Anno LXVII, 2025, Numero 2-3, Pagina 115
Come salvare la democrazia liberale
costruendo una (vera) democrazia federale
FABIO RASPADORI
Leggendo il titolo del seminario “Come salvare la democrazia liberale costruendo una democrazia federale”, organizzato nell’ambito di una riflessione proposta dal Movimento federalista europeo, si delineano due assunti contrapposti, ma allo stesso tempo correlati. Il primo, è che l’attuale democrazia liberale sarebbe in crisi; il secondo, che rappresenta la soluzione della crisi, è l’auspicabile avvento della democrazia federale.
Partiamo dal primo presupposto: la democrazia liberale è davvero in crisi?
Per rispondere a questo interrogativo, bisognerebbe però prima intenderci su cosa sia la democrazia, impresa tra le più ardue alle quali ci si possa accingere. Per semplificare all’osso, possiamo dire che oggi sono due i principali modelli a confronto.[1] Il primo, la cosiddetta democrazia procedurale o schumpeteriana, più tradizionale ed ortodossa, vede nella vigenza e nel rispetto di determinati meccanismi procedurali l’essenza della nostra nozione (riconoscimento di diritti civili e politici soprattutto in occasione delle elezioni). Il secondo, più innovativo e pretenzioso, corrisponde alla democrazia sostanziale; in questo caso, oltre alle procedure della precedente nozione, perché si abbia vera democrazia devono essere attribuiti ed applicati diritti e libertà che attengono agli ideali di giustizia e perequazione (riconoscimento generalizzato dei diritti economici e sociali).
Se scegliessimo la seconda nozione di democrazia — secondo molti decisamente utopica — sarebbe scontato che ancora ci sia molto da fare per renderla realmente applicabile. Per rispondere al nostro quesito sulle difficoltà in cui si dibatterebbe la democrazia liberale, prenderemo in considerazione quindi la democrazia procedurale.
Anche osservando la condizione della democrazia da questa prospettiva meno esigente, mi sentirei di essere decisamente pessimista. La democrazia liberale è praticamente già morta; ed i segni del trapasso sarebbero numerosi e convergenti[2].
Robert Dahl,[3] uno dei principali studiosi contemporanei della democrazia, optando per una concezione procedurale, riteneva che esistessero otto criteri per determinare se un dato sistema politico potesse essere in regola, ossia: a) riconoscimento del diritto di voto, b) diritto di poter essere eletti, c) libere e frequenti elezioni, d) effettiva possibilità di competere per essere eletti, e) libertà di espressione, f) accesso a fonti alternative d’informazione, g) autonomia associativa, h) presenza di istituzioni pubbliche che conformano la propria azione ai risultati del voto.
Se guardiamo con disincanto ed onestà alla realtà politico-istituzionale nella quale viviamo, noi qui in Italia non superiamo il test di democraticità, anche se il problema non è solo italiano. La situazione, infatti, non cambia molto se ci spostiamo in qualsiasi altro paese che si definisca liberal-democratico.
Tornando ai requisiti di Dahl — che come anticipato sono prevalentemente procedurali — a parte il diritto di voto ed il ricorrere di frequenti tornate elettorali, le altre condizioni sono del tutto inapplicate, oppure riconosciute solo formalmente, ma disattese nella sostanza.[4]
Anzitutto per poter competere ad un’elezione anche comunale (a meno che non si viva in un piccolo borgo con meno di mille abitanti) bisogna essere ricchi o almeno benestanti, in modo da poter spendere migliaia o centinaia di migliaia di euro per la campagna elettorale. Poi, si deve essere disposti a rinnegare le proprie idee per non contraddire la linea politica del partito che accetta la nostra candidatura. Riguardo all’accesso ad un’informazione veritiera, ciascuno di noi sa poco o niente di chi si candida per una qualsiasi carica politica, perché nessuno ce lo comunica, a meno che non ci si metta alla spasmodica ricerca di introvabili dati ed idee del candidato che ci interessa. Quindi, e direi soprattutto, non abbiamo modo di capire se le istituzioni pubbliche conformino la propria azione ai risultati del voto, come richiederebbe il catalogo di Dahl. Questo perché i programmi presentati dai partiti — veri ed unici protagonisti delle elezioni al posto dei singoli candidati che non hanno voce in capitolo — sono vaghi, lacunosi e del tutto irrilevanti nella reale e quotidiana vita politica. Ciò che importa davvero è la linea fissata dalla segreteria del partito. Se poi volessimo scendere in campo da soli e formare un nostro partito politico: l’impresa è praticamente disperata.
Dobbiamo aggiungere, che più si sale di livello nelle tornate elettorali e più le fake news, le testate giornalistiche amiche e le piattaforme social, sono utilizzate in modo raffinato ed efficace per carpire il consenso di un pubblico di elettori disillusi, disattenti ed ignoranti. Sì, ignoranti. Numerosi sondaggi provano che circa il 70% degli italiani non è in grado di comprendere il contenuto di un articolo di giornale che tratta temi di attualità.[5] Non parliamo di saggi scientifici o note filosofiche; parliamo di articoli scritti da professionisti della divulgazione, i giornalisti, che per vivere hanno bisogno di essere letti. Questa situazione a che fare con il corretto funzionamento dei meccanismi della democrazia? Penso proprio di sì.
Qualcuno a questo punto potrà pensare che si tratta solo di teorie accademiche, ma non è così. Ci sono dati oggettivi che dimostrano la profonda sfiducia nei confronti dei meccanismi della democrazia.
Il primo segno è che si va sempre meno a votare. Ormai anche in Italia, dove venti o trenta anni fa si oscillava tra il 90 e l’80 per cento dei votanti, ora le percentuali sono crollate ad una forbice che va dal 70 al 60 per cento (20% in meno).[6] In più tra quelli che votano vanno sottratte le numerose schede bianche.
Poi, c’è la qualità del voto. La domanda da porsi a questo riguardo è: tra quelli che ancora si recano alle urne c’è piena o anche soltanto accettabile fiducia nei candidati da eleggere, ossia nei politici? La risposta è nuovamente: no! Il sondaggio semestrale di Eurobarometro, con il quale la Commissione europea tasta il polso agli umori di noi europei Stato per Stato, da anni pronuncia la stessa sentenza: non ci si fida dei partiti politici.[7] Agli europei viene chiesto di quali istituzioni nazionali si abbia più fiducia. L’ultima indagine certifica il seguente risultato: al primo posto si colloca il personale sanitario, seguito da insegnanti e scienziati, che si trovano a pari merito, quindi si passa alle forze armate e poi ai corpi di polizia. Ad una certa distanza si collocano gli enti regionali e locali, segue il sistema giudiziario. Altro salto considerevole, e nelle posizioni di maggior sfiducia abbiamo i parlamenti nazionali, quindi il governo. All’ultimo posto in assoluto, con solo il 24% dei non disillusi (ossia a ben 58 punti percentuali di distanza dal primo della lista) ci sono i partiti politici! E lo sono ovunque: in Danimarca, come in Ungheria; in Germania, come in Portogallo; in Svezia come in Italia.
Questa è la condizione della nostra democrazia, delle democrazie liberali moderne in Europa. E se questa è la condizione presente nel vecchio continente, figuriamoci altrove.
Lo ribadisco, la democrazia non è solo in crisi, è morta, ammesso che sia mai davvero esistita.
Ma c’è un problema ancor più grande alle porte. Nel 1937 Johan Huizinga, uno dei principali storici olandesi del XX secolo, commentando i suoi tempi lamentava la “crisi di un’Europa ottusa e smarrita” nella quale “tutte le cose, che altra volta ci apparivano salde e sacre, si siano messe a vacillare: verità e umanità, ragione e diritto”. Ad insidiarle “i fantasmi di forze maligne diabolicamente organizzate, ravvivati dal pullulare di criteri di giudizio rozzi e volgari” che decretano “un generale indebolimento del raziocinio e un tramonto dello spirito critico”.[8] Notiamo forse qualche assonanza con i nostri tempi?
La democrazia è morta, o almeno ne è in procinto il trapasso. Al suo posto già sono ben visibili nuovi mostri dai profili antichi: autoritarismo, nazionalismo, protezionismo, e peggio ancora.
Come in ogni noir, anche in quello epocale che si sta componendo sotto i nostri occhi sulla morte della democrazia, c’è un assassino da smascherare.
Personalmente, più studio, rifletto e analizzo la preoccupante condizione in cui ci troviamo e più mi convinco che il vero responsabile sia uno soltanto: i partiti politici!
I partiti politici, che da strumento di riscatto delle classi subalterne (prima l’operosa borghesia, poi il proletariato sfruttato e vilipeso), si sono presto trasformati in un nuovo centro di potere chiuso, distante e rapace.
Questa lettura non è affatto nuova. Già nel 1943 Simone Weil nel suo Manifesto per la soppressione dei partiti politici affermava che “il primo e, in ultima analisi, l’unico fine di qualunque partito politico è la sua propria crescita, e questo senza alcun limite”.[9] E proseguiva notando che “Quando in un Paese esistono i partiti, ne risulta prima o poi uno stato delle cose tale che diventa impossibile intervenire efficacemente negli affari pubblici senza entrare a far parte di un partito e stare al gioco.”[10]
Oltre alla Weil, dello stesso avviso Moisei Ostrogorski, che nel suo lavoro sulla democrazia ed i partiti politici, affermava che “quando un partito, anche se creato per perseguire nobili ideali, si consolida, tende inevitabilmente alla degenerazione.”[11]
Critiche al sistema dei partiti e alle oscure prospettive che si celano dietro di essi sono espresse anche da Max Weber, Robert Michels, André Siegfried, José Ortega y Gasset, Elias Canetti e tanti altri.
E le cose non sono affatto cambiate avvicinandoci ai nostri tempi, anzi. Così, infatti, si pronunciava in un’intervista a l’Espresso Enrico Berlinguer, uno dei protagonisti della politica italiana della cosiddetta prima Repubblica: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. (...) Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire.”[12]
Ma si può vivere senza partiti politici? O, anche più modestamente, si può ridurre o modificare il loro influsso sulla vita politica? Le proposte sono numerose, a partire da quella di ridurre i partiti ad organizzazioni “a tempo”, ossia limitandone il ruolo a strumento di supporto per i candidati che si confrontano nelle elezioni.[13] Oppure, rendendo più stringenti le regole che ne disciplinano l’azione, innalzando i livelli di partecipazione popolare, operando a favore di una migliore formazione civica e più corretta informazione, ecc..[14]
Eliminarli certo non è ipotizzabile, a meno che non si voglia instaurare un regime genuinamente oligarchico o rigorosamente autocratico. La soluzione auspicabile ed efficace a mio avviso sta nel secondo presupposto del titolo del nostro seminario: in effetti, la democrazia federale potrebbe salvare la democrazia tout court, a partire dal ridurre l’influsso nefasto dei partiti politici senza eliminarli.
Perché ciò avvenga però è necessario chiarire alcuni aspetti e porre delle condizioni.
Primo punto da chiarire è cosa si intende per democrazia federale.
Se con questo termine ci riferiamo esclusivamente al modello statuale hamiltoniano,[15] personificato per secoli dagli Stati Uniti d’America, allora tutto è perduto.
Oggi nel mondo sono presenti circa una trentina di Stati che si definiscono federazioni. È possibile affermare che in questi paesi gli otto requisiti di Dahl siano rispettati più di quanto accada negli Stati unitari? E che nelle federazioni i diritti umani siano più tutelati e le diseguaglianze di reddito e sociali meno marcate che altrove? No, sicuramente no.[16] Anche se tralasciamo i casi della Federazione Russa, della Repubblica Bolivariana del Venezuela e della Repubblica del Sudan e ci concentriamo sugli Stati Uniti d’America, risulta evidente che non ritroviamo nessun primato in termini di libertà, democrazia e giustizia sociale. Nell’America di Trump (ma in realtà anche prima di lui), i famosi checks and balances dell’ordinamento federale statunitense si sono dimostrati armi del tutto spuntate rispetto allo strapotere dell’amministrazione federale, in particolare del presidente. Per rendersene conto basta sfogliare le pagine dei giornali del mondo intero, che raccontano, tra lo sbalordito e l’impotente, delle ultime ed unilaterali scelte trumpiane, quali: aver chiuso le porte ai rifugiati, politicizzato il sistema giudiziario a tutti i livelli, imposto dazi al mondo intero, impiegato la guardia nazionale o l’esercito per reprimere i “nemici interni”, aver fatto pressioni per addomesticare i media, e tanto altro ancora che è in netto contrasto con l’ideale anche minimale di stato liberal democratico.
La risposta al perché le federazioni non siano affatto immuni dalle degenerazioni antidemocratiche, a mio avviso è evidente: anche le federazioni statuali sono dominate dai partiti politici. Dal partito politico di maggioranza che è espressione di un leader. Leader che, come in Venezuela, in Russia, in Sudan, ma anche negli Stati Uniti d’America non incontra alcun limite reale all’affermazione della sua personale visione politica. In quanto il partito che ne ha favorito l’elezione cerca di trarre il maggior guadagno possibile dalla situazione esistente; e gli altri partiti, o temono di perdere consenso criticando un leader demagogo e strapotente, oppure temono di essere messi in un angolo. Perché oggi molto più che nel passato, chi è lontano dal potere ha poche possibilità di far sentire la propria voce e di avere accesso a risorse necessarie per competere efficacemente contro chi è al potere.
La spartizione, che denunciava Berlinguer nel 1981, coinvolgeva l’intero spettro politico. Oggi invece è il solo partito di maggioranza o la coalizione di maggioranza a prendere tutto; con il suo leader, che assume sempre più le vesti di un nuovo sovrano assoluto. Per questo se la federazione resta uno Stato come gli altri, non cambia nulla e la democrazia muore.
La democrazia federale per funzionare deve essere altra cosa. So che prendendo questa posizione mi pongo in contrasto con la prevalente tradizione federalista italiana e non solo. Quella in particolare, rappresentata da padri nobili quali Altiero Spinelli e Mario Albertini. Entrambi, infatti, pur seguendo percorsi differenti, credevano che l’obiettivo fosse fare gli Stati Uniti d’Europa e poi tutto il resto sarebbe seguito.[17] In particolare, per Albertini occorreva prima fare uno Stato (europeo) per poi fare lo Stato (federale). Insomma, prima le istituzioni e il resto verrà da solo.[18]
Purtroppo, temo che le cose non stiano così. L’ostacolo — come sosteneva già Hans Kelsen — è costituito proprio dallo Stato,[19] dallo Stato sovrano, ossia il Leviatano di Hobbes. E nulla nella sostanza è cambiato da quando il filosofo inglese coniò nel XVII secolo la nozione moderna di sovranità. Certo, negli Stati liberal-democratici, gli eccessi dell’antico e recente passato sono scongiurati grazie alle costituzioni ed ai vincoli internazionali. Non veniamo imprigionati per le idee che professiamo se pacifiche, e non possiamo essere privati arbitrariamente delle nostre proprietà. Ma la capacità che ha il leader del partito di maggioranza di imporre la sua linea politica in modo unilaterale è sostanzialmente immutata. Anche negli Stati di oggi, il potere resta concentrato nelle mani di pochi se non di uno solo. Ciò accade in quanto i partiti che vincono le elezioni (che presentano i limiti di cui si è detto) controllano sia il Parlamento (legislativo), che il governo (esecutivo) e, attraverso quest’ultimo, i tanti enti e cariche che concorrono a formare lo Stato. Questo dominio generalizzato consentirà al gruppo di maggioranza di utilizzare le istituzioni pubbliche, pure in buona fede, per consolidare le posizioni di potere acquisite, per affermare acriticamente le proprie scelte, la propria ideologia, la propria visione della realtà.[20]
La presunta superiorità degli Stati federali, che per evitare sbilanciamenti presentano un quarto ed ulteriore elemento di separazione dei poteri, ossia la salvaguardia delle competenze degli Stati federati, non esiste. Come la storia ci insegna, questo rimedio di per sé non è in grado di contenere il Leviatano. Perché se al governo federale si concede il potere di intervenire unilateralmente per stabilire quali siano gli interessi di tutti, allora non è mutato nulla.
Quando infatti, nelle costituzioni federali ritroviamo la cosiddetta supremacy clause (come lo è l’articolo VI della Costituzione statunitense[21]), ossia la clausola passpartout che consente di emanare leggi che il governo centrale intende imporre a tutti e rispetto alle quali nessuno Stato federato o altra autorità può eccepire, allora l’assolutismo non è affatto sconfitto. Ed è quello a cui stiamo assistendo in questi giorni guardando al di là dell’Atlantico.
Il dubbioso a questo punto poterebbe dire: ma allora la soluzione dove andrebbe trovata? Forse nel modello dell’attuale Unione europea, con gli Stati che conservano il potere di veto in materie nelle quali di fatto non hanno più capacità di incidere e dove tutto si blocca?
No certamente, no. Ma il modello dell’Unione europea, ossia il suo sistema di governo, deve essere perfezionato, ma non stravolto.[22]
Sì, perché proprio quel modello, che ha il suo centro nel cosiddetto metodo comunitario,[23] sorto da millenni di riflessioni filosofiche e sperimentazioni istituzionali, forgiato nel dolore della più sanguinosa guerra combattuta sul pianeta e concepito da un piccolo gruppo di visionari sconosciuti al mondo; proprio quel modello possiede — se adeguatamente depurato — i giusti ingredienti per dare sostanza ad una democrazia degna di questo nome.
Riassumendoli, quattro sono i suoi caratteri distintivi rispetto al modello statuale classico:[24]
— Sussidiarietà al posto di sovranità,
— Competenza al posto di ideologia,
— Cooperazione al posto di politicizzazione,
— Partecipazione al posto di verticalità.
Questa non è la sede per approfondire ciascuno dei punti richiamati. Mi limiterò quindi a sottolineare i principali aspetti salienti in rapporto alla democrazia.
Se per democrazia intendiamo sul piano sostanziale la formula lincolniana, ossia di un governo dal popolo, del popolo e per il popolo, allora il modello comunitario è quanto di meglio si possa auspicare. Se invece ci accontentiamo della versione procedurale schumpeteriana, imperniata sui soli meccanismi elettorali, allora non ci resta che assistere al trapasso.[25]
Sui mali del modello schumpeteriano già abbiamo detto: i partiti si sono impossessati dei meccanismi elettorali per sostituirsi al sovrano assoluto, illudendoci di vivere in una compiuta democrazia.
Per quanto riguarda il modello comunitario, anzi tutto i partiti ci sono (come gruppi politici del Parlamento europeo), ma contano relativamente. Questo per tre ragioni. La prima, è che non possono trasformarsi in macchine verticistiche ed unidirezionali come accade negli Stati, perché ciascuno è la sintesi di diversi partiti (anche decine) provenienti dai vari paesi dell’Unione.[26] La seconda, è che non spetta al solo Parlamento e quindi ai partiti controllare l’esercizio del potere legislativo, perché il Parlamento se la deve vedere con il Consiglio formato dagli Stati, nel quale valgono logiche e dinamiche differenti. La terza e più importante, è che i partiti/gruppi politici europei non sono legati alla Commissione europea (che seppure alla lontana può essere paragonata al governo della UE) da un rapporto di fiducia. Ragion per cui ognuno fa la sua parte ed è realmente garantita la ripartizione dei poteri di Montesquieu: legislativo, esecutivo e giudiziario, che invece negli Stati si è ridotta ad una pantomima.
Altro aspetto di enorme importanza è l’assenza di una vera sovranità.[27] Idea che osservata con gli occhi della maggior parte dei giuristi appare ancora un’eresia.[28] Secondo molti di loro, infatti, non può esistere un ente di governo, alias Stato, se non dispone di pieni poteri. Invece sì che può esistere. Se le competenze sono rigidamente ripartite; se nei casi di sovrapposizione di competenze, esistono regole chiare e proceduralizzate per assicurare una proficua cooperazione; e se per risolvere eventuali controversie è presente un giudice davvero autonomo ed indipendente, allora si può fare a meno della sovranità, anzi è decisamente meglio. Ciò in quanto questo sistema garantisce proposte di legge immuni da una prevalente matrice ideologica, garantisce il rispetto dei diversi ambiti di competenza, riduce le polarizzazioni, assicura un ampio confronto e cooperazione tra i diversi attori della governance.
Infine, la partecipazione. Che poi è uno dei numerosi aspetti poco noti riguardo al metodo comunitario. A dimostrazione della speciale attenzione della UE alla voce dei cittadini, tutti i principali atti legislativi e di indirizzo dell’Unione, prima di essere immessi nel circuito decisionale, sono sottoposti ad una consultazione pubblica, che consente a enti, imprese, associazioni e cittadini di pronunciarsi. Si aggiunga che, durante tutto l’iter di adozione di tali atti, gli stessi attori richiamati possono intervenire con commenti e osservazioni. Ci sono poi da ricordare le oltre 100 proposte di legge presentate dal 2012 ad oggi in seguito ad iniziative dei cittadini europei. Infine, dalla Conferenza sul futuro dell’Europa del 2021, la Commissione ha dato vita a numerose Piattaforme civiche, grazie alle quali cittadini europei discutono e forniscono indicazioni su come intervenire normativamente in ambiti tematici particolarmente rilevanti. Purtroppo, come accennato, si tratta di un aspetto poco noto e anche poco praticato, ma sul quale la UE è molto impegnata.[29]
Dopo aver ascoltato quanto detto, ancora una volta lo scettico potrebbe sollevare una nuova obiezione: ma allora perché nonostante tutte queste speciali caratteristiche la UE non è efficace come si vorrebbe?
La risposta è semplice. Perché il sistema descritto in molti casi funziona a singhiozzo o non funziona affatto, soprattutto in alcune materie dove l’azione europea potrebbe fare la differenza. Parliamo di settori di vitale importanza, quali quelli: della politica fiscale, dell’energia, delle politiche di protezione sociale, delle qualifiche professionali, della difesa, della politica estera, dei servizi, delle politiche industriali e di molto altro ancora.
In questi ambiti gli Stati, contro ogni evidenza, non cedono lo scettro e impediscono alla UE di coordinare o di decidere per tutti e nell’interesse di tutti. Sempre loro, in molti dei settori chiave richiamati si ostinano a mantenere intatto il loro potere sovrano unilaterale ed inefficiente. Ancora gli Stati — attraverso le lenti deformate dei partiti politici che di volta in volta detengono la maggioranza — seguono strategie ideologiche di piccolo cabotaggio, con le quali cercano di mantenere il consenso popolare, noncuranti dei risultati catastrofici ai quali è destinata la loro azione di governo.
Per chiudere, ecco come salvare la democrazia liberale attraverso la democrazia federale.
Per muoversi nella direzione giusta, si dovrà prendere a modello proprio il modello comunitario: ridimensionamento dei partiti, rigida ripartizione delle competenze tra corpi ed enti diversi dallo Stato, sussidiarietà al posto della sovranità, competenza al posto dell’ideologia, e tanta partecipazione.
Il primo passo da compiere è ridurre il ruolo ed il peso dei partiti politici, perché se consentiamo a queste formazioni sociali di continuare indisturbate a combattere la lotta tra bande per il controllo del potere alla quale assistiamo da anni, non si otterrà alcun cambiamento.
Solo dopo aver ridimensionato i partiti politici nazionali sarà possibile mettere mano all’edificazione di una nuova ed autorevole Unione europea. I partiti nazionali di oggi, per loro natura concepiscono la realtà in un’ottica rigidamente statuale, e questo li porta a contrapporsi ad un reale avanzamento dell’integrazione europea. Integrazione che invece risulta sempre più indispensabile per affrontare i macro-problemi planetari.
Solo dopo aver ridimensionato il peso dei partiti politici e quindi dello Stato sovrano, si potrà seriamente pensare di rafforzare l’Unione europea. Questo avverrà attraverso una coraggiosa e sostanziosa revisione dei Trattati europei, operazione che oggi appare impossibile da realizzare, proprio perché osteggiata dagli Stati nei quali i partiti nazionali più scettici verso l’integrazione consolidano il loro consenso. La riforma, come condiviso da tutti coloro che credono nell’Europa unita, anzitutto dovrà comportare: l’abolizione del voto all’unanimità del Consiglio dei ministri; la riduzione del potere del Consiglio europeo; l’assegnazione automatica di maggiori risorse finanziarie alla UE; l’eliminazione delle tante clausole restrittive che impediscono la piena applicazione del metodo comunitario. Ciò di cui non c’è bisogno, e che anzi aprirebbe le porte a potenziali degenerazioni, è pretendere che nasca uno Stato sovrano europeo, simile se non identico agli Stati Uniti d’America.
Per raggiungere questo difficile obiettivo: riformare gli stati per riformare l’Unione e salvare la democrazia e i suoi valori, ci vuole sostegno, tanto sostegno. E l’unico modo per ottenerlo è discutere, discutere e discutere, dimostrando di essere disposti ad abbandonare vecchie idee per aprirsi al cambiamento.
[1] Sui diversi modelli di democrazia si rimanda, tra i tanti autori che di recente si sono occupati di questo tema, a: A. Mastropaolo, La democrazia è una causa persa? Paradossi di un’invenzione imperfetta, Torino, Bollati Boringhieri, 2011; D. Grassi, Le nuove democrazie. I processi di democratizzazione dopo la caduta del Muro di Berlino, Bologna, Il Mulino, 2008.
[2] Questa posizione oggi è condivisa da numerosi autori. Tra le tante ragioni alla base del fenomeno degenerativo, in particolare, diversi ritengono che la democrazia liberale stia lasciando il posto ad una sorta di dittatura della maggioranza. Questa posizione fece scalpore negli anni Cinquanta con il saggio di J. L. Talmon, Le origini della democrazia totalitaria (trad. it.), Bologna, Il Mulino, 2000. Tale processo sarebbe favorito oggi dallo straordinario potere di condizionamento reso possibile dalla rivoluzione digitale: F. Pallante, Contro la democrazia diretta, Torino, Einaudi, 2020; Y. Mounk, Popolo vs democrazia. Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale, Milano, Feltrinelli, 2022. Tra i critici in Italia anche un matematico come P. Odiferddi, La democrazia non esiste. Critica matematica della ragione politica, Milano, Rizzoli, 2018.
[3] R. Dahl, Poliarchia, partecipazione e opposizione nei sistemi politici, Milano, Franco Angeli, 1997.
[4] Sulla inefficacia del modello schumpeteriano di democrazia procedurale si veda B. Manin, Principi del governo rappresentativo. «Un contributo prezioso e originale alla riflessione intorno alla democrazia», Bologna, Il Mulino, 2017.
[5] Ocse: “Il 35% degli italiani adulti non è in grado di capire testi lunghi e di valutare dati e statistiche”, il Fatto Quotidiano online, 10 dicembre 2024, https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/12/10/italiani-adulti-ocse-comprensione-testi-dati/7799368/.
[6] “A partire dalle elezioni del 1979, l’affluenza alle consultazioni parlamentari ha subito un progressivo e quasi continuo calo che l’ha portata dal 93,4% del 1976 al 63,8% del 2022.” Inoltre, guardando all’Italia delle ultime elezioni politiche “gli elettori che hanno scelto di non votare o hanno votato scheda bianca [hanno allargato] le fila del partito del non voto. Si tratta del 37,2% del corpo elettorale, ben di più del 15,9% raccolto dal primo partito, Fratelli d’Italia, che complessivamente ha ottenuto 7,3 milioni di voti.” Openpolis, I numeri del partito del non voto, 13 Ottobre 2022, https://www.openpolis.it/i-numeri-del-partito-del-non-voto/.
[7] Standard Eurobarometer 103, Public Opinion in the European Union, Eurobarometer Report March — April 2025, pp. 51 ss.
[8] Citazione tratta da D. Quaglioni, La sovranità, Bari, Laterza, 2004, p. 108.
[9] S. Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Roma, Castelvecchi, 2008, p. 31.
[10] Ibidem, p. 45.
[11] M. Ostrogorski (a cura e trad. it. di G. Quagliariello), La democrazia ed i partiti politici, Milano, Rusconi, 1991.
[12] “Dove va il PCI?”, intervista ad Enrico Berlinguer, di Eugenio Scalfari, La Repubblica, 28 luglio 1981.
[13] M. Ostrogorski, La democrazia ed i partiti politici, op. cit.. Posizione simile può essere ravvisata anche nel lavoro di S. Weil, Manifesto…, op. cit..
[14] Tra i numerosi contributi e proposte volte a intervenire sul ruolo dei partiti si vedano: C. Crouch, Combattere la postdemocrazia (trad. di M. Cupellaro), Bari, Laterza, 2020, propone di intervenire principalmente sulla formazione e l’alfabetizzazione politica. S. Bonfiglio, G. Maestri, I partiti e la democrazia. Dall'art. 49 della Costituzione italiana ai partiti politici europei, Bologna, Il Mulino, 2021, chiedono una maggiore regolamentazione dei partiti. Dello stesso tenore O. Massari, I partiti politici nelle democrazie contemporanee, Bari, Laterza, 2017; P. Gerbaudo, I partiti digitali. L'organizzazione politica nell'era delle piattaforme, Bologna, Il Mulino, 2020, ritiene che la soluzione non possa consistere nei “partiti digitali”. G. Baldini, A. Pappalardo, Sistemi elettorali e partiti nelle democrazie contemporanee, Bari, Laterza, 2004, esaminano i sistemi elettorali di ventuno grandi democrazie e “l’efficienza democratica” che ne scaturisce. P. Mair, Governare il vuoto. La fine della democrazia dei partiti, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino, 2016, ritiene che i partiti tradizionali abbiano perso contatto con il popolo e seguano un approccio tecnocratico, influenzato dalla UE. Di segno opposto J. Habermas, Democrazia o capitalismo? Gli Stati-nazione nel capitalismo globalizzato, Roma, Castelvecchi, 2019, per lui la soluzione starebbe nell’edificazione di una casa comune europea. A. Olivetti, Democrazia senza partiti, Roma-Ivrea, Edizioni di Comunità (nuova edizione dell’originale del 1949), 2013; per Olivetti la soluzione sarebbe di natura morale.
[15] Si veda L. Levi, Alexander Hamilton e il federalismo americano, Torino, Giappichelli, 1965.
[16] Già nel 1966 Ranney riteneva che uno Stato federale non necessariamente sia anche democratico, ed a riprova segnalava come l’URSS fosse una federazione (come oggi lo è la Russia), ma non poteva essere considerata una democrazia: A. Ranney, The Governing of Man. An Introduction to Political Science, New York, Henry Holt and Company, 1966, p. 563. Dello stesso avviso, ossia che in linea generale non si può affermare che una federazione sia più o meno democratica di uno Stato unitario, R. Dahl, Democracy, Liberty and Equality, Lanham, Norwegian University Press, 1986, pp. 125 ss..
[17] D.J. Elazar (Ed.), Federalism and Political Integration, Ramat Gan, Turtledove Publishing, 1979, p. 116.
[18] Albertini riteneva che “solo con una prima forma di Stato europeo (da istituire con un atto costituente ad hoc) si può avviare il processo di formazione dello Stato europeo per così dire definitivo [accettando] il paradosso di fare uno Sato per fare lo Stato”. Citazione tratta da J. Pinder, Mario Albertini e la storia del pensiero federalistico, il Federalista, 44 n. 3 (2002), p. 172.
[19] Secondo il grande filosofo e giurista austriaco “il concetto di sovranità […] deve essere radicalmente rimosso. È questa la rivoluzione della coscienza culturale di cui abbiamo per prima cosa bisogno”. H. Kelsen, Il problema della sovranità e la teoria del diritto internazionale. Contributo per una dottrina pura del diritto (trad.it. a cura di A. Carrino), Milano, Giuffrè 1989, p. 469.
[20] Sul punto così si esprime Carlo Galli, uno dei principali estimatori in Italia della nozione di sovranità: “la tesi di Hobbes, che la ‘sovranità è l’anima dello stato’ non è una riduzione della sovranità a mera forma, ma è l’equivalenza fra sovranità e vita. [...] Le diverse configurazioni della sovranità, la sua interna instabilità, sono rese evidenti dal fatto che proprio mentre si formava, nella storia moderna, si siano moltiplicati i tentativi di individuarne limitazioni razionali e giuridiche, tanto all’interno quanto all’esterno. […] Ma disinnescarla del tutto non si è potuto. È la via per essere politicamente nel mondo”. C. Galli, Sovranità, Bologna, Il Mulino, 2019, pp. 16, 27-28.
[21] Si veda J. Chafetz, Multiplicity in Federalism and the Separation of Powers, The Yale Law Journal, 120 (2011), pp. 1084 ss..
[22] In questa direzione vanno le considerazioni espresse nell’editoriale di David Carretta e Christian Spillmann, autori del Mattinale europeo: “Aprire il dibattito su un’Unione più federale è destinato al fallimento. Tanto più che tra i partiti più moderati, molti restano restii all’idea di una federazione europea e preferiscono una cooperazione intergovernativa, confederale. Gli Stati Uniti d’Europa sono destinati a rimanere un’utopia. Ma è davvero una cosa negativa, quando si vede il crollo della democrazia negli Stati Uniti, trascinati in una deriva autoritaria in otto mesi, da un presidente eletto capace di calpestare la Costituzione, senza incontrare opposizione, neppure da parte della Corte Suprema?” D. Carretta, C Spillmann, Il muro nazionalista contro l’utopia federalista, il Mattinale europeo, 23 settembre 2025, https://davidcarretta.substack.com/p/il-muro-nazionalista-contro-lutopia.
[23] Si veda P. Ponzano, Un nuovo metodo per l’Unione, in G. Amato, R. Gualtieri (a cura di), Prove di Europa unita. Le istituzioni europee di fronte alla crisi, Firenze, Astrid, 2013; U. Villani, Metodo comunitario e metodo intergovernativo nell’attuale fase dell’Unione europea, Studi sull'integrazione europea, 14 n. 2 (2019), pp. 259 ss..
[24] Secondo Marc i quattro principi fondamentali del federalismo integrale corrispondono a: autonomia (rispetto e valorizzazione degli apporti individuali e dei gruppi organizzati), cooperazione (armonizzazione delle differenti posizioni e soluzione dei contrasti), sussidiarietà (metodo di governance che prescinde dalla gerarchia del potere e privilegia l’efficienza d’azione nell’interesse dei destinatari), e partecipazione (massimizzare l’ascolto e l’inclusione di ogni soggetto coinvolto nei processi di governance). A. Marc, L’Europe dans le monde, Paris, Payot, 1965, pp. 12 ss..
[25] Sulla concezione schumpeteriana di democrazia si rimanda a J. A. Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia (A. Zanini Curatore), Milano, Meltemi, 2023. Per una analisi critica, M. Salvadori, Democrazia. Storia di un'idea tra mito e realtà, Milano, Feltrinelli, 2020, pp. 454 ss..
[26] Sul ruolo ed i caratteri dei partiti politici nazionali ed europei si veda O. Massari, I partiti politici nelle democrazie contemporanee, Bari-Roma, Laterza, 2017; P. Ignazi, Partito e democrazia. L’incerto percorso della legittimazione dei partiti, Bologna, Il Mulino, 2019.
[27] F. Raspadori, Il governo multilivello e la sovranità europea sussidiaria, Studi sull’integrazione europea, 20 n. 1 (2025), pp. 37 ss..
[28] Sulla visione ortodossa della dottrina giuridica italiana, si veda per tutti C. De Fiores, Europa, Stato e sovranità dopo la Brexit, Squilibri di potere, Teoria politica, 7 (2017), p. 199 ss.. Non mancano tuttavia autorevoli voci che da tempo mettono in discussione la versione “ortodossa” della nozione di sovranità, a partire dal già citato Hans Kelsen (Il problema della sovranità, op. cit.), al quale fa eco Ferrajoli. L’autore sostiene che la dottrina della sovranità sarebbe affetta da tre aporie, che la rendono inadatta a spiegare la realtà attuale. In particolare sul piano giuridico l’antinomia consisterebbe nella constatazione della contraddizione che si presenta “non solo sul piano del diritto interno degli ordinamenti avanzati, ove la sovranità è in contrasto con il paradigma dello Stato di diritto e della soggezione alla legge di qualunque potere, ma anche sul piano del diritto internazionale, ove essa è ormai contraddetta dalle odierne carte costituzionali internazionali e, in particolare, dalla Carta dell’Onu del 1945 e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948”. L. Ferrajoli, La sovranità nel mondo moderno, Bari, Laterza, 1997 p. 9.
[29] Sulla partecipazione rimandiamo al nostro F. Raspadori, La partecipazione dei cittadini all’Unione europea e lo spettro della democrazia, federalismi.it, 12 (2022), pp. 220 ss..

