IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno LXVIII, 2026, Numero 1

CONSIDERAZIONI SUL RUOLO DEI FEDERALISTI NEL NUOVO QUADRO MONDIALE*

Premessa 

I fatti sconvolgenti che si stanno susseguendo in queste ultime settimane, con una continua accelerazione, rivelano una verità estremamente drammatica con cui tutti i democratici sono chiamati a confrontarsi: la fine della volontà americana di promuovere un ordine multilaterale ispirato ai valori della liberaldemocrazia e al libero mercato, e l’identificazione da parte degli USA del proprio interesse nazionale con l’esercizio di un dominio brutale nell’ambito di una sfera di influenza allargata.

Proprio il ritorno del criterio-guida nella politica estera del concetto di sfera di influenza — che, infatti, viene “naturalmente” delimitata da quella delle potenze antagoniste, con un riconoscimento reciproco di fatto — è la cifra che caratterizza meglio la nuova fase della politica americana. Gli USA sono riusciti a mantenere una supremazia in molti ambiti, anche se in prospettiva la Cina insidia molti di questi primati; e la usano per estendere il proprio controllo diretto sia sull’intero continente americano, sia anche in Medio Oriente o in altre aree, ad esempio l’Africa, ricche di terre rare e materie prime strategiche. Ambizioni — a volte velleitarie — di consolidare il potere militare, politico ed economico americano si mescolano agli interessi delle big tech e a quelli privati del presidente e dei suoi accoliti.

Un’ultima postilla: il soft power degli USA oggi ha abbandonato il modello democratico della società aperta popperiana, ed è diventato l’esportazione dell’ideologia MAGA, ossia il suprematismo bianco, il fastidio per la democrazia e lo Stato di diritto, nonché per tutti i valori su cui si è sviluppato il concetto di “Occidente” promosso dagli stessi USA all’indomani della Seconda guerra mondiale.

Che questo piano americano possa realmente rafforzare gli USA, o sia piuttosto destinato a minarne le fondamenta stesse, è un quesito aperto; anche se la seconda ipotesi nel medio periodo sembra la più probabile. Come è aperta la domanda sulla capacità di tenuta delle istituzioni democratiche statunitensi, e quindi su sviluppi in parte diversi della politica americana dopo Trump. Tuttavia, nel breve, la situazione vede Trump riuscire ad imporre l’agenda internazionale e perseguire come uno schiacciasassi la nuova “Strategia per la Sicurezza Nazionale” che abbiamo imparato a conoscere bene.

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Questa sintesi schematica e assolutamente insufficiente (di un quadro ovviamente da approfondire, e rispetto al quale si leggono quotidianamente molteplici analisi molto lucide e penetranti) ci serve non tanto per ragionare su dove potranno andare gli USA e il mondo, quanto per introdurre una riflessione su cosa significa tutto questo — non nel medio periodo, ma nell’immediato — per l’Europa, che è nata con l’ordine liberal-democratico americano (di fatto, ponendosi come potenziale motore dello sviluppo ulteriore di questo ordine in senso cosmopolitico e di superamento delle contraddizioni del nazionalismo assoluto in un mondo interdipendente) e che non ha tenuto fede alla sua missione e non si è mai preparata ad assumersi responsabilità in campo internazionale.

Oggi l’Europa, che, nel bene e nel meno bene, è sempre stata protetta dagli USA, deve prendere atto di essere diventata un oggetto di predazione da parte americana, che è pronta a spartirsela con la Russia, nel nome dei comuni interessi — innanzitutto economici — dei due presidenti. Davanti a questa situazione di fatto — in cui, oltretutto, le forze democratiche sono esplicito bersaglio dell’Amministrazione Trump — c’è chi reagisce tentando di negare l’evidenza, chi cerca di minimizzare e di barcamenarsi, chi vede con chiarezza le prospettive; ma tutti sono accomunati dalla consapevolezza della propria impotenza e vulnerabilità, e del pericolo che corrono. L’Europa infatti è sotto duplice attacco, e sa di non essere pronta a difendersi: non lo è l’UE, che non ha i poteri per governare direttamente e deve passare attraverso la composizione delle volontà divergenti degli Stati membri, e non lo sono gli Stati membri, prigionieri della loro debolezza e inadeguatezza.
 

La parola d’ordine dell’unità federale.

In questo quadro, la coscienza che serve un salto federale all’UE è condivisa e chiara in molti esponenti politici ed esperti. Basterebbero l’esempio di Draghi in Europa e di Mattarella in Italia, e la tenuta — grazie all’azione al suo interno dell’avanguardia federalista — del Parlamento europeo, con la sua richiesta di aprire il processo delle riforme istituzionali approvata nuovamente a novembre insieme al rapporto presentato da Brando Benifei sulle misure necessarie per aumentare la competitività europea (facendo seguito ad un’altra risoluzione sull’allargamento di Sandro Gozi votata in plenaria ad ottobre, anch’essa molto chiara sulla necessità di modifiche istituzionali).

Anche il consenso tra i cittadini è molto ampio quando devono esprimersi sull’ipotesi di una politica estera e di una difesa europea, o su investimenti comuni per realizzare una politica economica europea, o in materia di sviluppo tecnologico europeo, ecc.; oltre al fatto che tutti gli operatori economici sperimentano quotidianamente nella loro attività la necessità di rafforzare la dimensione europea.

Siamo quindi in una fase radicalmente nuova del processo europeo, rispetto agli ultimi 70 anni; una fase in cui la parola d’ordine federalista si propaga, come è tipico delle fasi prerivoluzionarie. Ciò può avvenire perché la parola d’ordine è stata tenuta viva, nel processo e nel pensiero politico, grazie all’azione di avanguardia dei federalisti; e si è imposta, sempre con il contributo evidente dei federalisti, in un momento cruciale recente, ossia nella Conferenza sul futuro dell’Europa, che ha riaperto i giochi sul futuro dell’UE.

Il terreno è stato quindi preparato — e questo era il nostro compito specifico nella lunga marcia del processo europeo —; ma questa condizione necessaria non è ancora sufficiente, perché deve incontrarsi con la volontà politica dei governi. Volontà che, dopo 70 anni di processo graduale, oggi è necessaria per fare invece un vero e proprio salto federale in direzione dell’unità politica, creando una sovranità e un governo autonomo (federale) europei. La difficoltà del passaggio è evidente, tanto più per governi che sono chiamati a prendere decisioni radicali mentre sono indeboliti da un’opposizione populista in crescita al proprio interno; e spiega perché questa volontà, nonostante tutto, non riesce a manifestarsi, e perché ancora non si è creata la situazione di potere capace di sostenere o spingere in particolare i governi di Francia e Germania a fare il salto rivoluzionario.

Purtroppo sappiamo bene che il tempo rischia di far perdere consenso e aggrava la crisi di questi governi, ed esiste una debolezza dell’opinione pubblica, che ha una percezione decisamente troppo scarsa del pericolo che corriamo e che — pur alimentando il consenso verso scelte europee — non crea il clima di sostegno eccezionale che i governi devono sentire per avere il coraggio di porre fine alla sovranità nazionale. Il nostro futuro si gioca sulla speranza, paradossalmente, che la pressione sull’Europa cresca ancora e faccia maturare le condizioni per il salto federale.

Può darsi, quindi — come ci ricorda la storiella della rana che finisce bollita —, che si arrivi a vedere i Paesi chiave (soprattutto la Francia) cedere sotto l’ondata dei partiti filo-russi e anti-europei. Resta il fatto che, se l’Europa federale si farà, sarà perché sotto la pressione di attacchi volti ad annientarla; e quindi, sarà in un contesto drammatico e con una presa d’atto radicale. Credo che il parallelo storico da tenere a mente debba essere quello con la proposta britannica di fondere i due Stati pensata per la Francia invasa da Hitler.

Detto questo, le occasioni che potrebbero portare al passaggio federale sono diverse (si può ipotizzare la necessità urgente di accrescere il debito comune e di garantirne la sostenibilità; oppure di accelerare l’ingresso dell’Ucraina nell’UE e quindi di avere gli strumenti politico-istituzionali per reggere l’impatto; o l’implosione della NATO e la necessità di fronteggiare l’aggressione russa, e il rischio che riesca a piegare l’Ucraina, con gli stessi Stati Uniti apertamente ostili a noi); e ciascuna occasione potrà portare alla messa in campo di procedure diverse, come l’apertura di una riforma dei trattati ex art. 48 per rendere possibili dei passaggi politici indispensabili (sia che questi ultimi siano già stati avviati in forma intergovernativa / comunitaria e debbano essere completati, sia che non si riescano ad avviare con gi strumenti esistenti) oppure come un patto tra i governi, immaginabile con diversi gradi di integrazione politica. In ogni caso saranno procedure frutto dell’iniziativa di un’avanguardia di governi, comunque poi si vada a ricomporre il quadro e in qualunque contesto si apra (all’interno o all’esterno dell’UE); e soprattutto, creeranno una discontinuità con il presente, un passaggio di potere reale che toglierà la titolarità esclusiva della sovranità democratica agli Stati membri.

Fino ad allora, l’UE e gli Stati membri non potranno fare altro che continuare ad agire, come stanno facendo ora, con piccoli passi pragmatici e concreti, utili e necessari per mantenere viva l’Europa (ed evitare ogni volta la capitolazione). Sono passi volti sia a guadagnare tempo nei confronti di chi ha in mano le chiavi per distruggerci (Trump) mentre si cerca di lavorare per rafforzarsi, sia a organizzare la resistenza contro il duplice nemico; ma non possono che essere al tempo stesso passi insufficienti per far uscire gli europei dal loro stato obiettivo di impotenza e vulnerabilità.
 

Il ruolo dei federalisti.

In questo quadro, il compito che il MFE può cercare di svolgere è duplice: da un lato culturale, dall’altro politico

Per poter svolgere un ruolo culturale utile, dobbiamo avere noi stessi per primi la coscienza che i passaggi parziali — su cui finora in molte circostanze abbiamo anche investito politicamente — hanno una funzione utile, ma molto limitata. Il salto politico non avverrà come conseguenza “naturale” o sotto la spinta del rafforzamento dei meccanismi comunitari (come possono essere il completamento del mercato dei capitali, o del mercato unico negli ambiti più strategici in cui è ancora frammentato, ecc.); benché siano tutti passaggi nella giusta direzione e utili, il salto verso un governo europeo federale avverrà per scelta deliberata e consapevole del fatto che serve diventare un soggetto politico unico (federale) a livello europeo. Per questo sarà un salto dettato dall’esigenza della sicurezza (intesa in toto, quindi inclusa la difesa, ma a partire da politica estera che deve diventare competenza europea, la politica interna, ecc.); e sarà un salto sulle competenze essenziali, (tutte) in grado di dar vita ad un potere comune sovranazionale.

Cercare di contribuire a sviluppare nel dibattito la chiarezza di cosa è il passaggio federale oggi, in queste condizioni, quando viene richiamato, è per noi cruciale. Così come lo è — e qui si arriva al ruolo politico e operativo — lavorare per far capire la radicalità della situazione e della sua soluzione e far lievitare dal basso la pressione a sostegno del salto politico, per costringere la classe politica a confrontarsi con questa sfida.

Per mobilitarci in questo nuovo quadro dobbiamo quindi pensare una campagna che sia coerente dal territorio ai livelli delle istituzioni centrali e che spinga in un’unica direzione, unendo capacità di agitazione e mobilitazione e pedagogia culturale.

Serve capacità di tradure in slogan semplici e fedeli al tempo stesso al messaggio che si vuole veicolare, senza semplificazioni fuorvianti, ma con parole d’ordine, viceversa, incisive e capaci di aprire uno squarci di verità.
 

Riflessioni interne.

Per approfondire e condividere un’analisi che ci aiuti a centrare in modo più preciso la linea politica, a partire dalla valutazione che siamo entrati in una fase nuova, è necessario un confronto genuino tra opinioni che sono per definizione diverse in partenza, ma che, se sono razionali e sincere, sono anche animate dal desiderio e dalla volontà di riconoscere la verità nell’altro; per questo sanno poi fondersi in una sintesi più matura rispetto a tutte le posizioni di partenza. Questo è il criterio — la ricerca asintotica della verità come indicato dal metodo scientifico — che ha permesso al MFE di elaborare un pensiero in grado di orientare in modo efficace la sua azione, mettendolo in sintonia con i processi profondi della storia.

Per poter avere questo confronto serve una base di fiducia personale e un senso alto della responsabilità morale cui siamo chiamati, nonché una condivisone dell’idea di cosa è, cosa deve essere e cosa deve fare un’organizzazione politica come il MFE, di quali sono il suo ruolo storico e la sua funzione politica, limitata, ma reale.

Lo stesso vale per poter mettere in campo una vera campagna di mobilitazione a livello nazionale, che richiede unità, affiatamento, senso di responsabilità collettivo.

Sono le condizioni da ricostruire oggi nel MFE, come premessa per sviluppare la nostra azione, mentre dobbiamo proseguire sulla base della piattaforma politica che ha impegnato sin qui le sezioni — e che è bene rafforzare e diffondere.

L’eredità culturale del federalismo organizzato.

Oggi il Movimento rivoluzionario di Spinelli — che, in seguito, Albertini ha strutturato sulla base del criterio della triplice autonomia (culturale, finanziaria e politica) per attraversare la lunga marcia del processo comunitario in cui ha dovuto affinare gli strumenti del gradualismo costituzionale — approda alla fase politica nuova del salto da compiere a causa di una minaccia in atto di natura esistenziale, ossia il ritorno della guerra. È quindi importante riflettere sul nostro ruolo storico e politico e sul nostro bagaglio culturale per attingere strumenti di orientamento nella realtà attuale.

Le origini nostre e del progetto europeo affondano le radici nella vittoria della democrazia e delle forze del progresso contro il nazifascismo, per fondare sulla spinta di quello slancio vittorioso un nuovo sistema istituzionale in grado di superare le cause profonde del nazifascismo e della guerra. Culturalmente, Spinelli, che è l’iniziatore di questa battaglia politica, approda al federalismo europeo attraverso la conoscenza e la rielaborazione della critica da parte degli autori inglesi di Federal Union e di Einaudi della sovranità nazionale esclusiva, e quindi delle istituzioni e del diritto internazionali e del pacifismo internazionalista. Sono insegnamenti preziosi per noi, da sempre e ancor di più oggi, soprattutto se integrati dall’elaborazione teorica di Albertini. Albertini, infatti, oltre a sviluppare una teoria del federalismo — che non era mai stato pensato prima in termini rigorosi — e a recuperare contributi federalisti di pensatori e opere della tradizione politico-filosofica europea, ha riflettuto a fondo sul senso della storia a partire dalla filosofia politica di Kant e dalla rielaborazione (in termini weberiani, utilizzandolo come un idealtypus) del materialismo storico marxiano, per indagare sul rapporto tra necessità e libertà. È in questo quadro che ha individuato gli spazi della politica, a sua volta esaminata sotto il profilo delle leggi oggettive che la muovono (le leggi del potere, ossia la ragion di Stato) e dello spazio di libertà che resta per l’azione umana consapevole. Albertini sviluppa quindi una teoria dell’azione federalista che si collega direttamente con i processi profondi della storia, individuando le condizioni e gli spazi per l’intervento di una forza politica rivoluzionaria come il MFE, e esplicitando il senso dell’obiettivo politico istituzionale federale come superamento della ragion di Stato attraverso la creazione di un potere democratico universale in grado di espellere (tendenzialmente) la violenza dalla storia. Il pensiero di Albertini sarà ulteriormente sviluppato da Francesco Rossolillo, sia nella prima fase del suo impegno politico e della relativa riflessione teorica, in cui ha approfondito il tema del senso dell’azione politica e della fondazione su basi oggettive dei valori che guidano l’azione delle forze che si battono per l’emancipazione dell’umanità; sia nella seconda parte, quando ha riflettuto, oltre che sul polo comunitario del federalismo, sul concetto di Stato come istituzione in fieri, sul concetto di sovranità e di popolo, sulle peculiarità del passaggio dalla confederazione alla federazione.  

Questo bagaglio culturale — qui impropriamente sintetizzato in poche righe — è parte integrante della nostra storia come movimento, proprio perché il MFE ha dovuto forgiarsi contro la deriva del processo europeo che aveva abbandonato il progetto rivoluzionario originario, e quindi passare attraverso una lunghissima opposizione sia contro lo Stato nazionale come entità statuale esclusiva, sia contro la rinuncia della Comunità europea a farsi federale. Il bagaglio culturale è stata la condizione necessaria per alimentare la battaglia federalista e la perseveranza dei militanti, quasi sempre isolati. Dopo la fase di opposizione radicale guidata da Spinelli (quella del Congresso del popolo europeo) è stato solo grazie alla solidità del suo pensiero politico che il MFE ha potuto proseguire con Albertini adottando la strategia del gradualismo costituzionale, volta a far emergere i passaggi politici che costringevano a tornare al progetto originario di costruzione di una statualità federale. La strategia del gradualismo costituzionale ha scommesso, vincendo, sulle contraddizioni inevitabili create da un’integrazione così profonda come quella operata attraverso la costruzione della Comunità europea che lasciava al tempo stesso la titolarità/legittimità della sovranità politica esclusivamente agli Stati membri. Quando la strategia del gradualismo costituzionale si è esaurita, avendo ottenuto l’elezione diretta del Parlamento europeo e la nascita dell’euro, i federalisti hanno sperato sia che il Parlamento europeo (come ha tentato di fare inizialmente sotto la guida di Spinelli) sapesse conquistarsi il potere politico che, nei regimi democratici, spetta alle Assemblee che rappresentano i cittadini; sia che l’acuirsi ancora una volta delle contraddizioni tra competenze europee (in questo caso, la moneta) e governo politico nazionale, portassero a creare strumenti federali di governo politico. Invece, pur in un contesto in cui il valore del Mercato unico e della sua salvaguardia, insieme alla spinta interna al processo europeo per completare l’unione economica e fiscale, avrebbero potuto portare — se si fosse fatto il passaggio ben identificato del bilancio federale e quindi dell’unione economica — all’unione politica, le riforme federali non sono state fatte. Il mancato completamento dell’unione monetaria con l’unione politica (completamento ipotizzato anche da chi aveva lavorato alla nascita dell’euro, come Tommaso Padoa-Schioppa, Jacques Delors o lo stesso governo tedesco) e la scelta di allargare il mercato europeo senza accompagnarlo con un approfondimento politico ha posto le basi per la situazione attuale, cui ha molto contribuito il vuoto di potere europeo (che ha creato appetiti di conquista dovuti alla debolezza politica dell’UE e dei suoi Stati membri e ha portato all’assenza di un ruolo attivo europeo sulla scena internazionale, dato che solo un governo federale europeo avrebbe potuto contribuire a rilanciare su basi più solide il sistema internazionale multilaterale).

Oggi, la crisi della democrazia e il ritorno della politica di potenza di stampo imperiale e coloniale di cui abbiamo parlato inizialmente, riportano l’Europa all’alternativa esistenziale tra federarsi o perire, per potersi salvare dal vassallaggio e dall’implosione e poter preservare il proprio modello politico e sociale. Le riflessioni di Francesco Rossolillo, che, vedendo svanire la speranza dei federalisti che l’elezione del Parlamento europeo e la nascita dell’euro portassero alla nascita dell’unione politica, aveva intuito che la Federazione europea a quel punto sarebbe nata solo come reazione ad una minaccia esistenziale, diventano preziose. Rossolillo aveva ipotizzato un modello (il Patto federale) che rispondeva proprio ad una situazione di emergenza, con l’iniziativa di un’avanguardia di governi che davano vita ad un governo comune di emergenza e avviavano in parallelo un processo costituente.

In questo nuovo quadro, il MFE deve quindi avere la forza di ritrovare — o di creare — il clima politico interno che permetta di ragionare con lucidità e senza tabù sul processo in corso e i suoi possibili sbocchi, sapendo di poter contare su un bagaglio di elaborazione politica unico e prezioso, che oggi dobbiamo saper usare al meglio per poter avere ancora una volta un ruolo reale — e non solo di testimonianza — in questo tornante cruciale della storia dell’Europa e dell’umanità.

Pavia, 16 gennaio 2026

Luisa Trumellini


[*] Schema della relazione introduttiva di Luisa Trumellini, Presidente del Movimento federalista europeo (MFE), alla riunione della Direzione nazionale svoltasi a Milano il 17 gennaio 2026.

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