IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno LXVIII, 2026, Numero 1

L’EUROPA E LA DIPENDENZA TECNOLOGICA DA USA E CINA. UNA QUESTIONE DI SOVRANITA’1

In un’epoca segnata dalla “slowbalization”, da una governance globale estremamente frammentata e dal ritorno prepotente dei rapporti di forza in politica internazionale, l’Europa deve affrontare la sua più grande vulnerabilità sistemica: la dipendenza tecnologica. Se nel 1941 la perdita di sovranità del continente si misurava sul piano della devastazione militare, oggi l’indipendenza, o la subalternità, di un’entità politica si determina in relazione ai cavi sottomarini, ai data center, alle catene di approvvigionamento dei semiconduttori e alla competitività nella partita dell’intelligenza artificiale.

La dipendenza tecnologica dell’Europa contemporanea non è un mero ritardo industriale, ma l’espressione più cruda di un difetto di statualità. In un’economia mondiale ormai tripolare — in cui Stati Uniti, Asia Orientale e Unione Europea pesano ciascuno dal 20 al 25% del PIL globale2 — l’assenza di un’unione politica federale condanna il nostro continente a degradarsi da attore geopolitico a provincia, anche in ambito digitale, degli imperi altrui.

Fino a pochi anni fa, il fatto che cittadini, imprese ed istituzioni europee utilizzassero esclusivamente — o quasi — servizi digitali e prodotti tecnologici americani non sembrava rappresentare un problema. Ci siamo allegramente serviti di tali tecnologie senza interrogarci su eventuali pericoli per la nostra autonomia, sia come cittadini che come Unione europea. Ma del resto, era naturale che così fosse: la comunità internazionale ha tentato di operare secondo un modello di “multilateralismo mirato”, in cui la cooperazione economica (il mercato, a somma positiva) veniva tenuta rigorosamente separata dallo scontro geopolitico e valoriale (la sicurezza nazionale, a somma zero).

Oggi, questo equilibrio è saltato. Stati Uniti e Cina hanno fuso questi due ambiti, trasformando le reti di interdipendenza commerciale e tecnologica in armi geopolitiche (weaponized interdependence). È evidente che ora il controllo dell’innovazione e delle tecnologie cruciali è diventato una questione di sicurezza nazionale, prima ancora che una questione di competitività. L’Unione europea, nata come potenza commerciale, ma sprovvista degli strumenti politici e della manovrabilità economica di un vero Stato federale, si ritrova disarmata in questo nuovo scontro.

Osservando le dinamiche globali, emergono due modelli egemonici antitetici ma altrettanto efficaci. Da un lato, il modello statunitense: un libero mercato sostenuto da massicci investimenti pubblici e da un mercato dei capitali integrato, che ha generato campioni globali capaci di dominare l’infrastruttura digitale del mondo. La classifica delle più grandi società di intelligenza artificiale per capitalizzazione è un monologo americano: da Nvidia, ad Apple, fino a Microsoft e Alphabet. Dall’altro lato, il tecno-nazionalismo di Stato cinese, che domina l’hardware, le reti e l’approvvigionamento delle materie prime critiche e delle terre rare.

In mezzo, l’Europa. I dati della nostra dipendenza sono impietosi. Le quote di mercato del cloud computing nel continente vedono il dominio incontrastato dei giganti americani (Amazon, Microsoft, Google), che insieme sfiorano il 70%, relegando i frammentati attori europei a percentuali marginali. Una dinamica simile si ripete nei software aziendali.

I rischi di questa subalternità non sono teorici. L’estensione extraterritoriale delle leggi americane (come il CLOUD Act) rende i dati europei vulnerabili a interferenze esterne. Ne è consapevole la Francia, che ha deciso di sostituire le piattaforme statunitensi nei servizi pubblici con una soluzione nazionale, "Visio", per mere ragioni di sovranità. Ne è consapevole persino la Corte penale internazionale, che ha dovuto accelerare la migrazione verso software open source europei dopo aver subito disattivazioni e pressioni politiche sull’onda dei mandati di arresto in Medio Oriente.

Di fronte a questo divario, le istituzioni europee si sono rifugiate nell’illusione normativa. L’UE si vanta di essere il faro giuridico globale: dal GDPR, passando per il Digital Services Act e il Digital Market Act, arrivando all’AI Act, tentiamo di governare i processi digitali attraverso il diritto. Sebbene essenziale, la sola regolamentazione è una trappola se non accompagnata dall’innovazione. Regolare l’intelligenza artificiale altrui non equivale a possederne una propria. Come ha ricordato Mario Draghi, l’intelligenza artificiale si diffonde a ritmi inediti:3 se l’Europa non colma questo divario e non adotta queste tecnologie su larga scala, rischia un futuro di stagnazione inesorabile. La tecnologia non è più una questione di politica industriale, è il fondamento della sovranità politica. Nessuno Stato membro, nemmeno la Germania o la Francia, possiede le dimensioni critiche o lo spazio fiscale per competere con i trilioni investiti da Washington e Pechino.

La risposta non può che essere federale. Serve attuare quella che Enrico Letta definisce la “Quinta Libertà”:4 una nuova dimensione di integrazione incentrata sulla libera circolazione della ricerca, dell’innovazione, dei dati e dell’istruzione. Ma per far circolare l’innovazione, occorre finanziarla. È imperativo completare l’unione del mercato dei capitali per fermare l’emorragia di fondi verso l’estero e permettere lo scale-up delle nostre startup.5

Soprattutto, infrastrutture cloud sovrane, intelligenza artificiale avanzata e sicurezza cibernetica devono essere costituzionalizzati come veri e propri “beni pubblici europei”. Fornire questi beni richiede un bilancio federale robusto e autonomo, basato su una politica fiscale e su un debito comune strutturale, unito a una profonda riforma della governance che superi il paralizzante diritto di veto nel Consiglio.

La scelta oggi non è tra lo status quo e l’integrazione, ma tra l’integrazione e l’irrilevanza. Continuare ad affrontare la transizione digitale con il metodo intergovernativo equivale a rassegnarsi all’obsolescenza. L’autonomia strategica, prima ancora di essere un traguardo tecnologico, esige un salto di qualità politico: il definitivo superamento dell’illusione nazionale a favore di una reale sovranità europea.

Fausto Desiderio


1 Relazione svolta in occasione del Seminario di formazione federalista di terzo livello post-Ventotene 2026, “L’Europa di fronte al ritorno della guerra e della politica di potenza” organizzato dall’Istituto Spinelli a Latina il 21-22 febbraio.

2 Dati basati sulle stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI), World Economic Outlook Database, aprile 2025, https://data.imf.org/en/datasets/IMF.RES:WEO.

3 Mario Draghi, Discorso in occasione del conferimento della Laurea ad honorem in Ingegneria Gestionale, Politecnico di Milano, 14 giugno 2024, https://www.linkiesta.it/2026/02/mario-draghi-europa-autonomia-potenza-discorso-integrale/.

4 Enrico Letta, Much More Than a Market, Rapporto per il Consiglio Europeo, aprile 2024, p. 19., https://www.consilium.europa.eu/media/ny3j24sm/much-more-than-a-market-report-by-enrico-letta.pdf.

5 Mario Draghi, The future of European competitiveness – Part A: A competitiveness strategy for Europe, Rapporto per la Commissione Europea, Settembre 2024, pp. 23-24 e pp. 57-58, https://commission.europa.eu/topics/competitiveness/draghi-report_en.

 

 

 

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