IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno LXVII, 2025, Numero 2-3, Pagina 59

NAZIONALISMO E LOGICA DI POTENZA:
UNA POSSIBILITÀ DI SVOLTA PER CIPRO?

Il 19 ottobre 2025 la parte settentrionale dell’isola di Cipro ha eletto, a sorpresa, Tufan Erhürman come Presidente. La particolarità di questa elezione risiede sia nell’ampio scarto di voti che ha determinato la vittoria del nuovo presidente, in opposizione all’uscente Ersin Tatar — circa il 63% contro il 35% — sia, soprattutto nella netta differenza tra i due in merito alla questione cipriota. Erhürman, infatti, si presenta come promotore di istanze riunificatrici con la Repubblica di Cipro, a differenza del suo predecessore che, invece, spingeva per l’affermazione dello Stato turco, in piena vicinanza (o sudditanza) con Ankara.

La divisione dell’isola nelle entità statali della Repubblica di Cipro e della Repubblica Turca di Cipro del Nord trova le sue origini nel secolo scorso, dallo scontro scaturito dall’impresa greca di acquisire l’isola per riunirla alla madrepatria e dall’intervento della Turchia in supporto alla minoranza turca.  Il risultato finale è stato una vera e propria occupazione della porzione settentrionale dell’isola con la creazione dello Stato a maggioranza turca, il quale, tuttavia, rimane escluso dalla comunità internazionale e riconosciuto solamente dal governo di Ankara.

La storia dell’isola ha visto nei secoli diversi popoli contendersene il dominio. Da una prima e millenaria colonizzazione di stampo greco — declinata nel tempo nelle forme delle polis, della provincia romana e del dominio bizantino, del dominio veneziano — nel XVI secolo e fino al XIX secolo l’isola è stata annessa all’Impero Ottomano, con conseguente immigrazione dall’Anatolia e una radicale conversione culturale e religiosa di parte della popolazione. La cessione dell’isola all’Impero Britannico nel 1878, il cui controllo è stato esercitato fino alla metà del XX secolo, ha dato spazio alla comunità greco-cipriota (circa l’80% della popolazione dell’isola) di sviluppare un sentimento di unificazione con lo Stato greco, ossia Enosis. Di contrasto, il timore di diventare minoranza all’interno della Grecia della controparte turco-cipriota ha fatto sì che si sviluppasse l’idea della partizione dell’isola, Taksim. La creazione della Repubblica di Cipro nel 1960, a seguito dell’indipendenza dal Regno Unito e di un accordo tra le componenti greca e turca sulla divisione dei poteri in un compromesso per evitare le aspirazioni sia dell’Enosis quanto della Taksim, sostenuta e garantita dal governo di Londra, così come da Atene e da Ankara, non è stata sufficiente a sedare le divergenze etniche interne. Il colpo di Stato del 1974 ordito dalla giunta militare greca, nel frattempo insediatasi ad Atene, con l’obiettivo di conseguire l’unificazione, ha determinato la risposta militare di Ankara a difesa della comunità turca, e l’occupazione della parte settentrionale, fino ad oggi.

La divisione dell’isola tra greco-ciprioti e turco-ciprioti non è soltanto una questione di partizione etnico-religiosa. Essa, infatti, ha delle implicazioni in termini di sicurezza economica ed energetica sia per la Turchia, sia per Cipro e l’Unione Europea, di cui Cipro fa parte. Il controllo di Cipro Nord permette alla Turchia di aumentare la propria proiezione sul Mediterraneo orientale e di accedere alle risorse di idrocarburi ivi situate, a dispetto della Zona Economica Esclusiva (ZEE) reclamata invece da Cipro in accordo alle disposizioni del trattato di Montego Bay.[1] La presenza turca nel Mediterraneo, negli ultimi anni, è diventata sempre più assertiva, coerentemente con la politica “Blue Homeland” di proiezione di potenza sul mare già teorizzata nel 2006,[2] ponendosi in diretta concorrenza con la Grecia e utilizzando Cipro per estendere i propri confini marittimi, ignorando gli accordi di istituzione delle ZEE stipulati proprio dalla Repubblica di Cipro e i Paesi del Medioriente e contrastando le compagnie estere che operano nell’area sotto licenza cipriota.     

La Turchia importa circa il 90% delle proprie fonti di energia — le principali sono gas naturale, petrolio e carbone — i cui maggiori fornitori sono Russia, Azerbaijan, Iraq e Iran. Il consumo energetico in continua crescita nel Paese — più che raddoppiato dall’inizio del nuovo secolo — insieme all’esacerbarsi delle tensioni nell’area — l’instabilità mediorientale e il conflitto russo-ucraino — hanno portato all’implementazione della già menzionata politica assertiva nel Mediterraneo orientale, per garantire l’accesso e il controllo esclusivo alle risorse naturali lì situate. 

L’accesso agli idrocarburi, d’altro canto, risulta cruciale per l’Europa nell’ottica di diversificare le fonti dei propri approvvigionamenti energetici, specialmente ora che si cerca di azzerare la dipendenza dal gas russo. La spregiudicatezza di Ankara nei confronti delle convenzioni in materia contribuisce all’erosione del diritto internazionale e contrasta gli interessi energetici dei Paesi europei, contribuendo così all’instabilità nell’area e, di fatto, ostacolando la realizzazione di progetti di infrastrutture cruciali tra altri Paesi dell’area, come nel caso dell’EastMed Pipeline e del Great Sea Interconnector, per il trasporto di gas il primo e di energia elettrica il secondo, da Israele verso la Grecia e l’Europa, passando proprio da Cipro.

La vittoria di Erhürman riapre la possibilità di una ripresa delle trattative per la riunificazione dell’isola nella forma di una convivenza tra le due popolazioni cipriote e di un conseguente alleggerimento delle tensioni. Infatti, l’integrazione politica ed economica dell’isola ridurrebbe le tensioni nel Mediterraneo orientale, creando un contesto più stabile per la cooperazione energetica e la sicurezza marittima. La partecipazione turco-cipriota alle istituzioni di uno Stato organizzato su basi federali permetterebbe di tutelare gli interessi turchi in modo legittimo e istituzionale, mentre l’integrazione regionale favorirebbe nuovi progetti comuni di trasporto del gas verso l’Europa.

In questo frangente, risulta poco presente la voce della stessa Unione Europea. Mancando di un reale potere politico, la partita resta prevalente in mano ai diretti interessati: le controparti cipriote, la Turchia, la Grecia, Il Regno Unito — a motivo delle basi sovrane di Akrotiri e Dhekelia —, con l’UE a fare da contorno. Questa debolezza diplomatica compromette non solo la capacità dell’Unione di tutelare un proprio Stato membro, ma anche la credibilità della Politica Estera e di Sicurezza Comune, che resta subordinata agli equilibri nazionali.

La questione cipriota mette in evidenza, quindi, i limiti strutturali dell’attuale architettura europea e la necessità di un’evoluzione federale dell’Unione. Una Federazione Europea dotata di una politica estera e di difesa realmente comune consentirebbe di superare le divisioni nazionali che oggi paralizzano l’azione dell’UE in scenari come quello mediterraneo. Un’Europa federale disporrebbe della legittimità politica e degli strumenti decisionali per intervenire con coerenza, parlando con un’unica voce in contesti internazionali complessi e difendendo in modo più efficace i propri interessi strategici, energetici e di sicurezza. In tale prospettiva, la riunificazione di Cipro non sarebbe solo un traguardo regionale, ma anche un banco di prova per la capacità del continente di trasformarsi da semplice unione economica in un attore politico maturo, capace di garantire stabilità e ordine nel proprio vicinato.

Giuseppe Arcidiacono


[1] Il Trattato di Montego Bay, ufficialmente Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (United Nations Convention on the Law Of the Sea, UNCLOS), ed indicato giornalisticamente come “costituzione degli oceani”, è un trattato internazionale stipulato nel 1982 ed entrato in vigore alla fine del 1994, che definisce un quadro giuridico per gli oceani i mari e le acque interne, stabilendo diritti e responsabilità degli Stati sull'utilizzo delle loro risorse e degli spazi marittimi. Tra l’altro, esso definisce le modalità con cui può esercitarsi la sovranità degli Stati rivieraschi su diverse zone di mare in funzione della distanza dalla costa:  acque territoriali (fino a 12 miglia nautiche), zona contigua (da 12 a 24 miglia), Zona Economica Esclusiva (ZEE, da 24 a 200 miglia), piattaforma continentale (non oltre 350 miglia).

[2] L’idea che la Turchia dovesse svolgere un ruolo preminente nel Mediterraneo orientale, nel Mare Egeo e nel Mar Nero e che si trovasse “soffocata” dalla sovranità greca sulle isole egee serpeggiava tra le forze armate turche già negli anni Settanta del secolo scorso, ma è stata formalizzata nel 2006 dal Capo di stato maggiore della marina turca con la definizione della Blue Homeland (Patria Blu), un’area di pretesa pertinenza turca che si estendeva nel mare ben oltre i limiti attribuitele in base alla convenzione di Montego Bay.

 

 

 

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