IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno LXVIII, 2026, Numero 1

QUALI SCENARI PER LA DIFESA EUROPEA?
Tra ritorno della geopolitica e necessità di un salto federale1

Quando si parla di difesa europea, il dibattito pubblico tende spesso a concentrarsi sugli aspetti quantitativi: percentuali di PIL, aumento delle spese militari, sistemi d’arma, numero di soldati o di carri armati. In realtà, la questione della difesa europea è innanzitutto un problema politico. Politica estera e difesa sono due facce della stessa sovranità: non esiste una politica estera credibile senza strumenti di difesa adeguati, così come non può esistere una vera difesa comune senza una politica estera comune. Per comprendere gli scenari futuri della difesa europea è quindi necessario ripercorrere il percorso storico che ha portato l’Europa nella situazione attuale.

Uno dei momenti simbolicamente più importanti della storia geopolitica europea del dopoguerra è la crisi di Suez del 1956. Quando Francia e Regno Unito, insieme a Israele, intervennero militarmente contro l’Egitto di Nasser dopo la nazionalizzazione del Canale di Suez, tentarono ancora di agire come potenze autonome. Ma quell’operazione si concluse con una profonda umiliazione politica: furono gli Stati Uniti a imporre il ritiro delle forze europee. Suez rappresenta probabilmente l’ultima grande iniziativa autonoma delle potenze europee senza l’approvazione americana e segna simbolicamente la fine della capacità degli Stati europei di esercitare individualmente una piena autonomia strategica globale. Da quel momento la sicurezza dell’Europa occidentale viene progressivamente affidata all’ombrello statunitense e alla NATO, mentre il processo di integrazione europea si concentra soprattutto sulla dimensione economica e commerciale.

Questa scelta produce risultati straordinari. L’integrazione economica europea rappresenta uno dei più grandi successi politici del Novecento: pace interna, crescita economica, mercato comune, cooperazione tra Stati storicamente rivali. Nel tempo, però, si diffonde anche una particolare concezione delle relazioni internazionali, soprattutto dopo la fine della Guerra fredda e il crollo dell’URSS: l’idea che il commercio e l’interdipendenza economica possano progressivamente sostituire la dimensione della potenza geopolitica. L’Unione europea diventa così una grande potenza commerciale e regolatoria, ma continua a delegare la propria sicurezza strategica agli Stati Uniti. Il problema non era il soft power in sé, ma l’illusione che il soft power fosse sufficiente.

Le guerre jugoslave degli anni Novanta rappresentano il primo grande shock geopolitico per l’Europa post-Guerra fredda. Per la prima volta dopo decenni, il continente europeo si trova di fronte a un conflitto sanguinoso nel proprio spazio geografico immediato. Eppure, gli europei si dimostrano incapaci di gestire autonomamente la crisi. Questo avviene in un momento particolarmente significativo: gli Stati Uniti avevano inizialmente mostrato una certa riluttanza a intervenire direttamente, chiedendo agli europei di assumersi maggiori responsabilità nella gestione della sicurezza continentale. Tuttavia, l’Europa si rivela priva sia di una reale politica estera comune sia degli strumenti militari necessari per intervenire efficacemente. Il simbolo più drammatico di questo fallimento resta il massacro di Srebrenica, consumatosi sotto gli occhi della comunità internazionale e delle missioni ONU, incapaci di impedire il genocidio. Soltanto l’intervento americano e l’ombrello NATO riusciranno infine a stabilizzare il conflitto. Negli anni Novanta l’Europa scopre quindi di non essere in grado di fermare una guerra nel proprio continente senza il sostegno statunitense. Eppure, nonostante questa lezione, continua a investire soprattutto nella propria dimensione economica e regolatoria.

Le crisi successive confermano ulteriormente i limiti strategici europei. Le Primavere arabe, il collasso della Libia, l’instabilità del Sahel, il terrorismo jihadista e la crisi migratoria mostrano quanto il Mediterraneo sia diventato uno spazio geopolitico centrale per la sicurezza europea. L’intervento in Libia del 2011 è particolarmente significativo. Formalmente Francia e Regno Unito assumono la leadership politica dell’operazione contro Gheddafi, ma ben presto emerge un dato evidente: senza il supporto logistico, satellitare, informativo e operativo degli Stati Uniti, gli europei non sono in grado di sostenere autonomamente operazioni militari complesse. Anche dopo gli attentati del Bataclan del 2015, la Francia — pur possedendo una delle forze armate più avanzate d’Europa — continua a dipendere in modo significativo dalle capacità americane di intelligence, sorveglianza e targeting nelle operazioni contro l’ISIS. Suez aveva mostrato la subordinazione politica europea agli Stati Uniti; la Libia e la guerra contro l’ISIS mostrano invece la dipendenza tecnologica, logistica e informativa europea.

L’invasione russa dell’Ucraina segna però una rottura ancora più profonda. La guerra convenzionale torna in Europa, le catene produttive mostrano la loro vulnerabilità, la dipendenza energetica dalla Russia si rivela un grave errore strategico e soprattutto emerge un tema che per decenni l’Europa aveva sostanzialmente rimosso: cosa accadrebbe se gli Stati Uniti riducessero il proprio impegno strategico nel continente europeo? Il tema non riguarda soltanto Donald Trump come figura politica. Trump rappresenta piuttosto il sintomo di una tendenza più profonda: il progressivo spostamento dell’attenzione strategica americana verso l’Indo-Pacifico e la competizione con la Cina. Per la prima volta dopo decenni, molti europei iniziano a percepire concretamente il rischio che la protezione americana non sia eterna né incondizionata.

La guerra in Ucraina non ha creato la debolezza strategica europea; l’ha semplicemente resa impossibile da ignorare. Il vero nodo è politico. Una reale difesa europea richiederebbe una politica estera comune, una pianificazione strategica comune, una politica industriale federale, un bilancio europeo della difesa, una catena di comando europea e meccanismi democratici europei di controllo politico. In altre parole: una forma di sovranità europea condivisa.

Negli ultimi anni l’Europa ha certamente iniziato a muoversi. Sono aumentate le spese militari, sono stati creati nuovi strumenti comuni, sono stati avviati programmi industriali europei e per la prima volta dopo decenni il tema della sicurezza è tornato al centro del dibattito politico continentale. Tuttavia, gran parte di questi progressi continua a svilupparsi all’interno di una logica prevalentemente intergovernativa: gli Stati cooperano, coordinano alcune politiche, condividono parte degli investimenti, ma mantengono il controllo fondamentale delle decisioni strategiche.

Questo approccio può migliorare l’esistente, ma difficilmente può essere sufficiente rispetto alla portata della sfida storica che l’Europa ha davanti. Il rischio è quello di costruire una sorta di “riarmo coordinato” europeo senza arrivare mai a una vera sovranità strategica comune. In altre parole, l’Europa rischia di spendere di più senza diventare realmente più autonoma.

La frammentazione delle industrie, dei procurement, delle strategie nazionali e delle catene decisionali non è infatti soltanto un problema tecnico di efficienza: è il riflesso di una frammentazione politica più profonda. E finché questa frammentazione resterà intatta, anche gli strumenti comuni rischieranno di restare parziali, lenti e insufficienti rispetto alla velocità delle trasformazioni geopolitiche in corso.

Per questo la questione della difesa europea non può essere affrontata semplicemente come un rafforzamento dell’attuale cooperazione tra Stati. La vera domanda è se l’Europa voglia continuare a essere una somma di sovranità nazionali oppure diventare finalmente un soggetto politico federale capace di agire strategicamente nel mondo multipolare del XXI secolo.

Per decenni l’Europa ha pensato che il mercato potesse sostituire la potenza e che la protezione americana fosse permanente. Oggi il ritorno della geopolitica rende evidente che senza integrazione politica non può esistere una vera autonomia strategica europea. La questione della difesa europea è quindi, in ultima analisi, il problema irrisolto della sovranità europea stessa.

Giovanni Salpietro


1 Il testo, dedicato agli scenari della difesa europea dopo la guerra in Ucraina, è una rielaborazione di un intervento tenuto nell’ambito del XXVIII seminario giovanile di formazione federalista “Il federalismo e l’unità europea” organizzato dalla Fondazione Mario e Valeria Albertini a a Desenzano del Garda dall’8 al 10 maggio 2026.

 

 

 

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