Anno LXVII, 2025, Numero 2-3, Pagina 110
IL VENEZUELA E TRUMP: OSCURI PRESAGI
L’eroe dell’indipendenza del Venezuela, Simon Bolívar, così scriveva ad un amico il 5 agosto 1829: “... gli Stati Uniti sembrano destinati dalla Provvidenza a tormentare l’America con la miseria in nome della Libertà”1. Il recente blitz che ha portato alla cattura del Presidente Maduro, accusato di essere un narcoterrorista e le successive minacce di Trump di un prossimo intervento in Messico e Colombia per tutelare gli interessi degli Stati Uniti, ripropongono la tesi del “cortile di casa” che da sempre caratterizza la politica della potenza del Nord verso i vicini paesi ispano-americani.
Siamo da sempre portati a considerare gli Stati Uniti il più grande esempio di democrazia al mondo. Se guardiamo però con distacco alla loro gestione della politica estera, in realtà sorge qualche perplessità. Se è un fatto storico acclarato lo straordinario ed essenziale contributo politico e militare garantito dagli USA a favore della libertà nella guerra al fascismo nel corso della Prima e della Seconda Guerra Mondiale, ben diverso è il giudizio che la cultura e il mondo non solo latino-americano danno alla loro politica estera nel corso del Novecento. L’interventismo statunitense in America Latina è stato esercitato sempre nel nome e all’insegna della libertà. Un interventismo a volte armato (per esempio a Cuba nel 1898 e poi nel 1961, oppure a Grenada nel 1983 o a Panamá nel 1989) altre volte sostenendo o favorendo golpe e giunte militari tra le più sanguinose e repressive2. Si tratta di un interventismo che ha caratterizzato sia presidenze repubblicane che democratiche, segno di una continuità nella gestione degli affari interni latino-americani. Interventi a volte annunciati per contrastare possibili governi filocomunisti o socialisti, altre per liberare il Paese da un dittatore, come nel recente caso della cattura di Maduro in Venezuela. Interventi sostenuti con la tesi che così vengono tutelati gli interessi vitali degli USA. Il quesito che si pone è però sin dove è lecito si spingano per tutelare i propri interessi strategici, dal momento che nel mondo gli USA dispongono di oltre 600 basi militari che alcuni osservatori stimano addirittura in 8003.
Una analisi di come stia mutando la società statunitense sotto la presidenza Trump e di come stia evolvendo la politica estera degli USA all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica, meriterebbe un approfondimento a sé stante per i numerosi spunti che ne scaturirebbero; qui ci limiteremo ad alcune considerazione alla luce di quanto accaduto in Venezuela.
È noto che il Venezuela sin dall’avvento alla presidenza di Chavez non sia uno Stato democratico4. Con la morte di Chavez (2013) e con Maduro nuovo Presidente, il governo del Venezuela è definitivamente degenerato in una dittatura come più volte è stato scritto sulle pagine di questa rivista5. Con poche, ma con significative eccezioni di Russia, Cina, Iran, Cuba e Nicaragua, le elezioni che si sono succedute nel Paese hanno sempre visto la conferma di Maduro e ogni volta sono state condannate come illegittime dalla comunità internazionale, con l’accusa di brogli e con le opposizioni obbligate al silenzio, in carcere o in esilio.
Il Venezuela si poneva quindi al di fuori della cerchia dei Paesi democratici al momento della cattura di Maduro da parte dei reparti speciali degli USA. La questione è che, seppure Maduro sia stato catturato e deportato per essere processato da un tribunale di New York in quanto accusato di essere a capo di organizzazioni criminali dedite al narcotraffico, il Venezuela resta ancora oggi guidato da uomini vicini a Maduro con il rischio di una possibile guerra civile. Infatti, nonostante le dichiarazioni di Trump, gli USA non stanno gestendo il Paese né sul piano politico, né su quello militare (non sono presenti truppe di occupazione), ma forse l’obiettivo della cattura di Maduro aveva un altro scopo: il controllo delle risorse petrolifere di cui il Venezuela è il primo al mondo in quanto a riserve. Non vi è alcun intento di portare la democrazia nel Paese, non è questo che interessa all’Amministrazione statunitense. Non a caso nelle contraddittorie dichiarazioni fatte nella conferenza stampa del 3 gennaio, Trump annunciava il ritorno nel Paese delle compagnie petrolifere statunitensi che sin dai tempi di Chavez avevano visto la nazionalizzazione dei propri impianti e che mai avevano ricevuto i promessi indennizzi di oltre $ 100 mld. Il petrolio e il controllo degli impianti rientrano in una precisa strategia: bloccare le esportazioni di greggio venezolano, a prezzi agevolati, verso Cina e Russia, ma soprattutto verso Cuba che dipende in toto dai rifornimenti che Caracas garantiva a titolo gratuito in cambio di assistenza sanitaria. Non a caso nel corso della conferenza stampa Trump ha preannunciato conseguenze per Cuba, senza dimenticare di minacciare i governi di Colombia e Messico accusati di collusione con i cartelli della droga. Tuttavia, il Dipartimento di Stato ha più volte affermato che il 90% della cocaina che circola negli Stati Uniti transita dal Messico, ma è prodotta in Colombia. Se la volontà di Trump fosse stata di bloccare il narcotraffico, il primo obiettivo non avrebbe dovuto essere di certo il Venezuela e il suo Presidente. Catturare Maduro fa parte di una politica ad effetto che piace a Trump, ma ha colpito un Paese che nonostante i proclami è estremamente fragile. Una azione simile in Messico o Colombia avrebbe delle conseguenze devastanti negli stessi Stati Uniti: la comunità venezuelana presente negli USA è composta di esuli anti-chavisti, quella messicana e colombiana è invece fortemente legata alle proprie radici e non ha una caratterizzazione di tipo politico antigovernativa verso il proprio Paese. Un eventuale blitz in questi due Paesi avrebbe effetti devastanti negli stessi USA da parte delle comunità dei latinos.
Il tempo stabilirà se e come gli USA riusciranno a dare una guida politica stabile al Venezuela che vede al momento governare il vecchio entourage di Maduro. È ormai evidente che il blitz è stato possibile solo grazie alla collaborazione di elementi vicini al Presidente e che l’obiettivo principale era il controllo dei pozzi petroliferi e la loro produzione. Risulta anche difficile che questa azione armata, programmata da mesi, Trump non l’abbia prospettata a Putin e Xi Jinping durante i loro incontri l’anno scorso. Per altro sia la Russia (ottobre 2025), sia la Cina (maggio 2024), alleati del Venezuela dai tempi di Chavez, hanno recentemente sottoscritto accordi di cooperazione strategici che li impegnano con proprie attività industriali e commerciali nel Paese. La Cina, per altro, proprio nel settore petrolifero per tramite della China Concord Company è ben presente in Venezuela nella regione di Maracaibo e pertanto Stati Uniti e Cina dovranno trovare delle intese per gestire e sfruttare con reciproco interesse i pozzi petroliferi che giornalmente garantiscono a Pechino 60.000 barili al giorno. Anche la Russia in undici anni ha versato 17 miliardi tra prestiti e investimenti al duo Chavez-Maduro, che così ha evitato il default. In cambio il Cremlino ha ottenuto petrolio: ai prezzi attuali le esportazioni di petrolio venezuelano che arrivano a Rosneft (azienda petrolifera di Stato in Russia) valgono 3,6 miliardi di dollari all’anno6. Si tratta di accordi commerciali in vigore che saranno mantenuti? Trump ha dichiarato che la vendita del petrolio venezolano sarà controllato dagli USA. Il blitz in Venezuela assume in quest’ottica una prospettiva diversa. Sembra, cioè, che tra le grandi potenze si sia scritta una sorta di nuova Yalta in cui hanno definito e concordato una nuova divisione del mondo in aree di influenza. Emblematica in tal senso una frase pronunciata il 3 gennaio da Trump: “L’America vuole assicurare con la sua strategia, di dominare l’emisfero occidentale-settentrionale del mondo e il nostro dominio non sarà messo in discussione”. Un linguaggio non diverso da quello che usò Putin nel febbraio del 2007 alla Conferenza sulla sicurezza a Monaco, quando dichiarò che la Russia intendeva tornare a gestire la politica internazionale per evitare che restasse una esclusiva degli occidentali. Non diverso dal linguaggio di Xi Jinping quando parla di Taiwan o del contenzioso con i Paesi confinanti per il controllo delle isole nel Mar Cinese Meridionale7.
Con Trump il linguaggio è al limite dell’arroganza, ma la sua filosofia è chiara: condurre anche azioni militari purché vi sia un preciso tornaconto finanziario ed economico per il proprio Paese. Questa è la logica dell’ala MAGA che sostiene Trump, niente affatto isolazionista, perché nell’indicare gli interessi primari degli USA tutto è lecito ovunque nel mondo. Ma se vi è una nuova ripartizione per aree di influenza resta da capire quale posizione assume l’Europa nel nuovo contesto, ma soprattutto se questa UE ha la capacità di svolgere un proprio ruolo autonomo. La posta in gioco è enorme, perché con l’elezione di Trump sono definitivamente mutati gli equilibri mondiali e gli USA oggi considerano l’Europa marginale per i propri interessi, al punto di condividere con la Russia l’idea di favorire uno smantellamento della stessa UE.
Un breve commento a chiusura.
Gli avvenimenti in Venezuela non possono essere letti come a sé stanti, rientrano in un quadro più ampio di vicende che coinvolgono gli Stati Uniti dal Medio Oriente, all’Ucraina, alle pretese espansionistiche sulla Groenlandia o alle minacce a Panamá o Messico, e mesi orsono al Canada. Senza dimenticare la politica dei dazi usata in modo contraddittorio o il blocco di navi in acque internazionali. Coinvolgimenti che hanno implicazioni e un inevitabile confronto che può divenire uno scontro aperto con Russia e Cina con possibili conseguenze drammatiche. Il mondo assiste con sgomento a questo confronto tra super potenze. Gli stessi Stati Uniti dovrebbero riflettere a fondo sulle proprie scelte, perché per quanto forti si possano sentire con Trump, si stanno inimicando larga parte del mondo, anche quella cui sono legati da profondi legami storici e politici. Tutto viene messo in discussione, la stessa NATO perde ogni suo ruolo di alleanza dopo le continue esternazioni di Trump. Se tra le grandi potenze vi è una visione di tipo imperiale che cancella ogni possibile rispetto del diritto internazionale, per poter svolgere un ruolo gli europei non hanno altra possibilità che avviare una nuova governance della UE che veda un nucleo di Paesi disposto ad agire verso una sovranità europea nei settori strategici: i rapporti Letta-Draghi-Niinistö sono stati quanto mai chiari nell’indicare la strada da percorrere.
Stefano Spoltore
1 Cartas del Libertador, Vol VII, Caracas, Banco de Venezuela, Fundacion Vincente Lecuna, 1969, pag. 260. La lettera era indirizzata a Patricio Campbell, diplomatico inglese, dopo il fallimento del Congresso di Panamà nel 1826, quando gli Stati Uniti complottarono per sabotare con successo il progetto di Bolivar di creare un Parlamento latino-americano come tappa per la realizzazione di una federazione tra le giovani nazioni da poco liberatesi dal colonialismo spagnolo.
2 Qui l’elenco sarebbe molto lungo, ci limitiamo a ricordare le dittature militari succedutesi in Brasile, Cile, Argentina, ma anche in Bolivia o Guatemala dove la multinazionale statunitense United Fruits di fatto governò il Paese dal 1954 sino agli inizi degli anni Settanta.
3 Si veda per esempio: www.geopop.it del 19 aprile 2023.
4 Nel 2016 è stato sospeso dal Mercosur di cui era membro dal 2012 proprio per il mancato rispetto delle regole democratiche previste dal Trattato istitutivo del mercato sud-americano.
5 Per esempio, si veda: S. Spoltore, Venezuela e Mercosur: la difficile via verso la democrazia, Il Federalista, 59, n. 3 (2017), p. 169, https://www.thefederalist.eu/site/index.php/it/note/1518-venezuela-e-mercosur-la-difficile-via-verso-la-demo-crazia.
6 Si vedano gli articoli apparsi su: Avvenire e La Stampa, 8 gennaio 2026.
7 Si veda: S. Spoltore, L’oceano della discordia, Il Federalista, 57 n. 3 (2015), p. 204, https://www.thefederalist.eu/site/index.php/it/note/1476-loceano-della-discordia.

