Anno XXXIV, 1992, Numero 1 - Pagina 55

 

 

REALISMO, OPPORTUNISMO E PENSIERO INNOVATIVO

 

 

Chi ha scelto di non essere spettatore passivo, ma di esercitare un ruolo attivo nei confronti degli avvenimenti storico-politico-sociali di cui è testimone (ha scelto cioè di fare politica per affermare dei valori), generalmente assume nei loro confronti due atteggiamenti. Uno è quello tipico dello storico (così come è stato definito da Carr), che sceglie e trasforma in fatti storici i molteplici eventi a cui si trova di fronte, li interpreta e, sulla base di generalizzazioni, dà indicazioni per l’azione. Nel fare tutto ciò egli (come dice ancora Carr a proposito dello storico) «non è né l’umile schiavo né il tirannico padrone dei fatti» (B.H. Carr, Sei lezioni sulla storia, Torino, Einaudi, 1966, p. 35): fra lui e i fatti c’è un rapporto di scambio reciproco. Le due funzioni che vengono attivate in questo atteggiamento sono dunque quella del giudicare e quella del prevedere, in cui la previsione non riguarda eventi particolari, ma processi di carattere generale, ed è basata appunto sulle generalizzazioni.

Il secondo atteggiamento, che distingue chi fa politica dallo storico, è legato al fatto che il primo non vuole solo conoscere e trovare indicazioni per l’azione, ma vuole agire, incidere sulla realtà, e quindi esercita su di essa un terza funzione, che è quella del tentare di contribuire a cambiamenti basati sulle sue scelte di valore e ottenibili attraverso la sua volontà e la sua azione. Egli ha, cioè, delle aspettative e le può avere in quanto non prende in considerazione solo avvenimenti già compiuti, le cui potenzialità si sono già manifestate, ma avvenimenti in atto, aperti a varie soluzioni, che in quanto tali sono sì soggetti a interpretazione, ma che ancor più sono «in attesa» di una evoluzione che dipende dall’azione in atto dei soggetti che ne sono protagonisti.

Affermare ciò non significa rinunciare alla categoria del processo storico che, attraverso i criteri del materialismo storico e della ragion di Stato, ci permette di cogliere nell’evoluzione storica ciò che condiziona le scelte degli Stati e degli individui. Ma il processo storico indica la direzione di marcia della storia, durante la quale si possono manifestare occasioni che non vengono colte, inversioni di tendenza o comunque si possono presentare ostacoli il cui superamento dipende essenzialmente dalla volontà umana e dalla forza con cui essa si sa esprimere. Possiamo dire, in sostanza, che il processo storico è uno degli elementi in gioco che prepara le occasioni storiche, ma al suo interno sono necessari quegli atti politici, basati sulla ragione e sulla morale, che soli permettono alla storia di avanzare.

 

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Nei momenti tumultuosi che stiamo vivendo, in cui i fatti si susseguono convulsamente, in cui si fanno più agguerriti coloro che vedono minacciati i propri interessi, in cui i fantasmi di un passato che si credeva ormai sepolto (il nazionalismo) si contrappongono all’esigenza di costruire il futuro su nuove basi (la solidarietà e l’unità fra i popoli), in cui sono in gioco grandi svolte e tragiche scelte, diventa sempre più difficile interpretare, prevedere e agire. L’esasperata accelerazione degli avvenimenti crea la sensazione che i fatti siano mossi da una loro logica travolgente e che ci sia poco spazio per chi vuole giocare il ruolo dell’attore. Il rischio che si corre in questa situazione è insomma di sentirsi paralizzati nel giudizio e nell’azione, rinunciando alla razionalità e alla coerenza nel timore di essere scavalcati o smentiti dalla realtà.

Questo timore non è certo infondato. Per fare solo qualche esempio, le prese di posizione dei federalisti riguardo al problema della riunificazione tedesca o al riconoscimento dell’indipendenza degli Stati baltici (apparse anche su questa rivista) andavano in un direzione diversa o contraria rispetto a quanto è poi avvenuto. Ma quale conclusione dobbiamo trarre da ciò? Dobbiamo optare per il silenzio, per la cautela, per il compromesso? Rispondere a queste domande è importante, perché è proprio nei momenti nello stesso tempo tragici e creativi che, attraverso la capacità di esprimere giudizi chiari e coerenti, una forza rivoluzionaria può giocare un ruolo indispensabile: quello di indicare senza ambiguità la direzione di marcia.

E il momento che stiamo vivendo è tragico e creativo nello stesso tempo, in quanto da una parte può essere compiuto un passo avanti verso l’obiettivo per cui i federalisti si battono (la pace universale) attraverso la creazione della Federazione europea, e dall’altra si corre il pericolo di vedere vanificata per lungo tempo una lotta di quasi cinquant’anni se sul principio dell’unione fra i popoli prevarrà il principio della disgregazione nazionalistica.

Non è dunque una pura esigenza metodologica tentare di chiarire quali devono essere, per una avanguardia rivoluzionaria, i criteri di interpretazione e valutazione di avvenimenti in fieri, ma è un’esigenza che mette in gioco la sua storia, il suo ruolo, la sua identità.

 

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In linea di massima si possono prendere in considerazione tre atteggiamenti nei confronti di avvenimenti in fieri. TI primo può essere definito opportunistico, e consiste nell’evitare di prendere posizione o nel prendere posizioni caute e attendiste per non essere smentiti dai fatti. E’ evidente che a volte è utile attendere l’evoluzione di certi processi in atto per poter dare un giudizio più fondato perché più documentato. Ma chi adotta l’atteggiamento opportunistico sa a priori che giudicherà positivamente il risultato dell’evolversi degli avvenimenti proprio perché la sua scelta di fondo è l’accettazione della realtà e non la volontà di mutarla.

Il secondo è quello cosiddetto realistico o pragmatico. Esso è proprio di chi deve gestire un potere e deve quindi essere molto attento a non giungere in ritardo all’appuntamento con i vincitori, per non perdere influenza e prestigio, e quindi potere. L’esempio dell’atteggiamento del governo americano nei confronti dell’evolversi della situazione nell’ex Unione Sovietica dopo il golpe di agosto è lampante: l’incondizionato appoggio a Gorbaciov e alla sua politica volta a mantenere l’unione fra le Repubbliche si è fatto sempre meno incondizionato, fino all’apertura a Eltsin e all’accettazione de facto della disgregazione, ossia della creazione di nuovi Stati sovrani.

Un altro chiaro esempio riguarda la posizione dei governi europei nei confronti del processo disgregativo in atto in Jugoslavia. Se da una parte essi sono schiavi del concetto di autodeterminazione delle nazioni che più volte hanno affermato e nei confronti del quale non vogliono smentirsi, dall’altra è sicuramente in gioco il cosiddetto realismo di chi avalla un’evoluzione in atto per il solo fatto che è in atto e che una certa soluzione appare vincente. Un simile atteggiamento è del tutto strumentale, e ciò appare in tutta la sua evidenza se consideriamo la contraddizione di cui sono vittime gli Stati europei, che da una parte stanno, sia pur faticosamente, rinunciando a parti sempre più rilevanti della loro sovranità per procedere verso l’unione e dall’altra avallano la nascita di nuove sovranità che producono disgregazione.

La differenza fra atteggiamento opportunistico e realistico consiste nel fatto che, mentre il secondo è consapevole, è il frutto di una scelta basata sulle regole del gioco di chi è alla ricerca di un consenso finalizzato alla lotta per il potere, il primo è meno limpido, in quanto si maschera spesso di realismo, mentre in realtà nasconde solo il timore che gli avvenimenti prendano una direzione che esso ha condannato e a cui si è opposto, e questo timore non può che essere imputato a considerazioni di «immagine» più che di coerenza e credibilità.

Per un Movimento rivoluzionario, né il realismo consapevole né quello opportunistico sono accettabili. Ciò non significa che bisogna scegliere un atteggiamento puramente «ideale», al di sopra e al di fuori della realtà: se si vuole incidere su di essa è evidente che di essa bisogna tener conto. Ma il necessario realismo in primo luogo va applicato all’azione, alle scelte di strategia, per le quali il non tener conto della realtà equivale a cadere nel velleitarismo, e in secondo luogo deve riferirsi non a posizioni che «appaiono vincenti», ma che hanno già vinto. Se infatti una situazione è ancora «aperta», in evoluzione, l’atteggiamento che si assume nei suoi confronti non è irrilevante per quanto riguarda il suo sbocco.

Dunque, la differenza fra chi mira a gestire una realtà data e ad acquisire il potere per questo scopo e chi mira a cambiare il mondo, ossia ad introdurre stabilmente in esso nuovi valori, sta nella capacità di assumere il terzo atteggiamento, quello rivoluzionario. Esso consiste nel valutare gli avvenimenti sulla base della loro convergenza o divergenza rispetto ai valori che si vogliono affermare.

Di fronte a ciò che sta accadendo nell’Est europeo e nell’ex Unione Sovietica, l’avanguardia rivoluzionaria federalista non può limitarsi a prenderne atto, ma deve condannare le scelte che vanno in direzione della disgregazione basata su rivendicazioni nazionalistiche e deve appoggiare le scelte che vanno in direzione dell’unione su basi federali. E se saranno le prime a imporsi, dovrà contribuire a ricostruire ciò che è stato demolito, nella consapevolezza che, non essendo venuta a patti con la realtà, la sua identità rimarrà intatta e rimarrà il punto di riferimento per tutti coloro che vorranno percorrere un nuovo tratto di strada verso l’unione e la solidarietà tra tutti gli uomini.

 

Nicoletta Mosconi

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