Anno LXVII, 2025, Numero 1, Pagina 59
IL CAOS MONETARIO E LA CORSA ALL’ORO
Il 15 agosto 1971 Richard Nixon metteva fine, con la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro, al sistema monetario internazionale, creato a Bretton Woods nel 1944. Tale sistema dalla fine della seconda guerra mondiale era stato dominato dal dollaro sia come moneta di riserva sia come moneta guida del commercio mondiale. In particolare, si trattava di un sistema fondato su alcuni cardini principali. In primo luogo, la convertibilità del dollaro in oro al prezzo di 35 dollari per oncia, cioè la possibilità da parte delle banche centrali di ottenere la conversione in oro, avendo quindi la moneta americana un valore intrinseco. In secondo luogo, i rapporti di cambio semifissi tra il valore del dollaro e il valore di ciascuna valuta ad esso collegata. Infine, l’istituzione del Fondo monetario Internazionale e della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS, World bank) per la concessione di prestiti. Alla base di tali regole vi era il fatto che gli USA erano i veri vincitori della guerra e il paese più potente al mondo ed avevano quindi un potere decisionale enorme.
La fine di Bretton Woods ha decretato dunque nel giro di pochi anni la fine dei cambi fissi e l’avvento dei cambi fluttuanti, che come si sa, creano enormi situazioni di incertezza soprattutto per quanto riguarda la possibilità di programmare soprattutto nel commercio internazionale. L’economia americana ha continuato a dominare, scaricando sul mondo e sull’Europa i suoi problemi sia con le svalutazioni competitive, sia con le rivalutazioni opportune. A peggiorare la situazione vi è stato l’intervento delle attività speculative soprattutto sui paesi e le monete più deboli, che ha creato gravi momenti di freno allo sviluppo e all’occupazione.
Nel 1973, in piena crisi monetaria per molti paesi, scoppia la crisi petrolifera, con i paesi produttori che si riappropriano dei loro pozzi e, dopo un periodo di blocco delle vendite, fanno aumentare alle stelle il prezzo del greggio (del 70% se solo si considera il periodo dal 1973 al 1974). Ciò aggrava i costi produttivi di molti dei paesi del mondo, in particolare dei paesi europei, ma non appesantisce quello degli USA, perché i paesi petroliferi cominciano a vendere petrolio in dollari determinando enormi riserve di petrodollari, e reinvestendo in titoli del Tesoro americano.
Fino all’avvento dell’Euro l’Europa è stata vittima colpevole della politica economica e monetaria statunitense. In effetti la necessità di una moneta per il mercato unico era nell’aria da tempo. Nel 1992 con il trattato di Maastricht si perveniva alla decisione irrevocabile di creare la moneta europea che però sarebbe entrata in vigore nel 2002. L’euro era diventata un’alternativa credibile. Anni più tardi essa è diventata la seconda moneta più utilizzata al mondo, ma resta tre volte meno importante del dollaro, almeno fino ad ora. Il dollaro continua a contare su circa il 90% delle transazioni sul mercato dei cambi, e sul 54% delle contrattazioni commerciali.
Oggi il dollaro e l’economia americana dominano ancora parte del sistema mondiale, ma non più come prima, sia per l’avvento dell’euro, sia per il sempre maggior peso del renminbi nell’area cinese.
Recentemente questo dominio si è però ulteriormente affievolito per due principali motivi: il grande debito americano (circa 2.400 miliardi di dollari) e la politica schizofrenica di Trump, che tra l’altro, ha recentemente dichiarato di voler aumentare il debito americano, notizia che ha determinato una certa sfiducia in questa moneta ed un deciso indirizzo verso un bene rifugio qual è l’oro.
Un deciso cambiamento è avvenuto nella politica di investimenti mondiali. Come ha scritto Eric Albert[1] “gli attori dei mercati finanziari adottano un’attitudine molto inusuale: essi vendono nello stesso tempo delle azioni americane, dei bond del Tesoro americano e dei dollari. Questo non è normale. Infatti d’abitudine quando le borse crollano, gli investitori ripiegano sui bonds del Tesoro americano, considerato come l’attivo più sicuro al mondo, il valore di rifugio per eccellenza”.
L’oro, sia come riserva delle banche centrali, che spingono perché ci sia un valore sicuro cui far riferimento, sia come bene di rifugio personale, ha in effetti ormai superato l’Euro al secondo posto nei beni di riserva delle banche centrali, anche per le grandi turbolenze mondiali che creano incertezza e fanno cercare un attivo più sicuro rispetto alle varie divise.
Il suo costo ha ormai oltrepassato la soglia dei 3.000 dollari l’oncia, e da almeno tre anni ogni anno gli acquisti di oro da parte delle banche centrali superano ormai le 1.000 tonnellate. Le riserve nel metallo prezioso stanno così raggiungendo un livello storico. E le guerre in atto non fanno che aumentare le incertezze e indirizzare banche e privati verso le riserve auree.
Così l’esposizione delle banche centrali rispetto al dollaro è diminuita. Ma ciononostante è chiaro che senza una moneta alternativa al dollaro esso rimarrà moneta di scambio e di liquidità, poiché l’oro non potrà avere questa natura.
Come ha notato lo storico economico Barry Eichengreen[2], “non si tratta tanto dei meriti dell’oro come attivo di riserva, quanto dei limiti delle altre possibilità”.
La situazione di instabilità derivante dal comportamento del governo americano e di Trump pone tuttavia un ulteriore problema: quello della sicurezza dei depositi esteri di oro negli Stati Uniti. Come ha scritto Gillian Tett[3], “nelle scorse settimane i politici in Germania e in Italia hanno chiesto il rimpatrio delle loro barre d’oro, stimate in 245 miliardi di dollari.
Ricordiamo che l’Italia possiede 2451 tonnellate d’oro, terzo Paese a livello mondiale, dopo USA e Germania. E 1061,5 tonnellate, circa un terzo del totale, sono ancora depositate nel caveau americano ed equivalgono a circa 130 miliardi di dollari.
Nel frattempo, i responsabili cinesi hanno cominciato a chiedere l’aumento dell’uso del renminbi nel commercio, sviluppando il Cross-Border Interbank Payment System (Cips) per sfidare il sistema di pagamento interbancario Swift interbank payment Sistem controllato dagli USA.
Per l’euro è un’altra delle occasioni mancate per affermarsi come moneta internazionale insieme al dollaro, occasione mancata che mette in evidenza la mancanza di una vera unità politica anche a questo proposito. Come ha dichiarato il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, a una recente assemblea dell’Associazione Bancaria alla Bocconi[4], un primo passo nella giusta direzione potrebbe essere l’emissione di un titolo comunitario, senza il quale sarà impossibile realizzare quegli investimenti di cui l’Europa ha un disperato bisogno.
Anna Costa
[1] Eric Albert, Domination du roi dollar: chronique de huit décennies d’une mort annoncée, Le Monde, 7 maggio 2025.
[2] Barry Eichengreen, How gold became the world’s refuge from uncertainty, Financial Times, 13 giugno 2025.
[3] Gillian Tett, Gold glitters as mistrust spreads, Financial Times, 26 giugno 2025.
[4] Fabio Panetta, Back to the future: forward-looking considerations on monetary policy normalization, https://www.bancaditalia.it/media/notizia/lezione-del-governatore-fabio-panetta-all-universit-bocconi/.

