Anno XL, 1998, Numero 1, Pagina 25

  

 

UNIFICAZIONI REGIONALI E RIFORMA DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELL’ONU
 
 
Struttura dell’ONU e ordine mondiale.
 
L’ipotesi sulla quale la Conferenza di San Francisco basò l’elaborazione dello Statuto delle Nazioni Unite è che la pace sarebbe stata assicurata dal nucleo forte della grande coalizione di Stati che sconfisse nella seconda guerra mondiale le potenze dell’Asse. Di conseguenza, a cinque Stati (Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina, Francia e Regno Unito) fu assegnato un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza e il diritto di veto.
Nello stesso tempo, lo Statuto riconosceva un altro principio in base al quale tutti gli Stati dovevano contribuire al mantenimento della pace. Il Consiglio di Sicurezza era quindi composto da una seconda categoria di Stati  ( i membri non permanenti) scelti a rotazione per un periodo di due anni secondo un criterio di equa distribuzione geografica.
Quando nel 1963 fu adottato l’emendamento dello Statuto che elevava da sei a dieci il numero dei membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza, l’Assemblea generale approvò una risoluzione che definiva i criteri per la scelta di questa categoria di Stati in base all’area geografica: cinque Stati dell’Africa e dell’Asia, uno dell’Europa orientale, due dell’America latina, due dell’Europa occidentale e di altri Stati.
In sostanza, i principi che regolavano la distribuzione dei seggi in seno al Consiglio di Sicurezza definivano otto grandi aree geografiche: gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica (sostituita nel 1992 dalla Federazione russa), la Repubblica di Cina (sostituita nel 1971 dalla Repubblica popolare di Cina), l’Europa occidentale, l’Europa orientale, l’Africa, l’Asia, l’America latina, cui si aggiungeva una nona categoria residuale di altri Stati.
Il principio politico che affidava la sostanza del potere di decisione agli Stati che occupavano il vertice della gerarchia del potere mondiale era in parte corretto dal principio in vigore in seno all’Assemblea generale, che assegnava un voto a ogni Stato, con l’assurda conseguenza di considerare uguali uno Stato-continente come la Cina e una città-Stato come San Marino. Così un numero di Stati che rappresenta meno del 10% della popolazione mondiale può formare una maggioranza in seno all’Assemblea generale. E’ da sottolineare che questa non è democrazia, anche se c’è chi usa a sproposito questa parola quando parla del sistema di voto dell’Assemblea generale. La democrazia esige che si applichi il principio una persona, un voto.
L’ONU non solo non ha una struttura democratica, ma non ha nemmeno un potere proprio al di sopra degli Stati, che sarebbe il requisito necessario per garantire la pace. Non ha né forze militari né risorse finanziarie proprie. Come tutti sanno, l’ONU non è un governo mondiale, ma una macchina diplomatica. Non è un attore indipendente sulla scena politica internazionale. E’ piuttosto il palcoscenico sul quale gli Stati (e soprattutto le grandi potenze) svolgono il ruolo di attori.
Com’è ben noto, la storia del secondo dopoguerra è stata determinata dalle vicende dell’ordine bipolare e dalla guerra fredda, cioè dalla divisione del mondo in due sfere di influenza, quella americana e quella sovietica, cui hanno cercato di sottrarsi i paesi non allineati, che aspiravano a costituirsi in terzo mondo tra i due mondi in conflitto per il predominio planetario. In questo periodo l’ONU è stata paralizzata dai veti incrociati tra le due superpotenze.
 
L’unificazione del mondo.
 
Con la caduta dei regimi comunisti e la dissoluzione dell’Unione Sovietica è scomparso il secondo mondo. Il primo e il secondo mondo sono ormai uniti dal consenso verso i principi della democrazia rappresentativa e dell’economia di mercato. Il terzo mondo, la cui esistenza presuppone quella degli altri due, non è il veicolo di un disegno alternativo a quei principi. Lo mostra l’esempio della Cina, la cui poderosa crescita economica è stata resa possibile dall’introduzione di elementi di mercato, i quali a loro volta potranno dare i loro frutti solo con la democratizzazione delle istituzioni politiche. Né il capitalismo autoritario dell’Asia orientale costituisce un modello alternativo, come mostrano l’emergere di un movimento sindacale combattivo (Corea del Sud) e l’affermazione in diversi paesi (Corea del Sud, Filippine, Taiwan) di un movimento di riforma democratica. E neppure lo è l’integralismo islamico, nella misura in cui si oppone all’apertura al mercato mondiale, alla democrazia e alla tolleranza religiosa. La svolta politica in corso in Iran rappresenta una conferma del fatto che nessuno Stato può chiudersi a lungo nell’isolamento, rimanendo ai margini del processo di mondializzazione. Più in generale, la sconfitta dei regimi fascisti e comunisti nel XX secolo costituisce una conferma dell’ipotesi che qualsiasi forma di società chiusa non può resistere alla spinta della globalizzazione.
I tre mondi stanno dunque convergendo verso un assetto che darà vita a un ordine i cui lineamenti sono ancora indefiniti, ma che sarà sicuramente il mondo senza altre qualifiche. La globalizzazione dell’economia, che travolge tutti gli ostacoli che si oppongono alla formazione di un unico mercato mondiale, è l’espressione più chiara del fatto che il mondo tende irresistibilmente verso l’unità. Per la prima volta nella storia l’economia di mercato ha assunto dimensioni mondiali, sospinta dalla rivoluzione delle tecniche della produzione, della comunicazione e dell’informazione.
La globalizzazione non è sospinta solo da incentivi economici, ma anche e soprattutto da una forza storica irresistibile, più forte della volontà di qualsiasi governo e di qualsiasi partito: la forza che si sprigiona dall’evoluzione del modo di produrre. Essa impone a tutti i settori della vita sociale una dimensione molto più ampia di quella degli Stati sovrani, anche i più grandi.
 
Crisi dello Stato sovrano e declino della politica di potenza.
 
Questa tendenza è espressione della direzione generale verso la quale si sta sviluppando nel nostro tempo l’organizzazione internazionale e la costruzione dello Stato, una direzione che può essere compresa adeguatamente alla luce della teoria federalistica, che pone al centro della propria interpretazione della storia contemporanea il concetto di crisi dello Stato sovrano. Il fattore principale (ma non esclusivo) della crisi dello Stato sovrano consiste nella contraddizione tra la dimensione nazionale dello Stato e l’internazionalizzazione del processo produttivo, che è la conseguenza di una svolta nell’evoluzione del modo di produrre: la rivoluzione scientifica. Il mondo è diventato sempre più strettamente interdipendente nelle sue parti e un numero crescente di problemi ha assunto dimensioni molto più ampie delle nazioni. Si tratta di un fenomeno di portata universale, come mostra in modo incontrovertibile il fatto che lo Stato più potente del mondo (gli Stati Uniti) cercano nella Nafta la dimensione necessaria a competere con i grandi spazi economici che si stanno organizzando nel mondo.
Ma c’è un altro fenomeno che caratterizza la crisi dello Stato sovrano: il profondo cambiamento nel modo di organizzare la sicurezza. Per gli Stati Uniti e per la Russia il costo della corsa agli armamenti è diventato intollerabile. Non solo la distruttività, ma lo stesso costo delle armi mettono in crisi la politica di potenza. Quest’ultima infatti ha dei costi così alti che finisce col ritorcersi contro chi la pratica. In altri termini, nell’era dell’interdipendenza globale e delle armi di sterminio di massa, la potenza tende ad autodistruggersi.
In conseguenza di ciò, le superpotenze sono uscite esauste dalla guerra fredda. Hanno deciso quindi di metter fine al confronto militare e di collaborare per sopravvivere. Le armi nucleari e le altre armi di distruzione di massa hanno messo quindi in crisi la politica di potenza e hanno aperto la via, con l’affermazione dei principi di sicurezza reciproca e di difesa non offensiva, introdotti dalla nuova dottrina strategica sovietica, all’esaurimento della ragion di Stato. Tutto ciò mostra che il nuovo corso della politica mondiale non è soltanto effetto della buona volontà, ma è soprattutto la conseguenza di una necessità.
In definitiva, mentre declina il ruolo degli Stati sovrani come protagonisti della politica mondiale, stanno emergendo progressivamente nuovi attori, cioè formazioni politiche comprendenti più Stati e più nazioni, in primo luogo l’Unione europea. Il significato di questa tendenza sta nel fatto che non esiste più nessuno Stato dotato del potere e delle risorse necessarie ad aspirare al predominio sul mondo. Le superpotenze, dopo aver cercato di unificare il mondo sotto il rispettivo dominio, hanno rinunciato alla competizione politica e ideologica, perché hanno compreso che le ragioni che spingono a cooperare sono più forti. In altri termini, il mondo post-bipolare ha preso atto del fatto che nessuno Stato o alleanza di Stati può mirare all’egemonia mondiale, mentre tutti cercano di trarre il massimo beneficio dalla globalizzazione dei mercati.
 
La formazione di raggruppamenti regionali di Stati.
 
A cinquant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la struttura del Consiglio di Sicurezza è rimasta sostanzialmente inalterata. Benché non corrisponda più all’evoluzione degli equilibri di potere nel mondo, essa continua a essere espressione dell’ordine dei vincitori.
La fine dell’ordine bipolare, che ha governato il mondo fino alla caduta del muro di Berlino, è stata accompagnata dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica e dal declino della potenza degli Stati Uniti, che ora devono ricorrere sempre più frequentemente alla copertura dell’ONU per legittimare i loro interventi di polizia internazionale. La crisi dello Stato nazionale in Europa ha coinciso con l’emergere dell’Unione europea nel sistema economico internazionale; nello stesso tempo la Germania e il Giappone, proprio perché dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale hanno dovuto rinunciare al ruolo di potenze militari e non sono state obbligate a dissanguarsi nella corsa agli armamenti, sono diventate grandi potenze economiche e hanno accresciuto la loro influenza internazionale; infine, nel Sud del mondo, accanto all’emergere di potenze sub-regionali in Africa (Egitto, Nigeria e Sud-Africa), in Asia (India, Pakistan e Indonesia), in America latina (Brasile e Argentina), sono in corso processi di integrazione che tendono a creare le condizioni politiche ed economiche dell’indipendenza e dello sviluppo di queste aree geo-politiche.
La dinamica del sistema mondiale degli Stati ha fatto emergere nuovi raggruppamenti regionali di Stati. Solo la Cina e l’America latina hanno mantenuto pressoché inalterata la loro fisionomia di aree geo-politiche nel corso del secondo dopoguerra. Tuttavia, la formazione del Mercosur (che comprende Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay e, dopo gli accordi economici con Cile e Bolivia, ha manifestato la tendenza ad allargarsi) ha suscitato un forte dinamismo economico in America latina e avviato un processo di integrazione regionale. D’altra parte, gli Stati Uniti hanno promosso la creazione di un’area economica nord-americana, che comprende Canada e Messico (Nafta). L’Unione Sovietica è stata sostituita dalla Comunità degli Stati Indipendenti. La caduta dei regimi comunisti in Unione Sovietica e nell’Europa centro-orientale ha consentito di superare la divisione tra la due Europe e di aprire la via all’allargamento dell’Unione europea fino ai confini con la Federazione russa, includendo l’Europa centro-orientale e le repubbliche baltiche. L’Africa è divisa in due aree geo-politiche: l’Africa sub-sahariana e il Mondo arabo, che include il Medio Oriente. In Asia esistono quattro aree regionali, oltre alla Cina, gli Stati dell’Asia meridionale, raggruppati attorno all’India (Saarc), gli Stati del Sud-Est asiatico (Asean) e il Giappone. Quest’ultimo, rimasto finora in una situazione di relativo isolamento, è probabile che sarà spinto dalla recente crisi economica dell’Asia a cercare una maggiore integrazione con la regione circostante. Infine l’area del Sud-Pacifico, dopo la costituzione del Forum del Pacifico meridionale, tende ad assumere una fisionomia indipendente.
La dimensione regionale si è rivelata come la condizione per creare lo spazio economico necessario allo sviluppo delle moderne tecniche produttive e per raggiungere il peso politico che consenta una reale indipendenza dalle grandi potenze. Se si considera l’Unione europea come un esperimento pilota, che, dopo aver sviluppato un processo di integrazione economica, tende a evolvere verso un’unione politica e a estendere le proprie competenze ai settori della politica estera e di sicurezza, si può formulare la previsione che le altre dieci grandi regioni che stanno emergendo nelle altre parti del mondo siano i potenziali futuri protagonisti del nuovo ordine mondiale dell’epoca post-bipolare.
 
La tendenza alla frammentazione.
 
La tendenza all’unificazione è contrastata (ma non fermata) dalla tendenza alla frammentazione degli Stati multinazionali e delle organizzazioni internazionali, che ha il suo epicentro nell’ex-blocco comunista, ma che ha assunto una dimensione mondiale e interessa persino gli Stati Uniti, come mostra il riemergere di un movimento secessionista negli Stati del Sud, e la stessa Unione europea, dove si sono affermati movimenti separatistici (Paese basco, Catalogna, Corsica, Padania, Scozia ecc.).
Si possono identificare due radici di questa tendenza. In primo luogo, il collasso del sistema bipolare, combinato con la mancanza di un nuovo ordine mondiale (l’antagonismo tra i blocchi ha rappresentato un fattore di coesione delle alleanze e degli Stati che oggi non esiste più), ha aperto la strada alle forze della frammentazione, che si esprimono attraverso feroci odi tribali, seminano dovunque odio e violenza ed elevano nuovi muri. Nello stesso tempo, le ideologie universali (la democrazia e il comunismo), che durante la guerra fredda si sono contese il dominio del mondo, percepite ora come espressione dell’ordine egemonico delle superpotenze, lasciano spazio all’affermazione di forme arcaiche di identità collettiva a carattere etnico o religioso. Il micronazionalismo e il tribalismo si presentano come l’alternativa alla perdita di legittimità del comunismo e all’esaurimento dell’ispirazione universale della democrazia, che paradossalmente ha accompagnato la poderosa avanzata di quest’ultima.
In secondo luogo, la globalizzazione, che unifica il mondo, omologa le società e cancella i confini, suscita la reazione contraria della ricerca del radicamento in un territorio circoscritto, che è espressione del bisogno di solidarietà nella comunità locale e regionale. A ciò si aggiunge la crisi dello Stato nazionale, che si accompagna all’esaurimento delle spinte che avevano alimentato il centralismo e il nazionalismo. Si apre così uno spazio non solo alle aspirazioni autonomistiche, ma anche alle rivendicazioni separatistiche. Le identità etniche, con la sinistra impronta razzistica che le distingue, si presentano come la formula che legittima i nuovi poteri che si formano sulle rovine del vecchio ordine.
 
Governo europeo e governo mondiale parziale.
 
L’Europa è il terreno decisivo dello scontro tra la tendenza all’unificazione e la tendenza alla frammentazione. Nella costruzione della pace fra gli Stati che la compongono, le istituzioni europee hanno consentito di conseguire risultati ben più efficaci di quelli ottenuti dall’ONU. I progetti di riforma dell’ONU dovranno tenerne conto. L’unificazione federale dell’Europa rappresenterà l’avvio del superamento della formula politica dello Stato nazionale, il modello di un ordinamento politico multinazionale, la prima forma di democrazia internazionale, il primo passo verso l’unificazione del mondo. La trasformazione dell’Unione in Federazione indicherà la via per superare la formula politica dello Stato nazionale attraverso il trasferimento di poteri verso l’alto e verso il basso e la creazione di uno Stato multinazionale. Ciò significa che lo Stato si dovrà articolare su più livelli di governo indipendenti e coordinati tra di loro, in modo da consentire a nazioni divise da odi e discordie secolari di trovare le condizioni giuridiche e politiche per vivere insieme in posizione di uguaglianza, mantenendo ciascuna la propria identità. E’ un modello che consentirà alle altre regioni del mondo che aspirano all’unità e al mondo intero di trovare la formula adatta a conciliare l’unità con la diversità.
Inoltre la Federazione europea rappresenterà la prima realizzazione della democrazia internazionale, la prima forma di governo democratico al di sopra di Stati sovrani storicamente consolidati. E’ questa la via maestra per sottrarre alle grandi potenze il controllo della politica internazionale e per sottoporlo a quello dei popoli. Il Parlamento europeo, in quanto embrione e prima manifestazione della democrazia internazionale, sarà più incline di altre istituzioni internazionali a estendere questo esperimento sul piano mondiale. Quanto prima acquisirà pieni poteri legislativi e di controllo non solo nel campo della politica economica e monetaria, ma anche in quello della politica estera e di sicurezza, tanto maggiore sarà la sua influenza sulla politica mondiale.
E’ da sottolineare a questo proposito che, nel campo del commercio internazionale, l’Unione europea agisce già come se fosse uno Stato e la sua influenza è forte perché è la prima potenza commerciale del mondo.  Essa ha un interesse vitale a tenere aperto il mercato mondiale e a rafforzare le istituzioni internazionali che consentono di perseguire questa finalità. Per questa ragione, la Comunità europea ha promosso la costituzione dell’Organizzazione mondiale del commercio.
Così nel G7 la Commissione siede accanto ai quattro maggiori Stati dell’Unione europea. L’entrata in vigore dell’Unione economica e monetaria nel 1999 aprirà le porte del Fondo monetario internazionale e della Banca dei regolamenti internazionali alla Commissione europea. L’euro assumerà il ruolo di moneta mondiale e creerà le condizioni per riformare l’attuale sistema monetario internazionale, basato sul predominio del dollaro.
Invece, nel settore della politica estera e di sicurezza, dove vige ancora il principio delle decisioni all’unanimità, l’Unione europea è incapace di agire in modo efficace.
In definitiva, l’anello mancante, che consentirebbe di fare evolvere in modo decisivo il mondo verso un ordine pacifico, è un’Europa capace di agire come un soggetto unico. Mentre nel contesto bipolare la Federazione europea aveva il significato di un esperimento di unificazione all’interno del blocco occidentale, nel mondo del dopo guerra fredda essa si configura come un centro di potere indipendente potenzialmente capace di modificare le tendenze della politica mondiale. Essa tende ad assumere il ruolo di cerniera tra Est e Ovest e tra Nord e Sud, perché ha un interesse vitale, a differenza degli Stati Uniti, a sviluppare relazioni positive di cooperazione con le aree contigue del mondo ex-comunista, del Mediterraneo e dell’Africa. ll primo compito è quello di completare l’unificazione dell’Europa verso Est e verso Sud. Ma nello stesso tempo si impone l’esigenza di rafforzare le istituzioni internazionali (l’OSCE, la Convenzione di Lomé e il Forum del Mediterraneo), che legano l’Europa ai continenti vicini.
Un’Europa dotata di una propria politica estera e di sicurezza non solo non rappresenterebbe una minaccia per la Russia, ma contribuirebbe a garantirne la sicurezza. Ugualmente, essa acquisirebbe il potere di condizionare la politica degli Stati Uniti, spingendoli a cooperare più strettamente con la Russia e a rafforzare l’ONU. Si creerebbero così le condizioni per sviluppare un’intensa cooperazione tra Unione europea, Stati Uniti, Federazione russa e Giappone sulla base della comune adesione ai principi della democrazia e dell’economia di mercato e per avviare un governo mondiale parziale che avrebbe il carattere di un’alleanza invulnerabile, capace di guidare il processo di unificazione del mondo e di potenziare le capacità di intervento dell’ONU.
L’OSCE (benché non includa ancora il Giappone), la creazione di un’istituzione comune tra NATO e Federazione russa e il recente ingresso di quest’ultima nel G7 sono le prime manifestazioni di un nuovo ordine mondiale, nel quale tutti i paesi del Nord condividono alcuni principi per quanto riguarda la sicurezza e la cooperazione economica. La novità di questi organismi corrisponde alla configurazione assunta dalle relazioni internazionali dopo la fine dell’ordine mondiale bipolare, caratterizzata dalla riconciliazione russo-americana. Si tratta di un ordine che non ha più carattere antagonistico e non è costruito contro nessun nemico, ma che ha il compito di governare il processo di unificazione del mondo.
 
La trasformazione del Consiglio di Sicurezza nel Consiglio delle grandi regioni del mondo.
 
Abbiamo visto che la ridistribuzione del potere tra gli Stati dopo la caduta dei blocchi ha reso anacronistica l’attuale composizione del Consiglio di Sicurezza. Di qui l’esigenza di allargare e di trasformare quest’ultimo da direttorio delle cinque grandi potenze in un organo più rappresentativo. Esistono però due diversi modi di affrontare questo problema. Quello tradizionale consiste nell’aprire le porte del Consiglio di Sicurezza agli Stati più forti, che sono saliti ai primi posti della gerarchia del potere mondiale. Esistono tre varianti di questa proposta. La prima consiste nell’attribuire un seggio permanente a Germania e Giappone. La seconda prevede l’allargamento del Consiglio di Sicurezza a cinque nuovi membri permanenti (oltre a Germania e Giappone, tre Stati appartenenti rispettivamente all’Africa, all’Asia e all’America latina). Ma ai nuovi membri permanenti non sarebbe conferito il diritto di veto e in più sarebbe ampliato anche il numero dei membri non permanenti. La terza, promossa dall’Italia, propone di aggiungere alle attuali due categorie di membri del Consiglio di Sicurezza una terza categoria composta da dieci membri semi-permanenti, selezionati in una lista di trenta Stati rappresentativi delle grandi regioni del mondo, che dovrebbero avvicendarsi più frequentemente (un biennio su tre).
Ciò che accomuna questi progetti è il proposito di allargare la composizione del Consiglio di Sicurezza agli Stati più forti e di affidare loro la rappresentanza degl’interessi degli Stati più piccoli appartenenti alla stessa regione. Così la Germania rappresenterebbe i paesi del Benelux, quelli scandinavi e quelli dell’Europa centro-orientale, il Giappone i paesi dell’Estremo Oriente, del Sud-Est asiatico e parte di quelli del Pacifico e così via.
Gli Stati che con più attivismo si sono impegnati nell’azione per cambiare la composizione del Consiglio di Sicurezza sono gli sconfitti della seconda guerra mondiale. E’ da ricordare che il Giappone, la Germania e l’Italia, proprio perché occupano il secondo, il terzo e il quinto posto nella classifica degli Stati che concorrono maggiormente a finanziare il bilancio dell’ONU, chiedono il riconoscimento di uno status corrispondente alloro contributo. Le due proposte tendenti a modificare la composizione del Consiglio a vantaggio di questi Stati sono proporzionate rispettivamente alle ambizioni delle due grandi potenze economiche (la Germania e il Giappone), e a quelle di una media potenza, come l’Italia, che non può aspirare a un seggio permanente.
Il progetto relativo all’attribuzione di un seggio permanente a Germania e Giappone, che corrispondeva all’obiettivo di giungere a una rapida soluzione del problema della riforma del Consiglio di Sicurezza (il cosiddetto quick fix), difeso a suo tempo dagli Stati Uniti, si è rivelato poco realistico ed è stato abbandonato. Esso avrebbe rafforzato l’egemonia del Nord sul Sud del mondo e inoltre avrebbe assegnato all’Europa occidentale tre seggi e quindi un peso assolutamente sproporzionato. Analoghe difficoltà incontra il secondo progetto, oggi sostenuto dagli Stati Uniti, perché i paesi dell’America latina, dell’Asia e dell’Africa non sono disponibili a farsi rappresentare dai maggiori Stati dei rispettivi continenti.
Sono tutte soluzioni (compresa quella relativa all’istituzione della categoria dei membri semi-permanenti) che incontrano l’ostilità degli esclusi, soprattutto di quei paesi che vantano maggiori titoli ad appartenere a quel consesso. Esse riflettono i principi di dominazione e di disuguaglianza che hanno modellato l’attuale struttura del Consiglio di Sicurezza, ma che sono ormai inadeguati rispetto agli attuali bisogni del mondo e incompatibili con gli obiettivi di uguaglianza e di giustizia che si stanno affermando nelle relazioni internazionali.
La via maestra per giungere a una riforma equa del Consiglio di Sicurezza è quella indicata dalla formazione di raggruppamenti regionali di Stati. La riorganizzazione dell’ordine mondiale sulla base di questi raggruppamenti di Stati non rappresenta solo un’alternativa alle gerarchie di potere, determinate dal divario tra Stati di diverse dimensioni, ma anche alla frammentazione del mondo in un pulviscolo di piccoli e piccolissimi Stati, cui si contrappongono Stati di grandi dimensioni.
Infatti, la grande disparità nelle dimensioni degli Stati membri rappresenta il maggiore ostacolo al buon funzionamento delle Nazioni Unite. Il costante aumento del numero degli Stati membri dell’ONU (oggi sono 185 e sono più che triplicati rispetto al 1945) è espressione di un’allarmante tendenza alla frammentazione e all’anarchia. Bisogna cominciare con il fare emergere questi raggruppamenti regionali in seno all’Assemblea generale, e con l’incrementare la loro coesione, in modo che si esprimano poi in seno al Consiglio di Sicurezza.
La crescente coesione dell’Unione europea sulla scena delle Nazioni Unite è strettamente collegata al grado di avanzamento del processo di unificazione, che la porterà a varare nel 1999 la moneta unica. Una recente ricerca sul comportamento di voto degli Stati membri dell’Unione europea in seno all’ONU ha messo in evidenza un tasso di coesione dell’86%. Dunque l’Unione si comporta già nella grandissima maggioranza dei casi come un soggetto unico in seno all’ONU. Ciò significa che stanno maturando le condizioni per attribuirle un seggio permanente in seno al Consiglio di Sicurezza.
La Commissione esteri della Camera dei deputati italiana ha concluso nel settembre 1997 un’indagine conoscitiva sulle Nazioni Unite, approvando un documento che auspica l’attribuzione all’Unione europea di un seggio permanente in seno al Consiglio di Sicurezza. In seguito a ciò il Ministro degli esteri Dini, nel discorso pronunciato il 25 settembre di fronte all’Assemblea generale, ha dichiarato che il governo italiano appoggia questa proposta, preparando così il terreno per una soluzione diversa da quella finora sostenuta.
La nascita dell’euro potenzierà notevolmente le capacità di intervento dell’Unione europea sul piano internazionale, avvicinando il momento in cui l’Europa sarà capace di parlare con una voce sola anche sul piano politico. La debolezza del ruolo internazionale dell’Europa sta nel fatto che le decisioni relative alla politica estera e di sicurezza sono prese all’unanimità. Questo è il vuoto che deve essere colmato per rendere possibile l’ingresso dell’Unione europea nel Consiglio di Sicurezza. Ciò consentirebbe di riconoscere a tutti gli Stati dell’Unione il diritto di essere rappresentati nel Consiglio di Sicurezza senza discriminazioni tra membri permanenti e non e nello stesso tempo di risolvere il problema posto dalle pretese della Germania. L’ammissione di quest’ultima nel Consiglio di Sicurezza rappresenterebbe infatti un incentivo a sviluppare una politica estera indipendente rispetto all’Unione europea e in definitiva uno stimolo alla rinascita del nazionalismo tedesco.
L’Unione europea, precisamente perché rappresenta la punta più avanzata nei processi di unificazione regionali in corso nel mondo, può diventare il centro di iniziativa di una riforma in senso regionale del Consiglio di Sicurezza. Il significato dell’allargamento di questo organo all’Unione europea sarà quello di offrire all’umanità l’esempio di un’organizzazione internazionale, che fonda la propria influenza nel mondo sulla forza di attrazione del suo sistema di integrazione piuttosto che sulla potenza militare e di trasmettere alle altre regioni del mondo, che sono ancora divise in Stati sovrani, l’impulso all’unificazione federale.
In definitiva questa soluzione presenta tre vantaggi: 1) tutti gli Stati (e non solo i più forti, come avviene ora) potranno essere rappresentati nel Consiglio di Sicurezza attraverso la rispettiva organizzazione regionale, 2) l’egemonia delle superpotenze e l’ineguaglianza tra gli Stati potranno essere progressivamente superate attraverso la riorganizzazione dell’ONU sulla base di raggruppamenti di Stati di dimensioni e poteri equivalenti e in particolare i paesi in via di sviluppo dell’Africa, del Mondo arabo, dell’America latina, dell’Asia meridionale e del Sud-Est asiatico potranno trovare nell’unificazione politica ed economica la via maestra per sollevarsi dalla loro condizione di dipendenza, 3) l’ingiusta discriminazione tra i membri permanenti e non permanenti potrà essere definitivamente superata attraverso la sostituzione del diritto di veto col sistema di voto a maggioranza.
 
Lucio Levi

 

 

 

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