Anno XXXIX, 1997, Numero 3, Pagina 186

 

 

PATTO NATO-RUSSIA E
ALLARGAMENTO DELLA NATO
 
 
Il 27 maggio scorso è stato siglato a Parigi un accordo, sulla base di un documento denominato «Atto fondatore», da parte del governo russo e dei paesi aderenti alla NATO, presentato dalla stampa internazionale come una svolta nel quadro internazionale per quanto riguarda il problema della sicurezza. Esso è stato preceduto dalla decisione americana di procedere all’allargamento della NATO ad alcuni paesi dell’Est europeo (Repubblica ceca, Polonia, Ungheria, lasciando aperta per il futuro l’adesione di altri paesi), progetto a lungo osteggiato e infine ritenuto accettabile dal governo russo nel quadro dei suoi nuovi rapporti con l’alleanza militare.
I punti principali del testo del documento sottoscritto prevedono che «la NATO e la Russia non si considerano nemici», e sulla base di ciò «intendono sviluppare una collaborazione forte, stabile e duratura… Partendo dal principio che la sicurezza di tutti gli Stati della comunità euroatlantica è indivisibile, la NATO e la Russia lavoreranno insieme per contribuire a instaurare in Europa una sicurezza comune e globale» sulla base di principi e scopi comuni, ossia: a) democrazia, pluralismo, rispetto dei diritti umani, economia di mercato, b) rinuncia all’uso della forza, c) trasparenza reciproca per quanto riguarda la politica di difesa e le dottrine militari, d) prevenzione dei conflitti con mezzi pacifici, in conformità con i principi dell’ONU e dell’OSCE, e) appoggio a operazioni di peace-keeping condotte sotto l’autorità del Consiglio di sicurezza dell’ONU o sotto la responsabilità dell’OSCE.
Al fine di mettere in pratica questa collaborazione, è stato creato un Consiglio congiunto permanente NATO-Russia, organo di consultazione, di cooperazione, e, nella misura del possibile, di decisioni congiunte (così recita l’Atto), per il rafforzamento della sicurezza attraverso un maggiore livello di fiducia, stante il fatto che nessuna delle due parti ha il diritto di veto su decisioni o azioni che ognuna potrà svolgere in modo indipendente. Il Consiglio sarà anche una sede di dibattito per quanto riguarda il controllo degli armamenti, la sicurezza nucleare, la prevenzione della proliferazione di armi nucleari, biologiche e chimiche. Come contropartita all’allargamento della NATO, l’Atto prevede l’impegno di questa a non installare armi nucleari sul territorio dei nuovi Stati aderenti e a non incrementare le forze convenzionali sul suolo europeo (impegno preso anche dalla Russia) e invece a utilizzarle al meglio, assicurandone l’interoperabilità e l’integrazione.
Il ruolo che ciascuno dei partners avrà all’interno di questo Consiglio è definito vagamente e diversamente interpretato dalle due controparti essenziali dell’accordo (USA e Russia). Eltsin, da una parte, di fronte a una forte opposizione interna all’allargamento della NATO da parte di nazionalisti e comunisti, non può che mettere l’accento sulla riassunzione di un ruolo attivo della Russia in Europa e nel mondo. «Il documento dice, egli ha affermato, che le decisioni [nel Consiglio] si prendono solo sulla base del consenso… Se la Russia è contraria a qualche decisione, essa non sarà presa. Ciò è di importanza capitale» (Le Monde, 16 maggio 1997). Clinton, d’altra parte, per bocca del suo portavoce ha affermato che la NATO non ha fatto «nessuna concessione» fondamentale, e ha precisato che la Russia ha ottenuto «una voce» nell’ambito di essa, «ma non ha il diritto di veto».
Tutte queste dichiarazioni rispecchiano in un certo senso il normale gioco delle parti che caratterizza i rapporti internazionali, laddove ogni Stato, indipendentemente dalla sua posizione di potere nel mondo, tende a mettere l’accento sull’orgoglio nazionale e sull’importanza del proprio ruolo. Ma al di là di questo, per valutare il significato e i limiti di questo Atto bisogna chiedersi se esso contribuisce ad attenuare la logica della ragion di Stato, una logica che è fondamentalmente conservatrice e che può essere tendenzialmente superata solo se, sulla base di interessi reciproci concreti, essa viene ingabbiata in un progetto evolutivo globale.
I limiti dell’Atto fondatore possono essere meglio identificati attraverso il confronto con il clima politico e i progetti dell’era Gorbaciov. Limitandosi a una lettura superficiale dei principi contenuti nell’Atto, in essi compaiono molte delle parole pronunciate e scritte da Gorbaciov e Reagan al tempo della svolta nei rapporti fra le due superpotenze (democrazia, collaborazione, trasparenza reciproca, fiducia, ecc.), ma ben diverso era allora il respiro del nuovo quadro mondiale che si andava delineando, al punto che quello che abbiamo chiamato «il gioco delle parti» ha potuto essere in parte accantonato. Contro la «logica folle» generata dalla strategia della deterrenza nucleare (e nello stesso tempo in conseguenza di essa) era emersa una analisi al tempo stesso realistica e in un certo senso rivoluzionaria, ossia basata sulla constatazione dell’interdipendenza mondiale e della necessità di adeguamento del pensiero e dei progetti politici alla nuova realtà finalmente rivelatasi. Molte parole dei due statisti sembravano smentire la tormentata frase di Einstein: «La liberazione della potenza dell’atomo ha cambiato tutto tranne il nostro modo di pensare, e così andiamo alla deriva verso una catastrofe senza precedenti».
Dopo il fallimento della politica di Gorbaciov e il crollo dell’Unione Sovietica si è subito scatenato un nutrito numero di detrattori, con accuse di velleitarismo, di ingenuità, di incapacità politica nei confronti di un uomo che in realtà aveva visto lontano. Pur senza uscire dalla logica conservatrice della «collaborazione» fra gli Stati, quella fase dei rapporti internazionali era profondamente caratterizzata dall’accento posto sulla necessità di gestire una fase di transizione verso una nuova situazione di potere, ed è proprio prendendo in considerazione la tendenza evolutiva della situazione di potere che si possono giudicare le potenzialità insite in un dato quadro politico.
Quel disegno è comunque fallito, e il nuovo quadro politico mondiale, passato dal bipolarismo al «monopolarismo», si presenta estremamente difficile non solo da gestire (gli USA da soli non possono farsi carico della gestione dei vecchi e nuovi problemi globali e regionali), ma anche da modificare. Quella che abbiamo chiamato «tendenza evolutiva della situazione di potere», infatti, può attivarsi solo in presenza di poli di potere effettivi, cioè di attori che si assumano la responsabilità di svolgere una determinata politica, che siano forti abbastanza da rendere credibili le affermazioni di principio e i progetti annunciati: la politica, o è assunzione di responsabilità, o produce disordine.
La logica dello sviluppo economico e tecnologico sta creando una società globale che non può più essere gestita dai singoli Stati. Ciò vale in particolare per il problema della sicurezza, che può essere affrontato solo attraverso un programma di riforma e democratizzazione dell’ONU. Diversamente, una alleanza militare come la NATO, che ha avuto un ruolo preciso durante la guerra fredda, tende, come già sta avvenendo, ad assumere una funzione dai contorni sempre più ambigui, a trasformarsi cioè in una organizzazione che va al di là dei suoi compiti militari per assumere un ruolo politico, e il cui epicentro è l’unica superstite superpotenza. Nel vuoto di potere creatosi con la scomparsa del vecchio ordine mondiale, che andava superato, ma che comunque era un quadro di riferimento relativamente stabile, non meraviglia che la NATO, per quanto riguarda la sicurezza, sia diventata il magnete che attira via via verso di sé sempre nuovi Stati che vogliono uscire dalla deriva del disordine. E non meraviglia inoltre che, sulla base di un’altra logica, Eltsin cerchi di ridiventare un interlocutore politico credibile anche attraverso il patto con la NATO, mascherando così la debolezza e l’isolamento della Russia con un ruolo di facciata.
L’esigenza di stabilità spinge a ragione gli Stati a trovare punti di aggregazione, ma ciò avviene in modo confuso. E la confusione nasce dal fatto che, per affrontare i problemi che stanno alla base della stabilità (sicurezza, sviluppo economico, democrazia), gli Stati hanno come punti di riferimento organismi internazionali, proliferati a livello regionale e mondiale, privi di «anima politica», i quali, a partire da competenze e compiti specifici (economici, di sicurezza ecc.), tendono ad assumere funzioni di «governo» senza averne la legittimità e gli strumenti. In realtà essi sono il quadro, in ultima istanza, non tanto della gestione comune dei problemi, ma della definizione o ridefinizione dei ruolo dei singoli Stati nel mondo, sono il riflesso della bilancia del potere mondiale, ossia del gioco delle ragion di Stato, e quindi sono schiavi di un meccanismo per superare il quale sono stati creati. E’ dunque a partire da queste considerazioni che si devono giudicare i processi di aggregazione in atto, chiedendosi se essi tendono oppure no verso nuove forme di statualità, ossia verso una modificazione evolutiva del quadro di potere nel mondo che permetta, a breve termine, di modificarlo in senso multipolare, e crei, a lungo termine, le condizioni per dar vita a un vero ed efficace governo del mondo attraverso la Federazione mondiale.
Da questo punto di vista l’allargamento della NATO e l’associazione della Russia non danno alcuna prospettiva ai nuovi membri, oltre a non contribuire a modificare l’ordine mondiale. Al contrario, da una parte ai nuovi Stati membri viene concesso il diritto a un ombrello protettivo da parte della potenza egemone, e dall’altra, alla Russia viene concesso un ambiguo riconoscimento di essere ancora un interlocutore.
Ben diversi saranno il quadro e le prospettive se si porterà a termine il processo di unificazione europea con la creazione di una federazione: un nuovo soggetto politico responsabile entrerà in gioco e chi ne farà parte, compresi i paesi dell’Est, non sarà succube membro di un’alleanza dominata da una superpotenza, ma potrà democraticamente contribuire alla costruzione del proprio futuro e di quello del mondo.
 
Nicoletta Mosconi

 

 

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