Anno XXXVII, 1995, Numero 2, Pagina 96

 

 

Un nucleo federale per unire l’Europa*
 
KARL LAMERS
 
 
Le riflessioni sul corso futuro del processo di unificazione europea che il gruppo parlamentare della CDU/CSU ha pubblicato sei mesi fa, hanno aperto in tutta Europa un dibattito ampio e spesso vivace, che dura tuttora. Anche in Italia si è avuta all’inizio una reazione assai viva, che peraltro non è durata a lungo. Comunque l’ampiezza straordinaria di questo confronto di opinioni a livello europeo dimostra l’esattezza della nostra analisi della situazione e sottolinea la necessità di un approfondimento della discussione.
Per la prima volta un documento politico di questo tipo ha creato un’opinione pubblica europea. Infatti ovunque e contemporaneamente si è discusso dello stesso tema: l’Europa. Un’opinione pubblica europea è indispensabile per lo sviluppo di un’Europa democratica, e per questo siamo soddisfatti di questo dibattito, ed io in particolare mi rallegro di poterlo continuare oggi con voi.
Nelle nostre riflessioni ci siamo lasciati guidare dalla convinzione che il processo di unificazione europea è arrivato ad un bivio, che cioè gli Europei devono decidere in che direzione andare: se vogliono andare avanti o se vogliono rimanere fermi; ma tenendo presente che restare fermi, di fronte alle straordinarie sfide davanti alle quali siamo posti all’interno e all’esterno dei nostri Stati, significa ritornare indietro. Se gli Europei non vanno avanti, essi non avranno futuro. O avranno un futuro comune, o non ne avranno alcuno. Sa Dio che questa non è una novità, ma di fronte ad una discussione che talvolta appare confusa e fuorviante si deve ricordare che gli interessi vitali di tutti gli Europei sono gli stessi. Dobbiamo essere consapevoli di questa identità di interessi non solo quando ci sforziamo di affermarli all’esterno, ma anche quando ci occupiamo del benessere delle nostre nazioni. L’aumento dell’interdipendenza ha da tempo dato alla nostra civiltà una dimensione sovranazionale che si estende dall’economia alla criminalità organizzata internazionale. Le istituzioni dello Stato nazionale non sono in grado di fornire un’adeguata risposta a questa realtà sovranazionale, e sono perciò necessarie — tutti lo riconoscono — istituzioni adeguate, cioè istituzioni europee. L’unico punto controverso, ma anche decisivo, è se sia sufficiente una cooperazione intergovernativa, oppure se siano necessarie istituzioni comunitarie, se cioè l’Europa debba essere federale, come dicono i Francesi, usando peraltro il termine in un falso significato, oppure debba essere una Unione di Stati nazionali più o meno salda. Noi, cioè il gruppo parlamentare della CDU/CSU (e non solo noi, bensì i Tedeschi rappresentati dalla maggioranza parlamentare), crediamo che una collaborazione intergovernativa non basti e sia tanto più insufficiente quanto più si prolunga nel tempo.
Naturalmente siamo consapevoli che la futura configurazione dell’Europa, cioè la sua costituzione, rappresenta una novità storica e si differenzierà dagli attuali modelli di federazioni di Stati o Stati federali. Ma ciò non toglie che sia inevitabile collocare questa esperienza facendo riferimento a modelli consolidati nella storia. E’ il caso in particolare di ricordare l’esperienza storica per cui «esistono due tipi di federazioni di Stati: quelli che evolvono trasformandosi in Stati federali, e quelli che si disgregano» (Jean Monnet). L’Unione europea è oggi già qualcosa di più di una confederazione di Stati e presenta talvolta chiari caratteri federali.
La parola federalismo oggi minaccia di confondere il dibattito politico piuttosto che chiarirlo, tanto che in Francia così come in Gran Bretagna, si attribuisce a questa espressione un significato opposto rispetto a quello in uso in Germania. In Germania federalismo significa principio di divisione del potere tra diversi livelli dell’attività statale. Per questo noi lo consideriamo un modello per la costruzione dell’Europa, poiché tutti gli Stati membri dell’Unione europea vogliono conservare a favore degli Stati nazionali la più grande quantità possibile di competenze e ambiti di intervento. I timori che vengono espressi qua e là relativamente al fatto che noi mireremmo a ridurre la Francia o la stessa Germania allo stesso status della Baviera o del Texas, sono assurdi e pretestuosi. Lo Stato nazionale anche in futuro giocherà un ruolo decisivo, soprattutto come garante dei diritti e delle libertà civili. Esso ha anzi già assunto una nuova fondamentale funzione come rappresentante degli interessi nazionali nei confronti dell’Europa.
 (Del resto come tedesco non posso fare a meno, in questa discussione sul federalismo europeo, di ricordare che furono la Francia el’Inghilterra, in qualità di vincitrici, ad imporre nel 1949 alla Costituzione tedesca una struttura fortemente federalista. Questa non solo si è dimostrata un vantaggio per gli Stati membri — i Länder —, ma è senza dubbio anche alla base della forza della Germania oggi. L’astuzia della storia sembra essere in questo caso non solo un’invenzione di Hegel).
Ancor più fuori luogo è il sospetto che noi vogliamo liquidare le nazioni. Al contrario è nostra convinzione che l’Europa assicuri il futuro delle sue nazioni nel momento stesso in cui assicura il proprio. La crescente incapacità delle nazioni di risolvere i propri problemi esistenziali in un quadro nazionale e attraverso lo Stato nazionale è una delle cause che minacciano la loro stessa identità. Proprio a causa dell’inadeguatezza, che nessuno nega e che è oggettivamente indiscutibile, dell’azione degli Stati nazionali abbiamo parlato della sovranità dello Stato nazionale come di un guscio vuoto, ma non abbiamo negato la legittimità della nazione come sovrano. Tuttavia, quando il sovrano non è più capace di prendere decisioni e non ha più il potere di agire, ciò ha necessariamente delle conseguenze sulla sua identità.
In realtà nel dibattito sul federalismo la questione da porsi è se l’Europa debba avere o meno, dal punto di vista della sua natura giuridica, la fisionomia di uno Stato. Ciò è d’altro lato legato alla scelta fra un meccanismo di funzionamento degli organi europei di tipo intergovernativo e uno di tipo comunitario, cioè basato sul principio delle decisioni a maggioranza. Questo principio non è solo un criterio teorico per definire la natura giuridica dell’Unione: esso costituisce anche un fondamento pratico essenziale della sua capacità d’agire.
Nessuno, senza eccezioni, ha contestato nel corso del dibattito dei mesi passati l’incondizionata necessità di un miglioramento dell’efficienza dell’Unione attraverso un miglioramento della sua capacità di agire. Al contrario tutti lo hanno sottolineato. Nessuno però è stato in grado di spiegare come questa possa essere migliorata senza l’introduzione o l’ampliamento del principio di decisione a maggioranza. La capacità di azione di tutte le nazioni organizzate democraticamente si basa sul principio della maggioranza (solo le società più semplici, come quelle tribali, possono permettersi il lusso di una democrazia fondata sul consenso generale). Tutti i sistemi sovrastatuali basati sul consenso mettono quotidianamente davanti ai nostri occhi la loro radicale inefficienza. L’alternativa è: più riunioni o decisioni a maggioranza.
Non si può ignorare che l’Unione europea prende già delle decisioni a maggioranza con efficacia giuridica immediata per tutti i cittadini di ciascuno Stato membro; e in questo senso in sostanza ha già da tempo passato il Rubicone. In relazione all’uso di tale metodo si è confermata nell’Unione europea un’esperienza che vale per tutte le istituzioni democratiche anche sul piano nazionale: esso viene utilizzato molto più raramente di quanto sarebbe giuridicamente possibile. Ma la necessità di tener conto dei rispettivi punti di vista è così impellente a livello sovranazionale da rendere impensabile che la ghigliottina del voto a maggioranza sia azionata dopo un breve dibattito. In realtà il principio della maggioranza si presenta come una via al compromesso e quindi alla realizzazione del consenso, e come il più forte e indispensabile strumento di pressione per raggiungere questo scopo.
Il fondamento pratico del principio del voto a maggioranza nell’Unione europea è costituito dall’identità di interessi dei suoi membri nelle questioni fondamentali. Senza di essa l’intero progetto dell’unità europea sarebbe condannato a fallire, con o senza il principio di maggioranza. Identità di interessi significa anche dipendenza reciproca. Da ciò consegue che il pericolo che uno Stato possa essere battuto in una votazione a maggioranza su una questione magari non fondamentale ma tuttavia di considerevole importanza è limitato. Un caso del genere non si è, a tutt’oggi, ancora verificato nell’Unione.
Questa prospettiva deve essere tenuta separata da quella che distingue tra decisioni giuste e sbagliate. La convinzione che una decisione possa essere sbagliata non è un argomento che si possa sostenere per respingere il principio della decisione a maggioranza: la questione se una decisione sia giusta o sbagliata si risolve sempre a posteriori. Perciò noi restiamo dell’idea che nel primo pilastro dell’Unione il veto debba essere sempre più ridotto, mentre le decisioni a maggioranza debbano diventare la regola. Lo stesso deve valere in linea di principio per una politica estera, di sicurezza e di difesa comuni, nonché per la politica interna e della giustizia.
L’ultimo argomento contro il principio delle decisioni a maggioranza nell’azione di un’entità europea nell’esercizio delle sue prerogative è costituito dalla mancanza di un popolo europeo come sovrano, che legittimi questa azione.
A questo argomento, apparentemente incontrovertibile, non è possibile rispondere in maniera esaustiva nell’ambito di un breve rapporto come questo. Tuttavia si può accennare che l’argomentazione, apparentemente così convincente, si fonda sul presupposto che le società europee abbiano trovato nelle nazioni e negli Stati nazionali la loro configurazione definitiva. Definitiva è però solo la fine. La storia non conosce alcun traguardo finale. Il francese Raymond Aron dice: «Lo Stato nazionale non è il fine della storia». Se le nazioni europee non svilupperanno ulteriormente la loro configurazione, se esse cioè non continueranno a trasformarsi, si troveranno presto alla fine del loro cammino storico.
Che questo non sia il caso lo dimostra il processo di unificazione europea, che è appunto la conseguenza di una presa di coscienza europea —in primo luogo ai vertici. Ma la politica europea condotta dalle istituzioni europee consente il diffondersi del processo di consapevolezza anche tra i popoli e nelle grandi masse. La storia mostra in maniera incontestabile che i popoli non sono mai stati, ma sono sempre diventati, e che il fattore decisivo dell’acquisizione di una coscienza comune è stata l’esperienza della soggezione a un potere comune. Questo d’altro canto è stato sempre opera delle élites, cioè di quella che oggi si usa chiamare leadership politica, la cui responsabilità nel processo di unificazione europea non può essere sostituita con dei referendum. Il problema della leadership politica è in genere costituito più dalle sue divisioni interne che da un conflitto con il popolo. Il popolo infatti è consapevole della necessità dell’Europa. Ma quale forma particolare questa debba realmente assumere è un compito che il popolo non può sottrarre ai dirigenti politici. E in definitiva: perché mai alle soglie del ventunesimo secolo non dovrebbe essere possibile tra le nazioni europee ciò che è stato possibile all’inizio del diciottesimo secolo tra la nazione inglese e quella scozzese, che crearono un’unione attraverso l’Act of Union del 1707, ratificato da entrambi i parlamenti nazionali a Londra e ad Edimburgo?
Così questo argomento della presunta impossibilità di una legittimazione democratica della sovranità dello Stato, si dimostra come un circolo vizioso: l’Europa non può esistere perché non esiste un popolo europeo, e un popolo europeo non c’è perché non c’è l’Europa. Questo è un modo di pensare statico che non tiene conto della dinamica dei processi storici. Esso è solo apparentemente logico; in realtà è spiegabile solo in chiave psicologica, sulla base dell’insicurezza e della paura, solo in parte scusabili, che si manifestano nei confronti della prospettiva di dover abbandonare istituzioni e strutture che hanno garantito, nel corso dei secoli, la sicurezza dei cittadini (anche se oggi si tratta di una sicurezza solo apparente). O per meglio dire, di doverle abbandonare molto più in fretta di quanto sia mai avvenuto prima in simili processi storici, poiché il processo attuale ha assunto un ritmo angosciosamente rapido e in costante accelerazione. Paura e timidezza caratterizzano oggi l’atteggiamento nei confronti dell’Europa: esse sono i nostri veri nemici.
 
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L’idea del «nucleo» è stata il punto centrale del dibattito suscitato dalle nostre proposte. Al riguardo i fraintendimenti consapevoli e voluti sono stati più numerosi di quelli inconsapevoli e non voluti.
Tuttavia ormai nessuno insiste più nell’affermare che noi avremmo proposto la creazione di un gruppo chiuso e istituzionalizzato, e quindi di un’Europa divisa in due categorie di Stati. In generale la necessità di una maggiore flessibilità, da cui discende la nostra proposta di una geometria variabile, viene considerata indispensabile, poiché è unanimemente riconosciuto che non tutti gli attuali membri, e ancor meno quelli futuri, vogliono o possono partecipare contemporaneamente a tutti i settori della politica comunitaria. Alcuni di essi però lo vogliono e lo possono; essi costituiscono quindi il nucleo solido, così come noi lo abbiamo definito. La nascita di tale nucleo solido non può essere impedita, se si accetta l’idea della geometria variabile. Da ciò consegue la necessità di modificare gli articoli N e K9 del Trattato di Maastricht, che prescrivono l’unanimità per le modifiche al Trattato e per il trasferimento delle materie regolate a livello intergovernativo, nei settori della politica interna e della giustizia, alla competenza comunitaria. Diversamente non potrebbe essere realizzato l’obiettivo di impedire che, secondo la formula usata dal Cancelliere Kohl, la nave più lenta determini la velocità dell’intero convoglio. Come si dice nell’accordo di coalizione del governo tedesco, «tutti gli Stati membri dell’Unione europea devono poter prendere parte su di un piede di parità alla progressiva integrazione europea, ma la resistenza di singoli Stati membri non può ostacolare i progressi verso l’integrazione». Ne consegue che, quantomeno nella prospettiva dell’allargamento, un’adeguata revisione istituzionale del Trattato di Unione appare indispensabile. Se non si permette ad un «gruppo di testa» (come è stato definito dal governo olandese in un suo documento) di organizzarsi nel quadro del Trattato di Unione, tale gruppo lo farà al di fuori dell’Unione. Ma in questo modo la collaborazione potrebbe essere solo di tipo intergovernativo e in tal caso il pericolo di un’Europa divisa in due categorie di Stati sarebbe più reale. Si tratterebbe di una soluzione di ripiego, ma che potrebbe comunque raggiungere l’effetto desiderato, come è dimostrato dall’accordo di Schengen: già altri quattro membri si sono aggiunti ai cinque iniziatori, e altri seguiranno.
La creazione di un tale nucleo o gruppo di testa costituisce un completamento necessario e inevitabile di un’altrettanto necessaria flessibilità istituzionale, fintantoché tutti gli Stati non possono o non vogliono partecipare a tutte le politiche dell’Unione.
Attraverso la flessibilità, che noi abbiamo chiamato geometria variabile, si ottiene una struttura complessa, costituita da cerchi sovrapposti. In essa prevarranno le forze centrifughe, se non è presente una forza che determini la direzione di movimento del complesso. Questa è esattamente la funzione del nucleo, così come noi lo intendiamo. L’intero sviluppo del processo di unificazione europea si è realizzato in questo modo. Il funzionamento del nucleo si basa sul fatto che lo spazio di movimento degli Stati non membri di questo nucleo è determinato in misura prevalente, nelle materie in cui gli Stati del nucleo portano avanti una politica comune, da questi stessi Stati. Gli altri, non facendo parte del gruppo, non hanno il potere di condizionarne la politica. Questa situazione, prima o poi, verrà sentita come insostenibile e tutti vorranno diventare membri del gruppo: il nucleo eserciterà un effetto magnetico e nel lungo periodo esso diventerà superfluo. Già la semplice proposta di creare un nucleo, come quella che noi abbiamo fatto, ha avuto chiaramente questo effetto, poiché da allora abbiamo verificato un cambiamento di tendenza: invece di un dibattito sull’opting-out si ha ora un dibattito sull’opting-in (sul partecipare invece che sullo star fuori). In conclusione, la prospettiva di andare avanti in ogni caso e di ottenere un risultato soddisfacente fra i quindici membri dell’Unione europea alla Conferenza intergovernativa del 1996 è tanto migliore quanto più forte sarà la determinazione di un piccolo gruppo.
Accanto a questo modo di vedere il nucleo dal punto di vista funzionale, è necessaria anche una visione politico-psicologica: se i popoli devono affidare il loro destino, nelle questioni esistenziali, alla codecisione di altri, essi devono avere fiducia gli uni negli altri. Una tale fiducia come fondamento per la costruzione dell’Europa può nascere solo nell’ambito di un numero limitato di Stati. L’Europa dunque deve nascere a partire da un gruppo ristretto.
Se il nucleo è definito dalla partecipazione dei suoi membri a tutte le politiche, esso sarà, nelle attuali circostanze, composto da un numero troppo ristretto di Stati. Questo sarebbe un grave handicap. Esso risulterebbe dal fatto che alcuni Stati non vogliono partecipare ad alcune politiche, come accade per l’Unione monetaria nel caso della Gran Bretagna e della Danimarca o per la costruzione di una comune difesa europea, come accade nel caso degli Stati neutrali. Altri probabilmente non potranno partecipare all’Unione monetaria.
A causa dell’atteggiamento o delle difficoltà di alcuni Stati quali l’Inghilterra, l’Italia o la Spagna, l’Unione monetaria costituisce il nocciolo del problema. E indipendentemente da questo, essa è il problema chiave del processo di unificazione europea. Prima di motivare questa affermazione, voglio esprimere la mia ferma convinzione che le turbolenze monetarie delle ultime settimane hanno sottolineato ancora una volta e in maniera drammatica la necessità dell’Unione monetaria.
Il dibattito dei mesi passati si è sempre più concentrato sul rapporto tra l’Unione economica e l’Unione politica. Tuttavia questa contrapposizione è fuorviante. L’Unione monetaria è una parte dell’Unione politica, anzi, ne è la parte centrale: essa è — come è già stato detto — la prima forma dell’integrazione; attraverso di essa la sovranità nazionale degli Stati viene esercitata in comune da un organo europeo nel quale esperti del settore prendono decisioni a maggioranza, indipendentemente dalle direttive nazionali. Le decisioni di politica monetaria della Banca centrale europea limitano lo spazio nel quale i parlamenti nazionali possono fare una politica di bilancio, fiscale, economica e sociale. In questi settori la pressione sugli Stati membri perché portino avanti una politica coordinata, sulla base delle indicazioni della Banca centrale europea orientate al mantenimento della stabilità, sarebbe molto forte. Opporvisi sarebbe possibile solo a prezzo di forti reazioni all’interno e all’esterno. Vero è che comportamenti improntati alla mancanza di solidarietà e, in ultima analisi, irrazionali, in determinate circostanze non possono essere esclusi in politica. Per questo i meccanismi di coordinamento della politica economica devono essere applicati in maniera rigorosa dopo l’ingresso nella terza fase e forse devono essere migliorati ulteriormente, e l’Unione politica deve essere rafforzata anche nelle altre sue parti.
Ne va della sua solidità, della sua coesione, dell’armonizzazione di tutte le sue politiche. Ogni politica comporta degli impegni finanziari. La politica monetaria di una Banca centrale europea non può andare in una direzione mentre le altre politiche degli Stati membri vanno in un’altra. Per questo nella Conferenza di revisione del 1996 si tratterà, per esprimersi con precisione, non di istituire l’Unione politica accanto all’Unione monetaria, bensì di completare la costruzione dell’Unione politica, di cui l’aspetto economico è già compiutamente regolato nel Trattato di Maastricht, mentre le altri parti sono ancora incomplete. Questo aspetto è stato sottolineato già a Maastricht dal Cancelliere Kohl, che ha conseguentemente fatto pressione per una rapida prosecuzione della costruzione dell’Europa già nel 1996.
Ma non vi è solo un’interdipendenza diretta e concreta tra l’Unione monetaria e i quattro settori politici che ho citato; esiste anche un legame indiretto con tutti i settori della politica che comportano una spesa e, al di là di questo, anche un legame di natura psicologica: un’Unione monetaria richiede un consenso completo e una completa solidarietà tra i suoi membri in tutte le questioni esistenziali, non ultime quelle che riguardano la guerra e la pace. Da queste ragioni deriva l’insistenza con cui la Germania chiede una politica estera, di sicurezza e di difesa comuni, nonché un esercito comune europeo. L’aspetto monetario dell’Unione politica non costituisce per la Germania uno strumento contrattuale. L’Unione monetaria è nel lungo periodo anche un interesse della Germania. Ma ai Tedeschi la richiesta di una solidarietà tra gli Stati membri dell’Unione che non sia basata solo sulla moneta sembra tanto più giusta in quanto essi sono consapevoli che la loro sovranità sul piano monetario è ancora intatta. Per questo motivo l’interesse dei loro partners per l’Unione monetaria è forse più forte del loro. Un’Unione politica limitata alla moneta e all’economia è difficile da far accettare ai cittadini tedeschi.
Il carattere cruciale del progetto dell’Unione monetaria emerge anche da un altro punto di vista, che bisogna prendere in considerazione per misurare il suo significato politico. Questo aspetto chiarisce contemporaneamente il fondamento del timore che nasca un’Europa divisa in due categorie di Stati. Lo scopo di una politica di stabilità, da realizzare attraverso i criteri di convergenza dell’Unione monetaria, è un programma di ammodernamento economico e sociale che comporta, per i paesi partecipanti, degli adattamenti dolorosi. La sua necessità non trova tuttavia il suo fondamento nell’Unione monetaria, bensì, da un lato nel profondo e sempre più rapido cambiamento strutturale dell’economia, dall’altro nel peggioramento della concorrenzialità dell’Europa. L’Unione economica e monetaria è lo strumento per realizzare in comune gli adattamenti necessari. Del resto essi possono essere realizzati in modo duraturo solo se sono portati avanti in comune, perché le economie europee sono strettamente interdipendenti e sono già avviate su di una strada comune. Gli Stati dell’Unione si sono agganciati gli uni agli altri per percorrere insieme la difficile strada verso la meta dell’Unione economica e monetaria. L’Europa è un grande progetto senza la cui realizzazione non è possibile raggiungere lo scopo della modernizzazione delle società e delle economie europee, e il suo perseguimento è tanto più difficile quanto più forti sono i ritardi negli adattamenti. Questi ritardi sono molto diversi da uno Stato all’altro, ma in ogni caso di essi sono responsabili esclusivamente gli Stati nazionali. Ciò è stato espresso con notevole chiarezza e sinteticità nella relazione della Commissione costituita dal primo ministro Balladur sotto la presidenza di Alain Minc.
Per i politici nazionali è tuttavia grande la tentazione di dare la colpa dell’alto tasso di disoccupazione all’Europa, confondendo la causa con l’effetto, poiché i criteri di stabilità dell’Unione monetaria non consentono più di fare, a livello nazionale, le politiche tradizionali di rilancio dell’occupazione.
Per questo si può essere d’accordo con Felipe Gonzales, quando egli, interrogato sul perché avesse rinunciato consapevolmente, a favore dell’Europa, ad un’autonoma politica economica, ha risposto: «Senza dubbio è vero. Ma perché mai dobbiamo avere una politica economica autonoma per portare avanti una cosa senza senso? Si tratterebbe dell’autonomia della stupidità» (Die Zeit, 25.11.1994).
Lo stesso vale per la riconversione dei sistemi di sicurezza sociale, resa necessaria dalla politica di stabilizzazione e che comporta sacrifici. Imputare all’Europa la responsabilità di questi gravi problemi consente ai governi nazionali di distogliere l’attenzione dalle proprie manchevolezze. Ciò non favorisce certo la popolarità del progetto e soprattutto può diffondere l’illusione che il problema possa essere risolto nel quadro nazionale.
Il rischio di cedere a questa illusione è naturalmente tanto più grande quanto maggiore è il ritardo da recuperare. Ed è proprio in questo ritardo che sta il pericolo che qualche paese perda il contatto con gli altri. Ma deve essere sottolineato con forza che questo pericolo non esiste a causa dell’Europa o a causa dell’Unione monetaria e del suo completamento, bensì malgrado loro; che senza la solidarietà europea forse nemmeno uno Stato sarebbe in grado di raggiungere lo scopo della stabilità, e tanto meno quelli più deboli. Se alcuni Stati proseguiranno il cammino verso l’Unione monetaria, i leaders politici responsabili degli altri Stati non potranno limitarsi alla lunga a rimproverarli, ma faranno bene ad impegnare la loro ambizione e quella dei loro popoli, per riguadagnare il più in fretta possibile il terreno perduto, con l’aiuto di coloro che sono andati avanti.
Si trova qui — sia detto di passaggio — una delle cause della difficile situazione psicologica della Germania. La stabilità politica sembra essere determinata dall’egemonia del marco e il progetto di Unione monetaria è costruito secondo il modello tedesco. Per questo rischiano di mescolarsi reazioni antieuropee e reazioni antitedesche. Si deve perciò sottolineare con forza che non esiste un’alternativa ad una politica comune di stabilità, non a causa della Germania, bensì a causa della natura della situazione. Bisogna inoltre notare che l’aspirazione verso l’Unione monetaria è stata più sentita negli altri paesi che in Germania, e ciò è comprensibile, perché in seguito all’egemonia della moneta tedesca in Europa gli altri Stati devono seguire le decisioni tedesche di politica monetaria senza aver contribuito a prenderle.
Questa situazione spiacevole viene avvertita come tale anche in Gran Bretagna. Proprio per questo motivo, ma anche perché Londra è una grande piazza finanziaria, l’Inghilterra, secondo la mia ferma opinione, si unirà all’Unione monetaria, quando essa ci sarà, quale che sia il numero dei suoi membri. Il comportamento nelle ultime quattro settimane del ministro del Tesoro, del primo ministro e del capo dell’opposizione alla Camera dei Comuni sono una riprova convincente di questa affermazione. Dunque, anche sotto questo profilo, l’Unione monetaria appare come un progetto cruciale, perché da essa dipende la definitiva partecipazione dell’Inghilterra all’Unione europea.
Ed ora veniamo all’Italia. L’Italia non appartiene soltanto al nucleo dell’Europa; essa, come patria della cultura di noi tutti, è essa stessa il nucleo dell’Europa. Per questo sarebbe grave se l’Italia non potesse partecipare dall’inizio ad un progetto politico cruciale come quello dell’Unione monetaria. Ciò è tanto più importante se si tiene conto del fatto che l’Italia ha sempre dato un impulso attivo al processo di unificazione europea. Ma la situazione che forse oggi si sta profilando in Italia era già stata prevista al tempo della stipulazione del Trattato di Maastricht. Gli uomini politici che allora rappresentavano l’Italia hanno sottoscritto il Trattato nella piena consapevolezza di questa situazione e con la stessa consapevolezza il Parlamento italiano lo ha ratificato. Essi non hanno agito così nonostante le manifeste difficoltà del loro paese, bensì proprio a causa di esse, perché, come tutti gli altri partners europei, essi erano convinti che la creazione di un gruppo di avanguardia offrisse più di ogni altra cosa agli altri la possibilità di superare le loro difficoltà e di potersi quindi unire a questo gruppo di testa. La spinta materiale e forse ancor più psicologica che deriva da questo vincolo dà la più valida delle garanzie per il raggiungimento di questo obiettivo. E’ questa la ragione per la quale, in Italia, non tutte le reazioni alle nostre riflessioni sono state negative. Noi speriamo che anche gli altri si lascino convincere dalle nostre argomentazioni e ancor più dalla natura delle cose. Aspettare a mettere in atto la terza fase dell’Unione monetaria fino a quando l’Italia non avrà rispettato i parametri di convergenza sarebbe il peggior servizio che i partners europei dell’Italia potrebbero renderle.
Fondamentalmente uguale è il discorso per la Spagna. Anch’essa naturalmente è assolutamente indispensabile ad un’Europa forte. La Spagna ha giocato fin dall’inizio della sua partecipazione un ruolo estremamente costruttivo nello sviluppo di un’Europa politicamente unita e integrata.
Ma permettetemi, per finire, di esprimere la mia convinzione che l’Italia avrebbe la possibilità di partecipare immediatamente alla terza fase dell’Unione monetaria o che quanto meno si potrebbero porre le basi per una soddisfacente soluzione transitoria. Si potrebbe cioè creare un assetto che rafforzi la pressione esercitata dal gruppo di testa sulle decisioni necessarie per la partecipazione dell’Italia secondo modalità che non mettano in pericolo la stabilità della nuova moneta europea. Un ammorbidimento dei criteri di convergenza, soprattutto di quello cruciale dell’ammontare del deficit, attraverso un’«interpretazione dinamica» dei criteri di Maastricht (secondo l’espressione del Ministro degli Esteri Agnelli) non è possibile. Un abbandono dei criteri di stabilità non sarebbe accettato in Germania: esso significherebbe la fine dell’Unione monetaria.
Dipende solo dall’Italia, cioè dai suoi politici, sfruttare la possibilità che le è offerta (e in cui io credo). La Germania spera fermamente in questo.
Come le dichiarazioni del Ministro degli Esteri Agnelli, che ho già ricordato, dimostrano ancora una volta, la Germania e l’Italia sono accomunate nella questione fondamentale del tipo di Europa unita che vogliamo, un’Europa politicamente capace di agire, integrata e federale. E’ forte dunque la speranza che, nel 1996, Germania e Italia combatteranno fianco a fianco per la realizzazione di questo obiettivo.


* Si tratta del testo scritto della relazione svolta al Convegno su «L’Italia e l’Europa di fronte alle sfide del 1996», tenutosi a Milano il 25 marzo 1995.

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