Anno LVI, 2014, Numero 1-2, Pagina 138

 

 

INTERNET E POLITICA:
UN’ARMA A DOPPIO TAGLIO

 

 

L’innovazione introdotta da internet è innanzitutto quella di annullare distanze e tempi nella trasmissione delle informazioni. Si tratta di un cambiamento che ha inciso profondamente sulla natura dell’economia, sulla società e sullo stile di vita e anche sul tipo di sfide che i governi devono affrontare a livello globale.

Molto è stato scritto in proposito, ma le analisi puntuali sono in realtà pochissime, e la tendenza è spesso quella di valutare solo sulla base di semplici impressioni gli effetti reali di questa trasformazione. Uno dei pochi studiosi che ha affrontato la questione con criteri scientifici è Eugene Morozov, di cui ricordiamo in particolare The Net Delusion: the dark side of internet freedom. Sulla base dei dati da lui raccolti e dell’analisi che ne consegue, ci sono soprattutto due tipi di interpretazioni mistificatorie riguardo alla funzione di internet, soprattutto in relazione alla partecipazione alla vita politica e all’evoluzione della democrazia: la prima Morozov la definisce il cyber utopismo, la seconda è il cyber centrismo. Rientrano nelle definizione di cyber utopisti coloro che ritengono che internet abbia il potere di rendere la politica progressivamente più trasparente ed egualitaria. Il cyber centrismo è invece una categoria ancor più radicale in cui rientrano tutte le interpretazioni in base alle quali internet rivoluzionerebbe radicalmente la partecipazione alla vita politica e soprattutto la natura delle organizzazioni politiche, annullando le differenze tra grandi e piccole formazioni grazie all’azzeramento dei costi di diffusione dei messaggi e di condivisione delle idee.

Questa illusione è alimentata anche dall’interpretazione ideologica della fine dell’equilibrio bipolare e del crollo dell’Unione Sovietica. Negli anni Novanta si è diffusa l’idea, praticamente incontrastata, che la storia avrebbe percorso da quel momento in poi un piano inclinato, dove il mercato e la scienza avrebbero fatto da motori automatici della pace e della progressiva democratizzazione di tutto il mondo. In questo contesto la potenziale libertà offerta da internet a tutti i cittadini sembrava confermare questa tendenza. In seguito, le difficoltà che hanno iniziato a minare il ruolo egemone degli Stati Uniti, e l’emergere di nuove potenze in aree del mondo fino a pochi anni prima considerate depresse, hanno alimentato la speranza che la rete potesse essere strumento di affrancamento per i popoli soggetti a dittature che godevano, o avevano goduto, della protezione americana.

Sono utopie ben rappresentate dagli slogan simbolo come “sganciate i tweet, non le bombe”, diffusi a macchia d’olio ad alimentare la speranza di incidere così nella promozione della democrazia. Un esempio importante di questa mistificazione è costituito dall’interpretazione che si è diffusa circa il ruolo dei social network, ed in particolare di twitter, nella rivolta del Movimento Verde in Iran, nel 2009. L’analisi corrente è stata che la protesta fosse stata resa possibile, e organizzata in modo capillare, grazie al passa parola dei messaggi sui social. La realtà è che i tweet registrati in Iran sono stati in tutto 19.235, il che significa che hanno coinvolto al massimo, ipotizzando un post per persona, lo 0,027% della popolazione. Dati alla mano, la “twitter revolution” del “drop tweets, not bombs”, è stata indubbiamente un esagerazione giornalistica.[1] E gli effetti – si è visto a posteriori – non sono stati affatto quelli che venivano celebrati. Da un lato si è arrivati addirittura a tre milioni di tweet nel mondo riferiti alle elezioni in Iran e alle proteste – tweet che perlopiù esaltavano il ruolo di internet nell’alimentare la rivolta – e dall’altro molti politici, anche tra gli esponenti dei governi, si sono illusi che twitter e i social network aiutassero la democrazia a trionfare contro le dittature. L’insuccesso dell’insurrezione dimostra che, purtroppo, si trattava di false speranze, cui però hanno dato mostra di credere anche personalità di spicco quali Hillary Clinton – allora Segretario di Stato statunitense –, tutte cadute nella trappola della notizia eclatante diffusa senza alcuna verifica.

 

Cyber utopismo, regimi autoritari e democrazia.

Nel libro di Morozov vi è un larga casistica che riguarda le strategie che i regimi autoritari utilizzano per mantenere il controllo dell’utilizzo della rete, annullando in gran parte gli effetti di uno strumento apparentemente libero, diffuso ed egualitario come internet che, con i suoi blog e i social network, molti sperano possano promuovere cambiamenti radicali in direzione dei principi dello Stato liberaldemocratico.

In Cina, ad esempio, l’utilizzo dei social è molto diffuso, al contrario di quanto si crede: sono molti i cittadini che utilizzano i social network, e lo stile di vita, così come la stessa produzione, sono all’avanguardia in questo senso, e molto forte è la connessione con l’universo online. Tra i social network più diffusi (al mondo) rientrano RenRen, utilizzato soprattutto dagli adolescenti cinesi (collegato anche ai telefoni cellulari e smartphone cinesi) e Kaixin rivolto più ai professionisti. Anche in Russia la cultura dello svago online è molto diffusa; l’82% della popolazione è iscritta a social network diffusi nel paese (come odnoklassiniki, vKontakte e MoiMir) e rifiuta in larga parte i social occidentali come facebook, che sono però disponibili.[2] Si tratta, quindi, in entrambi i casi, di società che sono interconnesse al proprio interno grazie alla rete, pur rimanendo in sintonia con i regimi autoritari da cui sono governate e senza, almeno in questa fase, far emergere alcuna volontà di rottura rispetto alle istituzioni esistenti. La stessa cosa si deve ipotizzare per i paesi BRICS, per i MINT e per tutte le altre realtà emergenti. In assenza degli elementi classici che scatenano le crisi economiche e sociali, internet di per sé non sembra svolgere nessun ruolo a favore della democratizzazione. Si è passati da un utilizzo di internet con qualche milione di contatti negli anni Novanta, ad uno, oggi, con qualche miliardo, ma le dinamiche che regolano i processi politici paiono tutt’altro che superate.[3]

In regimi autoritari o nelle oligarchie quali la Cina, la Russia, il Venezuela, il Vietnam, tanto per citare i maggiori, internet è uno strumento largamente utilizzato anche dai governi, che vi destinano molte risorse, umane e finanziarie, al fine di sfruttarne al massimo le prerogative. Internet può essere usato come strumento di controllo, come strumento di censura e come strumento di propaganda.

Come mezzo di controllo, la rete serve per individuare e monitorare i movimenti antigovernativi. Mentre prima di internet tale compito veniva svolto dai servizi segreti, con costi molto alti e tempi lunghi prima di ottenere dei risultati, oggi basta un semplice virus infiltrato sul terminale di un solo agitatore per controllare le informazioni, collegarsi con la sua rete e raccogliere gli elementi per operare gli arresti. Un’ulteriore possibilità sul piano del controllo è quello del blogger, o del semplice cittadino, filo-governativo che viene pagato dal regime per individuare le persone sospettate di destabilizzare lo Stato.

La censura è un tema già più noto, soprattutto per quel che concerne la Repubblica Popolare Cinese dove è risaputo che molti siti internet sono bloccati e sostituiti da succedanei nazionali; tuttavia, non si tratta dell'unico paese che fa uso di tale pratica. Dai social network ai blog, dalla barra del motore di ricerca ai siti web, il regime può controllare e censurare siti che in occidente sono molto diffusi come facebook o wikipedia facendo in modo che ai cittadini giungano un numero limitato di informazioni. Al tempo stesso però il governo è in grado di analizzare e catalogare le ricerche dei cittadini in base alle tematiche e in base al luogo di provenienza per sfruttare, ancora una volta, al meglio queste informazioni ai fini del controllo.

Infine i regimi autoritari utilizzano internet come strumento di propaganda a basso costo e vasta diffusione. Esistono i sopracitati blogger stipendiati che propagandano le posizioni del governo e contemporaneamente controllano i post di altri blog per intercettare eventuali posizioni anti-governative. Tramite web si possono diffondere anche video, addirittura a giustificazione di conflitti, come era stato il caso tra Russia e Georgia; il video, largamente promosso dal governo russo durante la fase dell’invasione, è tutt’ora accessibile. Tra coloro che hanno fatto maggiore uso di “spinternet”, ossia di internet a scopo propagandistico, spicca Ugo Chavez che in Venezuela è rimasto per lungo tempo l’individuo più seguito sui social network.

Questo uso strumentale dei social network da parte dei regimi al potere si è verificato anche nel corso delle cosiddette primavere arabe. Giornali e televisioni hanno propagandato il “successo” delle primavere arabe come un risultato di facebook e di internet. La realtà, invece, è che, sebbene vi sia stato, sin dalle prime fasi della sommossa, un certo uso dei social network per la comunicazione di informazioni e lo scambio di file tra cittadini – in particolare su facebook e twitter –, vi è stato anche però un forte ruolo delle televisioni panarabe, che si sono dimostrate più influenti di internet (che, invece, è stato utilizzato in modo limitato). Per quel che concerne l’uso di facebook, il social più usato in nord Africa da parte dei cittadini, all’inizio delle proteste la percentuale delle iscrizioni rispetto alla popolazione erano piuttosto basse: in Egitto il 5,5%, in Libia il 4,3% e in Tunisia il18,8%.[4] I numeri sono però cresciuti durante le proteste: in Egitto sono saliti al 29%, in Tunisia al 17% mentre vi è stato un calo in Libia. Per quel che concerne twitter, la somma degli utenti in Egitto, Tunisia e Yemen ammonta a circa 14.000, a fronte di una popolazione che, solo in Egitto, è di circa 80 milioni di persone.[5] Il fenomeno social è dunque rimasto, nei fatti, limitato ad una élite, se paragonato al numero di rivoltosi nelle piazze. Indubbiamente non è stato grazie ad internet che è partito il tentativo rivoluzionario, ma si è trattato piuttosto di una cassa di risonanza che ha contribuito alla diffusione delle informazioni, in particolare in seguito al suicidio pubblico del tunisino Mohamed Bouazizi che si è dato fuoco in piazza per protesta contro le autorità tunisine. Tra le ragioni che hanno spinto, erroneamente, a sopravvalutare il ruolo dei social network vi è il fatto che in Egitto la rete fu chiusa in svariate città tra cui la capitale Il Cairo; ma la realtà è che il ruolo giocato dalla rete è stato modesto, e in più la circolazione di informazioni tramite internet è stata sfruttata anche dal regime in Egitto per raccogliere, direttamente dai blogger che contribuivano a coordinare le proteste, le notizie in modo da prevenire e controllare più facilmente i movimenti della piazza.

Tra le ragioni per cui il ruolo dei social network rimane limitato nelle rivoluzioni vi è la natura dei legami che si vengono a creare tra i rivoltosi. Una manifestazione in piazza o il rapporto personale in un’organizzazione politica creano un forte legame, soprattutto quando si condivide l’importanza della causa o quando si ha la percezione di un grande rischio comune. Al contrario i social network non hanno questa caratteristica indispensabile per cementare una forza politica rivoluzionaria. In generale i social stimolano maggiormente un linguaggio e dei contenuti di tipo ludico, spesso incentivano una certa tendenza al narcisismo (l’apparenza e l’aspetto estetico sono elementi più che fondamentali in facebook e vengono sfruttati metodicamente) e portano a sviluppare rapporti poco profondi. Se è vero che il modo di esprimersi immediato, eclatante e sensazionalistico della rete favorisce molto la diffusione di vampate di entusiasmo e di speranza, come pure di allarmi, è anche vero però che si tratta spesso di fenomeni di “mobilitazione” passeggera, mentre rimane molto difficile, a fronte di analisi e di indicazioni sbagliate, riuscire a diffondere e a far penetrare le smentite.

 

 

L’uso di internet nelle democrazie.

Anche nelle democrazie, internet non viene usata tanto a scopo politico, quanto pubblicitario, commerciale, ludico. Internet, e soprattutto i social network, sono una sorta di colossale contenitore di informazioni che viene usato da una miriade di soggetti – spesso di natura commerciale – per bombardare di informazioni o di propaganda gli innumerevoli utenti, cercando di influenzarli. I cittadini si trovano quindi a dover scegliere tra una quantità smisurata di dati e di messaggi, e, inevitabilmente, quelli di fatto più presenti all’interno della società risultano più visibili anche in internet.

Quando viene utilizzato a fini di propaganda politica, il web presenta alcune controindicazioni specifiche: la natura della comunicazione molto semplificata favorisce il messaggio accattivante a scapito del contenuto, la risposta offensiva piuttosto che quella meditata, i provocatori rispetto ai riflessivi, e sicuramente non favorisce un confronto razionale e approfondito. Si assiste di fatto ad una regressione comportamentale, il cosiddetto flaming, che porta le persone a atteggiarsi in maniera immatura verso l’insulto facile e ad interfacciarsi narcisisticamente con la macchina.[6] Questi atteggiamenti sono enfatizzati anche dall’assenza del volto nella relazione, dalla mancanza di contemporaneità nella comunicazione, dall’anonimato e dalla conseguente assenza di senso della responsabilità, dal desiderio incontrollato di apparire, dalla possibilità di una comunicazione a senso unico.

Questo spiega perché le campagne politiche scaturite dal web sono spesso legate a battaglie semplici e dirette, quali la promozione di petizioni su tematiche che abbiano un forte impatto emotivo o la generica sensibilizzazione. I grandi cambiamenti di natura politico-istituzionale, o le battaglie che si accompagnano ad un profondo confronto culturale, non rientrano tra quelle realizzabili grazie ad internet o rispetto alle quali internet può avere un ruolo determinante. Internet, sotto questo aspetto, non può che avere un ruolo subordinato, né può sostituirsi ai partiti o alle organizzazioni politiche come vorrebbero i cyber centristi. Morozov, a questo proposito, ricorda il giudizio di Kierkegaard rispetto ai dibattiti nei caffè diventati di moda a partire dall’inizio del XIX secolo: uno stile comunicativo privo di contenuto perché venivano affrontate tutte le tematiche, e tutte in maniera superficiale. Parlare di qualsiasi cosa coincide con il parlare a vanvera. Il parallelo con quanto accade sul web è evidente. Anche se il cyber centrismo tenta di equiparare il dibattito online e quello reale, il primo non è strutturato e tutti comunicano unidirezionalmente, senza essere portati ad ascoltare. Inoltre, nel dibattito si frappone ogni tipo di messaggio, inclusa la pubblicità, i temi a scopo puramente ludico, quelli che deviano l’attenzione su tematiche diverse. Infine, le tematiche politiche che fanno maggior presa on line sono quelle di natura fortemente populista, ad alto impatto emotivo.

Il successo, così spesso ricordato, della campagna via internet di Obama e del Democratic Party durante le presidenziali del 2012, conferma di fatto questa valutazione. La campagna fu considerata un grande successo per due ragioni: perché portò Obama alla vittoria e per i finanziamenti raccolti. In realtà, il punto di forza della campagna fu la mobilitazione di decine di migliaia di volontari che fecero la campagna porta a porta, bussando alle case dei cittadini indecisi e dei non votanti, per parlare con ciascuno di loro e cercare di convincerli. Uno studio americano[7] mostra che l’efficacia nel convincere i votanti cambia molto in base al metodo che si sceglie di adottare: 1/10 con il porta a porta, circa 1/100.000 con il volantinaggio e le e-mail, mentre le chiamate telefoniche hanno effetti controversi e i manifesti elettorali sembrano non avere alcun effetto. Nella campagna di Obama, l’80% degli sforzi fu indirizzato verso la prima opzione e nel rapporto della campagna[8] è specificato che il primo obiettivo fu quello portare le persone che avevano dato la propria adesione sui social network a diventare volontari attivi nell’azione in strada.

Dal punto di vista del finanziamento la campagna è stata sicuramente un grande successo reso possibile dal web. La campagna è stata pagata interamente con i contributi volontari dei cittadini che hanno versato on line fino a un massimo di 200$. Grazie a questa scelta strategica, Obama ha potuto escludere i grandi finanziamenti da parte di magnati che avrebbero potuto porre delle ipoteche sulle sue scelte future. I numeri complessivi sono impressionanti: 3 milioni di donatori, 13 milioni di e-mail inviate, 5 milioni di “amici” e legami nei social network (soprattutto facebook), 8,5 milioni di viste mensili al sito MyBarackObama.com e 80 milioni di visualizzazioni su video elettorali ufficiali. Ma rimane il fatto che un simile successo è stato reso possibile dal fatto che non esisteva cittadino americano che non conoscesse Obama, la cui popolarità è stata assolutamente determinante.

Anche il caso del Movimento 5 Stelle in Italia in realtà evidenzia come sia la popolarità dei protagonisti a valorizzare anche la loro presenza sul web. Anche se si è tentato di far passare il successo del M5S – specie alle elezioni del febbraio 2013 – come un successo eclatante della comunicazione online, e se si è voluto proporre un modello democratico alternativo incentrato sulla rete, la realtà è che larga parte del consenso ottenuto dai M5S, oltre ad essere legato a fattori politici tipici delle fasi di crisi, come l’emergere dei populismi, è dovuto in gran parte ai media e ai metodi tradizionali. Dai comizi in piazza alla copertura mediatica televisiva e giornalistica il successo del Movimento è stato profondamente promosso dai “vecchi media” che hanno spesso citato e diffuso i post del blog di Beppe Grillo. Mentre la debolezza e i limiti del tentativo di costruire una forza politica senza una struttura organizzative, fondata sulla “libera” partecipazione on line dei cittadini, sono emersi in brevissimo tempo, rivelando che l’esperienza si dimostra un clamoroso insuccesso, per lo meno sul piano della democrazia interna.

Il caso del Movimento 5 Stelle dimostra comunque che cyber utopismo e cyber centrismo possono anche contaminarsi con il populismo. E se internet non ha sinora scardinato la struttura delle organizzazioni politiche, quello che è vero è che può però favorire leader carismatici e contribuire al diffondersi del caos nelle fasi di crisi. Senza lo sviluppo di una forte coscienza critica e civica che permetta di selezionare i contenuti in rete, internet può rivelarsi pertanto un’arma a doppio taglio che allontana ulteriormente i cittadini dalla vita democratica, lasciandoli in balia di soggetti privati, non sempre facilmente identificabili, che hanno interesse a trasmettere messaggi fortemente distruttivi.

Nelson Belloni



[1] Eugene Morozov, The Net Delusion: the dark side of internet freedom, New York, Public Affairs, 2011, p. 15.

[2] http://www.demnet.eu/it/l82-dei-russi-usano-social-network-
scopriamo-quali/
.

[3] http://www.parlamento.it/application/xmanager/projects/parlamento/file/repository/affariinternazionali/osservatorio/approfondimenti/PI0040App.pdf.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] http://users.rider.edu/~suler/psycyber/holland.html.

[7] Liegey Muller Pons, 5 million doors knocked. Presentation of François Hollande voter mobilization campaign. Ritrovabile nel sito www.federalists.eu.

[8] Barak and Joe Obama Biden, 2012 Obama Campaign Legacy Report, http://secure.assets.bostatic.com/frontend/projects/legacy/legacy-report.pdf.

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