IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno LXVIII, 2026, Numero 1, Pagina 3

Quale federalismo

GIANPIERO MAGNANI

L’invasione russa dell’Ucraina prima, e l’insediamento di Trump alla Casa Bianca poi, hanno avviato una fase di profondi cambiamenti negli scenari politici mondiali che per portata e intensità è paragonabile agli eventi che nel 1989 hanno portato al crollo del comunismo in Europa; ma si tratta di un “mondo rovesciato” rispetto a quello che si era determinato successivamente al 1989, la cui portata è tuttavia mondiale e i cui sviluppi sono tuttora ancora imprevedibili. Ma ciò che più distingue la fase odierna rispetto al recente passato è che, fino al momento dell’invasione russa in Ucraina, e fino alla rielezione di Trump alla Presidenza degli Stati Uniti, il pianeta era caratterizzato dalla competizione — che si svolgeva principalmente sul piano economico ma che in realtà era finalizzata all’influenza geopolitica — tra grandi players mondiali, i principali dei quali erano Stati Uniti e Cina che si misuravano in un contesto di regole internazionali più o meno certe e osservate, pur con violazioni ed eccezioni. Oggi invece il quadro geopolitico è mutato profondamente e ai players mondiali si sono sostituiti i free riders, che sono dei “battitori liberi” i più importanti dei quali sono la Federazione Russa e gli Stati Uniti d’America; la differenza fra players mondiali e free riders non è solo terminologica, ma sostanziale: i primi, abbiamo detto, si muovono in un contesto di regole che è abbastanza stabile e la loro azione è sufficientemente prevedibile; i secondi agiscono in modo imprevedibile, inatteso e persino incredibile, non hanno alcun rispetto delle regole internazionali ma, anzi, la loro principale attività è proprio quella di violare le regole esistenti, nello spregio più assoluto del diritto e delle istituzioni internazionali tanto faticosamente costruite dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Testi di fondamentale importanza come la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948 piuttosto che l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, e istituzioni come la Corte Penale Internazionale e le stesse Nazioni Unite non hanno per i free riders valore alcuno, anzi sono barriere da abbattere in un disordine mondiale in cui poche grandi potenze sono impegnate ad acquisire vantaggi a spese di tutti gli altri. Ma si tratta di Stati i cui governi rappresentano in realtà solo una minoranza della popolazione mondiale, che tuttavia dispongono di mezzi di distruzione planetaria ingenti, e che forti di questo potenziale distruttivo enorme si stanno imponendo al resto del mondo con metodi violenti e senza alcun senso del limite.

Il concetto di free rider è stato inizialmente introdotto nella scienza economica per definire quei soggetti che utilizzano beni e servizi pubblici senza pagarne i costi;[1] più in generale, il concetto si può estendere a tutti i disobbedienti che violano le regole del gioco, portando a nuovi sviluppi che però non sempre sono negativi: molti imprenditori innovatori sono infatti free riders perché cambiano i comportamenti collettivi.[2] Ma questo concetto assume un’importanza e una gravità del tutto particolari nel momento in cui viene esteso dal livello individuale e delle singole comunità umane agli scenari internazionali, cioè al rapporto fra Stati e quindi al contesto cosiddetto geopolitico; qui l’equivalenza fra “disobbedienti” e “free riders” non è più immediata, i due concetti non sono più equivalenti in quanto i “free riders geopolitici” si configurano come potenziali distruttori dell’ordine esistente, o di quello che ne rimane, prima ancora che come costruttori — in positivo — di un nuovo ordine; a questo livello la storia ha infatti registrato, anche in passato, l’azione di “battitori liberi” con esiti spesso disastrosi, i cui bilanci sono stati definiti dall’analisi storica sempre in termini di morti, e anzi di milioni di morti: nel secolo scorso fra i principali free riders abbiamo avuto Hitler — sessanta milioni di morti nel secondo conflitto mondiale — ma anche Mao Tse Tung — si stima fino a settanta milioni di morti in un Paese solo[3] — e tanti altri “minori” fra cui non possiamo non citare Pol Pot e i Khmer Rossi che uccisero in Cambogia un quinto dell’intera popolazione di quel Paese nel tentativo di cambiarne con la violenza omicida le regole e i comportamenti collettivi interni. Nella gran parte dei casi, e comunque in tutti quelli più rilevanti, i free riders erano governi dittatoriali a capo di Stati nazionali sul modello westfaliano dove lo scontro ideologico, che nel secondo dopoguerra era principalmente quello fra comunismo vs capitalismo, era comunque sempre definito nell’ambito degli Stati nazionali. Era, in buona sostanza, un conflitto tra opposti nazionalismi.

Avevano quindi pienamente ragione i teorici del federalismo a contrapporre quest’ultimo al sovranismo e al nazionalismo che erano, in effetti, la stessa cosa e che, insieme allo scontro ideologico allora in corso, erano la causa principale dei conflitti e delle guerre. I federalisti, in particolare, sostenevano che si può frazionare la sovranità in base al principio di sussidiarietà, secondo il quale le diverse competenze possono essere attribuite ai vari livelli, da quello municipale a quello regionale, a quello degli Stati che compongono la federazione fino al livello più alto che è quello del governo federale, che deve avere in particolare competenze esclusive in materia di politica estera, difesa, moneta, politica fiscale e di bilancio complessivo.

Ma la teoria federalista suggeriva anche l’idea che l’accorpamento dei diversi e numerosi Stati nazionali in grandi federazioni sarebbe stata la premessa necessaria per giungere al governo mondiale, quella federazione universale che Kant poneva come condizione indispensabile per la pace perpetua; quindi, il passaggio da una pluralità di Stati nazionali a un numero ridotto di grandi Stati federali era la via migliore per giungere alla Federazione mondiale. Una federazione che però, per poter garantire la pace universale, per Kant doveva soddisfare alcune condizioni ineludibili, una delle quali era che tutti i Paesi del mondo dovessero far parte dello Stato federale mondiale, nessuno escluso, giacché l’eliminazione di tutti i confini e di tutte le frontiere era necessaria per prevenire i conflitti; e l’altra condizione irrinunciabile era che lo Stato federale mondiale dovesse avere la forma istituzione della Repubblica,[4] che tradotto ai giorni nostri significa che deve essere una democrazia. In sostanza, seguendo l’insegnamento di Kant la pace perpetua si può conseguire solo dopo aver realizzato un’unica grande democrazia planetaria, con un solo governo mondiale democratico.

Sulla base della teoria kantiana, e alla luce dei diritti e delle istituzioni internazionali sorte dopo il secondo conflitto mondiale, in tempi recentissimi Luigi Ferrajoli ha proposto una bellissima Costituzione della Terra[5] che, se fosse applicata su scala planetaria, darebbe senza dubbio origine allo Stato universale di Kant, il migliore dei mondi possibili che l’umanità può sperare di costruire, in grado per davvero di dare origine ad una condizione di pace perpetua.

Ma la situazione attuale, e i suoi potenziali sviluppi nel senso del mondialismo e del governo federale planetario, che alcuni hanno definito di Antropocene,[6] a me sembra invece andare in una direzione del tutto differente, tanto che ho proposto di sostituire al termine Antropocene quello di Anarcocene,[7] un’anarchia collettiva in cui non solo nessuno più è nelle condizioni di comandare il mondo, ma nella quale la situazione planetaria si è aggravata a causa proprio dell’azione geopolitica dei free riders; che oggi, però, hanno una caratteristica del tutto diversa da quelli del passato, che pure hanno causato decine di milioni di morti nel corso del Novecento: oggi, i più importanti free riders sono infatti Stati Federali, non sono più soltanto gli Stati nazionali e nazionalisti che abbiamo conosciuto nel secolo scorso, che in alcuni casi troviamo anche oggi, ma sono invece grandi Federazioni, dalle dimensioni continentali o semi-continentali; quelle stesse federazioni che, nell’ipotesi mondialista, dovrebbero costituire la “fase intermedia”, transitoria, per poter arrivare allo Stato federale universale di Kant e, con esso, alla pace perpetua. I nazionalismi peraltro non sono scomparsi, sono tuttora ben presenti in Stati di minore dimensione ma anch’essi molto aggressivi, oltre che in numerosi gruppi e organizzazioni terroristiche, che quindi contribuiscono tutti alla situazione “anarcocenica” globale. I nazionalismi, inoltre, sono particolarmente attivi all’interno dei singoli Stati e, in particolare, all’interno dei Paesi che compongono la stessa Unione europea, dove diversi partiti nazionalisti operano con l’obiettivo non celato di destabilizzare l’Unione per tornare agli Stati nazionali, “liberi” dai vincoli di Bruxelles e di conseguenza liberi anche di farsi fagocitare da quelle parti del mondo in cui invece le federazioni fra Stati sono state fatte e che ora stanno rappresentando una minaccia inedita per l’Europa, dove invece la federazione non c’è ancora.

Sul piano geopolitico mondiale, infatti, i più importanti “battitori liberi”, i più potenti free riders, non sono più oggi gli Stati nazionali, bensì i governi di due federazioni, quella russa e quella statunitense che agiscono con l’obiettivo palese di cambiare le regole del gioco mondiale, fuori dagli schemi del diritto e delle istituzioni internazionali vigenti.

Certo, qualcuno potrà osserva che la Federazione russa è in effetti una dittatura, che gli oltre ottanta Stati e territori che la compongono hanno governi che sono decisi da Mosca e che quindi, per certi aspetti, la Russia è in realtà l’ultimo dei grandi imperi coloniali ottocenteschi, che è riuscito a sopravvivere alla decolonizzazione degli altri imperi, come quello inglese o quello francese, ed è riuscito a sopravvivere anche al disfacimento dell’Unione Sovietica nel post-comunismo. E che gli Stati Uniti dei giorni nostri sono qualcosa di profondamente diverso dell’America federale voluta dai Padri fondatori, Hamilton e gli altri.

E pur tuttavia la struttura istituzionale formale di questi Stati è federale, e tale struttura è quella che in particolare consente, a questi Paesi, da un lato la sostanziale pacificazione al loro interno, e dall’altro lo sviluppo di una politica di potenza che nessuno degli Stati che le compongono potrebbe esercitare singolarmente, se fosse separato dagli altri Stati che costituiscono la federazione. Naturalmente, nel caso russo la dittatura e la violazione sistematica dei diritti umani fondamentali, con un uso spregiudicato delle uccisioni politiche governative degne della storia dell’Italia fascista, da Matteotti a Gramsci ai fratelli Rosselli e a tanti altri oppositori del regime di allora, sono fattori decisivi per mantenere federato l’intero Paese. Eppure la stessa esistenza e la vitalità di queste federazioni e dei governi che le guidano, da Trump a Putin, ci dimostra essenzialmente due cose: la prima, che il federalismo è compatibile con un’ampia varietà di regimi politici, e che quindi il dibattito sul federalismo non può dare per presupposto che i regimi siano sempre e comunque democratici, ma neppure che la democrazia sia quella che piace a noi, rappresentata benissimo a mio avviso dai cento articoli della Costituzione della Terra di Ferrajoli; la seconda, che il federalismo applicato a quei regimi (che non ci piacciono) produce però anche l’effetto di amplificare a dismisura la potenza dei Paesi in questione, e quindi la capacità di azione, essenzialmente distruttiva, dei loro governi che oggi si configurano, abbiamo detto, come i principali free riders geopolitici mondiali. L’amplificazione di potenza è dovuta, principalmente, alle differenti dimensioni geografiche e demografiche, oltre che economiche, che caratterizzano federazioni come quella statunitense o quella russa (ma anche quella indiana), rispetto alle dimensioni più contenute dei “vecchi” Stati nazionali, come Francia, Germania, Inghilterra, Turchia, ecc.; fra i quali l’unica eccezione rilevante (potremmo dire l’eccezione che conferma la regola) è costituita dalla Cina, la cui struttura istituzionale rimane quella dello Stato di matrice vestfaliana, ma che per dimensioni geografiche, popolazione ed economia è l’unico Paese non federale in grado di competere sul piano geopolitico con le attuali grandi federazioni mondiali, e cioè Stati Uniti d’America, Federazione russa e India.

Per rappresentare la situazione odierna, che a mio avviso non si configura quindi come Antropocene bensì come Anarcocene, potremmo utilizzare la metafora della partita di calcio, dove i calciatori sono nel nostro esempio principalmente gli Stati: fino a ieri, la partita si svolgeva seguendo delle regole riconosciute dalle parti, vi erano diversi giocatori dalle differenti capacità, ed essenzialmente due fuoriclasse, Stati Uniti e Cina, che facevano a gara a chi faceva più tiri in porta; il gioco non si svolgeva sempre in modo corretto, i falli erano frequenti, ma tutti i giocatori calciavano la palla con i piedi e c’era un arbitro (le Nazioni Unite), che pur senza avere il fischietto tuttavia in qualche modo cercava di seguire il gioco, anche se non riusciva però a controllarlo e a intervenire sulle posizioni irregolari, non avendo poteri sanzionatori sufficienti. Nella situazione odierna, invece, accade metaforicamente che due fuoriclasse (la Federazione russa e gli Stati Uniti d’America) hanno iniziato a tirare in rete il pallone con le mani anziché con i piedi, e l’arbitro è seduto in panchina, non vede e non dice nulla: il gioco è cambiato radicalmente, perché le regole del suo svolgimento non sono più le stesse e anziché avere come prima dei giocatori fuoriclasse che dominavano il gioco, i players globali, abbiamo oggi invece dei free riders che cambiano la natura stessa del gioco, ne cambiano cioè le regole fondamentali che loro stessi, volta per volta, decidono per tutti. E fra i diversi giocatori — oggi come ieri — vi sono anche gli Stati europei, il cui gioco è però scadente, non è del tutto coordinato e qualcuno addirittura passa la palla agli avversari anziché tirarla in rete; noi però continuiamo a calciare il pallone con i piedi anziché con le mani, e intanto l’arbitro dorme.

Analizziamo allora brevemente le due questioni principali emerse finora. Per quanto riguarda il primo punto più sopra accennato, e cioè il fatto che il federalismo sia compatibile con una pluralità di regimi politici anche opposti tra loro, tale constatazione ci induce a pensare che il dibattito stesso sul federalismo sia oggi da adeguare a una situazione che è completamente diversa rispetto al passato: in particolare, oggi non basta più dirsi federalisti, perché è necessario anche definire con precisione sufficientemente “chirurgica” con quale regime politico vogliamo che si coniughi il federalismo; e non basta più neppure affermare che federalismo e democrazia devono necessariamente procedere insieme, un binomio che sembra ovvio mentre invece non lo è affatto perché abbiamo visto che possono esistere, e di fatto esistono, dittature che sono a capo di Federazioni che sommano più Stati diversi, che potrebbero anche essere indipendenti fra loro ma che si ritrovano insieme in una struttura formalmente federale che, peraltro, è la precondizione necessaria per la loro stessa convivenza pacifica ma anche per la “superpotenza” del loro governo centrale, dittatoriale, che trae le proprie capacità distruttive proprio dal fatto di essere a capo non di un singolo Stato nazionale bensì di una Federazione estesa su un territorio molto ampio e con dati demografici ed economici che sovrastano qualsiasi soluzione nazionale: la sola Russia, senza la Federazione estesa dal continente europeo a quello asiatico e fino al Pacifico, altro non sarebbe che una potenza regionale non dissimile da Francia e Turchia, o da Israele e Iran, se non per il fatto di possedere un arsenale nucleare enorme. Ma le dimensioni semi-continentali della Federazione russa ne fanno oggettivamente qualcosa di più e di più grande di una potenza regionale, e le permettono di essere un soggetto politico globale con le conseguenze che abbiamo visto.

La struttura istituzionale di tipo federale è quindi compatibile tanto con le dittature quanto con le democrazie; ma non solo, essa è compatibile anche con diversi modelli di democrazia. Il federalismo, in particolare, abbiamo visto che è perfettamente compatibile con un sistema democratico fondato sul presidenzialismo e con un meccanismo di spoil system, come avviene negli Stati Uniti dove chi vince le elezioni, anche con numeri che sono a tutti gli effetti minoritari, “prende tutto” e soprattutto porta al governo centrale, quello federale, soltanto propri fedelissimi che rappresentano, condividono acriticamente e a volte persino superano in massimalismo, il pensiero del Presidente eletto. Anche in una condizione di questo genere, il governo federale a gestione massimalista, in mano ai free riders, porta avanti le proprie linee politiche e la federazione continua a funzionare, nessuno Stato che la compone pensa infatti di defezionare dal sistema federale, che trae proprio dal suo essere una grande federazione, estesa su un territorio molto vasto e dalle dimensioni demografiche ed economiche rilevanti, le ragioni della propria potenza e della propria capacità di incidere sul mondo esterno: in particolare su noi europei, che la Federazione non l’abbiamo ancora fatta e che ci troviamo pertanto nella stessa condizione dell’Italia preunitaria, che all’epoca era circondata da grandi potenze nazionali e imperi per i quali i nostri territori erano luoghi di conquista e di dominio.

L’Unione europea ha quindi bisogno del salto federale, ha la necessità e insieme l’urgenza di passare dalla situazione ibrida che la caratterizza attualmente ad una autentica federazione, con un bilancio comune, una politica estera comune, una difesa comune e una moneta valida per tutti gli Stati federati e non soltanto per una parte di essi. Ma due cose a mio avviso devono essere chiare: la prima è che la ragione fondamentale che giustifica oggi il salto federale non è più l’idea che essa debba rappresentare un’avanguardia per giungere a realizzare lo Stato universale di matrice kantiana; la ragione principale per cui abbiamo bisogno di costruire con urgenza la Federazione Europea è infatti quella di difendere anzitutto i cittadini europei, i loro valori e il loro modo di vita, da minacce esterne che oggi non provengono più soltanto dai nazionalismi (interni ed esterni) bensì anche da altre Federazioni, da altri Stati federali che sono a noi ostili. Ma c’è poi un’altra questione che a mio avviso è ora più che mai necessario porsi: qual è il modello federale che vogliamo realizzare per davvero nell’Unione europea? Abbiamo urgente necessità di costruire la Federazione europea, ma non possiamo nel contempo evitare di porci la questione di quale federalismo vogliamo, cioè di come vogliamo coniugare il federalismo con la democrazia, e soprattutto quale democrazia vogliamo per il futuro stesso dell’Unione europea, giacché il federalismo è compatibile tanto col sistema presidenziale e dello spoil system americano, quanto con modelli assai diversi.

Avevano allora ragione i cinquantamila cittadini che il 15 marzo 2025 hanno riempito piazza del Popolo a Roma,[8] chiedendo l’Europa federale ma per coniugarla con un sistema di valori che veda nella democrazia rappresentativa, nella pluralità dei partiti politici, nella tolleranza, nel rispetto dei diritti per tutti e nel Welfare State gli elementi fondanti dell’Europa federale stessa. L’attuale Unione europea deve cioè fare il salto di qualità, trasformare il sistema ibrido attuale in un’autentica Repubblica Federale Europea, con istituzioni democratiche adeguate a mantenere il sistema di valori che l’ha caratterizzata finora e che le ha permesso di essere attrattiva per un vasto numero di Paesi che chiedono di entrare nell’Unione, mentre nessuno chiede ad esempio di entrare nella Federazione russa o negli Stati Uniti d’America. Non lo chiede la Bielorussia, il cui governo è vassallo di quello russo, e potrebbe quindi chiedere di entrare nella Federazione russa ma non lo fa; e non lo chiede il Canada, che peraltro non si comprende come possa diventare il 51° Stato della federazione statunitense, essendo il Canada stesso a sua volta uno Stato federale.

La Federazione europea può peraltro esercitare un fondamentale ruolo di stabilizzatore geopolitico, in particolare nei confronti del suo estero vicino, e cioè verso gli altri Paesi del Mediterraneo, del Nord Africa e del Medio Oriente. La possibilità di esercitare in modo efficace tale ruolo dipenderà peraltro in modo fondamentale dalla sua capacità di restare attrattiva per altri Paesi, e non di costituire una minaccia come altri Stati federali attuali: il grado di attrattività futura costituirà, a mio avviso, il più importante fattore per valutare se il processo di integrazione starà procedendo nella direzione giusta e se il modo in cui federalismo e democrazia si combineranno sarà effettivamente quello migliore.

La direzione sbagliata, nel caso di uno Stato federale, è infatti ancor più pericolosa: come abbiamo evidenziato, la struttura federale che somma più Paesi fra loro, più popolazioni e più territori, se da un lato è fondamentale per garantire la pace all’interno della federazione,[9] impedendo guerre in nome del nazionalismo fra gli Stati che la compongono, e guerre civili dentro ciascuno Stato, dall’altro lato è infatti un formidabile fattore di amplificazione della potenza: se Putin fosse a capo della sola Russia, e non della Federazione russa, conterebbe come Erdogan, o come la Francia che dispone di armi nucleari, ma non potrebbe essere un free rider geopolitico come invece è ora; allo stesso modo, se Trump fosse a capo del solo distretto di Washington, sarebbe potente come Orban, certo non a sua volta un altro free rider geopolitico. La struttura federale in Paesi di grandi dimensioni, coniugata a una dittatura, o anche a un sistema democratico ma fondato sul presidenzialismo e su meccanismi di spoil system come è quello statunitense, sta ora producendo Leviatani nel senso di Hobbes, certo non lo Stato federale universale kantiano.

E da ciò deriva anche un’altra conseguenza, non irrilevante, e cioè che il federalismo mondiale nella fase storica attuale non si può conseguire partendo dagli Stati federali, almeno finché esisteranno sul pianeta free riders geopolitici con istituzioni federali; e siccome abbiamo anche imparato dalla storia recente che la democrazia rappresentativa non si può esportare, il federalismo mondiale nell’attuale fase storica non si può tradurre in un’azione politica concreta, dotata di senso; e documenti peraltro molto interessanti e molto ben fatti come la Costituzione della Terra di Ferrajoli possono costituire, semmai, una base molto utile su cui si può intanto costruire la Costituzione della Repubblica Federale Europea, in attesa che in un futuro più o meno lontano si creino le condizioni per la sua applicazione ad uno Stato mondiale kantiano. Nella speranza, certamente, che un giorno la situazione politica negli Stati Uniti d’America possa evolvere in un senso diverso da quello attuale, che a Putin succeda un nuovo Gorbaciov e che una nuova piazza Tienanmen questa volta possa avere successo in Cina, e che da lì si possa poi cominciare a discutere seriamente di un rilancio delle Nazioni Unite; che è peraltro assolutamente necessario oggi, e per un insieme di ragioni non ultima quella ambientale e climatica, i cui problemi sovrastano largamente le possibilità di soluzione in capo non solo ai governi nazionali, ma anche alle stesse federazioni continentali o semi-continentali. È un rilancio necessario, ma che nel contempo appare ancora lontano dal diventare quel “governo mondiale” che taluni auspicano: una ipotesi, questa, che si rivela allo stato attuale non un’utopia concreta bensì un’utopia tout court, irrealizzabile nell’attuale fase anarcocenica caratterizzata da pericolosi battitori liberi di natura non più nazionale bensì federale, moltiplicati nella loro potenza e nella loro capacità distruttiva e di dominio collettivo.

In questa situazione planetaria, caratterizzata da una elevata incertezza, la Repubblica federale europea si rivela quindi una necessità anzitutto per la nostra stessa esistenza come cittadini europei. Occorre inoltre considerare che la Federazione europea, una volta che fosse costruita, non avrebbe il primato in nessuno dei parametri che ci permettono di individuare i principali attori politici globali, players o free riders che siano (e naturalmente auspichiamo che la Federazione europea sia un player globale e certo non un free rider): non sarebbe infatti la prima economia del mondo, anche se potrebbe collocarsi in un ottimo secondo posto, dopo gli Stati Uniti e davanti alla Cina; non sarebbe il Paese più popoloso del mondo, essendo terza dopo India e Cina; non sarebbe il Paese più esteso del mondo, un primato saldamente in mano alla Federazione russa. E non sarebbe certamente il paese più armato, considerata anche la difficoltà di mettere insieme in tempi ragionevoli tanti eserciti nazionali con tecnologie e caratteristiche differenti, né costituirebbe una minaccia nucleare seria in confronto agli arsenali giganteschi dei russi e degli americani. Non potendo aspirare ad esercitare un’autentica leadership planetaria, neppure nella forma federale, la Federazione europea non potrebbe rendere effettiva in alcun modo l’ipotesi di diventare essa stessa federazione per poi riuscire a federare il mondo: il federalismo mondiale non passerà perciò, a mio avviso, dalla Federazione europea bensì da una seria riforma dell’ONU, che tuttavia non sembra far parte dell’agenda attuale delle maggiori potenze mondiali che anzi traggono ancor più forza dalla debolezza, per non dire inconsistenza, delle Nazioni Unite attuali; e questo nonostante  i movimenti e le organizzazioni non governative che pure per fortuna esistono e resistono, continuando ad essere attive a livello internazionale, nonostante tutto.

Gli scenari che si prospettano, a partire dalla situazione planetaria attuale, non vanno dunque nel senso dell’utopia concreta di un Antropocene sostenibile, bensì in quello di un’anarchia globale dominata dai free riders, una situazione molto pericolosa dalla quale l’umanità deve uscire pena la propria stessa sopravvivenza collettiva; ma vi è anche un altro scenario possibile in alternativa all’Anarcocene, ed è quello non meno preoccupante di un Antropocene distopico, dominato da un Direttorio di pochi grandi leader mondiali che riescono a mettersi d’accordo, a modo loro, sulle regole del gioco collettivo da imporre a tutti gli altri. Che sia l’anarchia hobbesiana, o il Direttorio di poche grandi potenze, in ogni caso il quadro che si prospetta davanti a noi è qualcosa di molto diverso dal modello kantiano che ispira con grande coraggio i teorici del federalismo mondiale; in questo contesto, la Federazione europea è dunque necessaria, anzitutto per proteggere i cittadini europei, i diritti e i valori che la ispirano, e poi per offrire un modello e un’alternativa valoriale che ci rendano sempre più attrattivi per altri Paesi, in un mondo dominato da ideologie e fondamentalismi di segno diametralmente opposto che da un lato rappresentano il più grande pericolo interno per la nostra stessa Unione, ma che dall’altro non riescono ad ostacolarla all’esterno nell’essere attrattiva per molti altri Paesi che ne vogliono importare il modello di governance democratica. Se, infatti, c’è una lezione che la storia recente ci ha mostrato, è che la democrazia non si può esportare, né si può imporre per decreto, ma si può tuttavia importare,[10] in un processo lungo, talvolta complesso, ma dagli esiti virtuosi: in questo l’Unione europea con le sue politiche di allargamento costituisce un esempio unico nel suo genere, ed è questa sua forza attrattiva che ci fa sperare, e operare, per un futuro che non sia l’Anarcocene, ma neppure l’Antropocene distopico di pochi potenti globali che dettano le loro regole a tutto il resto del mondo.
 


 

[1] Cfr. M. Olson, La logica dell’azione collettiva, Milano, Ledizioni, 2013.

[2] Cfr. G. Magnani, Una teoria della politica, Padova, Cleup, 2023.

[3] Cfr. F. Rampini, L’ombra di Mao, Milano, Mondadori, 2006.

[4] Primo articolo definitivo per la pace perpetua: “La costituzione civile di ogni Stato dev’essere repubblicana” in: Immanuel Kant, Per la pace perpetua, Milano, Rusconi 1997, p. 69.

[5] L. Ferrajoli, Per una Costituzione della Terra, Feltrinelli, Milano 2022.

[6] Cfr. G. Montani, Antropocene, nazionalismo e cosmopolitismo, Milano-Udine, Mimesis, 2022.

[7] G. Magnani, Anarcocene. La politica e la (non) violenza, Padova, Cleup 2025. Una recensione estesa del libro è in: Andrea Musacci, Disordine globale eterno? Come salvare l’umanità con ratio e nonviolenza , La Voce di Ferrara-Comacchio, 27 giugno 2025, https://andreamusacci.com/2025/06/27/disordine-globale-eterno-come-salvare-lumanita-con-ratio-e-nonviolenza/; si veda anche il mio precedente articolo Rapporto ASviS. Nell’era dell’“Anarcocene” si allontanano gli Obiettivi Onu 2030 per la pace e la collaborazione fra Stati.

[8]Una piazza per l’Europa”.

[9] Si veda G. Magnani, L’utopia concreta e necessaria del federalismo, Mondoperaio 4/2025, pp. 31 ss.

[10] E. Somaini, La crisi ucraina, le sue origini e i possibili sviluppi, Mondoperaio 10/2022. Si veda in particolare p. 34.

 

 

 

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