IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno III, 1961, Numero 3-4, Pagina 152

 

 

L’agonia del sistema degli Stati*
 
LUDWIG DEHIO
 
 
Per diverse ragioni dal 1914 il credito della storiografia è in decadenza. Questo fatto si verifica in modo particolare nella sfera della politica poiché nella nostra civilizzazione tecnicistica i rapporti tra l’essere e il divenire pendono in modo rapido e angoscioso dalla parte del divenire. Vi è un punto di vista per il quale, però, l’osservazione storico-politica è rimasta ancor oggi di straordinaria importanza: questo è l’ambito europeo, più precisamente il territorio del decaduto e morente sistema europeo degli Stati, dove ha avuto storicamente origine la moderna civilizzazione mondiale. Qui la storiografia, anche fuori del campo limitato della scienza storica, ha mantenuto un compito genuino nel foro dove si forma l’opinione pubblica, compito al quale essa non dovrebbe sottrarsi col fare atto di una comoda modestia.
L’arte del disegnare consiste nel trascurare il particolare. Arrischiamoci dunque a tracciare in uno schizzo alcune linee fondamentali che, prendendo l’avvio dall’inizio dell’era moderna, sono tuttavia indissolubilmente legate alla comprensione del presente. A che punto siamo, ci si chiede, col problema dell’unità dell’Europa, con la tendenza di trasformare il concetto geografico di Europa in un organico essere vivente? Naturalmente nessuno vorrà mettere in dubbio che, grazie all’impronta comune dell’eredità classica e cristiana, la cultura dei nostri popoli presenta una certa unitarietà. Ma a questa unità culturale corrisponde una simile unità politica? In un certo senso, sì; ma si tratta di un’unità con segno negativo. Poiché in verità gli Stati liberi, sovrani e concorrenti del sistema europeo sono sempre stati concordi in un solo punto: quello di evitare l’unificazione dell’Occidente sotto l’egemonia di uno di loro, nella quale gli altri avrebbero perso la loro sovranità. Siano questi stati la Spagna, la Francia o la Germania, vale a dire successivamente i più forti Stati del continente, che cercarono di conquistare una egemonia stabile, essi si trovarono sempre di fronte potenti coalizioni che in guerre generali annullarono i loro tentativi.
Quale fu la ragione profonda per la quale per quattro secoli queste coalizioni riportarono sempre la vittoria? Il segreto sta nel fatto che le grandi coalizioni trovarono un invincibile appoggio nelle potenze laterali dell’Europa, a Ovest e a Est; in primo luogo nelle potenze marittime dell’Occidente e in secondo luogo nelle grandi potenze periferiche dell’Oriente, potenze che misero a disposizione nella lotta contro la potenza egemonica le forze crescenti dei territori esterni al sistema europeo, nel primo caso le forze dei territori d’oltre-mare, nel secondo caso quelle del continente eurasiatico. Questo è il grande segreto della storia moderna degli Stati: che dalla periferia dell’Europa e dal mondo extra-europeo sempre nuove forze potevano essere buttate sul piatto della bilancia delle grandi coalizioni fino a che il tracollo critico non veniva superato e l’equilibrio oscillante di nuovo ristabilito.
Questo risultato però non poteva essere raggiunto senza che le potenze laterali non ne approfittassero e si espandessero, sempre più potenti, nel mondo esterno, senza cioè che il continente europeo stesso perdesse indirettamente la sua posizione dominante. La crescita a potenza mondiale dell’Inghilterra e dietro di lei degli Stati Uniti, e dall’altra parte il significativo svilupparsi della Russia, fu il prezzo che il nostro continente dovette pagare per preservare la libertà delle proprie sovranità individuali e la libertà del suo sistema di equilibrio.
Ma non era forse possibile che anche le potenze laterali in sviluppo diventassero un pericolo per queste libertà? Questo non successe mai prima del 1945, poiché, fino a che vi era il pericolo che il nostro continente si unificasse sotto la potenza di una forza egemonica (e perciò diventasse una potenza mondiale gigantesca), l’interesse comune delle altre potenze mondiali si limitava ad evitare questo pericolo, garantendo la permanenza del sistema di equilibrio, per potersi contemporaneamente sempre più espandere nel mondo.
Questo sistema politico del tutto particolare dovette sviluppare tra i suoi membri nel corso dei secoli anche una mentalità politica del tutto particolare: da una parte l’eterno sospetto di tutti nei confronti del più forte, dall’altra parte però la sovrana volontà di potenza di ognuno che non trovava limiti in nessuna concezione o statuizione giuridica, ma soltanto nella concreta reazione del vicino e nei casi più estremi nel sospetto di tutti. Era la paura dell’egemonia di uno dei membri del sistema e delle lotte gigantesche che ne seguivano che regolava in ultima istanza tutto il sistema e che dava forma agli istinti di tutta la famiglia degli Stati. Allo stesso modo che i cristalli di un geode dispongono le loro punte l’una contro l’altra, così i membri della nostra famiglia di Stati volgono le loro energie verso l’interno in reciproca opposizione, ma non mai in modo unitario e solidale verso l’esterno. Sono invece le forze esterne, nutrite dalla discordia europea, le garanti del sistema europeo. In questo modo abbiamo contrassegnato il momento culminante della storia moderna dei nostri Stati nella lotta contro l’egemonia.
Dal diciottesimo secolo, dall’epoca cioè del rafforzamento della Russia, durante la vallata che segna l’intervallo tra due ondate egemoniche, si pose lentamente in luce un secondo momento culminante che cominciò poco alla volta ad oscurare il primo. E’ la rivalità tra le potenze laterali fra di loro; al di fuori dell’Europa, ma anche all’interno della stessa. In particolare le due potenze laterali tentarono di evitare l’egemonia di una vecchia potenza continentale europea, per potersi nel frattempo espandere nel mondo. Ma la potenza laterale russa anelava nel contempo ad espandersi anche in Europa, essa apparteneva bensì al sistema politico dell’Occidente, ma era lontana dalla natura dell’Occidente e pezzo per pezzo rosicchiò il margine orientale del mondo occidentale e se ne incorporò i territori.
Queste sono, sintetizzate in poche parole, le linee fondamentali del gioco europeo che dal sedicesimo secolo sono rimaste fino al 1945. Tuttavia queste linee fondamentali sono sufficienti per identificare il momento nel quale questo gioco dovette trovare fine: il momento cioè in cui, cresciute ormai a tal punto la potenza russa e le potenze anglosassoni nel mondo, le potenze europee, nonostante lotte accanite costrette nei loro vecchi confini, si esaurirono e si ridussero alla dimensione di nani. Questo momento si avvicinò tanto più rapidamente, quanto più velocemente le potenze mondiali si riempirono delle forze espansive della moderna civilizzazione, che nello spezzettamento del campo europeo, da dove era nata, non trovava più la dimensione necessaria per esprimersi. Nel 1945 eravamo a questo punto. Il cambiamento fu repentino anche se preparato da tempo. Il piatto europeo della bilancia fece un balzo verso l’alto, perché ormai troppo leggero, e quello delle potenze mondiali si sprofondò fino in fondo. Le posizioni relative dei due piatti si invertirono completamente. Gli avvenimenti europei non erano più il centro degli avvenimenti mondiali, al contrario questi ultimi incominciarono a determinare i primi. Il primo momento fondamentale della storia moderna europea perse la sua forza, poiché una lotta egemonica condotta da una potenza del vecchio continente europeo è ormai da escludersi dal nostro sguardo. Il secondo momento fondamentale invece, la rivalità degli anglosassoni e dei russi, è diventato senza discussione il punto fondamentale, sia in Europa che nel mondo. L’edificio dell’Europa è diventato da una parte un mucchio di macerie senza forma, dall’altra si erge quale un rudere più o meno diroccato, ma il tetto comune del vecchio sistema di equilibrio è completamente scomparso.
Quello che è rimasto al di là della cortina di ferro può essere battezzato un mucchio di macerie. Qui il piccone russo è all’opera per raccogliere materiale per la grande costruzione della Russia sovietica. Qui, continuando una vecchia tradizione russa, una nuova e più grande fetta dell’Europa viene sottratta all’Occidente. La novità non sta nella tendenza di questa politica, ma nella veemenza con la quale viene perseguita.
Diversamente succede ad Occidente della cortina, dove domina la maniera degli anglosassoni. Questi avevano fin ora, e per quattro secoli, rinunciato ad ogni pretesa di dominio diretto sul continente. Gli Anglosassoni erano sempre stati i garanti fondamentali della nostra comunità di popoli liberi, e insieme a ciò avevano garantito una vita libera alle nostre multiformi culture, che attraverso la concorrenza del potere politico vengono così fruttuosamente favorite, come un tempo, in simili circostanze, nell’antica Grecia.
Sarebbe perciò stato proprio di questa maniera anglosassone di ritirarsi di nuovo dal continente dopo la sconfitta della Germania per mantenere il dominio dei mari e dell’aria. Ma il mutamento storico che era avvenuto non lo permetteva più, poiché il continente esausto, che questa volta aveva già contribuito in modo incomparabilmente minore alla sconfitta della potenza egemonica, non poteva più reggersi da solo e minacciava, se abbandonato a se stesso, di essere un vuoto di potenza favorevole alla potenza orientale. La rivalità Occidente-Oriente, cioè l’elemento permanente del sistema, non tollera nessun vuoto di potenza.
La rilevanza del cambiamento di rapporti si esprime nel fatto paradossale che gli insulari, gli antichi nemici di ogni formazione egemonica all’interno del continente, ora sono costretti sotto la leadership americana ad esercitare dall’esterno in forma larvata un ruolo egemonico in qualità di potenze protettrici e ordinatrici del continente. Il loro scopo principale rimane sempre lo stesso, ma non viene più perseguito nel vecchio ambito europeo, bensì in quello eurasiatico. Sempre tentano di bilanciare la più forte potenza continentale in un sistema di equilibrio, solo che questo sistema deve essere ora un sistema eurasiatico in cui l’Europa, nuovamente riorganizzata, rappresenta soltanto una parte. Ma, per acquistare forza, anche come parte di un tutto, gli Stati europei, ridotti alla dimensione di nani, devono raccogliersi in un’unità organica e essere volti solidalmente contro il comunismo, poiché nel loro isolamento attuale o si mostrano incapaci di vita autonoma o contrappongono le loro forze in reciproche gelosie. L’America, la potenza guida del mondo anglosassone, considera però se stessa soltanto come una forza coadiuvante nella nascita di questa nuova unità. Appena questa incomincia a svilupparsi di vita propria, l’America, alla maniera delle potenze insulari, si ritira sempre preferibilmente indietro, beninteso per poter controllare esclusivamente con la potenza marittima e aerea dal suo continente insulare il mantenimento del desiderato equilibrio, esattamente come per tanti secoli era riuscito all’Inghilterra di mantenere l’equilibrio europeo.
Il grande problema è ora questo: sarà possibile che l’istinto sovrano di potenza e libertà delle nazioni del continente, che per tanto tempo fu favorito dall’interesse degli anglosassoni, si sottometta ora al principio opposto, al fine di salvare il fondamento del modo di vita dell’Occidente, la libertà dell’individuo, col rinunciare alla libertà dello Stato? Non vi è alcun dubbio, quello che si richiede ora in modo impellente ai continentali è un enorme sforzo di elasticità mentale. Tuttavia questo non avviene senza che vi sia stata la minima preparazione!
Infatti da più di un secolo e mezzo non mancarono ondate di opposizione contro il sistema di equilibrio; e specialmente alla fine delle omicide lotte egemoniche si infiammò l’anelito di superare questo sistema con un ordinamento stabile della pace. Così accadde dopo le guerre napoleoniche e dopo la prima guerra mondiale. Sempre questo anelito però si annullò in se stesso non appena che il ricordo delle ansie vissute impallidiva. Questo anelito risorse di nuovo nel 1945 negli animi tormentati dei popoli e la grande politica mondiale gli diede una chance in più: non da Oriente, dove l’essere europeo veniva malmenato senza ritegno, ma da Occidente, dove gli Anglosassoni, costretti a ciò dall’aprirsi della guerra fredda, presero in mano la ricostruzione del resto dell’Europa.
Sono passati cinque anni dall’inizio del loro tentativo. Tuttavia non si può ancora vedere un risultato e un giudizio storico a posteriori è ancora prematuro; a maggior ragione perciò si richiede un’osservazione storico-politica. Si possono distinguere senza difficoltà in quest’ultimo quinquennio due periodi pressappoco della stessa ampiezza. Nel primo periodo compaiono in primo piano i momenti che sono favorevoli a questa nuova organizzazione, nel secondo piuttosto quelli che la ostacolano.
Il primo periodo ha inizio verso la fine del 1946 e l’inizio del 1947 con il fallimento delle trattative Est-Ovest, che mostrarono chiaramente l’impossibilità di raggiungere una vera pace, e con l’accettazione generale di un nuovo dato, fino ad allora sconosciuto, della politica mondiale: la guerra fredda. Questa si sviluppa in un momento nel quale le ferite della guerra calda in Europa non danno alcun segno di risanamento, anzi minacciano di incancrenire il corpo di intere nazioni. Al mortale pericolo interno si aggiunge l’altrettanto mortale pericolo esterno e i due si fondono insieme per effetto della strategia del Cremlino. Per la prima volta in questo momento gli europei si sentono tutti insieme minacciati dall’esterno, un’esperienza completamente nuova che prepotentemente spezza lo strato dei loro istinti abituali.
In questo modo per la prima volta la rivalità Est-Ovest si erge sulla parte libera del continente come il fatto dominante insieme della politica esterna e interna e cadono i presupposti del vecchio gioco europeo. Non vi sono assolutamente più in questo primo periodo singole potenze che possano spiarsi sospettose reciprocamente. Dopo l’annientamento della Germania non è rimasta più nessuna forza egemonica potenziale, che possa suscitare dei timori. Vi sono soltanto delle popolazioni affrante e dei governi angosciati, che preoccupati della loro esistenza volgono il loro sguardo pieno di paura o di speranza ora verso Occidente ora verso Oriente. Tertium non datur. Tra i giganti del mondo non è intravedibile nessuna terza forza. E’ necessario prima di tutto fare una scelta, chi vuole opporsi al dilagare del comunismo deve optare per le potenze insulari. L’America facilita questa scelta.
L’Europa ha dapprima tutto da ricevere e niente da dare: la sicurezza militare garantita dal potenziale bellico delle forze insulari, la sicurezza economica garantita dalle trasfusioni di sangue senza precedenti del Piano Marshall. Con inequivocabile precisione tuttavia questo piano richiede all’Europa, come contro prestazione, la sua integrazione. Gli europei non hanno scelta. Essi sono i pazienti che il medico americano tiene in vita con le sue preziose iniezioni e trasfusioni di sangue. Essi non possono scostarsi dalla dieta che egli prescrive per il completo ristabilimento dopo il superamento della crisi più acuta. Un team di uomini di Stato al comando dei vecchi Stati è pronto per genuina convinzione al cambiamento rivoluzionario del sistema degli Stati proprio per sfuggire alla rivoluzione sociale; l’anelito delle popolazioni di sottrarsi definitivamente alla maledizione delle stragi secolari si muove in questa costellazione.
In vero rimane incerto quali sentimenti si nascondano dietro il velo delle assicurazioni retoriche. Certo la maggioranza non era favorevole a una durevole egemonia americana una volta rovesciata quella tedesca. Chi ora opta per l’America non lo fa senza riserve, e chi è disposto a sacrificare il vecchio sistema spera con sufficiente insistenza di poter costruire, proprio con l’aiuto dell’America, un’Europa federata sul campo di rovine dei residui particolarismi, un’Europa che si sviluppi quale terza forza capace di vita autonoma tra Est e Ovest e che ribadisca la superiorità dell’essere europeo anche contro la civilizzazione americana.
E tuttavia mai figurazioni di un’Europa unificata avrebbero potuto impadronirsi a tal punto della fantasia di cerchie così vaste se non si fosse dissolto l’alimento della tradizionale paura di un pericolo egemonico, se cioè la Germania ormai spezzettata, affamata e senza forma non avesse decisamente cessato di suscitare giustificati sospetti. Poteva essa risollevarsi ancora una volta nella sua incalcolabile vitalità? A maggior ragione era dettato da saggezza integrare per tempo l’Europa, così che la Germania non avrebbe più trovato la via per il ritorno a pericolose posizioni di predominio. La diffusione dell’idea dell’Europa nel primo periodo presupponeva l’impotenza delle grandi potenze continentali, la minaccia comunista all’interno e all’esterno, la fiducia nella forza salvatrice delle potenze insulari e infine la non pericolosità della Germania per il momento e per il futuro.
Nella misura in cui le relazioni tra questi fattori si vengono mutando, ci si avvicina al secondo periodo. Ma da dove traggono origine principalmente questi mutamenti? Dall’America! In modo del tutto paradossale la feconda energia con la quale l’America ristabilisce la situazione economica e militare dell’Europa provoca una complicata reazione contraria nella realizzazione dei progetti europei invece che favorirli.
Gli inizi della guerra in Corea avevano di nuovo suscitato un’ondata di panico paragonabile a quelle che si erano potute riscontrare al tempo delle elezioni italiane, del blocco di Berlino e della sovietizzazione della Cecoslovacchia. Ma l’enorme riarmo accelerato degli U.S.A. ci permise ben presto di respirare nuovamente, e noi ci tranquillizzammo nel pensiero che oramai il colosso sovietico si era rivolto verso l’Asia. Nello stesso tempo anche la minaccia comunista all’interno incominciò a diminuire gradatamente, dal momento che in Francia e in Italia si fecero sentire gli effetti risanatori del piano Marshall. In Germania le sovvenzioni del piano, dopo la riforma monetaria, sprigionarono il miracolo economico e immunizzarono la travolta nazione dalle infiltrazioni dall’Oriente, che del resto non potevano avere da noi grande effetto visto che la nostra pratica esperienza col comunismo parlava più chiaro della sua propaganda. In conclusione l’Europa libera scacciò via assai presto dalla sua coscienza la sensazione penosa e poco familiare di un comune pericolo da Oriente, che solo temporaneamente nel momento della crisi più acuta aveva avuto davanti agli occhi. Il pendolo scivolò indietro.
Ma è possibile che il graduale ritorno alla fiducia in se stessi e alla fiducia reciproca serva le mire dell’America, da dove trasse origine? E’ possibile che esso incoraggi l’idea dell’Europa, la realizzazione della quale non era ad ogni modo un interesse dominante americano, ma che piuttosto prometteva all’Europa la rottura di quei vincoli che la tenevano soggetta all’America? Al contrario, la congiuntura ascendente si riversò nei vecchi canali che i secoli avevano contribuito a costruire. Essa fece girare i vecchi mulini dei sospetti reciproci, ai quali il sistema d’equilibrio aveva educato i popoli. Essa spostò l’attenzione dalla tensione mondiale, che doveva essere lasciata ai grandi giganti mondiali, e la concentrò su vecchie dispute, profondamente radicate, di più familiare vicinanza. Il risanamento che l’Europa occidentale doveva agli aiuti americani, portò anche al risanamento dei suoi vecchi nazionalismi.
Le stesse ondate dilaganti dei sentimenti dell’opinione pubblica, che ora di nuovo con antico rancore si riversano sulla nazione vicina, toccano ora anche il deriso mentore d’oltre oceano che predica l’unità. Gli rinfacciano ora il suo riarmo accelerato, come prima gli avevano rinfacciato il disarmo. Non andò forse già oltre le normali necessità di difesa? Non ferì forse il giustificato bisogno di sicurezza della Russia?
Tuttavia lo stimolo più forte alle antiche discordie venne dalla rinascita della Germania. Abbiamo già sottolineato come la storia moderna dell’Europa trovi il suo momento culminante nella lotta contro l’egemonia, e come in questa si concentri la ragion d’essere stessa del sistema, poiché questo sistema di reciproci sospetti è simile a un arco a volta, dove ogni pietra con le sue spinte e controspinte ha la sua specifica funzione, ma dove in ultima analisi è la chiave di volta che le tiene tutte insieme formando l’arco.
La chiave di volta era la paura dell’egemonia. Non appena il pericolo egemonico si presentò di nuovo, anche solo come la più remota delle possibilità, fu toccato un punto nevralgico e la vecchia mentalità europea diede l’allarme. Il ricordo degli spaventi provocati dal predominio tedesco, che erano stati una realtà vissuta, si risvegliò di fronte alla vitalità che si era prodigiosamente conservata in noi, e trionfò sul timore del comunismo, che l’Occidente non aveva ancora esperimentato in realtà. Non perché si temesse che la Germania avrebbe potuto giocare per la terza volta un ruolo di importanza mondiale, ma perché si considerava sufficientemente preoccupante il fatto che essa potesse assumere di nuovo la sua abituale posizione di privilegio tra Est e Ovest, approfittando della rivalità dei vincitori, come un tempo fece la Francia dopo la sconfitta di Napoleone. In una tal posizione essa avrebbe indebolito e danneggiato l’Occidente, specialmente se si fosse combinata in un qualche modo col pericolo russo. Si poteva aspettarsi che il nazionalismo tedesco sarebbe rimasto fedele all’Occidente, che esso aveva combattuto nel 1945 fino a cinque minuti dopo lo scoccare della mezzanotte? Il coro per l’Europa, che nel primo periodo aveva echeggiato in Germania più forte che altrove, non era forse fondamentalmente il desiderio di uscire dal ghetto e di rivendicare parità di diritti? E anche se questo fosse stato sincero, non nascondeva forse il segreto anelito di restaurare il predominio germanico sotto vestiti più accettabili? Tanto più gli Stati Uniti davano importanza alla collaborazione militare della Germania, che essi stessi avevano poco prima smilitarizzato, tanto maggiori divennero le nostre contro-rivendicazioni e con esse il sospetto dei vicini, specialmente dei francesi.
Una di queste contro-rivendicazioni superava però tutte le altre in forza esplosiva: quella dell’unità tedesca. Qui trova la sua più palese espressione quello stimolo che la Germania deriva dalla divisione dei vincitori. Infatti il nostro rimpicciolimento all’ordine di grandezza delle nazioni vicine era stato dapprima da queste salutato come una garanzia di sicurezza, e soltanto l’uso che la Russia fece delle posizioni a lei così miopemente affidate insegnò all’Occidente che Belzebù si era sostituito al demonio, e che tutto il territorio al di là della cortina di ferro minacciava di essere perso non solo dai tedeschi ma anche da tutto l’Occidente, una prospettiva che, vista proprio dal punto di vista pan-europeo, assumeva un aspetto particolarmente terrificante. Inserita in questa prospettiva la rivendicazione tedesca è pienamente giustificata, nella misura cioè in cui essa viene sollevata da una Germania che partecipa per la sua parte al punto di vista pan-europeo e che dirige i suoi sforzi verso una durevole integrazione. Ma anche in questo caso la Francia teme che la nostra dinamica irredentista legata in un certo senso con lo spirito di crociata tipico del dinamismo degli americani, possa coinvolgerla in una guerra contro l’Oriente che, nel migliore dei casi, restaurerebbe il pericoloso Reich.
Ma non è forse giustificato questo timore se le rivendicazioni dell’unità vengono rappresentate da un nazionalismo egocentrico senza alcun rispetto nei confronti dell’Europa, se l’unità prospetta piuttosto un indebolimento dell’Occidente che non un rafforzamento? Un allentamento delle nostre relazioni con l’Occidente, che faccia considerare alla Russia un suo pacifico ritiro dalla Zona orientale come un seducente appagamento della sua conclamata necessità di sicurezza, non può portare ad altro che ad un indebolimento. Indipendentemente dal fatto che questi artificiosi progetti siano realizzabili, essi mescolano insieme unità, libertà e pace e intrecciano in modo tanto logico gli interessi contrapposti dei vincitori con l’interesse del vinto, col risultato della sua restaurazione, che non si trova un simile esempio nel passato dopo una catastrofe altrettanto senza precedenti. E’ lo spirito di questi progetti che contrasta con quello dell’integrazione europea. Che cosa rimarrebbe di questa se la Germania si appartasse?
Questo sarebbe il risultato: il trionfo della tradizionale dissoluzione nelle contese delle nazionalità con imprevedibili conseguenze per il mondo libero e anche per la libera Germania. Poiché la libertà, quella dell’individuo e non quella dello Stato, può solo essere conservata oggi come patrimonio comune di un gruppo solidale di popoli e minaccia di andar persa per quella nazione che se ne distacchi per aspirare alla propria unità. Cento anni fa l’unità era lo scopo fondamentale poiché non vi era il problema della libertà nel suo significato odierno, l’unità però come rivendicazione naturale nel mezzo di un sistema di Stati nazionali, quel sistema che oggi giace in rovina. Però, dopo che il Terzo Reich ha abusato dell’unità trasformandola in oppressione e negando la libertà, il principio di unità deve soggiacere a quello più generale e dominante di libertà, se la sua rivendicazione non vuole assumere un sapore anacronistico. Non si può trapiantare nessuna parola d’ordine in una nuova situazione politica senza che si trasporti altresì un po’ del vecchio terreno in cui erano affondate le radici.
E’ generale il fatto che per gli ultimi popoli liberi d’Europa sia estremamente difficile, in un mondo trasformato, padroneggiare gli anacronistici istinti che si sono venuti formando in secoli di vita del sistema europeo. Ma questo compito pesa di più sulle due nazioni vicine, la francese e la tedesca, nelle quali la mentalità continentale si è cristallizzata in maniera esemplare: entrambi, quando in possesso di una posizione egemonica, disposti a tutto per mantenerla; entrambi, una volta perso il predominio, predicando sicurezza e parità di diritti nell’ambito del sistema, disposti a preservarlo dall’egemonia altrui.
La Francia, non dimentica della «gloire» dell’egemonia da lei esercitata nei secoli precedenti, è per questo più che ogni altro stimolata a contrapporsi al pericolo egemonico che viene dalla Germania. Non dimentica soprattutto quello che di terribile le é costata in questo secolo l’egemonia tedesca; poiché, di fronte a Hitler, impallidiscono sia Napoleone che Luigi XIV. Quale enorme sforzo di superamento di se stessa deve pagare la vecchia nazione per spostarsi dai binari di un’esperienza radicata nel tempo verso la solidarietà occidentale! Ma certo uno sforzo non minore è richiesto alla Germania. Appena crollata da un’altezza satanica, la Germania, chiede ora soddisfazione del suo amor proprio e il sanamento definitivo delle ferite che essa stessa si è provocata con la sua sete di egemonia. In questo stato d’animo, essa deve saggiamente riconoscere che il mondo è cambiato per difendere i suoi stessi interessi, e per essere all’altezza della responsabilità che essa ha nei confronti del mondo occidentale come l’ultima e più terribile potenza egemonica dell’Europa. Sia il suo fare che il suo tralasciare di fare assumono un’importanza decisiva. Per due volte il popolo tedesco ha perso il senso della misura, come era successo ai suoi predecessori, ma in una situazione più avanzata e con conseguenze tanto più disastrose da non trovare un precedente.
Una terza volta sarebbe fatale e le conseguenze, nonostante la nostra impotenza, potrebbero lasciarsi indietro le precedenti. Si, questa impotenza racchiude in sé la tentazione di perdere di nuovo il senso della misura. Il vinto lascia troppo facilmente tutte le responsabilità al vincitore. Troppo facilmente si tende verso un nichilismo arrogante e indolente, verso la combinazione di un orgoglio arrogante e di uno scetticismo lamentoso, verso il tentativo di rimanere da parte senza compromettersi, anche quando si tratta del proprio stesso destino. Ma l’incapacità di essere coscientemente responsabili non contraddistingue soltanto i tedeschi, ma tutti gli Stati europei del continente, che pur essendo Stati vincitori, sono nello stesso tempo parimenti dei vinti. Anche qui si vive in un indeciso mondo apparente di «come se», di fronte alla facciata di un’antica indipendenza, senza aver il coraggio di confessarsi cosa ci stia dietro.
In questa luce diafana anche la ragion di Stato perde la sua forza motrice e non padroneggia più l’istinto di potenza di singoli e di gruppi. Anche la lotta interna si pone ben più in là del concerto della comunità nazionale, ma non si incanala neppure nel concerto della comunità europea o atlantica. Al contrario, la politica estera assume perfino una fisionomia parassitaria nei confronti della potenza protettrice americana e si serve della copertura, che la politica americana concede, per sottrarsi dalla stessa e servire un proprio particolarismo puramente egocentrico, nella vana speranza che questi vacillanti particolarismi possano aritmeticamente sommarsi in una terza forza tra i giganti mondiali.
Il denominatore comune di tutti questi fenomeni scomposti è il concetto dell’agonia del sistema europeo degli Stati. Non è che un cumulo di rovine, ma il suo spirito continua a vivere, non tanto presso gli uomini di Stato, sempre più ufficiali senza esercito, quanto presso le popolazioni i cui antichi istinti si oppongono a che le macerie possano servire all’edificazione di una nuova struttura. Così le macerie di questo ponte crollato si ergono nel mezzo del fiume intralciando la navigazione senza, nemmeno, servire più per passare da una riva all’altra.
Questa interpretazione della nostra situazione trova conferma se noi la paragoniamo con uno sguardo ad alcuni casi della storia antica che spesso ha già abituato il nostro occhio a scoprire il segreto della problematica attuale. Penso al sistema delle città-Stato elleniche, che tante illuminanti somiglianze mostra col sistema europeo, penso come questo fu messo nell’ombra da grandi potenze esterne, prima dalla Macedonia e poi da Roma, e come la sua agonia durò lunghi secoli. Anche qui tenacia improduttiva di istinti sorpassati; anche qui inconsistenti e invecchiati particolarismi che, privi della visione di un nuovo ordine più universale, contendono, tra di loro per dei ritagli di terra; anche qui la spettrale ripetizione di grandi parole, accanto alla meschinità delle azioni o a ciechi ritorni in un mondo di «come se»: insieme alterigia, e mendicità da parassiti; anche qui crollo del senso della comunità e degenerazione della lotta delle fazioni e delle classi. Dopo la tragicità delle guerre egemoniche peloponnesiache, esempio di auto-mutilazione in grande, la satira delle auto-mutilazioni sempre più piccine, così che dall’esterno la potenza egemonica filoellenica dei romani salva i greci da se stessi e nel contempo, sotto la sua protezione, permette allo spirito greco, dopo la decadenza politica della patria d’origine, di giocare il suo ruolo mondiale nel vasto «orbis terrarum».
Ma per quanto oscuro possa sembrare il quadro, manca ancora un tratto nero. La Grecia non era ai confini di un mondo barbarico nel quale la sua disgregazione avrebbe potuto farla cadere, e non possedeva in sé il peso per scompigliare l’organizzazione del più vasto impero. Noi ci guardiamo però dal portare il paragone fino nei dettagli, basta che la nostra fantasia venga spronata, e ci permetta di considerare più distintamente i pericoli specifici della nostra situazione nello specchio simile di una situazione passata, e di riconoscere il principio dal quale dipende il perdurare dello spirito di un sistema di Stati in agonia che minaccia coi veleni cadaverici di strutture passate la creazione di nuove.
Quando all’inizio abbiamo scritto che alla storia politica competeva nella vecchia Europa un compito imprescindibile volevamo dire appunto questo: la storia non deve più come un tempo dimostrare la continuità ma la rottura, deve abbattere quello che deve cadere.


* Questo saggio è stato scritto nel 1953 dal grande storico di Marburg, e pubblicato la prima volta nel giugno di quell’anno dall’autorevole rivista tedesca «Außenpolitik». Tradotto in varie lingue, fa parte del volume Deutschland und die Weltpolitik im 20. Jahrhundert. Pubblicandolo, per gentile concessione dell’autore, nella prima traduzione italiana curata da Alessandro Cavalli, avvertiamo il lettore che si tratta di un saggio di natura non scientifica, ma pubblicistica, «connaturato al rischio di affidarsi agli elementi scorrenti del presente» come scrive lo stesso Dehio nella prefazione al volume. Esso deve perciò essere riferito all’anno in cui fu scritto. Tuttavia, a otto anni di distanza, il saggio ha conservato intatta la sua capacità di spronare la fantasia e di inserire il nostro presente in una visione ampia e profonda nella quale l’attuale politica acquista il suo vero contorno, quel contorno invisibile a coloro che non sanno concepire il sistema degli Stati come un tutto con la categoria pertinente della ragion di Stato. Costoro, mentre lottano e patiscono per i governi nazionali, non si accorgono nemmeno che l’intero sistema che li contiene è in agonia, e si affaccendano ciecamente mentre la storia li sta sommergendo.

 

 

 

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