IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno LXVIII, 2026, Numero 1

GUERRA MILITARE E GUERRA ECONOMICA: UN EQUILIBRIO DI POTERE

1. Scenari di guerra e competizione economica.

Antonio Gramsci, riferendosi alla crisi del potere e alla disgregazione sociale, scrisse: “Il vecchio mondo sta morendo, quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”.[1] Una affermazione che ben può essere citata ed estesa nel contesto contemporaneo in cui siamo nell’interregno tra un vecchio mondo che non c’è più e un nuovo che non c’è ancora.

Abbiamo consapevolezza che un vecchio mondo — così come lo abbiamo vissuto — se n’è andato e che non tornerà. Di certo non abbiamo contezza, né è possibile prevedere, ciò che verrà dopo. 

Una transizione profondamente segnata ed accelerata da tre conflitti armati in grado di ridisegnare radicalmente la mappa geopolitica del pianeta: i quattro anni (al netto dell’annessione della Crimea) dell’aggressione militare della Russia putiniana all’Ucraina; il conflitto Israele-Palestina, che non è soltanto una disputa di confini ma un intreccio di identità nazionali, religioni, diritti umani e interessi globalidi questi giorni, la cosiddetta “terza guerra del Golfo” con l’iniziale attacco con missili e droni di USA e Israele all’Iran, l’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei e — stando alle dichiarazioni di Trump nel corso di una intervista a Fox — di “48 capi iraniani uccisi in un colpo solo”. È in corso la reazione dell’Iran e l’intera area del Medio Oriente minaccia di destabilizzarsi sotto il profilo sia militare che economico-commerciale (con la chiusura dello stretto di Hormuz a petroliere e a navi cargo).

Tre conflitti che segnano una svolta radicale rispetto alla dottrina della sicurezza e del diritto internazionale come criteri fondanti e ordinatori della convivenza internazionale nata dalle ceneri dei due conflitti mondali di inizio secolo scorso.

Conflitti che, al tempo stesso, incidono profondamente sulle prospettive economiche e finanziarie dei singoli Stati. Ad ogni conflitto armato si lega una strategia economica — non sempre è dato di distinguere con chiarezza se quest’ultima preceda il primo o viceversa — ma, è inconfutabile che ci sia sempre qualche Stato che ne tragga un interesse, un vantaggio competitivo. 

Dal conflitto russo-ucraino, Trump ha colto l’opportunità per firmare l’intesa che garantisce agli USA l’accesso privilegiato ai progetti di investimento per sviluppare le risorse naturali ucraine, compresi alluminio, grafite, petrolio e gas naturale. Dopo di che, ha cominciato a defilarsi dal sostenere militarmente l’Ucraina facendo così ricadere i costi sugli Stati europei. Per il biennio 2026-2027 l’UE prevede un piano da 90 miliardi di euro a sostegno dell’Ucraina.

Per compiacere Trump, la NATO ha preteso che i 32 paesi alzino al 5 per cento del Pil la propria spesa militare entro il 2035, il che richiederà ai paesi membri di investire nella difesa centinaia di miliardi di euro nei prossimi anni, affaticando ulteriormente la possibilità di indebitamento di paesi europei. E da chi la NATO acquista gli armamenti? Il 64% delle armi acquistate proviene dagli Stati Uniti. E l’Europa drena ulteriori risorse finanziarie a tutto vantaggio dell’industria bellica “Made in USA”. 

“Miliardi bruciati in borsa” è il titolo che puntualmente domina i media e i feed social non appena i venti di guerra soffiano più forti. Dopo lo scoppio di quella che a tutti gli effetti è possibile catalogare come una nuova guerra in Medio Oriente, i mercati sono in allarme: borse in calo, gas e petrolio in forte rialzo (la minaccia di Teheran: “Preparatevi al raggiungimento dei 200 dollari al barile perché il prezzo del petrolio dipende dalla sicurezza regionale che avete destabilizzato”) e una nuova crisi energetica per le economie più dipendenti dalle importazioni energetiche, a partire dall’Europa. Von der Leyen: “Le perturbazioni nel Golfo si ripercuotono rapidamente sui prezzi ovunque. Stiamo già assistendo a picchi di prezzo (...) finché importiamo una quota significativa di combustibili fossili da regioni instabili, siamo vulnerabili e dipendenti. La guerra è già costata 3 miliardi ai contribuenti europei.”[2] Un costo destinato a crescere sempre più, tant’è che il successivo 17 marzo la stessa presidente dichiarava: “L’Europa ha già speso 6 miliardi di euro in più per le importazioni di combustibili fossili.”[3]

Per la Russia e per gli USA, almeno per il breve periodo, le cose non vanno così male. La Russia, grazie all’ “apertura” di Trump, secondo gli analisti del Financial Times, sta incassando fino a 150 milioni di dollari al giorno di entrate aggiuntive grazie all’aumento delle vendite di petrolio. Finora il Cremlino avrebbe già guadagnato tra 1,3 e 1,9 miliardi di dollari in più dalle tasse sulle esportazioni di greggio. La Russia è la grande vincitrice della guerra in Medio Oriente.[4]

Gli USA, secondo gli analisti indipendenti britannici di Energy Flux, se il traffico energetico nel Golfo Persico dovesse rimanere strozzato per un anno, dall’export di gas naturale liquefatto (GNL) ricaveranno 170 miliardi di dollari all’anno di ulteriori profitti. L’extra profitto — oggi — corrisponde con buona approssimazione alla spesa bellica totale che sta impegnando gli USA; domani, per l’America di Trump, un sicuro investimento per futuri colossali profitti. Da qui l’evidenza del tentativo dell’Amministrazione Trump di assoggettare manu militari l’Iran, imponendo un nuovo regime compiacente come avvenuto di recente in Venezuela, ed assumere una posizione dominante nel nuovo ordine energetico.

I nuovi scenari di guerra in cui gli attori si muovono sul piano della forza, della potenza militare e del ricatto economico emarginano l’Unione europea che è stata costruita sui principi della pace, del multilateralismo, della diplomazia e della cooperazione economica, rifuggendo dall’uso della forza armata. 

Un contesto ben chiaro alla presidente della Commissione europea, in un passaggio del suo intervento al Forum 2025 Berlin Global Dialogue: “Siamo ora in un’era di geoeconomia (...). L’UE ora deve ripensare come affrontare le nostre sfide economiche e di sicurezza, come adeguarsi agli shock (...). L’economia globale è completamente diversa da quella di pochi anni fa. L’Europa non può più fare le cose allo stesso modo.”[5]

Per uscire dalla debolezza e dalla dipendenza economica e mettere in sicurezza l’Unione europea, lo scorso 9 marzo la presidente Von der Leyen, parlando alla Conferenza degli ambasciatori dell’UE, ha indicato tre linee direttrici, tre priorità: “renderci più resilienti, più sovrani e più potenti negli ambiti della difesa dell’energia, delle materie prime critiche e delle tecnologie strategiche.”
 

2. Strategia europea per la sicurezza economica.

Le direttrici indicate dalla presidente della Commissione europea sono in linea con la Strategia europea per la sicurezza economica,[6] di cui, il 3 dicembre dello scorso anno la Commissione europea e l’Alto rappresentante hanno presentato un aggiornamento. Da quella prima Comunicazione congiunta del 20 giugno 2023 sono passati solo 897 giorni, ma il contesto internazionale in cui il modello di sviluppo dell’UE un tempo si sentiva al sicuro si è ulteriormente deteriorato.

La strategia europea per la sicurezza economica è un esempio significativo di come l’UE sta affrontando le sfide della sicurezza economica in un contesto di tensioni geopolitiche e di cambiamenti tecnologici.

La cosiddetta “versione 2.0” si basa su tre pilastri: cooperazione con i paesi che hanno le stesse preoccupazioni, affrontare rischi relativi all’utilizzazione delle dipendenze economiche, utilizzare strumenti già a disposizione o in preparazione per rafforzare la resilienza dell’economia.

Sei i settori prioritari ad alto rischio oggetto nell’immediato dell’attenzione della Commissione: ridurre le dipendenze strategiche per beni e servizi; attrarre investimenti sicuri nell’UE; sostenere un’industria spaziale e della difesa europea dinamica e altri settori industriali critici; garantire la leadership dell’UE nelle tecnologie critiche; proteggere informazioni e dati sensibili; proteggere le infrastrutture critiche dell’Europa.

A ben vedere si tratta di obiettivi/azioni che, nella migliore delle ipotesi, potranno essere concretizzate nel medio periodo perché — come osservato da ISPI — “l’assenza del ‘che fare’ nel breve periodo di fronte alle minacce di coercizione da parte di USA e Cina. Si lascia che l’UE navighi a vista, adottando un approccio reattivo (e non proattivo, come auspicato nel documento) a fronte di eventuali concrete minacce alla sua sicurezza economica. Dall’altra parte, è illusorio pensare che Stati Uniti e Cina staranno a guardare mentre l’UE riduce le sue dipendenze nei loro confronti, soprattutto se dà l’impressione di non essere pronta a battersi.

Se l’UE vuole tornare a essere una forza stabilizzante a livello internazionale, capace di limitare lo strapotere economico di Washington e Pechino, deve dotarsi fin da ora degli strumenti per pesare nel confronto con le due grandi superpotenze. Ridurre le proprie dipendenze da esse nel medio periodo è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Di conseguenza, anche se la nuova dottrina rappresenta un passo avanti sulla lunga via dell’autonomia strategica dell’UE, non è però quel reale cambiamento di paradigma di cui l’Europa necessita.”[7]
 

3. Il Rapporto Draghi e il Rapporto Letta per un cambio di marcia.

Sul piano della concretezza, per analisi e indicazioni operative sul breve periodo, sono fondamentali e si fanno apprezzare il Rapporto di Mario Draghi Il futuro della competitività europea del 9 settembre 2024[8] e il Rapporto di Enrico Letta Much more than a market,[9] presentato il 18 aprile 2024.

Due autorevoli contributi di origini differenti ma, in qualche modo, inevitabilmente complementari e convergenti. Entrambi si propongono di individuare una strategia mirata a invertire il declino economico dell’Europa. L’ex-numero uno della Bce: “Senza un urgente cambio di marcia e di approccio, il futuro dell’UE come potenza economica, destinazione di investimenti e centro di produzione è a rischio”.

In particolare, il Rapporto Draghi, 400 pagine pensate con l’obiettivo di definire strategie per rilanciare la UE e affrontare le sfide con Stati Uniti e Cina, indica gli ambiti, gli obiettivi e gli strumenti per riconsegnare all’Europa competitività intorno a quelli che sono gli asset strategici: innovazione, energia, clima, inclusione sociale, riduzione delle vulnerabilità, strategie finanziarie.

Il “Rapporto Letta” (ben 146 pagine dense di proposte anche operative) parte dal presupposto che il mercato interno europeo sia stato un progetto di successo, ma che, alla luce del contesto interno e internazionale in cui l’UE si trova a operare, va ora aggiornato e completato. Un ambizioso progetto di rilancio del mercato interno da coniugare con una speciale attenzione alla dimensione della coesione territoriale e dell’inclusione sociale. Il Rapporto analizza la necessità di uno spazio comune per la ricerca, l’innovazione e la formazione; inoltre, quella di estendere il mercato interno ai settori delle telecomunicazioni, dell’energia, dei servizi finanziari e dell’industria della difesa. Tra le raccomandazioni anche la revisione delle regole in vigore in materia di concorrenza e aiuti di Stato, con l’obiettivo di sostenere la crescita dimensionale delle imprese europee. Tra le “cose da fare”, il completamento di un’unione del mercato dei capitali in grado di favorire l’utilizzo del risparmio privato per il finanziamento degli investimenti necessari per lo sviluppo dell’economia reale e la transizione green.
 

4. A competitiveness compass for the EU.

In più circostanze, dalla presentazione del suo Rapporto sul futuro della competitività europea e in successive occasioni, Mario Draghi ha lanciato l’allarme sui ritardi dell’economia dell’Unione europea in tempi di guerra guerreggiata e commerciale. L’ex-premier italiano aveva parlato di “sfida esistenziale”: non raccogliendola l’Europa “rischia di compromettere il suo benessere, l’ambiente e la sua libertà”. La Presidente della Commissione UE sembra aver preso sul serio la faccenda, presentando (29 gennaio 2025) la Bussola per la competitività europea,[10] una road map per le azioni UE nel campo dell’economia dei prossimi anni. In essa è tracciato il “percorso affinché l’Europa diventi il luogo in cui le tecnologie, i servizi e i prodotti sostenibili del futuro vengono inventati, fabbricati e immessi sul mercato, diventando al contempo il primo continente a diventare climaticamente neutro”.

Tre gli obiettivi: innovazione, decarbonizzazione e sicurezza.

Innovazione: “l’UE deve riaccendere il suo motore di innovazione. Vogliamo creare un habitat per giovani start-up innovative, promuovere la leadership industriale in settori ad alta crescita basati su tecnologie avanzate e promuovere la diffusione delle tecnologie tra aziende consolidate e Pmi”. A questo proposito, la Commissione proporrà iniziative per “guidare lo sviluppo e l’adozione industriale dell’Intelligenza artificiale in settori chiave”.

Decarbonizzazione: la Bussola “identifica i prezzi elevati e volatili dell’energia come una sfida chiave e definisce aree di intervento per facilitare l’accesso a energia pulita e conveniente”. Il prossimo Clean Industrial Deal dovrebbe definire un approccio alla decarbonizzazione basato sulla competitività, “volto a garantire che l’Unione sia una sede attraente per la produzione, anche per le industrie ad alta intensità energetica, e a promuovere tecnologie pulite e nuovi modelli aziendali circolari”.

Sicurezza: riduzione delle dipendenze eccessive e aumento della sicurezza. L’Unione “ha già la rete di accordi commerciali più grande e in più rapida crescita al mondo, che copre 76 Paesi che rappresentano quasi la metà del commercio” dei 27. Per continuare a diversificare e rafforzare le catene di fornitura, la Bussola — in tempo di dazi minacciati da Washington — fa riferimento a una nuova gamma di partnership per il commercio e gli investimenti puliti per aiutare a garantire la fornitura di materie prime, energia pulita, carburanti per trasporti sostenibili e tecnologie pulite da tutto il mondo.
 

5. L’Industrial Accelerator Act per rafforzare l’industri europea.

Lo scorso 4 marzo la Commissione europea ha approvato il regolamento Industrial Accelerator Act (IAA),[11] che si inserisce nella cornice del Clean Industrial Deal,[12] con l’obiettivo di rafforzare la base industriale dell'Europa stimolando la produzione, la crescita delle imprese e la creazione di posti di lavoro nell’UE. Dà seguito alle raccomandazioni del Rapporto Draghi sulla competitività dell’UE e alla lettera d’incarico della presidente von der Leyen del 17 settembre 2024 allExecutive Vice-President-designate for Prosperity and Industrial Strategy.[13]

Obiettivo di primaria importanza: portare la quota del settore manifatturiero, considerato strategico, sul PIL dell’Unione europea al 20% entro il 2030, rispetto al 14,3% del 2024. Inoltre, sono introdotti requisiti del Made in Europe e “basse emissioni di carbonio” per l’accesso ad appalti e sovvenzioni pubbliche con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da fornitori extra-UE e stimolare la produzione e la creazione di posti di lavoro nell’Unione. In particolare, l’IAA si focalizza sui settori strategici quali: il cemento, l’acciaio, l’alluminio, l’automotive e le tecnologie a zero emissioni nette, come batterie, energia solare, eolica, pompe di calore e nucleare introducendo requisiti mirati e proporzionati per garantire la competitività e la sicurezza a lungo termine dell’industria europea.

Quanto all’automotive, sarà applicata la preferenza per le auto elettriche interamente assemblate nell’Unione, con almeno 3 componenti della batteria e il 70% di componenti non relativi alla batteria fabbricati nell’UE.

Il regolamento introduce anche dei limiti per gli investimenti esteri diretti superiori a 100 milioni di euro in settori strategici emergenti (batterie, veicoli elettrici, solare, materie prime critiche) qualora il Paese dell’investitore detenga oltre il 40% della capacità produttiva globale. Con la nuova proposta, la Commissione autorizza solo gli investimenti stranieri che soddisfino almeno quattro delle seguenti sei condizioni: un limite massimo del 49% sul capitale estero; l’obbligo di operare attraverso una joint venture con aziende europee; il trasferimento di know-how; una quota di forza lavoro UE di almeno il 50%; una spesa in ricerca e sviluppo nell’Unione di almeno l’1% del fatturato annuo; e infine un impegno a reperire dall’UE almeno il 30% dei fattori produttivi utilizzati per i prodotti immessi sul mercato europeo.[14]

Tra le proposte, la creazione di cluster di progetti di produzione pulita (decarbonizzazione) e la digitalizzazione delle procedure di autorizzazione per i progetti industriali (sportello unico digitale).

Il regolamento proposto sarà negoziato dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione europea prima della sua adozione ed entrata in vigore.
 

6. Il nuovo piano EU Inc.: il cosiddetto “28° regime fiscale”.

Tra le proposte contenute nel Rapporto Letta, di rilievo è quella di un “Codice di diritto commerciale unico” (il cosiddetto “28° regime fiscale”), valido per tutta l’Unione, come prerequisito per un mercato comune europeo meno complicato e burocratizzato rispetto all’arcipelago di norme e regole dei singoli 27 paesi membri, e, pertanto, più efficace ed attrattivo.

Il 18 marzo la proposta di Enrico Letta diventa realtà: la Commissione europea presenta il nuovo piano Eu Inc.– Making business easier in the European Union, il cui obiettivo è rendere più semplice per le imprese avviare le proprie attività, operare e crescere in tutta l’Unione, incentivandole a restare in Europa e incoraggiando il rientro di quelle che in passato hanno guardato altrove.

Le principali caratteristiche di EU inc. includono[15]:

— registrazione più rapida e procedure più semplici: fondare una società EU Inc. entro 48 ore, per meno di 100 euro, senza requisiti minimi di capitale sociale e inviando le informazioni aziendali una sola volta, tramite un'interfaccia a livello UE;

— operazioni completamente digitali durante tutto il ciclo di vita di un’azienda;

— migliori condizioni per attrarre investimenti eliminando le formalità in presenza, fornendo procedure digitali per il finanziamento delle operazioni e semplificando il trasferimento delle azioni con possibilità di accesso alla borsa;

— pieno accesso al mercato unico: scegliendo liberamente il paese dell’UE in cui si registra;

— forti garanzie contro gli abusi: le leggi nazionali sul lavoro e sulle leggi sociali non sono influenzate dalla proposta. Le garanzie applicabili del paese di registrazione dell’UE si applicheranno integralmente alla società UE Inc.

La nuova forma societaria EU Inc. sarà la stessa in tutti gli Stati membri. Inoltre, gli imprenditori saranno liberi di scegliere lo Stato membro in cui desiderano costituire la propria società.

Così la Presidente von der Leyen: “L’Europa ha il talento, le idee e l’ambizione per diventare il miglior luogo per gli innovatori. Eppure, oggi gli imprenditori europei che vogliono crescere devono confrontarsi con 27 sistemi giuridici e oltre 60 forme societarie nazionali. Con EU Inc. rendiamo decisamente più semplice avviare e sviluppare un’impresa in tutta Europa. Qualsiasi imprenditore potrà creare una società entro 48 ore, da qualsiasi luogo dell’Unione e completamente online. Questo passo cruciale è solo l’inizio. Il nostro obiettivo è chiaro: un’Europa — un mercato — entro il 2028.”[16]

Il commissario UE alla Giustizia Michael McGrath: EU Inc. commenta “un quadro societario europeo facoltativo, digitale per impostazione predefinita, che facilita la crescita e il successo delle imprese in tutti gli Stati membri. Un’unica soluzione di registrazione per un mercato unico realmente integrato. Con la proposta EU Inc., l’Europa sta diventando l'ambiente ideale per le imprese che desiderano avviare, sviluppare, avere successo e rimanere. Ci abbiamo già provato in passato. Ora ci assicuriamo che funzioni”[17].
 

7. Considerazioni finali.

Sono trascorsi 18/24 mesi dal Rapporto Draghi e dal Rapporto Letta e finalmente possiamo dire che qualcosa si sta muovendo nella direzione auspicata. Ne è fiduciosa Ursula von der Leyen, a commento del Competitiveness Compass: “Abbiamo la volontà politica di attuarlo. Ora contano velocità e unità: dobbiamo accelerare perché il mondo non aspetta. Adesso è il momento di agire”. Le fa eco, con maggior realismo, Stéphane Séjourné, vicepresidente esecutivo della Commissione europea: “La Bussola deve segnalare un cambiamento di mentalità per l’Europa e gli europei”. 

Ma sul cambio di mentalità riaffiorano mille interrogativi circa la reale volontà dei governi di serrare i ranghi e superare i biechi nazionalismi per un’Europa coesa, moderna, aperta al mondo. Questo è il vero e più importante passaggio che l’Unione — che i suoi singoli Stati membri — deve affrontare con estrema tempestività, con coraggio e fiducia in un futuro ancora possibile.

Sono ormai numerosissime le sollecitazioni in questa direzione.

Ne è convinta la presidente della Commissione europea, che al Forum Economico Mondiale di Davos nel gennaio 2026 ha affermato: “Gli shock geopolitici possono — devono — essere un’opportunità per l’Europa, (…) una necessità per costruire una nuova forma di indipendenza europea. (…) Questa necessità non è né nuova, né una reazione agli eventi recenti, è un imperativo strutturale da molto tempo.

E allora “se l’Europa vuole davvero contare nello scenario globale, il primo obiettivo deve essere la salvaguardia del progetto europeo stesso, che non può più essere dato per scontato: il mercato è sotto attacco, i sistemi democratici interni subiscono pressioni, e la sicurezza è costantemente minacciata” (Nicoletta Pirozzi, Responsabile del programma UE, politica e istituzioni dell’Istituto Affari Internazionali-IAI).

Mario Draghi, lo scorso 2 febbraio all’Università di Lovanio, ha detto chiaramente che: “Questo è un futuro in cui l’Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata, tutto in una volta.” E contro irrilevanza, vassallaggio e, in definitiva, impoverimento, la sollecitazione di Draghi è che l’UE deve passare da confederazione di Stati a federazione.

“Il Parlamento europeo già si è espresso approvando un’importante relazione che sottolinea come una riforma dell’architettura istituzionale dell’UE, capace di superare paralisi e veti, sia la condizione indispensabile per affrontare le sfide esistenziali dell’UE: innovazione, decarbonizzazione e sicurezza comune. Adesso tocca però alle cancellerie europee, a partire da chi è pronto oggi a fare i passi necessari, mettere in pratica per davvero queste indicazioni” (On. Brando Benifei, eurodeputato Pd e Relatore sugli aspetti istituzionali del Rapporto Draghi, relazione approvata dal Parlamento europeo a novembre 2025).

Riecheggi per tutti la sollecitazione di Mario Draghi: “la risposta deve essere rapida, perché il tempo non è dalla nostra parte!” 

22 marzo 2026

Piero A. Lazzari



[1] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Torino, Einaudi (2025), Quaderno 3, nota 34.

[2] Rai News.it 11.3.2026.

[3] Paolo Tito, Piano di crisi Ue sull’energia, aiuti pubblici per le bollette: “Anche gli Ets da rivedere”, la Repubblica, Affari & Finanza, 17 marzo 2026.

[4] Marco Prestisimone, Trump sblocca gli acquisti di petrolio russo: la “boccata di ossigeno” per Putin, l’ira Ue e le conseguenze per i mercati, 13 marzo 2026, www.ilmessaggero.it 13.3.2026.

[5] Von der Leyen: “Il mondo cambia in fretta, l’UE stia al passo, ANSA, 25 ottobre 2025.

[6] Commissione europea, Comunicazione congiunta al Parlamento europeo, al Consiglio europeo e al Consiglio sulla “Strategia europea per la sicurezza economica”, Bruxelles, 20 giugno 2023.

[7] Moreno Bertoldi, Unione europea: sicurezza economica, versione 2.0?, ISPIonline, 22 dicembre 2025.

[8] Mario Draghi, The future of European competitiveness, Settembre 2024.

[9] Enrico Letta, Much more than a Market, Aprile 2024.

[10] Commissione europea, Communication from the Commission to the European Parliament, the European Council, the European Economic and Social Committee and the Committee of the Regions “A Competitiveness Compass for the EU, Bruxelles, 29 gennaio 2025,.

[11] https://single-market-economy.ec.europa.eu/publications/industrial-accelerator-act_en.

[12] Commissione europea, Patto per l’industria pulita.

[13] Ursula von der Leyen, Mission Letter to Stéphane Séjourné, Executive Vice-President-designate for Prosperity and Industrial Strategy17 settembre 2024.

[14] Ue lancia l’Industrial Accelerator Act, il piano per rafforzare l’industria europea, Il Sole24Ore, 4 marzo 2026.

[15] Commissione europea, EU Inc. – making business easier in the European Union, 18 marzo 2026.

[16] Commissione europea, La Commissione presenta le proposta per Eu Inc. per sfruttare appieno il potenziale del mercato unico per gli imprenditori europei, comunicato stampa, 18 marzo 2026.

[17] Von der Leyen, “Con Eu Inc. un'impresa in 48 ore in tutta l'Ue”, Notizie Ansa.it, 18.3.2026.

 

 

 

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