento e la centralizzazione sovranazionale, è fondamentale al fine di realizzare l’obbiettivo di agire insieme per affrontare le sfide che lo richiedono.

4. Settori critici e obbiettivi.

Gli esempi della prima delle due carenze sopra espresse — la mancata presa d’atto e la conseguente mancata adozione del giusto livello di intervento — sono molti e corposi.

La tutela del clima interessa il pianeta e non può avere prospettive di successo se non al livello planetario, anche se ogni Stato ed ogni continente può e deve modulare le sue politiche in modo specifico e coordinato con gli altri. Per la difesa della biodiversità, proposte solo apparentemente provocatorie come è quella del grande naturalista Edward Wilson,[6] — dove si suggerisce di lasciare incolta una metà della superficie del pianeta per assicurare un sufficiente livello di biodiversità — presuppongono una cooperazione a livello internazionale. Altrettanto opportuna sarebbe l’incentivazione, con contributi comuni e concordati, dell’utilizzo di una quantità immensa di risorse vegetali e animali per scopi farmacologici, nutritivi e curativi, ottenibili a costi convenienti e tali da rispettare in misura molto maggiore la biodiversità: ancora Wilson[7] offre uno spettro impressionante di possibilità non ancora debitamente coltivate su questi fronti. Ma per metterle a frutto occorrono incentivi concordati.

La minaccia di una prossima crisi irreversibile del pianeta determinata dal livello del riscaldamento globale è ormai prossima a realizzarsi. La progressiva diminuzione delle emissioni di anidride carbonica, che pure è ormai in atto, non basterà ad evitarle. Le due vie ulteriori per porvi rimedio — la geo-ingegneria che promuova un maggior livello di respingimento dei raggi solari e la neutralizzazione diretta della CO2 in eccesso[8] sono possibili, ma a costi elevati e soltanto su base globale. Sono strategie che appaiono tuttora molto lontane, nonostante l’urgenza assoluta di porvi mano in modo coordinato e vincolante. Tra dieci anni sarà ormai troppo tardi. Ma il fuoco di sbarramento eretto dai negazionisti è impressionante[9] ed anche per questo il rischio di irreversibilità è altissimo.

Le pandemie — che già il passato ha conosciuto in forme devastanti — oggi sono ancora più pericolose per l’infittirsi esponenziale dei rapporti intraplanetari. Ma non potranno venire contrastate e vinte se non mediante ricerche e terapie portate avanti a livello globale, risultati che l’avanzamento straordinario delle conoscenze biologiche e mediche, frutto della cooperazione scientifica internazionale, rende ormai possibili. E qui proprio l’esplosione della pandemia del Coronavirus del 2020 sembra aver aperto prospettive confortanti.

Internazionali sono due importantissimi documenti adottati sotto l’egida della Nazioni Unite, quello approvato da 193 Paesi nel settembre 2015[10] e quello, altrettanto globale, approvato dalla Conferenza di Parigi nel 2015[11]. Le conclusioni sono state discusse e approvate a livello planetario. Ma non sono purtroppo vincolanti.

E ancora, la criminalità organizzata — dalla droga al terrorismo ai reati informatici, e non solo — è ormai tale a livello planetario. Come pensare di potervi contrastare con successo se non attuando una serie di strategie coordinate e, ove occorra, centralizzate, con condivisione dei dati e delle funzioni operative, parimente globali?

Anche per il sistema monetario sta avvicinandosi il momento nel quale si renderà necessario un coordinamento al livello mondiale. E questo al fine di conseguire un sufficiente livello di stabilità dei rapporti commerciali, industriali e finanziari, che in un’economia ormai globale non potranno più basarsi sul predominio di una sola moneta nazionale, il dollaro: non a caso da alcuni anni è ripreso, dopo decenni, il dibattito sulla riforma del sistema monetario internazionale.[12] Recentemente, il segretario generale dell’Onu Antonio Gutierres ha proposto di fare ricorso ad uno strumento monetario mondiale, i Diritti speciali di prelievo (SDRs) per aiutare i Paesi poveri rafforzando anche con una fiscalità propria il bilancio dell’Onu.[13]

A sua volta, la sola vera garanzia contro le guerre non potrà venire ottenuta se non con l’adozione di strutture che attribuiscano a un potere federale gli strumenti, anche militari, per impedirne lo scoppio. Questo vale a livello statale per le guerre interne (le guerre private del medioevo sono scomparse in Europa con lo Stato moderno), a livello continentale per le guerre intracontinentali (l’obbiettivo dell’Europa unita è nato così, quale reazione razionale e morale alle due guerre mondiali), a livello planetario quando le Nazioni Unite disponessero infine dei poteri necessari, peraltro previsti dall’art. 43 della Carta sin dal 1945. I rischi terribili di guerre nucleari, magari innescate da un errore umano, non possono essere limitati e rimossi se non da un sistema di controlli coordinato e/o centralizzato.

E’ appena il caso di sottolineare che un controllo sovranazionale coordinato delle forze militari consentirebbe un risparmio colossale di risorse, da destinare alla lotta contro la fame, contro le pandemie, contro il sottosviluppo ed a sostegno efficace della tutela dell’ambiente, del controllo climatico e della difesa della biodiversità, che condiziona la vita stessa sul pianeta. Altrettanto importante è ricordare che questo obbiettivo supremo ai fini della pace mondiale potrebbe venire perseguito per tappe, con accordi iniziali tra “chi ci sta”, come Einstein aveva proposto sin dal 1945[14] quando la potenza nucleare era ancora soltanto nella disponibilità degli Stati Uniti.

L’Onu costituisce la sola organizzazione sovranazionale in grado di svolgere le funzioni di garante della pace mondiale e di tutela dei diritti e degli interessi dell’intero pianeta. Ma si tratta di un percorso ancora embrionale, reso impervio da formidabili ostacoli, anche se le funzioni di peace keeping e di peace enforcing costituiscono ormai da anni modelli esemplari. Due sono tuttavia gli ostacoli principali. Il primo riguarda l’insufficiente livello di legittimazione e l’insufficiente attribuzione di poteri dell’Assemblea delle Nazioni unite. Il secondo consiste nell’organizzazione del Consiglio di Sicurezza, nel quale ognuno dei cinque membri permanenti (Usa, Russia, Cina, Francia, Inghilterra) ha il potere di veto.

La via di una riforma dell’Onu, da anni discussa e sollecitata da chi ne condivide gli obbiettivi di fondo sulla pace e sulla sicurezza globale, è ormai ben chiara. L’Assemblea dovrebbe essere costituita da rappresentanti degli Stati che non siano soltanto l’espressione dei rispettivi governi ma dei Parlamenti nazionali, se non addirittura eletti direttamente a livello nazionale. Il Consiglio di sicurezza dovrebbe includere gli Stati più importanti oggi non presenti nel Consiglio e dovrebbe fare spazio alle unioni continentali, a cominciare dall’Unione europea, dall’Unione africana e dal Mercosur. Inoltre si dovrebbe abolire il potere di veto che blocca ogni potere di intervento se anche uno solo dei cinque membri permanenti si oppone. Infine, l’Onu dovrebbe venir dotata di una forza militare propria come previsto dalla Carta, ovviamente sotto il controllo dell’Assemblea e del Consiglio.[15]

E’ sufficiente enunciare questi obbiettivi per rendersi conto di quanto impervia sia tuttora la via che condurrebbe verso la pace mondiale sognata da secoli. Ma per la prima volta nella storia, non si tratta più di una via sbarrata.

Quanto all’Europa, il mercato unico europeo non poteva funzionare lasciando agli Stati la sovranità monetaria né consentendo legislazioni divergenti sulla concorrenza come pure sulla politica commerciale esterna: ed infatti queste funzioni sono divenute competenze esclusive dell’Unione. Tuttavia — in sinergia con la politica monetaria già in atto — senza una fiscalità comune, gestita a livello dell’Unione con il Parlamento europeo anche in funzione anticiclica, gli obbiettivi di stabilità non sono raggiungibili. Neppure gli obbiettivi di crescita sostenibile, di tutela del territorio, di sicurezza, di difesa, di promozione delle energie rinnovabili, di ricerche tecnologiche e scientifiche di avanguardia sono ormai alla portata dei singoli Stati. Nessuno di questi traguardi fondamentali per il nostro futuro lo è. Occorrerà disporre di un imponente volume di risorse per investimenti in beni pubblici europei, disteso su arco temporale di anni e di decenni, che solo un’Unione europea dotata di una capacità fiscale propria e di un bilancio adeguato potrà assicurare. E questo andrà coordinato entro un orizzonte di cooperazione globale con le altre “grandi potenze”.

Quando appena si rifletta al fatto che la sola adozione negli Stati Uniti di una carbon tax (o meglio, carbon price) di adeguata entità (50 dollari per tonnellata di anidride carbonica) determinerebbe una riduzione immediata del 18%, del 35% nel 2035 e del 50% nel 2050,[16] è naturale chiedersi come sia possibile respingere per ragion elettorali o di interesse una misura che sarebbe in grado, se adottata a livello mondiale, di difendere efficacemente il pianeta, insieme con altre misure, dal rischio del riscaldamento climatico e dal crollo della biodiversità. Per l’Europa, ormai assai meglio orientata su questa via[17] ma non ancora a regime, un calcolo analogo apre analoghe prospettive.[18]

E’ appena il caso di sottolineare quali siano le enormi potenzialità — in termini di sviluppo, di sicurezza, di influenza internazionale — di una progressiva unione economica e politica, rispettivamente, dell’Africa e dell’America latina, nella prospettiva della federazione tra Stati. Le relazioni intensificate tra l’Unione europea e l’Unione africana ne sono un chiaro promettente segnale.[19]

5. Direttrici d’azione.

La prima carenza fondamentale di cui si è detto, relativa alla mancata identificazione del giusto livello di intervento e/o alla mancata coordinazione tra i diversi livelli, richiede per ogni settore una ricognizione delle esigenze e dei modi per soddisfarle: in particolare per la tutela della biodiversità, per il contrasto all’innalzamento del clima e per la difesa dalle pandemie occorre indicare quali siano gli strumenti adeguati, le risorse, i costi, i tempi, la distribuzione entro il territorio. L’istruttoria può e deve venire condotta affidandone l’elaborazione ad esperti non di parte, anche se le scelte saranno poi di competenza delle istituzioni politiche nazionali e sovranazionali. Neppure il ricorso ai pareri e alle valutazioni degli esperti offre garanzie assolute di affidabilità e di imparzialità — le mode, le prevenzioni, le influenze politiche e ideologiche dirette e indirette giocano un ruolo anche qui, come pure (è noto) nell’evoluzione della ricerca scientifica — ma certamente la comunità scientifica offre un modello ad oggi insuperato di trasparenza e di oggettività, un modello cosmopolitico che valica le frontiere e che si fonda sulle evidenze e sui controlli incrociati dei risultati ottenuti.

Si richiede, in particolare per gli obbiettivi più importanti e più impegnativi, una programmazione pluriennale. Quanto all’intervento congiunto e coordinato dei diversi livelli territoriali, il principio di sussidiarietà può costituire il principio di base: si adotta il livello inferiore quando adeguato, e via via si ricorre ai livelli superiori quando necessario o quando utile, con un congruo regolamento inter-istituzionale per raggiungere l’accordo in caso di contrasti tra i diversi livelli (si pensi ad esempio alle pur necessarie decisioni su dove collocare le discariche, che regolarmente si scontrano con l’obiezione “nimby”, not in my back yard), o all’interno di ciascuno di essi; e con il possibile intervento dirimente delle Corti costituzionali in caso di contrasto. E’ da sottolineare il ruolo essenziale che anche i livelli inferiori rispetto agli Stati dovranno rivestire nell’organizzazione del mondo di domani (Rajan),[20] in particolare le megalopoli, più grandi di molti Stati nazionali. Si sta delineando una significativa alleanza tra i sindaci di grandi città europee. Di questa componente la Commissione europea ha dato segno di tenere il debito conto. Alcuni criteri di ripartizione delle competenze tra i diversi livelli dovrebbero essere comunque stabiliti dalle costituzioni o dalle leggi, incluso il rapporto tra le competenze di ogni livello e le risorse fiscali atte a farvi fronte.

L’importanza un approccio multilivello per affrontare con speranza di successo le grandi sfide del presente è tanto maggiore in quanto anche le criticità interne ai singoli Stati nazionali non possono in molti casi venire superate se non in coordinamento o in sinergia con il livello sovranazionale. Ad esempio la lotta contro la criminalità organizzata non può prescindere dalla messa a punto di banche dati internazionali. E le politiche rivolte a contrastare le disuguaglianze interne agli Stati — che stanno determinando uno iato tra la fascia dei ricchi e i ceti medio-bassi e che un contribuiscono a diminuire la mobilità sociale — richiedono, accanto a congrui interventi nazionali sulla fiscalità e sulla politica sociale, anche un efficace coordinamento con gli Stati esterni all’Unione europea, tramite il WTO e con ulteriori strumenti, incentivi e disincentivi.

Questa impostazione consente di evitare o comunque di ridurre un grave rischio già evocato dal padre fondatore del moderno cosmopolitismo politico, Emanuele Kant[21] e dopo di lui da molti altri: il rischio di dar vita a un Leviatano mondiale, a un “grande fratello” padrone dei destini individuali e collettivi dell’umanità, oggi e in futuro anche attraverso il dominio dei mezzi di comunicazione dei media. Due sono le controspinte in grado di evitare questo rischio: la prima sta appunto nell’articolazione, costituzionalmente garantita, dei poteri di governo su più livelli, ciascuno dei quali fondato su una specifica legittimazione democratica; la seconda risiede nella distinzione, o meglio nell’equilibrio dei poteri per ciascuno dei livelli territoriali dotati di un proprio ordinamento, un equilibrio in virtù del quale la potestà legislativa trova un limite nelle rispettive Costituzioni nazionali e sovranazionali, approvate e modificabili solo con maggioranze qualificate e rese cogenti con l’apporto della giurisprudenza delle Corti costituzionali; il potere di governo dipende dalla fiducia dei Parlamenti ovvero da un’elezione diretta in regime di pluralismo politico; il potere di giudicare è affidato a magistrature indipendenti, ma soggette a regole etiche e legali verificabili e verificate. Questa impostazione dovrebbe venire realizzata per ciascuno dei livelli territoriali competenti, incluso anche il livello planetario facente capo alle Nazioni Unite.[22]

La seconda carenza fondamentale, relativa alle capacità di decisione entro le organizzazioni internazionali come pure entro la stessa Unione europea, può venire colmata solo con l’adozione di un insieme di regole adottate in via legislativa, essenzialmente in forma di trattato, da implementare con regole di legislazione secondaria e con i relativi poteri di attuazione. Il cuore di tale ordinamento sta nello stabilire, per ciascuna delle competenze esclusive, concorrenti o di sostegno di ogni livello territoriale, cosa va deciso dai rappresenti democraticamente eletti di quel livello e cosa va affidato al governo corrispondente, legittimato dal voto diretto dei cittadini o dall’organo rappresentativo di ciascun livello. Le decisioni collegiali debbono essere sempre fondate sul principio maggioritario, perché per le scelte concernenti questioni di interesse comune (e come tali previste dalle competenze stabilite dalle costituzioni o dai trattati) l’unione esiste se (e solo se) ognuno dei componenti del collegio è disposto ad adeguarsi alla decisione di una maggioranza, semplice o qualificata a seconda delle materie; dove ci sia il potere di veto, l’unione semplicemente non esiste. La legittimazione del potere di governo deve riposare sull’elezione diretta o sulla fiducia della Camera rappresentativa o delle due Camere, quella del popolo e quella degli Stati, secondo il modello delle federazioni democratiche.

  1. 6. Gli ostacoli.

Se le possibili direttrici d’azione che aprono la via al superamento delle carenze fondamentali sono quelle appena indicate, occorre chiedersi quali siano le ragioni che ne hanno impedito e tuttora ne impediscono il conseguimento, o quanto meno lo rendono impervio anche là dove il percorso verso un assetto politico e istituzionale sovranazionale e planetario è condiviso ed è iniziato, anzitutto in Europa ed a livello mondiale.

Le ragioni sono molteplici, in parte diverse e specifiche per ciascuna delle maggiori criticità del presente. Tuttavia alcune di esse sono trasversali e comuni. Menzioniamo quelle che ci sembrano fondamentali, richiamandone brevemente la natura. Si tratta di ostacoli politici, amministrativi, economici, culturali, spesso intrecciati e sovrapposti.

L’ostacolo politico consiste nella resistenza formidabile che è propria delle classi politiche, in particolare dei governi ma anche dei parlamenti e degli organi rappresentativi, nei confronti di iniziative e di riforme che implichino il trasferimento di poteri ad un livello superiore a quello da essi ricoperto. E’ quasi una legge della natura umana che chi si trova ad esercitare un potere, legittimo o illegittimo che sia, tenda a conservarlo nei confronti di chi è inferiore: come dimenticare il dialogo di Atene con gli abitanti dell’isola di Melo, immortalato da Tucidide?[23] Nei confronti di chi voglia una riforma del sistema in atto, chi si trova al potere è in posizione di vantaggio: come dimenticare il capitolo di Machiavelli[24] sulla difficoltà di instaurare “ordini nuovi”, i cui promotori si trovano di fronte la corposa realtà dell’esistente disponendo soltanto della fragile forza d’urto di qualcosa che ancora è in embrione?

Si comprende allora perché l’iniziativa di dotare le Nazioni Unite di una forza propria, pur prevista dalla Carta dell’Onu del 1945, pur approvata dalla totalità degli Stati che vi aderiscono, non si sia ancora realizzata a distanza di tre quarti di secolo. Si comprende perché i governi degli Stati membri dell’Unione europea sono così restii a conferire alla Commissione, pur democraticamente legittimata e da loro stessi nominata, maggiori poteri di governo; e perché essi si ostinano a mantenere il potere di veto in tante fondamentali materie di interesse comune che pure i trattati, da tutti sottoscritti, riconoscono appartenere alle competenze dell’Unione. La ragione è sempre la stessa: è la formidabile renitenza a cedere un potere, la quale non viene meno neppure quando il potere stesso è ormai di fatto comunque compromesso. Per lo più, solo una grave crisi sopravvenuta ha per effetto di indurre i governi a superare, obtorto collo, questa chiusura.

L’ostacolo amministrativo e istituzionale risiede nella forza di inerzia degli apparati di governo delle burocrazie nazionali, che riluttano istintivamente e accanitamente, quasi sempre con successo, ai tentativi di innovazione e di maggiore efficienza che pure la politica non di rado intende perseguire su pressione della società civile. E’ una resistenza che presenta, beninteso, anche aspetti positivi, non solo perché un certo grado di continuità giova al buon governo ma anche perché la vischiosità della burocrazia e la sua tendenza a non discostarsi dalle prassi stratificate hanno il vantaggio di mettere le amministrazioni al riparo, entro certi limiti, dall’arbitrio delle classi politiche che vorrebbero piegarle ai propri interessi di parte. Tuttavia i limiti di questo atteggiamento si colgono chiaramente allorché, ad esempio, si tenta di recuperare spazio e risorse eliminando gli sprechi che sempre ci sono, tanto più nell’età della rivoluzione informatica e digitale: le amministrazioni si chiudono a riccio, non tanto riguardo all’informatizzazione quanto, ad esempio, nella prospettiva da loro aborrita della spending review che pure consentirebbe non solo cospicui risparmi ma una allocazione più razionale delle risorse di personale esistenti. Gli strumenti messi in atto per bloccare le riforme sono infiniti.

Gli ostacoli economici non sono meno potenti. L’instaurazione della libera concorrenza e l’abolizione delle barriere doganali hanno dovuto fare i conti con la resistenza delle imprese che agivano al riparo di tali barriere; l’industria farmaceutica (big pharma) resiste con successo all’idea di investire in direzioni nuove in aggiunta ai proficui canali ormai collaudati, specie se si tratta di malattie rare. Per non parlare degli interessi formidabili che sottendono alla produzione e al commercio delle armi, come pure all’estrazione del petrolio e del carbone. Questi interessi si possono contrastare e sono stati in qualche misura contrastati con successo, proprio dall’Unione europea, ma la condizione è che si manifesti attivamente non solo un’opinione pubblica vigile e motivata in questa direzione ma anche la parte più lungimirante delle stesse forze economiche, aperta alla prospettiva di investire nel nuovo e di espandersi anche economicamente grazie alla qualità non dannosa e distruttiva dei suoi prodotti. Tuttavia, specie nel settore dei servizi e delle professioni, anche entro l’Unione europea le resistenze sono ancora forti. Il mercato unico non è ancora completato.

Si noti — è questo un punto fondamentale — che quando l’innovazione richiede l’intervento della classe politica, attraverso atti di governo o misure legislative, le forze di resistenza fanno molto spesso ricorso, con successo, alla loro formidabile capacità di pressione lobbistica, attraverso strumenti formalmente leciti (campagne di stampa, finanziamento dei partiti) che tuttavia divengono sostanzialmente distruttivi del fondamento stesso delle democrazie quando portano a far prevalere gli interessi particolari sull’interesse generale. Questa patologia raggiunge il vertice allorché non viene posto un limite al finanziamento privato della politica da parte di singoli individui o di singole imprese: la Corte Suprema degli Stati Uniti lo ha appunto rimosso con una storica sentenza del 2010,[25] approvata con cinque voti contro quattro, in tal modo sostanzialmente modificando la costituzione materiale statunitense. Ma il problema esiste dovunque, anche a prescindere dai fenomeni pur ben presenti di vera e propria corruzione.

Infine, vi sono gli ostacoli culturali. Come per il passato — per effetto di vincoli religiosi derivanti da divieti tradizionali e scritturali o in ossequio a un acritico rispetto del principio di autorità — ancora oggi esistono correnti di pensiero fondate su modelli che ottengono non solo il consenso degli intellettuali ma l’adesione dell’opinione pubblica, sino ad imporsi anche al livello della classe politica. Queste correnti spesso restano in campo con successo anche quando la realtà dei fatti ne smentisce gli assunti o quando l’analisi concettuale ne mostra le incongruenze. L’esempio attuale forse più rilevante è quello che va sotto la denominazione di “neoliberismo”, fondato da intellettuali di alto spessore quali Hayek e Friedman, sostenitori del principio che è il mercato libero da vincoli costituire il miglior tutore del benessere individuale e collettivo; un mercato che avrebbe il potere di autocorreggersi per forza propria là dove ve ne sia la necessità. Dopo la crisi del socialismo reale — l’ideologia che a sua volta aveva per settant’anni costituito il credo di una parte dell’umanità — le correnti culturali e politiche della sinistra, pur da decenni approdate ad una visione democratica del socialismo, sino ad anni a noi vicini non hanno dispiegato le risorse intellettuali necessarie per contrapporre al liberismo thatcheriano e reaganiano, ma anche all’ordoliberismo di matrice germanica, una visione equilibrata del rapporto tra Stato e mercato. La crisi del 2008-2017, ma in parte anche la crisi della pandemia del 2020 hanno chiaramente mostrato le falle di quell’impostazione, tuttora prevalente nelle democrazie occidentali, anche se ormai contrastate da diversi studiosi.[26]

In tal modo il campo è lasciato libero alle corporations globali, che perseguono indisturbate i propri pur legittimi interessi di potere e di profitto, che comportano tuttavia rischi crescenti e gravi per le collettività a livello planetario. Se occorre riequilibrare il rapporto tra Stato mercato, il pendolo deve spostarsi nuovamente verso il centro. Anche il contestuale perseguimento dei tre scopi fondamentali della politica economica[27] — la stabilità, l’allocazione (oggi: la crescita sostenibile) e la distribuzione — richiede un equilibrio bilanciato tra Stato e mercato.

E’ nelle fasi di difficoltà — causate ad esempio da una crisi economica o dalle vicende delle migrazioni — che la tentazione di richiudersi e di respingere la cooperazione e l’interscambio tra nazioni diviene molto forte. Ecco allora il riproporsi con grande successo, a livello culturale ma anche a livello politico, delle tesi del nazionalismo, ammantate di falsa cultura e di false evidenze storiche. Quasi nulla vi è di più resistente alla critica di alcune idee sbagliate: perché queste poggiano su uno strato di natura emotiva, impermeabile ai dati empirici e alle prove della ragione. Da parte di altri studiosi, certo non inclini al populismo, si invoca un ritorno al sentimento di identità nazionale come possibile risposta al rifiuto della globalizzazione di una parte consistente delle opinioni pubbliche e dei ceti medi sacrificati dalla liberalizzazione.[28]

Un punto fondamentale va richiamato, su questo fronte: non esiste una sola identità prevalente, certamente non è tale l’identità nazionale, perché a fianco di essa sono presenti in ogni individuo altre identità non meno reali né meno forti. Ognuno di noi è ad un tempo milanese, lombardo, italiano, europeo ed anche cittadino del mondo. L’accentuazione eccessiva e parossistica dell’identità nazionale è un risultato della storia del Novecento, che ha in realtà deformato l’ideale nazionale del Romanticismo portandolo, come sappiamo, ad esiti tragici. Ogni individuo appartiene ad una pluralità di cerchie identitarie territoriali, ma anche ad altre cerchie (di mestiere, di professione, di etnia, di religione, di tradizione storica e familiare) che debbono e possono convivere senza contraddizione alcuna. La ricchezza di vita e di orizzonti di ogni individuo è dovuta anche a questa pluralità di prospettive, tutte reali e tutte compatibili. E ciò vale anche per quella che da Ulrich Beck è stata denominata “identità cosmopolitica”.[29]

7. Vie d’uscita: le tre forze e l’Europa.

Sono, questi, ostacoli formidabili. Interessi corposi, deliberata inerzia, ideologie accattivanti cooperano a frenare o a bloccare le iniziative volte a creare un ordine nuovo, tale da superare i limiti e le aporie dell’ordine esistente. Potrebbe sembrare una coalizione insuperabile, e in effetti molto spesso — vogliamo dire quasi sempre? — lo è. Ma non sempre, non necessariamente. La storia ha conosciuto svolte e fasi nelle quali una realtà sedimentata anche da secoli ha subìto trasformazioni profonde, spesso in tempi brevi, quasi all’improvviso, vincendo resistenze secolari quando non addirittura millenarie.

Le ragioni di queste svolte sono diversissime. In parte sono dovute ad eventi al di fuori del controllo umano, dalle carestie alle pandemie alle tempeste climatiche e ambientali. Ma in parte le svolte sono il risultato di azioni umane, a cominciare dalle migrazioni collettive e dalle guerre che accompagnano la storia da millenni e che sono state la fonte di trasformazioni profonde, di enorme portata in tutti i campi della convivenza sociale, della struttura istituzionale, degli status personali, delle lingue, delle culture. A loro volta, le grandi religioni hanno portato germi di cultura e modelli di comportamento che hanno plasmato la vita individuale e collettiva. Altre svolte epocali sono quelle indotte dalla scoperta di tecnologie nuove, tali da modificare l’intero tessuto delle comunità: dal fuoco alla produzione e all’uso dei metalli, che caratterizzano epoche intere della preistoria, sino alla domesticazione degli animali, alla rivoluzione agricola, all’aratro, per giungere all’età moderna e contemporanea, con l’energia del vapore, l’elettricità, il nucleare, l’informatica. Trasformazioni profonde, imprevedibili ex ante, come lo è sempre la storia umana.

Infine, vi sono trasformazioni che rappresentano il frutto di pressioni, di idee e di proposte che nascono nella società civile e nella cultura, talvolta accolte da chi detiene il potere, più spesso osteggiate e disattese per le ragioni che abbiamo visto. E tuttavia molte riforme basilari, che caratterizzano l’età moderna e contemporanea, sono nate così, quale esito di lunghe e tenaci battaglie culturali e sociali, sovvertendo un ordine stratificato che sembrava impossibile da scalfire o da sovvertire. Le libertà di espressione, di stampa, di religione, di commercio, di impresa, di associazione, di schieramento politico; i diritti individuali e collettivi a queste connessi; i diritti alle provvidenze sociali e sanitarie; la proporzionalità dapprima e poi nel Novecento la progressività delle imposte; i diritti politici con l’estensione del suffragio sino a divenire universale, esteso infine anche alle donne; i nuovi diritti della persona sul divorzio, sulla maternità, sull’infanzia, sulle cure palliative: sono alcuni esempi di queste fondamentali conquiste della modernità, che potevano sembrare irraggiungibili sino al momento della loro affermazione, perché formidabile era, ogni volta, non solo la convinzione dei più ma spesso anche la coalizione di interessi che ne impedivano la realizzazione.

Ricordo questi precedenti perché oggi ci troviamo in una condizione analoga. Le sfide che abbiamo richiamato — sfide nazionali, sfide continentali, sfide planetarie — sono ormai evidenti. Gli strumenti per affrontarle con speranza di successo sono altrettanto palesi, come si è visto. Gli ostacoli sono però formidabili. Come sperare di superarli?

Ci limitiamo qui ad indicare alcune opportunità che possono e debbono venire colte a questo fine, con il concorso congiunto di alcune forze attive. Le possiamo sintetizzare così: le opportunità offerte dalle crisi stesse; l’azione di una leadership politica orientata verso il futuro; la spinta di un’opinione pubblica consapevole.

Le crisi quali possibili levatrici di mutamento. Ogni crisi profonda comporta mutamenti nella storia umana. Ma la struttura delle società e delle istituzioni politiche offre la possibilità di indirizzare il mutamento indotto dalle crisi in direzioni vantaggiose per la società — in termini di benessere, di libertà, di salute, di coesione solidale — in una misura che era impensabile prima della crisi. Per limitarci a un solo esempio (ma ce ne sarebbero innumerevoli altri per ogni età del passato), è chiaro che mai l’ideale di un’unione politica dell’Europa si sarebbe affermata in concreto, dopo essere stato espresso in più occasioni dal medioevo sino all’Ottocento, senza la tragedia delle due guerre mondiali e della barbarie nazifascista. Ed è altrettanto chiaro che la successiva evoluzione della CEE e poi dell’Unione europea ha ricevuto spinte decisive dalle crisi che minacciavano il mercato comune e che hanno condotto all’unione monetaria (1978-1990). Analoghe reazioni positive si sono avute in Europa in seguito alla crisi finanziaria del 2008-2011, ed ora in seguito alla pandemia del 2020. L’avvio di un’unione bancaria (benché tuttora incompleta), l’istituzione di un Fondo per la stabilizzazione finanziaria (benché tuttora imperfetto), gli incunaboli di una fiscalità europea, di un tesoro e di un debito comune dell’Unione, la riaffermazione della solidarietà e dello stato di diritto, tutto questo non ci sarebbe stato senza le crisi. Jean Monnet lo aveva preannunciato con lucidità sin dal 1950, affermando che l’unione europea sarebbe stata la risultante delle risposte alle crisi affrontate e risolte in comune dai paesi europei. Si deve sottolineare — concordo con un rilievo di Antonio Longo — che la risposta alle crisi può venire (e per l’Europa è in più casi avvenuta, ultimamente con il Recovery Plan) all’interno del processo di sviluppo in atto entro l’Unione senza la necessità di una modifica istituzionale, ovvero può richiedere una riforma dei trattati senza la quale l’obbiettivo sarebbe irraggiungibile: così è stato, per limitarci a due casi, per la legittimazione democratica raggiunta con l’istituzione del Parlamento europeo, così per la moneta unica varata a Maastricht.

Naturalmente, le crisi possono sempre avere sbocchi opposti, l’evoluzione oppure l’involuzione, l’avanzamento ovvero il crollo; e nulla mai è prevedibile a priori, né predeterminato, né necessitato. Ogni crisi bisogna saperla cogliere nelle sue opportunità. Machiavelli ha lucidamente espresso l’idea che una parte fondamentale del successo del “principe” sta nell’incontrare e nel saper cogliere la “fortuna”. Saremmo tentati di affermare che così come l’evoluzione biologica si è sviluppata soltanto in conseguenza degli errori di trascrizione del Dna nel corso di centinaia di milioni di anni, qualcosa di analogo si è ripetutamente verificato nella storia umana, in tempi oltre mille volte più brevi, a seguito di scoperte e invenzioni imprevedibili, come di errori e di sventure volute o non volute, a cominciare dalle guerre. Senza che ciò implichi minimamente, sia chiaro, né l’auspicio di nuove guerre, né la sopravvenienza di nuove disgrazie collettive, né, infine, la sottovalutazione dell’importanza storica delle svolte dovute alla vittoria incruenta di ideali alti e nobili, patrocinati da menti illuminate e alla fine risultati vittoriosi.

L’azione di una leadership politica lungimirante è a sua volta essenziale. Ancora Machiavelli parla a questo proposito del requisito della “virtù”, come elemento che sa volgere al meglio le opportunità dischiuse dalla “fortuna”; virtù politica, naturalmente, ben distinta dalle virtù etiche, anche se non necessariamente in contrasto con esse. Sulla base delle intuizioni e degli impulsi dei padri dell’Europa, anzitutto Altiero Spinelli e Jean Monnet, nella costruzione dell’Europa questo carisma di potenziale leadership europea lo hanno posseduto solo in pochissimi, tra gli esponenti delle classi politiche nazionali. Tra questi, Alcide De Gasperi, Robert Schumann, Konrad Adenauer, ma poi anche Kohl, Giscard d’Estaing ed oggi, in diversa misura, Emmanuel Macron e Angela Merkel; e così pure certamente Jacques Delors, oggi Ulrike von der Leyen e pochi altri, ispirati da alcuni consiglieri illuminati, personaggi spesso ancora sconosciuti, quasi sempre ignorati o disattesi anche da chi ne riconosceva almeno a parole la lungimiranza. La leadership può anche essere “occasionale”, secondo la terminologia di Mario Albertini: in un determinato momento, un leader politico o un determinato assetto del potere possono trovarsi a svolgere un ruolo determinante quasi senza saperlo, senza averlo previsto né voluto. In altri casi questo è avvenuto ed avviene essenzialmente per opera delle componenti federali dell’Unione, il Parlamento europeo, la Commissione e la Corte di Giustizia. Il ruolo di leadership degli individui che decidono di farsi carico di questo compito resta comunque essenziale.

Infine, last not least, è essenziale per ogni regime, l’orientamento dell’opinione pubblica, che definire “spinta dal basso” è fuorviante perché i titolari della sovranità sono, nelle democrazie moderne, i cittadini, in quanto ognuno di loro è il vero e solo co-titolare della sovranità. Nel caso dell’Europa, questa spinta “dal basso” (si dovrebbe dunque più correttamente dire “dall’alto”) ha contato sempre, anche se meno di quanto avrebbe potuto e dovuto. Essa ha un peso in realtà anche nei regimi autoritari, ma il suo ruolo è naturalmente ben maggiore nelle moderne democrazie. La convinzione di fondo che il mondo di domani debba costruirsi entro un orizzonte anche politico più ampio rispetto a quello degli Stati nazionali, questa convinzione è diffusa nell’opinione pubblica, non si è mai spenta nel corso di tutti questi decenni. Se la questione del controllo sovranazionale degli armamenti e della conseguente garanzia di tutela della pace venisse sottoposta a un sondaggio, la stragrande maggioranza dei cittadini di ogni continente la sosterrebbe convintamente. Eppure, per le ragioni che abbiamo ricordato, la politica ha difficoltà enormi a trarre le conseguenze coerenti che discendono da questa premessa. Il paradosso, che potrebbe condurre, come è avvenuto tante volte in passato, ad esiti tragici, sta nel fatto che tale convinzione di fondo dei cittadini di ogni parte del mondo solo eccezionalmente riesce a trasmettersi e a tradursi in coerente azione politica.

Questa terza componente è davvero fondamentale. Se e quando essa si manifesta con chiarezza e con sufficiente vigore, l’esperienza del passato mostra che il risultato può venire raggiunto. In tale prospettiva, è impressionante la recente auto-mobilitazione dei giovani e dei giovanissimi — Greta Thunberg ne è l’esponente più carismatica — della quale non vediamo precedenti storici paragonabili. Essi si sono mobilitati in sostegno di una svolta decisa e globale sulla politica climatica, da realizzare prima che sia troppo tardi, prima che loro stessi e con loro l’umanità futura debba naufragare. La civile rivolta dei millennials ha una portata enorme, della quale sia le classi politiche che le imprese stanno concretamente prendendo atto. Ma, una volta di più, la chiave che sola può aprire la porta ad un mondo più pacifico, più sano e più giusto per il domani sta nell’adozione di strumenti politici e istituzionali appropriati, che superino il livello delle sovranità nazionali.

Va aggiunto che la “spinta dal basso/dall’alto” si lega strettamente con la sorte delle moderne democrazie, non solo perché è in democrazia che all’opinione pubblica è concesso un largo spazio di libera manifestazione del pensiero ma anche perché è solo in democrazia che il potere politico può venire influenzato, corretto e anche sostituito senza traumi, purché l’assetto istituzionale sia dotato dei pesi e dei contrappesi previsti dalle moderne Costituzioni. L’elezione americana che ha sconfitto Donald Trump e la resistenza, alla fine vincente, ai tentativi di sovvertirne l’esito costituiscono una conferma della forza e del valore insostituibile delle istituzioni democratiche, destinata a segnare una svolta ben al di là degli Stati Uniti. Il modello del federalismo politico è a sua volta connesso con il modello della democrazia politica.[30]

Sotto questo profilo occorre sottolineare che il ruolo dell’Unione europea potrà risultare determinante. L’Europa costituisce oggi la regione del mondo nella quale i valori della pace, del benessere individuale e collettivo, dell’eguaglianza dei diritti, della protezione sociale e del rispetto per l’ambiente sono più consapevolmente perseguiti, pur se in misura non ancora sufficiente né univoca. Non solo: l’Unione europea ha costituito e potrà sempre meglio costituire un modello politico nel quale la persistenza delle identità nazionali e locali convive con l’accettazione di un esercizio legittimo di competenze e di poteri sovranazionali. Sul terreno del mercato, della concorrenza e della moneta l’Unione ha ormai raggiunto un assetto federale democraticamente legittimato grazie al ruolo istituzionale delle sue cinque componenti: i Governi dei due Consigli, il Parlamento, la Commissione e la Corte di giustizia. Inoltre l’integrazione europea è nata ed è tuttora impostata su un modello cosmopolitico che sostiene le organizzazioni sovranazionali, a partire dalle Nazioni Unite. Ma queste tendenze potranno influire in misura determinante sul mondo di domani solo a condizione che il processo di unificazione federale dell’Unione raggiunga l’assetto a regime, estendendosi alla difesa, alla politica estera e alla politica economica. L’Unione europea può essere concepita come una grande cattedrale incompiuta, pertanto ancora a rischio.

La netta vittoria delle forze politiche europeiste in occasione dell’elezione europea del 2019, in cui il nuovo Parlamento eletto può contare su una maggioranza pro-europea del 75% (pur schierata per politiche in parte diverse, come è naturale), induce a sperare che i passi in avanti saranno compiuti. In parte ciò è già avvenuto: l’elezione della nuova presidente della Commissione Ursula von der Leyen, insieme con lo storico accordo del Consiglio europeo del 21 luglio 2020, istitutivo di un primo pilastro di fiscalità comune, sono segnali di grande significato.

Non va mai dimenticato che il completamento del processo di unificazione europea riguarda non solo l’Europa ma il futuro dell’intero pianeta.

8. Conclusioni

Le sfide globali di cui abbiamo parlato non solo certo le sole, se si riflette a quanto la ricerca scientifica potrà rendere possibile nei prossimi anni e decenni in particolare sui fronti cruciali dell’intelligenza artificiale e dell’ingegneria genetica: si vedano su ciò le acute riflessioni di Yuval Harari.[31] Occorrerà anzitutto procedere ad un lavoro di scavo concettuale ed etico, che si accompagni a un rinnovato impegno formativo, accanto alla necessità, anche qui, di una costante concertazione sovranazionale.

In conclusione, le vie per avvicinarsi al raggiungimento di un agire insieme ci sono. In parte sono già state imboccate, muovendo da versanti diversi. Ma la sfida non è stata ancora raccolta con sufficiente chiarezza di intenti e con sufficiente energia per dare la concreta speranza di affrontare con successo un futuro denso di gravi minacce, ormai molto vicine ad avverarsi se non saranno efficacemente contrastate. Gli ostacoli che abbiamo evocati sono formidabili.

Il ruolo insostituibile che a questo fine spetta alla dimensione istituzionale con la ristrutturazione dei poteri ai diversi livelli del territorio, sino a quelli continentali e planetari, dovrebbe essere ormai chiaro a tutti. E allora occorre puntare su un comune fondamento di ragionevolezza e di consapevolezza etica che pure esiste al di sopra degli egoismi e al di là delle frontiere; anche recentemente, è stata proprio l’opinione pubblica ad aver rimosso, con pochi ma efficacissimi gesti evocativi, le tentazioni di chiusura nazionale suscitate dalla pandemia. Non è dunque senza fondamento la speranza di risanare da mali peggiori e liberare da esiti fatali “l’aiola che ci fa tanto feroci” non solo nei rapporti interumani ma nella relazione potenzialmente distruttiva con la natura animata e inanimata.

In questa prospettiva la formazione può e deve svolgere un ruolo fondamentale. L’educazione civica, l’etica della trasparenza, della lealtà, della solidarietà e della responsabilità — al pari dell’amore per la libertà, per la democrazia e per la giustizia sociale — vanno sempre di nuovo trasmesse ad ogni generazione, direttamente. Con la scuola e con l’esempio. La formazione deve educare anche alla messa in guardia nei confronti dei diffusissimi falsi messaggi telematici e coltivare nei giovani (e non solo…) la capacità di sottrarsi al fascino delle tesi complottiste, o negatrici della realtà, o fondate sulla convinzione irrazionale di realtà parallele inesistenti, come quella della Terra piatta o quella per la quale se la propria parte politica perde le elezioni, queste debbono necessariamente essere state truccate; o, ancora, la convinzione che esista una regia occulta per il dominio del mondo, composta dai grandi della finanza, o da ebrei, o da altri geni del male.

Investire risorse nella formazione scolastica, dall’asilo alla scuola primaria sino all’università ed alla formazione permanente: è questa la via più sicura, più potente e più promettente per programmare un mondo nel quale non sia l’uomo a determinare con i propri comportamenti trasgressivi od anche per semplice omissione (il più frequente e non il meno grave tra i peccati) il collasso del clima, il crollo della biodiversità, il tramonto della democrazia, il prevalere della violenza, la negazione delle libertà, la violazione dei diritti e il mancato sostegno ai più deboli di ogni parte del pianeta.

La via seguita per unire l’Europa può costituire un modello al quale ispirarsi anche al livello planetario. L’idea di Jean Monnet e di Robert Schumann, mirante a creare una “solidarietà di fatto” su obbiettivi concreti, come via per costruire gradualmente l’unione politica, si è dimostrata feconda. Solidarietà di fatto significa convergenza di valori e di interessi. Quando rispetto a traguardi riconosciuti come fondamentali in termini di valore — la pace, la sicurezza, la salute, le libertà, la lotta contro le disuguaglianze, la crescita sostenibile, la tutela dell’ambiente, la biodiversità, la ricerca fondamentale ed applicata, le energie alternative — si riesce a far convergere, per renderli raggiungibili in concreto, sia la spinta di un’opinione pubblica bene informata sia l’aggregazione di un consistente complesso di interessi, allora l’obbiettivo — con il favore delle circostanze (la “fortuna”) e con l’apporto di leadership lungimiranti (la “virtù”) — può divenire raggiungibile.


[1] Basterebbe richiamare ricerche recenti che hanno accertato, per limitarci a un solo esempio, un tasso di estinzione delle specie di artropodi in Germania che va dal 34% al 78% nel breve intervallo dal 2008 al 2017 (Nature, 574 (2019), p. 671); è appena il caso di rammentare che miliardi da api impollinano i tre quarti delle culture alimentari; e che senza gli insetti vivremmo (meglio: non potremmo vivere) in un mondo senza piante.

[2] Immanuel Kant, Per la pace perpetua (1795), Terzo articolo, in Id., Stato di diritto e società civile, Roma, Editori Riuniti, 1982, p. 191.

[3] Joseph E. Stiglitz, The Price of Inequality, New York – London, W.W. Norton & Cmpany, 2013; Thomas Piketty, L’économie des diségalités, Paris, La Découverte, 1997; trad. it. Disuguaglianze, Milano, Università Bocconi Editore, 2014.

[4] Sabino Cassese, Chi governa il mondo?, Bologna, Il Mulino, 2013.

[5] Max Weber, La politica come vocazione (1919), in Id., Il lavoro intellettuale come professione, Torino, Einaudi, 1948, p. 82.

[6] Edward Wilson, Half-Earth: Our Planet's Fight for Life, New York-London, Liveright Publishing Corporation, 2016;trad. it., Metà della Terra. Salvare il futuro della vita, Torino, Codice, 2016.

[7] Id., The Diversity of Life, Cambridge MA, Harvard University Press, 1992; trad. it., La diversità della vita, Milano, Rizzoli, 1993, cap. 13, Ricchezze non sfruttate.

[8] Peter Wadhams, A Farewell to Ice, London, Penguin Books Ltd., 2016; trad. it., Addio ai ghiacci, Torino, Bollati Boringhieri, 2019, pp. 223-240.

[9] Ibid., pp. 249-256.

[10] Onu, 17 Sustainable Development Goals to Transform Our World, https://www.un.org/sustainabledevelopment/development-agenda/.

[11] Onu, Paris Agreement, 2015, https://unfccc.int/sites/default/files/english_paris_agreement.pdf.

[12] Tommaso Padoa-Schioppa, The Ghost of Bancor, Bologna, Il Mulino, 2016, pp. 59-96.

[13] Guido Montani, Antropocene e azione politica, https://www.eurobull.it/antropocene-e-azione-politica?lang=fr.

[14] Albert Einstein, On Peace, New York, Avenel Books 1981, pp. 335-540.

[15] Lucio Levi et al., The Democratisation of International Institutions, London and New York, Routledge, 2014; Andrea Cofelice, Il modello dell’Unione europea e le Assemblee parlamentari sovranazionali, Centro Studi sul Federalismo, Commenti 199, 2020.

[16] Gilbert E. Metcalf, Quanto costa l’anidride carbonica?, Le Scienze, agosto 2020, pp. 27-33, p. 33.

[17] Consiglio europeo, 21 luglio 2020, Conclusioni, A 29, https://www.consilium.europa.eu/media/45118/210720-euco-final-conclusions-it.pdf.

[18] Alberto Majocchi, Carbon pricing, Bologna, Il Mulino, 2020, pp. 69-93.

[19] Andrea Cofelice, Verso l’Area africana di libero scambio, Centro Studi sul federalismo, Policy Paper, marzo 2020; Id., Un anno svolta per le relazioni UE-Africa, Ivi, Commenti 181, 2020; Id., con Olimpia Fontana, La nuova alleanza tra Africa ed Europa, ivi, Policy Paper 2019. Si veda inoltre il numero de L’Unità europea, 45 n. 4 (2020), intitolato L’Europa e l’Africa, con puntuali messe a punto di Jacpo di Cocco, Giorgio Anselmi e Andrea Apollonio.

[20] Ranghuram Rajan, The Third Pillar. How Markets and the State are Leaving Communities Behind, New York, HarperCollins Publishers, 2019; trad.it. Il terzo pilastro, la comunità dimenticata da Stato e mercati, Milano, Università Bocconi, 2019.

[21] Immanuel Kant, Per la pace perpetua, op. cit., pp. 175-214, a p. 187; 197.

[22] Lucio Levi, Crisi dello Stato e governo del mondo, Torino, Giappichelli, 2005, in part. pp. 328-335; Jean Francis Billion, World Federalism, European Federalism, and International Democracy, World Federalist Movement-Institute for Global Policy, New York 2001.

[23] La guerra del Peloponneso, V. 89; V. 105.

[24] Niccolò Machiavelli, Il Principe, www.liberliber.it, cap. 6.

[25] Citizens United v. Federal Election Commission, 558 U.S. 310, 130 S.Ct. 876, 2010, https://casetext.com/case/citizens-united-v-federal-election-comn.

[26] Thomas Piketty, L’économie des diségalités, op.cit.; Joseph E. Stiglitz, The Price of Inequality, New York-London, V.V. Norton & Company, 2013; Mariana Mazzucato, Lo Stato innovatore, Roma-Bari, Laterza, 2014.

[27] Richard Musgrave, The Theory of Public Finance, New York, McGraw-Hill, 1959.

[28] Yael Tamir, Why Nationalism, Princeton, Princeton University Press, 2019; trad. it. Le ragioni del nazionalismo, Milano, Bocconi ed., 2020, su cui Padoa-Schioppa, 2020, in corso di stampa.

[29] Ulrich Beck, Potere e contropotere nell’età globale, Roma-Bari, Laterza, 2014.

[30] Luigi Zanzi, Il federalismo e la critica della ragion politica, Manduria-Roma-Bari, Lacaita, 2014 pp. 349-431.

[31] Yuval Noah Harari, Lezioni per il XXI secolo, Firenze, Bompiani 2018.

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