Anno XLIII, 2001, Numero 3, Pagina 198

 

 

LA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA E GLI OGM
 
 
La capacità dell’uomo di influenzare la selezione delle specie vegetali ed animali era ben nota a Charles Darwin allorché, nel presentare la sua rivoluzionaria teoria, precisò di aver usato consapevolmente l’espressione selezione naturale per distinguerla da quella artificiale, introdotta dall’uomo fin dall’antichità, come testimonia anche l’episodio biblico del prodigio di Giacobbe delle capre e delle pecore pezzate (Genesi).
Oggi l’ingegneria genetica è in grado di fare prodigi ben superiori rispetto a quello compiuto da Giacobbe. Fino a pochi decenni fa, i miglioramenti quantitativi e qualitativi nella produzione agricola si verificavano ancora in seguito alle innovazioni tecnologiche in campo meccanico e chimico e alle pratiche di selezione delle varietà vegetali ed animali. Ma la rivoluzione agricola alla quale stiamo assistendo oggi si basa su di un nuovo fattore che, per le sue enormi potenzialità, suscita al tempo stesso grandi speranze di soddisfare le esigenze alimentari di una popolazione mondiale in rapida crescita e molte preoccupazioni di ordine etico ed ecologico. Si tratta dell’applicazione, sempre più diffusa, delle tecniche di manipolazione genetica alle varietà vegetali ed animali. Grazie a queste tecniche è infatti possibile estrarre quei geni che determinano specifiche caratteristiche o la produzione di vitamine, tossine ecc. negli organismi d’origine ed inserirli nel genoma di altri, che mai avrebbero potuto combinarsi naturalmente con i primi, creando nuovi organismi modificati geneticamente (ogm). Di fronte a questa innovazione l’opinione pubblica è sconcertata e gli Stati, in particolare quelli europei, si stanno muovendo in ordine sparso sulla base della difesa dei propri interessi nazionali e delle reazioni emotive delle rispettive opinioni pubbliche.
Finché questa capacità è stata confinata al mondo della sperimentazione in laboratorio e a quello dell’applicazione medica, le preoccupazioni sugli eventuali pericoli connessi all’uso di questa tecnologia sono state circoscritte ai dibattiti fra scienziati. In ogni caso i benefici apparivano tali da cancellare ogni dubbio. Basti pensare a quanto è successo nel caso del gene umano per l’insulina inserito nel genoma di un batterio, cosa che ha reso finalmente possibile la produzione su scala industriale dell’insulina a scopo terapeutico. Le perplessità sono cresciute quando gli ogm sono entrati nella catena alimentare dell’uomo e parallelamente è emersa l’inefficienza delle istituzioni nel prevenire gravi fenomeni di contaminazione, come nei casi del morbo della «mucca pazza», del «pollo e dei pesci alla diossina», ecc.
C’è un episodio che illustra le contraddizioni di questa situazione. Nessuna campagna contestativa si è mai sviluppata contro il Batterius thuringensis quando la sua potente tossina era irrorata sulle coltivazioni agricole per proteggerle dalle infestazioni degli insetti, ma esso è diventato l’emblema del pericolo quando un suo gene è stato introdotto direttamente nel genoma delle piante per renderle capaci di produrre esse stesse le difese contro gli insetti capaci di distruggerle. Ora, bisogna riconoscere che la paura che si è diffusa e che ha fatto da incubatrice alla nascita di campagne e movimenti anti-ogm ha un fondamento reale: l’umanità si è dimostrata capace di creare e non più semplicemente di canalizzare la diversificazione delle specie. Ma si tratta di una conoscenza che non si può più distruggere, e che, come qualsiasi scoperta e invenzione, occorre governare.
 
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Nelle previsioni che si fanno sulla diffusione delle coltivazioni transgeniche nel prossimo futuro, non bisogna sottovalutare la capacità di diffusione che intrinsecamente possiede ogni nuova tecnica di coltivazione. Già in passato l’impatto delle nuove varietà sulla produzione di alimenti nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo fu enorme. In questi paesi, dal 1965 al 1969, la superficie coltivata con nuove varietà di sementi di frumento e riso frutto di incroci naturali passò da cento ettari a quasi quindici milioni di ettari, consentendo all’India di triplicare la produzione annua di frumento e alla Cina di raddoppiare la resa per ettaro nella produzione del riso e del frumento in un ventennio. Per quanto riguarda l’attuale produzione di ogm il trend sembra analogo, se si pensa che solo sei anni fa sono stati seminati i primi campi di prodotti transgenici negli USA e che oggi già il venti per cento della superficie di quel paese coltivata a grano impiega questo tipo di sementi. Nel mondo sono stati raggiunti venticinque milioni di ettari coltivati con sementi transgeniche.
Non è possibile tuttavia ignorare che una proliferazione incontrollata di ogm potrebbe provocare degli effetti dalle conseguenze imprevedibili sulla distribuzione mondiale di certe produzioni che, mettendo in seria difficoltà gli Stati coinvolti, creerebbe dei contraccolpi anche sul terreno della sicurezza. Basti pensare a quel che succederebbe alle Filippine, in cui il trenta per cento della popolazione dipende economicamente dalla produzione di olio di palma, qualora questo prodotto venisse estratto, come è ormai possibile, dalle piantagioni di canola transgeniche in Canada. D’altro canto, se anche in Europa e in Nord America si dovesse imboccare la strada della limitazione o diminuzione dei consumi pro capite (soprattutto di carne), questo non sarebbe ormai sufficiente per soddisfare le crescenti esigenze alimentari dell’Asia e dell’Africa. Quest’ultimo problema non può infatti realisticamente essere risolto dalla cosiddetta agricoltura organica o biologica, basata soprattutto sulla rotazione delle coltivazioni, sull’uso di concimi verdi e di metodi naturali di controllo di malattie e infestazioni: con questo tipo di tecniche si produrrebbe soltanto il 60-85% di quello che si ottiene con i metodi convenzionali, a meno di non aumentare le superfici coltivate, cosa che però avrebbe a sua volta come conseguenza l’aumento del consumo d’acqua e dell’erosione dei suoli. La via dell’agricoltura biologica sembra quindi per il momento parzialmente percorribile solo per quelle regioni, come l’Europa occidentale, che hanno raggiunto una notevole capacità di sovraproduzione agricola su scala continentale ed un benessere sufficiente per permettersi di mangiare di meno spendendo di più.
 
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Come vengono affrontate queste contraddizioni a livello delle scelte politiche degli Stati, delle proposte della società civile e del mondo scientifico?
Per quanto riguarda gli Stati, mentre gli USA e alcuni paesi, in primo luogo la Cina, tendono a favorire sul piano legislativo, commerciale e della ricerca la diffusione degli ogm, l’Europa cerca di frenarla. Va anche aggiunto che la distinzione fatta in Europa da diversi partiti e movimenti che si dichiarano a favore delle applicazioni transgeniche mediche, ma contro quelle in campo alimentare, si fonda sulla definizione di un confine sempre più difficile da stabilire da quando si è dimostrato che è possibile introdurre in diverse varietà vegetali — come il riso — geni capaci di produrre vitamine utili per debellare gravi malattie e da quando è evidente l’interazione tra ricerca biogenetica a scopo terapeutico ed applicazioni in campo agricolo.
Le ragioni di questi diversi atteggiamenti non hanno dunque una reale base scientifica o etica, ma sono il riflesso di una determinata situazione di potere. Gli USA cercano allo stesso tempo di conservare la propria leadership globale nel settore delle biotecnologie e delle esportazioni di prodotti agricoli in tutto il mondo. La Cina non vuole perdere terreno nell’applicazione di una tecnologia che le offre la prospettiva di consolidare la propria autosufficienza alimentare per affrontare una delle più grandi migrazioni mai verificatesi nella storia umana dalla campagna alle città (si parla di 150 milioni di persone), che imporrà un nuovo balzo in avanti nelle rese dei terreni agricoli in vista di un prevedibile aumento dei consumi pro capite. I paesi europei, che pure hanno contribuito alla ricerca e allo sviluppo delle biotecnologie, si trovano invece nella condizione di dover far fronte allo stesso tempo: al problema di riformare la politica agricola comune; alla necessità di adattare i rispettivi sistemi produttivi all’accresciuta concorrenza internazionale; alla prospettiva dell’allargamento dell’Unione a paesi che chiedono di beneficiare degli stessi vantaggi di cui hanno beneficiato per anni gli agricoltori della Comunità europea prima e dell’Unione europea poi; alla crisi di legittimazione delle autorità nazionali ed europee per quanto riguarda il controllo sanitario dopo l’evidente impotenza e inefficienza dimostrata nel gestire la crisi della «mucca pazza». In Europa regna dunque una gran confusione in materia, ben riassunta dalle decisioni della Commissione europea che, dal 1990, ha emanato direttive che hanno cercato di conciliare l’applicazione del principio di precauzione nella produzione e nel consumo degli ogm con il desiderio di non penalizzare le industrie nazionali delle biotecnologie. Il risultato è che quando nel 2002 verrà emanata una nuova direttiva, in cui sarà posto l’accento sull’opportunità di consentire ai consumatori di riconoscere i prodotti trattati geneticamente attraverso un’apposita etichettatura, in alcuni paesi oltre il 40% del mais in commercio testato presenterà già tracce di ogm (secondo i dati dell’agenzia francese per la sicurezza alimentare) e saranno ancora coltivati in campo aperto numerosi raccolti transgenici di mais, barbabietole, colza, patate, girasoli, uva, pioppi, caffè, tabacco, foraggi ecc. In realtà, anche se l’Europa riuscisse a mettere completamente al bando gli ogm, decisione che non potrebbe essere presa senza una forte tensione commerciale con gli USA e la Cina, sarebbe difficile riprendere il pieno controllo sull’origine naturale dei prodotti immessi nella catena alimentare degli Europei. Un’origine, detto incidentalmente, già comunque persa da tempo e di cui nessuno finora si era curato, visto che il frumento, il riso, le patate, i pomodori e le fragole di cui ci cibiamo, per citare solo alcuni degli alimenti, non sono più prodotti con le varietà naturali originarie, da tempo scomparse.
Per quanto riguarda l’atteggiamento dei movimenti di protesta contro gli ogm, esso non è stato finora molto diverso da quello dei movimenti pacifisti. Mentre questi ultimi reclamano lo smantellamento degli arsenali, i primi chiedono lo sradicamento delle coltivazioni transgeniche e il boicottaggio degli alimenti che contengono tracce di ogm. Ma l’abolizione delle armi esistenti, come quella dei raccolti considerati dannosi, non eliminerebbe la capacità dell’uomo di costruire nuove bombe e sperimentare nuovi ogm. Occorre dunque porsi il problema degli strumenti politici adeguati a livello mondiale per sottoporre la ricerca e la produzione di ogm ad un controllo più sicuro.
Sul fronte delle reazioni del mondo scientifico, come ha messo in evidenza un recente Rapporto americano,[1] possiamo isolare cinque aspetti generali che riguardano il dibattito sugli ogm. Tre di questi sono stati analizzati dal Rapporto, e riguardano i pericoli per la salute umana, la possibile contaminazione dell’ambiente naturale, le minacce derivanti dall’eventuale comparsa di forme più resistenti di malattie delle piante. Gli altri due sono stati esclusi dallo studio, e si riferiscono ad eventuali ripercussioni sull’agricoltura del Terzo mondo e alle obiezioni di principio contro interventi considerati «innaturali». Il Rapporto prende in esame solo i prodotti in sé e non i processi che li hanno creati, dichiarando esplicitamente nell’introduzione di «non occuparsi di questioni di principio o filosofiche o sociali, né di questioni collegate alle informazioni da fornire ai consumatori sulle etichette dei prodotti ogm commercializzati, né di questioni relative al commercio internazionale». Questo approccio, indipendentemente dal giudizio che si può dare sulle conclusioni di questo Rapporto, che sono fin troppo ottimiste riguardo all’efficacia dei controlli esistenti, delimita chiaramente il campo che può essere indagato scientificamente da quello che rientra nella sfera della politica e dei rapporti internazionali. Ma questo è presumibilmente quanto qualsiasi altro comitato scientifico nazionale o internazionale potrebbe fare. Si tratta di prendere coscienza che nessun organismo di tipo tecnico o comitato di esperti potrà prendere decisioni che in ultima analisi devono essere prese in sede politica da organi politici.
Recentemente Gordon Conway, attuale presidente della Rockefeller Foundation, una fondazione che ha finanziato importanti ricerche nel campo dell’ingegneria genetica, ha affermato che, «per superare l’ostilità di massa agli organismi geneticamente modificati, l’ideale sarebbe una Authority indipendente su scala europea, se non addirittura mondiale. Un ente super partes, che sia in grado di testare i prodotti transgenici sia nei loro effetti sull’ambiente che sulla salute umana».[2] Si tratta di una proposta tesa a rassicurare con argomenti scientifici l’opinione pubblica, disorientata dalla confusione delle decisioni politiche e dallo scontro di interessi contrapposti. Ma quale sarebbe il potere decisionale e sanzionatorio di questa Autorità? Anche qualora dovesse essere istituita, difficilmente potrebbe produrre analisi e conclusioni molto diverse da quelle del citato Rapporto del National Research Council. Del resto in Europa la Commissione europea ha già previsto l’istituzione di un’Autorità alimentare sulla base di tre principi: indipendenza, eccellenza e trasparenza. Ma essa ha anche stabilito che la gestione delle situazioni di rischio debba rimanere nell’ambito delle attuali istituzioni comunitarie, cioè nell’ambito delle norme di controllo concordate dagli Stati. Con ciò si ammette che questa nuova Autorità sarà in ultima analisi sottoposta alla politica intergovernativa degli Stati membri.
Il problema è purtroppo più generale, e il ritardo accumulato su scala mondiale dai processi di unificazione regionali rischia di innescare delle crisi sempre più gravi nel campo dello sfruttamento delle biotecnologie. La produzione e la commercializzazione incontrollate di ogm sono infatti il risultato degli squilibri agricoli che si sono generati su scala continentale e globale. Questi squilibri, essendo strettamente riconducibili alle politiche energetiche, produttive e commerciali condotte dagli Stati e in particolare da quelli più estesi, popolati e sviluppati, dipendono da precise responsabilità politiche nazionali. A questo punto, un problema di tale portata non può più evidentemente essere affrontato e risolto attraverso una riforma più o meno profonda delle istituzioni e degli organismi internazionali esistenti o attraverso la nascita di nuovi enti analoghi in un mondo frammentato in quasi duecento Stati. Né la creazione di un governo democratico del mondo è un obiettivo raggiungibile nell’immediato. Occorre quindi individuare una fase transitoria che consenta innanzitutto di invertire la rotta per quanto riguarda il caos biotecnologico, e che renda credibile e percorribile la strada della creazione di grandi federazioni regionali continentali, come primo passo verso la creazione di una Federazione mondiale. Si tratta di un problema non nuovo, già preso in considerazione prima della creazione delle Nazioni Unite, e già analizzato da storici dello sviluppo urbano come Lewis Mumford, che si avvicinò al pensiero federalista nel momento in cui esso divenne politicamente attivo a livello europeo e mondiale. Egli, negli anni Trenta, studiando il problema dell’irrazionale sfruttamento delle risorse agricole e del territorio, giunse alla conclusione che l’unica soluzione consisteva nella creazione di una «Federazione mondiale basata su regioni equilibrate dal punto di vista della produzione e dei consumi agricoli».
 
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Alla luce delle precedenti osservazioni, è possibile accennare a due conclusioni. La prima riguarda l’evoluzione degli equilibri internazionali e la seconda si riferisce al futuro della ricerca scientifica e al regime di regolamentazione della proprietà intellettuale.
Sul piano internazionale, appare sempre più colpevole ed irragionevole il comportamento degli Europei, che nel corso di oltre cinquant’anni non sono stati in grado di andare oltre la creazione di una debole struttura istituzionale a livello europeo in cui, accanto ad embrionali espressioni di democrazia sovranazionale e di potere monetario continentale, continua a prevalere la volontà degli Stati membri dell’Unione di non cedere la propria sovranità. Ciò si è riflesso e continuerà a riflettersi in modo negativo su tutti gli aspetti più importanti della politica interna ed estera dei paesi europei. Basti pensare, per rimanere ai temi che stiamo trattando, alla crisi in cui versa ormai la politica agricola comune europea,[3] al punto che il cancelliere Schroeder ha potuto proporre una Federazione europea che preveda il ritorno della politica agricola sotto il controllo degli Stati nazionali. Oppure al fatto che il ministro francese per la ricerca può dichiarare che non è necessaria la trasposizione nella legislazione nazionale del suo paese delle direttive europee nel campo della sicurezza biotecnologica, in quanto in Francia sono già in vigore norme più severe in merito.
Quanto più rapidamente l’opinione pubblica e la classe politica prenderanno coscienza del fatto che per incominciare ad affrontare efficacemente i problemi posti dalle nuove tecniche di manipolazione genetica occorre risolvere innanzitutto un problema politico, e non tecnologico, tanto minori saranno i danni che un uso incontrollato degli ogm potrà produrre. Questa presa di coscienza è resa ancora più urgente dall’evidente relazione che esiste tra le scelte fatte nel campo della politica estera e della sicurezza dai grandi Stati continentali e la possibilità o meno di ridurre gli squilibri tra paesi ricchi e paesi poveri. Né i paesi europei, né le istituzioni dell’Unione europea attualmente sono in grado di esercitare alcun ruolo guida su questo terreno. E’ facile prevedere che se almeno un gruppo di paesi europei non saprà mostrare al più presto al mondo di essere in grado di creare uno Stato federale, ben difficilmente negli altri continenti potranno manifestarsi altrettante importanti spinte verso la creazione di nuove federazioni regionali e, di conseguenza, ben difficilmente si potrà sperare di ridurre gli squilibri produttivi e commerciali che sono all’origine dello sviluppo anarchico, e in quanto tale pericoloso, che sta assumendo l’uso dei nuovi prodotti ogm.
Per quanto riguarda il futuro della ricerca scientifica nel campo della genetica, nonostante le grandi preoccupazioni suscitate nell’opinione pubblica dalla prospettiva di nuove scoperte in questo campo, continua a valere quello che Einstein osservò negli anni Trenta:[4] è la tecnologia, o scienza applicata, che pone continuamente l’uomo di fronte a problemi di estrema gravità, non la scienza. A questo proposito basta osservare che le scoperte scientifiche in campo biogenetico sono solo agli inizi: ancora oggi non si è in grado di stabilire con certezza il numero di specie viventi esistenti e, di queste, solo una piccola parte è catalogata e studiata, come dimostra la discrepanza tra la stima fatta dagli scienziati sul numero di virus esistenti (400 000) e quelli effettivamente catalogati (solo 1550!).[5] Nessuno è in grado di prevedere quali conseguenze avranno le ricerche incrociate tra biogenetica e biodiversità. Quello che si può prevedere è che le applicazioni che ne conseguiranno avranno degli effetti più o meno positivi per il futuro dell’umanità in funzione delle istituzioni che l’uomo saprà creare. Infatti, anche per quanto riguarda le biotecnologie, il rapporto fra applicazioni scientifiche e soddisfacimento di nuovi bisogni può trovare solo nello Stato un decisivo fattore di governo delle spinte innovative e di educazione della società al loro impiego. Ora, ciò non può accadere nel frammentato quadro statuale europeo, dove l’innovazione, che pure continua a manifestarsi in vari campi, da tempo non è più sottoposta a un vero potere di controllo nazionale, e dove manca la capacità di influenzare l’equilibrio di potere mondiale che a sua volta determina gli indirizzi di governo delle varie organizzazioni ed agenzie internazionali.
Più in generale, sul piano internazionale non è casuale il fatto che il dibattito in ambito WTO ed ONU sul rapporto tra ricerca pubblica e ricerca privata e sulla regolamentazione della proprietà intellettuale, cioè su due aspetti fondamentali del governo delle applicazioni scientifiche nell’ambito dei confini di qualsiasi Stato, appaia senza sbocchi concreti. In particolare il dibattito sul futuro dei diritti della proprietà intellettuale sta mettendo in evidenza una differenza di interessi al momento insanabile tra i paesi ricchi, come gli USA, che puntano a rafforzare il principio di più esteso sfruttamento commerciale su scala internazionale dei brevetti anche in campo biotecnologico, e i paesi meno sviluppati, con in testa la Cina e l’India, che insistono sul loro diritto a tutelare i rispettivi mercati e a non condividere i dati sui propri patrimoni genetici naturali.[6] Ebbene, in questo quadro gli Europei continuano ad essere assenti e non hanno alcuna influenza reale per proporre delle soluzioni innovative.
 
Franco Spoltore


[1] Genetically Modified Pest-Protected Plants: Science and Regulation, Rapporto prodotto da una commissione di studio del National Research Council, National Academy Press, 2001.
[2] Il Sole 24ore, 16 settembre 2001.
[3] Su questo problema vedi: Alfonso Sabatino, «La riforma della politica agricola comune e la Costituzione europea», in Il Federalista XLIII (2001), pp. 101 e segg.
[4] Albert Einstein, Pensieri degli anni difficili, Torino, Boringhieri, 1981.
[5] W. Wayt Gibbs, «On the Termination of Specie», in Scientific American, Novembre 2001.
[6] Si veda in proposito l’articolo «China opposition may delay plant genes agreement», apparso sul Financial Times del 24 ottobre 2001.

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