Anno L, 2008, Numero 3, Pagina 190

 

 

Crisi finanziaria e nuovi equilibri economici: i rischi dell’assenza dell’Europa
 
 
La crisi finanziaria ha messo drammaticamente in evidenza come il processo di globalizzazione abbia creato una rete di intrecci economici, finanziari e commerciali così complessa ed estesa da sfuggire ormai al controllo di governi, parlamenti e organismi internazionali. Una crisi finanziaria che ha inizialmente fatto fallire, o ha portato sull’orlo del fallimento, i più grandi tra i colossi finanziari e assicurativi statunitensi e che poi ha progressivamente contagiato quelli europei e di altri paesi. La ripercussione più forte della crisi si è subito avuta sull’andamento delle borse mondiali, che hanno subito periodiche gravissime perdite, con inevitabili ripercussioni negative sui bilanci delle imprese e sulle aspettative di crescita dell’economia.
Improvvisamente, ma non del tutto inaspettatamente, il mondo si è così trovato a dover fare i conti con il volto meno accattivante e positivo della globalizzazione, quello, per usare le parole di Joseph Stiglitz, «in cui si riflettono alcuni dei più profondi conflitti sociali, inclusi quelli sui valori fondamentali, e in cui le divergenze più significative riguardano il ruolo dei governi e dei mercati».[1] E alla fine anche i governi e gli esperti economici hanno dovuto ammettere che l’economia mondiale non si trova di fronte a una normale crisi ciclica, bensì ad una crisi strutturale che, oltretutto, nel breve periodo appare senza vie d’uscita.
Dopo decenni di retorica liberista e di eccessiva fiducia nell’autonomia del mercato dalla politica, si è così riaperto un dibattito sul rapporto Stato-mercato e sul ruolo della politica nel determinare le scelte in campo economico-finanziario, che sembrava fosse stato definitivamente chiuso dopo la fine della guerra fredda e il crollo dei regimi socialisti. E’ cioè tornata d’attualità una questione troppo spesso ignorata o sottovalutata negli ultimi decenni, cioè quella relativa al fatto che il governo democratico di processi economici e finanziari così complessi come quelli che caratterizzano il mondo oggi non cade dal cielo, ma richiede una specifica battaglia politica per modificare il quadro di potere esistente. In questa breve nota ci proponiamo di sottolineare alcuni aspetti e contraddizioni legati alla crisi che stiamo vivendo che mettono in evidenza questa necessità.
 
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L’affermazione della Cina e l’emergere dell’India come protagonisti nello scenario internazionale hanno impresso un’accelerazione al processo di globalizzazione che, nell’arco di pochi anni, ha reso obsolete le previsioni e le analisi di governi, esperti e organismi internazionali sulle prospettive di crescita dell’economia mondiale.
Nell’ultimo decennio una grossa parte dei flussi finanziari diretti si è incanalata verso l’Asia, in particolare verso la Cina. Ma un andamento opposto verso gli USA si è verificato quando la grande liquidità, prodotta dalle esportazioni cinesi, si è rivolta, oltre che agli investimenti diretti in America, all’acquisto di titoli del tesoro americano.
 Ciò ha accresciuto in modo abnorme e al di là di qualsiasi base reale economica il ruolo degli Stati Uniti come superpotenza. Questo fenomeno ha messo la Federal Reserve in condizione di condurre una politica che ha al tempo stesso favorito l’espansione della spesa del governo USA ed ha incentivato la propensione al rischio e alla speculazione da parte degli investitori — anche degli istituti bancari —, e dei privati, allettati da condizioni di accesso al credito e ai prestiti ipotecari particolarmente favorevoli. Molti istituti finanziari hanno poi cartolarizzato i mutui, cioè li hanno ceduti trasformando i crediti in titoli, che sono stati venduti in USA e in gran parte del mondo, anche attraverso le banche di investimento, che hanno agito senza controlli e senza regole. In tal modo il rischio di insolvenza è stato spalmato sul mercato finanziario internazionale. Quando è apparso alla luce del sole che un’enorme quantità di debiti contratti in America non aveva un’adeguata copertura e che il rapporto tra debiti e capitale di molti importanti istituti era diventato insostenibile, la crisi è inevitabilmente scoppiata.
 
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Dopo quanto è accaduto molti incominciano a dubitare apertamente del ruolo guida degli USA in campo economico e finanziario. Altri si interrogano sulla crisi del liberismo. Altri ancora propongono di ripensare profondamente i modelli di sviluppo economico.[2] Il fatto è che la crisi non sta risparmiando nessuna regione nel mondo e ogni paese sta disperatamente cercando di mettersi al riparo dagli effetti negativi di una recessione che ormai è ampiamente confermata da tutti gli indicatori e che molti temono si possa trasformare in depressione.
In questo quadro gioca un ruolo fondamentale il rapporto tra USA e Cina. «E’ come se gli Stati Uniti e la Cina, nelle loro relazioni economiche, fossero ostaggio gli uni dell’altra. Vendendo molto di più di quanto non compri, la Cina registra un ingente saldo attivo bilaterale nella bilancia commerciale con gli Stati Uniti, ma la stessa Cina, acquistando miliardi e miliardi di dollari di titoli di Stato statunitensi, consente agli USA di sostenere la spesa in disavanzo. Stati Uniti e Cina conoscono la natura della loro dipendenza reciproca», scriveva Stiglitz nel 2006.[3] Oggi l’atteggiamento cinese di fiducia verso l’economia USA è più prudente, ma l’intreccio tra le economie dei due paesi permane.
E’ sintomatico che la Cina, che aveva puntato molto sulle esportazioni per promuovere il proprio sviluppo, stia cercando di sviluppare la propria domanda interna con interventi statali per favorire i consumi ancora troppo bassi. Tutto questo nel tentativo di riequilibrare, almeno in parte, uno sviluppo troppo dipendente dalle vendite all’estero e quindi fortemente penalizzato dal crollo dei consumi nei paesi sviluppati. Un tentativo che comunque richiederà del tempo oltre che delle risorse prima di avere effetti significativi. Infatti il reddito di decine di milioni di cinesi non potrà essere incrementato né in pochi mesi né in pochi anni in modo adeguato per stimolare una domanda interna tale da compensare quella di un mercato mondiale in crisi. Questo per la Cina implicherà, se vorrà evitare forti tensioni sociali all’interno, riuscire in qualche modo ad incanalare in modo pacifico le aspettative di vita migliore dei propri cittadini. Potrà farlo da sola?
Se la Cina deve ingaggiare una corsa contro il tempo, altri paesi, ed in primo luogo quelli europei, devono porsi il problema della loro sopravvivenza economica. E’ infatti del tutto palese che ciò che è arduo per la Cina, è semplicemente impossibile per quei paesi il cui mercato interno non ha le dimensioni adeguate per riassorbire le produzioni da anni orientate verso mercati continentali o mondiali. Basti pensare alla Germania, ancora ai vertici dell’economia mondiale, che aveva puntato su uno sviluppo della propria economia più sano di altri paesi, salvaguardando le proprie industrie di punta sia tradizionali che avanzate, ma che non può più contare appieno, in questa fase, sugli sbocchi di un mercato estero, come per esempio quello dell’Europa orientale, anch’esso entrato in crisi.
La crisi economica conferma un fatto ovvio. E’ evidente infatti che grandi potenze continentali come gli USA, la Cina, la Russia e l’India, pur colpite duramente dalla crisi, possono mettere in atto politiche, piani di protezione e salvataggio delle rispettive economie con strumenti e risultati ben diversi, anche se non risolutivi, rispetto a quelli di Stati di dimensioni inferiori. Meno ovvio appariva fino a qualche anno fa che anche paesi che comunque avevano dato vita ad unioni di tipo economico e monetario, come per esempio quelli che fanno parte dell’Eurozona, in caso di crisi non avrebbero avuto le risorse e la possibilità di affiancare ad una pur necessaria unica politica monetaria, un’altrettanto indispensabile unica politica fiscale ed economica. Non è casuale che, nel tentativo di salvare le proprie banche ed imprese, i paesi membri dell’Eurozona abbiano messo e stiano mettendo a dura prova la tenuta dell’unione monetaria e delle regole su cui questa si fonda. Basti pensare che la politica dell’Eurozona resta ancorata al coordinamento volontario degli interventi di più governi nazionali, in quanto l’Europa, nonostante l’esistenza di innumerevoli istituzioni comunitarie, si è scoperta senza strumenti adeguati ed autonomi per decidere a livello sovranazionale e quindi per agire in campo internazionale. In Europa, nonostante il processo di integrazione economica e monetaria abbia conseguito indubbi successi, è significativo il fatto che ogni paese tema tuttora di subire le conseguenze di scelte protezionistiche mascherate e di politiche economiche avventate da parte dei vicini. Un fatto questo denunciato anche da Jürgen Habermas, quando ha spiegato che «l’ulteriore sviluppo della crisi mette in luce il difetto della costruzione europea: ogni Paese reagisce con misure economico-politiche sue proprie. Poiché le competenze nell’Unione Europea, per dirla semplicemente, sono tanto distribuite che Bruxelles e la Corte di giustizia europea impongono le libertà in economia, mentre i costi esterni che ne derivano sono scaricati sui Paesi membri, oggi non vi è alcuna formazione di volontà comune in materia di economia e politica. I più importanti Stati membri sono già in contrasto fra loro sui criteri di principio di quanto Stato e di quanto Mercato vogliono».[4]
 
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A livello mondiale la crisi è così profonda e diffusa che gli USA, contraddicendo la loro pluridecennale politica liberista, non hanno esitato a nazionalizzare banche e industrie. Lo stesso ha fatto la Gran Bretagna, mentre la Cina ha prontamente raffreddato le sue aperture all’economia capitalista.
In questo quadro i richiami alla ripresa della fiducia nel mercato e nelle prospettive di rilancio economico da parte dei cittadini, delle imprese e delle stesse banche sono destinati a cadere nel vuoto. La fiducia è troppo scossa dalle conseguenze della crisi, dall’evidente assenza di controlli adeguati sulla correttezza degli investimenti delle istituzioni bancarie, dall’incertezza sul ruolo che può ancora giocare la politica finanziaria americana a livello internazionale. E’ emblematico del clima di sfiducia che si è instaurato il fatto che nell’autunno del 2008 in Europa diverse banche, piuttosto che immettere nel mercato i prestiti ricevuti dalla BCE, hanno restituito in deposito alla stessa BCE, sapendo di rimetterci, parte di quei soldi che sarebbero dovuti servire per alimentare la liquidità e la fiducia dei mercati.
Al di fuori dell’Europa, nei paesi in via di sviluppo e nelle economie più povere, la situazione è aggravata dal fatto che molti istituti finanziari, in carenza di liquidità, hanno richiesto la restituzione dei prestiti, togliendo potenzialità alla ripresa di mercati nazionali già depressi, creando situazioni insostenibili.
Di fronte a tutto ciò le politiche ordinarie appaiono del tutto inadeguate e gli interventi di carattere nazionale non riescono a spezzare il circolo vizioso creato dalla sfiducia e dal rallentamento delle economie. L’ombra della sfiducia comincia a proiettarsi anche sugli Stati: nel momento in cui tutti i governi sono impegnati a trovare fondi per finanziare i salvataggi delle banche e delle imprese in difficoltà, è reale il pericolo che i titoli emessi a tale scopo possano non essere sottoscritti in tutto o in parte, sia per la grande concorrenza dei paesi che perseguono la stessa politica, sia per la carenza di fiducia verso paesi spesso già fortemente indebitati (il «rischio paese»). Se e quando ciò accadrà dove troveranno questi le risorse per salvarsi?
Sul fronte americano, se gli USA decidessero di usare ancora una volta la leva dell’espansione monetaria, in particolare se la Federal Reserve dovesse ricorrere alla stampa di nuova carta moneta, come del resto ha già fatto abbondantemente negli scorsi mesi per far fronte alle difficoltà delle banche e delle borse, probabilmente nella situazione attuale ciò di per sé non rappresenterebbe un grave problema sul fronte dell’inflazione. Ma il quadro mondiale è cambiato rispetto a quando gli USA potevano pensare di stimolare contemporaneamente la propria economia e quella dell’Occidente con simili manovre. L’esistenza di gravi squilibri commerciali nel mondo, soprattutto tra USA e Cina, pone una grave ipoteca sul successo di qualsiasi manovra decisa unilateralmente dal governo USA. Lo prova il fatto che la svalutazione del dollaro rispetto alla moneta cinese dal 2002 ad oggi non ha determinato particolari vantaggi competitivi alla produzione americana rispetto a quella cinese, perché in definitiva non ha inciso in modo significativo sugli acquisti di prodotti americani in Asia. Una tendenza questa che non è certo destinata a migliorare in una situazione in cui il deficit commerciale USA continua ad essere molto elevato e in cui le importazioni cinesi tendono, se non a diminuire drasticamente, comunque a non aumentare. D’altro lato due ulteriori incognite pesano sull’esito di qualsiasi politica americana. Esse riguardano da un lato l’enorme indebitamento degli USA verso l’estero, finora alimentato dall’emissione di titoli di Stato e, dall’altro lato, i rapporti USA-Cina-Europa. La prima incognita è legata al futuro del mercato dei bonds statunitensi detenuti dai paesi asiatici e petroliferi. Nessuno può dire con certezza fino a quando questi paesi continueranno ad avere fiducia non tanto nelle banche e nelle aziende americane, ma nella politica di Washigton. E’ significativo in proposito il fatto che alla fine del 2008 il governo di Pechino abbia organizzato diversi incontri in Asia per definire le linee guida di una eventuale politica intergovernativa asiatica di moratoria della vendita dei titoli di Stato americani sul mercato internazionale che, qualora si trasformasse in una colossale svendita, produrrebbe reazioni a catena dagli effetti imprevedibili sull’ordine mondiale. La seconda incognita riguarda invece gli effetti che l’affermazione dell’euro e l’ingresso sulla scena internazionale della politica finanziaria cinese stanno avendo sul ridimensionamento del ruolo della politica monetaria ed economica degli USA. Un ridimensionamento tuttora al di fuori di ogni controllo, in quanto l’euro non è la moneta di uno Stato e quindi non può farsi strumento di una coerente politica internazionale, ma solo aumentare gli elementi di incertezza; mentre la politica cinese non può evidentemente agire razionalmente a favore degli interessi economici globali senza garanzie e contropartite dall’Occidente.
 
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Per affrontare i rischi che si prospettano, non basta sperare che gli USA prendano delle buone decisioni in campo economico e monetario. Né si può continuare a sperare che si instauri spontaneamente una cooperazione responsabile tra USA e Cina che anteponga la tutela degli interessi globali rispetto ai loro interessi nazionali. Occorre anche e soprattutto, quando si considera l’Europa, porsi il problema di che cosa potrebbero fare concretamente gli europei per contribuire a instaurare un ordine internazionale più cooperativo e coordinato in campo economico e monetario.
 In Europa tutti riconoscono che nessuno Stato può agire da solo, indipendentemente dagli altri, nell’affrontare le crisi globali che si stanno succedendo ed intrecciando fra loro. Dopo di che però ciascun governo continua a seguire una propria politica. Il risultato è che gli europei non stanno facendo nulla per modificare una situazione di potere mondiale in cui, come hanno confermato le reazioni alla crisi finanziaria, ci sono Stati come gli USA e la Cina che, proprio nella misura in cui hanno una dimensione continentale, possono giocare, nel bene e nel male, quel ruolo di centri di potere internazionale che i piccoli Stati europei non possono neppure illudersi di giocare. Quel che è peggio, l’assenza di un credibile interlocutore europeo ha contribuito e tuttora contribuisce ad esasperare, anziché ad attenuare e risolvere, le contraddizioni prodotte dagli squilibri economici, finanziari, politici e militari che caratterizzano il rapporto tra USA e Cina.
In definitiva, è proprio l’assenza europea che spiega perché, nonostante tutto, il dollaro sia ancora la principale moneta di riserva per i paesi dell’Asia e per la Cina in particolare e perché gli investimenti asiatici siano ancora indirizzati soprattutto verso gli USA.[5]
Come ha ben messo in evidenza Wolfgang Munchau, per conoscere le reali possibilità di ripresa dell’economia mondiale nel 2009, non basta fare congetture sulla dimensione degli aiuti statali che verranno concessi sulle due sponde dell’Atlantico nelle rispettive economie nazionali, ma bisognerebbe finalmente conoscere se e come la nuova amministrazione Obama vorrà e potrà sviluppare una strategia comune con la Cina e gli europei. Il problema è che in Europa, come osserva Munchau, ciascun governo continua a decidere unilateralmente cosa fare in campo economico, dopo di che, per salvarsi l’anima di fronte alla propria opinione pubblica, riveste quel che ha fatto con l’abito della cooperazione europea.[6] Questo è in definitiva il vero nodo da sciogliere: se e come potrà essere avviato un piano strategico mondiale dipende oggi più dagli europei che da Obama o dalla Cina.
E’ del tutto evidente che, se almeno alcuni paesi a partire da quelli che hanno fondato la Comunità Europea, si facessero carico di creare un nucleo di Stato federale europeo, l’euro non resterebbe uno strumento senza un potere reale e credibile dietro di sé. Come è altrettanto evidente che finché ciò non accadrà Washington e Pechino non potranno avere un interlocutore europeo con il quale condividere un piano, ma continueranno ad avere tanti piccoli interlocutori europei, difensori di altrettanto piccole proposte e politiche nazionali, che de facto lavoreranno per accrescere, e non per eliminare, il disordine economico e monetario, alimentando il pericolo che la crisi si aggravi sempre di più e che ritorni il protezionismo, anche tra i paesi dell’Unione Europea.
La storia europea e mondiale non insegnano dunque niente? La crisi non ha ancora eroso abbastanza il livello di vita degli europei perché questi smettano di illudersi?
Nel libro Lords of Finance: The Bankers Who Broke the World l’autore Liaquat Ahamed spiega in dettaglio come la spaventosa crisi di liquidità del 1914 e le divergenti politiche monetarie ed economiche che la seguirono, anche allora presentate dietro una patina di cooperazione, fecero da apripista a disastrose conseguenze nei decenni successivi. In una recensione a questo libro Niall Ferguson così conclude: «Nel momento in cui il mondo è nuovamente sull’orlo di un’altra grave crisi, i Signori delle Banche centrali dovrebbero trarre insegnamento dal passato. Forse non hanno molto tempo da dedicare alla lettura in questi giorni. Ma i vari Bernanke, King e Trichet dovrebbero almeno ricordarsi di cosa può succedere quando le banche centrali danno solo l’impressione di cooperare anziché cooperare davvero».[7] Per quanto riguarda l’Europa, gli europei hanno sperimentato che non basta semplicemente cooperare di più fra loro per avere un ruolo attivo nel mondo. Affinché le cose cambino, essi dovrebbero finalmente prendere atto che non è più tempo di dare al mondo solo l’impressione che essi si stanno unendo, ma che devono unirsi davvero.
 
Anna Costa


[1] Joseph Stiglitz, La globalizzazione che funziona, Einaudi, 2006, p. XII.
[2] Si veda in proposito Amartya Sen, Globalizzazione e libertà, Mondatori, 2003.
[3] Joseph Stiglitz, op. cit. p. 295.
[4] Jürgen Habermas, «Ordine planetario internazionale dopo la bancarotta», Die Zeit, 6.12.2008.
[5] Come ha dichiarato il Presidente dell’Eurogruppo, Jean Claude Juncker, «non ci sono più investimenti di capitali in Europa, perché il denaro va verso gli Stati Uniti. E’ incredibile che un paese cha ha un simile deficit e che è in piena recessione continui ad attirare tanti capitali da tutto il mondo. Se l’Europa non riuscirà ad invertire questa situazione, ciò accadrà perché non saremo riusciti a dotarci degli stessi strumenti», intervista di Jean Quatremer in Libération, 31.12.2008.
[6] Wolfgang Munchau, «World Economy in 2009: Three priorities for recovery», Financial Times, 28.12.2008. Wolfgang Munchau, «World Economy in 2009: Three priorities for recovery», Financial Times, 28.12.2008.
[7] Niall Ferguson, «The great liquidity crisis – 94 years ago», Financial Times, 2/1/2009.

 

 

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