Anno II, 1960, Numero 2, Pagina 71

   

 

Tedeschi al bivio
 
ALTIERO SPINELLI
 
 
I — COME SI E’ GIUNTI ALL’ANNO ZERO
 
Alla Germania è toccato di diventare il punto nevralgico in cui si incontrano e si scontrano, con le loro diverse esigenze, le grandi potenze mondiali, le esperienze democratica e comunista ed il principio dello Stato-nazione. E’ assai probabile che l’avvenire del mondo sarà determinato in non lieve misura dal modo in cui tedeschi e non tedeschi, America e Russia, democratici e comunisti, nazionalisti e antinazionalisti sapranno affrontare il problema tedesco. Il dibattito fra tutte queste correnti si è aperto con le parole e con i fatti al momento della sconfitta totale e della formale abolizione del Reich hitleriano, e continua sino ad oggi con una preoccupante assenza di soluzioni ragionevoli.
Ad avere la propria via tracciata essenzialmente dalle due nuove grandi potenze mondiali non è stata solo la Germania, ma l’Europa quasi per intero. Ciascuna delle due potenze scorgendo il nuovo rivale nell’alleato di ieri, ne temeva l’espansione e desiderava perciò mantenere legati a sé i paesi in cui era dapprima solo accampata con le sue forze militari. Ciascuna era animata da un assai forte spirito missionario, e desiderava che forme di vita politica e sociale analoghe alle proprie fiorissero lì dove giungeva la sua influenza. Senza tumultuose rivoluzioni, senza scelte drammatiche le varie nazioni dell’Europa continentale si avviarono verso la loro nuova storia, trovando il cammino indicato in modo obbligato dall’unico potere reale che alla fine della guerra esisteva nel loro paese. Non decisero di diventare democratiche o comuniste in seguito ad uno sviluppo autonomo della lotta politica, ma divennero l’una o l’altra cosa, a seconda che fossero sotto il controllo americano o russo. Gli unici contributi iniziali propri degli europei a questo nuovo capitolo della loro storia furono l’idea e l’apparato dello Stato nazionale. Poiché un diverso principio, benché implicito tanto nell’ideale democratico quanto in quello comunista, non appariva tuttavia nella coscienza politica né degli americani, né dei russi, né dei partiti europei loro amici, e poiché, salvo la Germania, le altre nazioni si trovavano tutte intere nell’una o nell’altra sfera di occupazione militare, le potenze dominatrici guidarono o controllarono la ricostruzione della vita politica nelle loro zone d’influsso in modo da impiantare Stati conformi ai loro ideali politici, accettando tuttavia ovunque che questi Stati fossero nazionali e destinati a ridiventare formalmente sovrani. L’accettazione di questo schema, cui gli europei erano abituati, permise alle forze politiche dei singoli paesi di muoversi con una certa scioltezza che dava loro l’impressione di essere esse a decidere della sorte della propria nazione. Quantunque ciò corrispondesse alla realtà solo in assai modesta misura, in tutti i paesi d’Europa fiorisce oggi la leggenda secondo cui sono state le forze della Resistenza nazionale a salvare la nazione ed a far sorgere qui uno Stato democratico, lì uno comunista.
Nessuna analoga leggenda ha potuto sorgere in Germania, ove il fatto che le decisioni fossero prese dalle potenze dominanti non si prestava a dubbi di sorta. Queste non erano arrivate come liberatrici, ma come vincitrici e non avevano trovato sul posto forze politiche che esse fossero tenute a considerare amiche. Poiché la resa era stata incondizionata, non avevano da rispettare in alcun modo alcuna particolare aspirazione dei vinti, verso i quali erano inizialmente animate solo da sentimenti di vendetta. Furono esse a selezionare i nuovi dirigenti indigeni, ad affidar loro progressivamente funzioni prima amministrative e poi politiche, a prescrivere le regole cui avrebbero dovuto attenersi. Furono esse a prescindere dall’unità nazionale ed a prescrivere modalità, forme e contenuto dei nuovi apparati statali. Le procedure adottate, che furono quella del progressivo accaparramento di leve di comando da parte del partito comunista a oriente, e quella delle deliberazioni del Consiglio parlamentare di Bonn seguite dalle ratifiche da parte dei Länder a occidente, non si prestavano a idealizzazioni. Si trattava di regimi octroyés dai vincitori allo scopo di mantenere associata al proprio campo la parte della Germania da loro inizialmente conquistata.
La fine dell’era nazionale, durante la quale le forze politiche indigene determinavano in modo sostanzialmente autonomo il modo di vivere della propria nazione, e l’irruzione della nuova era della competizione mondiale fra America e Russia, fra democrazia e comunismo, è stata in Germania assai più incisiva che altrove, poiché è giunta fino a spezzare l’unità nazionale.
Una così brusca rottura con il passato non suscitò tuttavia reazioni apprezzabili fra i tedeschi. Non era crollato solo il loro Stato-nazione; si era anche dissolta la dura cristallizzazione nazionale della loro coscienza politica, che si era formata da non più di un secolo, ma che sembrava aver raggiunto profondità insondabili del loro spirito.
Fra le varie mutazioni di cui è ricca la storia tedesca, la più fatale è stata senza dubbio quella che ha permesso al nazionalismo di conquistare in modo radicale gli animi, le istituzioni, la vita politica dei tedeschi. E la più straordinaria è stata quella che ha portato cento anni dopo alla sua dissoluzione.
Quando in Europa è emerso il principio secondo cui ogni nazione ha un diritto imprescrittibile all’unità politica, e pienamente legittimo è solo uno Stato sovrano che incarni una nazione e che abbia come scopo supremo la grandezza e la potenza di questa, la nazione tedesca era forse una di quelle che meno ci si attagliavano. Le tradizioni politiche tedesche consistevano da un millennio nella varia e contraddittoria partecipazione al tentativo sempre rinnovato e mai riuscito di tenere in piedi l’edifizio soprannazionale del Sacro Romano Impero. La cultura e la religiosità tedesche erano state ora cosmopolite ora provinciali, mai nazionali. La Germania non aveva mai avuto frontiere nazionali precise, poiché essa è stata sempre circondata da una spessa ed incerta fascia di territori, nei quali i tedeschi erano inestricabilmente mescolati con francesi, italiani, slavi del sud, ungheresi, polacchi, lituani, danesi; e questa incerta zona si era nel corso dei secoli spostata in sensi opposti a seconda che fossero i tedeschi ad assimilare i loro vicini o ad esserne assimilati.
Ciononostante, sul finire dell’era napoleonica, il principio nazionale, inventato dai francesi, si era presentato ai tedeschi con aspetti particolarmente affascinanti. Il Sacro Romano Impero era svanito fra i ricordi storici, lasciando dietro di sé quella incoerente cosa che era la Confederazione Germanica, la quale sottolineava insieme la grandezza territoriale e demografica della nazione tedesca, la sua impotenza politica e la totale assenza nel mondo politico europeo di qualsiasi idea costruttiva circa il modo di ordinare questo suo centralissimo territorio e di coordinarlo col resto dell’Europa. La cultura tedesca aveva avuto una fioritura meravigliosa che riempiva di ammirazione il resto del mondo e di orgoglio i tedeschi. Il romanticismo aveva svalutato umanesimo e cristianesimo e divinizzava la nazione. Inghilterra e Francia eran lì a mostrare che lo Stato e l’economia moderna davano i loro frutti migliori e più abbondanti fondendosi con l’idea della nazione. Infine il forte predominio culturale ed economico delle città tedesche sulle campagne slave lungo i confini meridionali e orientali della nazione, induceva a pensare che nuove popolazioni erano ormai destinate a germanizzarsi.
La prima battaglia, ancora ideale, fra nazionalismo e cosmopolitismo si è svolta nel seno del mondo culturale tedesco, ed è stata vinta dal primo perché esso aveva anche un contenuto politico — la creazione dello Stato moderno — che al secondo mancava completamente.
La prima apparizione imponente del nazionalismo sulla scena politica ha avuto luogo durante la rivoluzione del 1848, nella Paulskirche, ove si tentò di fondare lo Stato-nazione dei tedeschi sulla simbiosi fra principio nazionale e principio democratico. Se si rievoca il livore anti-slavo, anti-danese, anti-francese, anti-inglese che serpeggiava fra i democratici tedeschi del ‘48, se si pensa alle forti venature nazionali dell’allora nascente ideologia marxista, la quale scorgeva nella Germania la nazione eletta dalla storia a intraprendere la creazione della nuova società senza classi, non è lecito farsi eccessive illusioni sul cammino che avrebbe percorso una Germania democratica e nazionalista, se fosse allora nata. Comunque, se il tentativo di fare della democrazia uno dei principi costitutivi dello Stato nazionale tedesco fosse allora riuscito, esso avrebbe esercitato lì, come ha esercitato altrove, una funzione di freno, sia pure insufficiente, alle tendenze proprie del nazionalismo.
Il freno è invece mancato completamente, quando un ventennio dopo, sotto l’egida di Bismarck, lo Stato tedesco, ancora incompleto ma vigoroso, è nato dal confluire del principio nazionale con il conquistatore Stato militarista prussiano. Il Reich di Bismarck e di Guglielmo II ebbe un’amministrazione moderna, efficiente e sostanzialmente rispettosa del diritto, la quale velava il carattere antiquato e conservatore del suo regime politico. Le sue vittorie militari iniziali erano state folgoranti. Il suo esercito era il più forte d’Europa. La sua economia era vigorosa, fortemente cartellizzata e aggressivamente espansionista. La sua educazione popolare era metodicamente ispirata all’esaltazione nazionale. Il suo stesso movimento operaio, pur proclamandosi internazionalista, sentiva con orgoglio di essere un modello per tutte le altre nazioni. Con la sua forza di attrazione lo Stato tedesco aveva legato a sé l’impero absburgico, in cui i tedeschi, insieme agli ungheresi, dominavano su tutte le altre nazionalità. Suscitava timore e sospetti in tutti gli altri Stati d’Europa ed a sua volta viveva nel timore di esserne accerchiato. Tutto ciò ha fatto del nazionalismo la componente fondamentale della coscienza politica, non più di minoranze intellettuali e borghesi ma di tutti i tedeschi, e li ha portati compatti nell’avventura della prima guerra mondiale.
Dopo la sconfitta, dure condizioni di pace furono imposte alla Germania. Alcune provincie di frontiera, solo parzialmente abitate da tedeschi, e le lontane e poco importanti colonie andarono perdute. L’unità con i tedeschi d’Austria fu vietata. Imperatore, re e principi furono spazzati via. Ma rimasero intatti lo Stato tedesco, ancor più accentrato e più incompleto del precedente dal punto di vista nazionale, il nucleo centrale dell’esercito tedesco, ed il ricordo della grandiosa mobilitazione totalitaria della nazione, che aveva permesso alla Germania di tener testa per quattro anni ad una coalizione mondiale, e che le aveva fatto vincere se non la guerra, almeno una lunga e gloriosa serie di battaglie.
Il principio dello Stato-nazione restò l’idea politica centrale della Germania, e non avrebbe potuto non restarlo nel quadro di un’Europa che usciva dal tremendo bagno di sangue più convinta che mai dell’ineluttabile necessità di restare organizzata sulla base delle sovranità nazionali. I fondatori della Repubblica di Weimar ed in particolare i socialdemocratici che ne costituivano il nucleo politico e sociale più solido, erano contrari alle arroganti manifestazioni del nazionalismo, che avevano prodotto così amari frutti, ma il loro spirito era stato formato dal precedente mezzo secolo di intensa e compiaciuta vita nazionale. Come i loro colleghi degli altri paesi d’Europa, i democratici tedeschi non erano nemmeno capaci di pensare ad un ordine politico che non fosse quello dello Stato nazionale sovrano. Tutto quel che volevano era un alquanto superficiale innesto di istituti democratici sul tronco vigoroso e venerato dello Stato-nazione, nella speranza di giungere ad un risultato politico analogo a quello delle democrazie occidentali. Sotto l’impero avevano abbandonato ogni serio tentativo di riformarlo, e si erano contentati di coltivare modestamente uno stile di vita democratico nel seno delle loro associazioni. Quando lo Stato scivolò nelle loro mani, quasi senza che lo volessero, assunsero con rispetto il compito di dirigerlo e di restaurarlo. Lo salvarono dagli attacchi dei comunisti, che erano allora i soli ad avere, a modo loro, una visione soprannazionale del destino della Germania. Lo difesero con una tenace azione diplomatica di fronte ai vincitori. Continuarono a rifiutarsi di riconoscere il nuovo confine orientale, che appariva loro come un’insopportabile mutilazione nazionale. Ma soprattutto non osarono toccare, ed anzi coprirono con la loro autorità, lo stato maggiore, l’alta burocrazia, la potenza politica e sociale delle baronie industriali e della nobiltà terriera, la perdurante educazione nazionalista impartita nelle scuole della Repubblica. Sapevano bene che tutte queste forze erano profondamente antidemocratiche, ma erano anche consapevoli che costituivano i pilastri fondamentali dello Stato nazionale tedesco e che non era perciò lecito toccarle.
Quest’esperienza, già di per sé dubbiosa, tanto più lo diventava in quanto si svolgeva sullo sfondo di un’Europa caratterizzata dal caos dei piccoli e malsani Stati sorti dalla decomposizione degli antichi imperi absburgico, russo e turco, dall’inquieto nazionalismo italiano, dalla sorda rivalità fra Francia e Gran Bretagna, dal diffuso errore ottico secondo il quale Unione Sovietica e Stati Uniti non contavano come grandi potenze nell’equilibrio. europeo. I nazionalisti tedeschi potevano pensare che una Germania libera dalle pastoie democratiche, sottomessa ad un regime di mobilitazione totalitaria incomparabilmente più coerente di quello che era stato in vigore durante la precedente guerra, avrebbe avuto forti probabilità di cogliere questa volta la vittoria che le era mancata la prima volta.
In queste circostanze la repubblica di Weimar non poteva in alcun modo cambiare le componenti della coscienza e della problematica politica tedesca, e fu solo una patetica pausa fra due avventure di conquista dello Stato e della nazione tedesca.
Hitler ed il suo partito poterono afferrare il potere grazie alla decomposizione sociale e politica causata dalla grande crisi del ‘29 e degli anni successivi; poterono prima preparare e poi scatenare le loro aggressioni internazionali grazie al disordine in cui il regime delle sovranità nazionali aveva precipitato l’Europa; poterono eseguire i loro bestiali delitti perché la macchina del potere totalitario aveva spezzato ogni possibilità di resistenza e dava via libera alle più perverse fantasie dei governanti. Molti tedeschi hanno inorridito nel vedere la loro patria caduta in simili mani, hanno cospirato nelle più difficili condizioni nella vana speranza di liberarla, hanno nobilmente pagato con la loro vita per questi tentativi. Resta tuttavia il fatto che Hitler è stato il metodico e coerente realizzatore di un sogno di grandezza e potenza nazionale che era implicito nello Stato nazionale tedesco, che era stato sognato molto tempo prima di lui, e che, più o meno intenso, più o meno completo, si trovava nella coscienza politica della grande maggioranza dei tedeschi.
L’unità non ancora realizzata di tutti i tedeschi in un solo Stato, il diritto di questo Stato al lealismo illimitato dei suoi sudditi, il suo dovere primordiale di promuovere la potenza nazionale, l’avversione agli ebrei, sentiti come corpo estraneo nella nazione; il desiderio di spezzare la potenza francese, quella russa, ed eventualmente quella qualsiasi altra che volesse ostacolare l’espansione tedesca, la visione di una Germania destinata a conquistar terre e sottomettere uomini a oriente, a dominare l’Europa centrale e poi l’Europa intera, a primeggiare nel mondo, tutto ciò non è stato un’invenzione di Hitler, imposta con la forza ai tedeschi, ma era il contenuto stesso del sogno nazionale tedesco. Di suo Hitler vi ha messo la consapevolezza di quel che di smisurato c’era in tale sogno e la orribile coerenza con cui ha saputo organizzare il necessario regime di terrore sui tedeschi, i massacri degli ebrei e delle altre razze inferiori, la guerra spietata contro il mondo intero, il rifiuto di ogni mezzo termine fra la vittoria assoluta e la sconfitta assoluta della Germania.
Altre nazioni erano state trattate da Hitler molto più duramente di quanto alla fine di questa loro impresa lo siano stati i tedeschi dai loro conquistatori, ma per quelle una resistenza nazionale era stata cosa moralmente possibile e si manifestò perciò anche nelle condizioni più difficili. La sprezzante volontà nazista di considerare le nazioni vinte come razze inferiori destinate a servire lo Herrenvolk, spronava alla solidarietà ed alla lotta. Né d’altra parte questa lotta appariva priva di speranza, perché la guerra continuava, e la potenza dei nemici della Germania era tale da far ragionevolmente sperare nella sconfitta di Hitler.
La caduta della Germania è stata invece uno spegnimento totale di ogni vita e volontà nazionale. Quali che fossero le rivalità che già affioravano fra i vincitori, permaneva la loro avversione alla Germania, e la forza con cui la tenevano soggiogata era tale da escludere ogni speranza di riscossa. In tutto il mondo non una voce si levava in favore dei tedeschi. La miseria e il disordine che piombarono sul paese dopo le distruzioni della guerra, e che pure ponevano l’esigenza di organizzare in qualche modo la vita comune, non si traducevano in azioni politiche, perché non c’erano né uomini, né partiti, né gruppi sociali che disponessero di una propria autorità, di idee proprie, ed intorno ai quali potesse ricominciare una nuova vita politica autonoma. Ai tedeschi non rimaneva che cercare di sopravvivere ciascuno per conto proprio, e sperare che i vincitori non si comportassero con loro come essi si erano comportati con i loro nemici negli anni precedenti. Unità nazionale, Stato, leggi, forze armate si erano talmente identificate con la dittatura nazista, e avevano prodotto tali conseguenze, che quando svanirono nel nulla per decisione dei conquistatori, ciò non suscitò più nessuno sdegno morale e nessun rimpianto nell’animo dei tedeschi.
Dopo il 1945 è stato assai spesso rimproverato a questi di essersi rifiutati di meditare sul loro recente passato e sulle sue più lontane cause. Non si è compreso che se ciò fosse avvenuto, se i tedeschi avessero ancora tenuto concentrata la loro attenzione sul proprio passato nazionale, sia pure per condannarne interi capitoli, ciò avrebbe significato che ci si sentivano ancora legati, che attraverso miracoli di pentimenti, di sensi di colpa e di dialettica, lo volevano salvare e portare ancora innanzi. Ogni condanna di un delitto nazionale sarebbe stata anche la rivendicazione di un diritto nazionale. I vincitori della Germania non hanno frapposto alcun ostacolo ad una tale autocritica, anzi se l’attendevano ed hanno messo innanzi agli occhi dei vinti il quadro completo dei loro delitti nazionali. Se la risposta di costoro è stata l’oblio, la ragione è da ricercare nel fatto che si era rotta in loro la volontà stessa di proseguire l’esperienza dello Stato-nazione. Giudicarla sarebbe per loro stato possibile il giorno in cui avessero avuto una nuova esperienza politica e perciò stesso anche un nuovo criterio di giudizio. Per ora il passato era solo qualcosa di orrido, di doloroso e di informe, da cui non venivano più indicazioni di alcun genere concernenti il futuro. Per paradossale che ciò possa sembrare, il grosso della nazione tedesca era caduto in uno stato di innocenza politica, in una condizione di completa disponibilità. Il giorno sarebbe venuto in cui i tedeschi avrebbero ripreso a vivere politicamente su quella qualsiasi base che sarebbe stata data loro, ma per ora erano una tabula rasa su cui spettava ai vincitori cominciare a scrivere qualcosa.
 
II — DUE STATI PROVVISORI
 
Che assai presto sia riapparso in Germania il fatale concetto dello Stato-nazione e che i tedeschi abbiano dovuto ricominciare a pensarci, non è stato conseguenza di un loro qualsiasi impulso, ma della incapacità dei vincitori di elaborare un altro principio di legittimità statale che non fosse quello nazionale.
Per il resto dell’Europa, se si prescinde dalla voce dei federalisti, i quali contavano tuttavia assai poco come forza politica, la ricostruzione degli Stati nazionali sovrani esistenti prima della guerra non è stata messa in dubbio né dagli americani, né dai russi, né dagli europei. Salvo i tre piccoli Stati baltici inghiottiti ormai dall’Unione Sovietica, tutti gli altri sono risorti e sono stati riconosciuti dai vincitori indipendentemente dalla loro struttura politica.
Diverso fu invece il caso della Germania. Ammettere, dopo tutto quel che era accaduto, la ricostituzione di uno Stato nazionale composto di oltre settanta milioni di tedeschi nel mezzo dell’Europa, era cosa che nessuno desiderava. E tuttavia in base al principio nazionale era impossibile contestare alla lunga ai soli tedeschi il diritto all’unità statale.
I cechi, memori del modo in cui quel principio aveva giuocato contro di loro a Monaco, i polacchi, che erano spinti dai russi a rifarsi con annessioni di terre tedesche della perdita delle loro provincie orientali, ed infine i russi stessi che occuparono la metà della Prussia orientale, decisero di risolvere nel modo più drastico il problema della presenza di tedeschi entro i loro confini, espellendoli completamente dalle terre abitate da loro da secoli, e che avrebbero ora dovuto appartenere alla nazione ceca o polacca o all’U.R.S.S. Ma il principio del cuius regio eius natio, lungi dal negare il principio nazionale, ne era un’assai brutale applicazione. Con una vera e propria finzione giuridica si poteva ancora considerare l’Austria come una nazione a sé e restituirle la sua perduta qualità di Stato sovrano, quantunque gli austriaci fossero senza alcun dubbio tedeschi, e, indipendentemente dal modo violento con cui Hitler li aveva annessi al suo grande Reich, avessero precedentemente mostrato, in più occasioni ed in modi assai poco equivocabili, il loro desiderio di unirsi politicamente col resto della loro nazione. La Francia poteva con una piccola prepotenza e con mille cavilli tentare ancora una volta, e del resto ancora una volta invano, di staccare la Saar dalla Germania per rafforzare la sua industria carbonifera e siderurgica. Tutte queste amputazioni erano di per sé cose marginali, che lasciavano sostanzialmente intatto il problema del destino politico del grosso della nazione tedesca.
A Yalta Stalin, Roosevelt e Churchill avevano dichiarato di riservarsi il diritto di smembrare la Germania, e quantunque successivamente l’espressione non sia stata più adoperata, in linea di fatto i primi passi della ricostruzione politica tedesca furono compiuti nel senso della formazione di una serie di Länder. Se questo progetto fosse stato inquadrato in quello più ampio di una comunità politica europea, avrebbe potuto essere considerato come segno di notevole grandezza di visione politica in coloro che lo andavano realizzando. Se la politica estera, militare ed economica avessero dovuto essere trasferite ad un governo europeo, un corpo statale delle dimensioni di quello tedesco sarebbe stato eccessivo. I poteri residui sarebbero stati assai meglio amministrati da comunità delle dimensioni del Belgio, dell’Olanda, della Svizzera. Del vecchio Stato-nazione tutto ciò che meritava di essere conservato era un commissariato e qualche istituto culturale, addetti alla tutela della lingua, del patrimonio artistico e del folclore nazionale. Cogliere l’occasione dell’universale esecrazione che pesava sullo Stato nazionale tedesco per farlo sparire e per aprire contemporaneamente ai tedeschi la via di una nuova esperienza nella quale essi non avrebbero in alcun modo perso la loro nazionalità, ma questa non avrebbe più avuto nulla a che fare con il potere politico, sarebbe stata la più razionale soluzione del secolare e difficile problema della coesistenza pacifica della nazione tedesca con le altre d’Europa. Avrebbe anche, sia qui detto solo di passaggio, rafforzato notevolmente le tendenze regionaliste avverse agli antichi Stati nazionali accentrati, che erano allora assai vivaci in Francia e in Italia
Lo smembramento cui pensavano Stalin, Roosevelt, De Gaulle ed i loro consiglieri era però tutt’altra cosa. Alla sua base non v’era alcun principio, ma solo la volontà di punire i tedeschi per la loro tracotanza ed un assai forte dilettantismo diplomatico. Si pensava che, come dopo la pace di Westfalia e fino alla fondazione dell’impero di Bismarck, la Germania sarebbe stata composta di una molteplicità di piccoli e medi Stati. Ad essi si sarebbe forse un giorno restituita la sovranità ma la loro debolezza avrebbe loro impedito di fare una politica di potenza.
Il tentativo di organizzare la Germania in Länder non collegati fra loro da nessuna superiore istanza politica non era però vitale. Troppi affari pubblici di grande importanza, ed in quel momento soprattutto quelli concernenti la ricostruzione economica, andavano al di là dei piccoli embrioni statali entro i quali si tentava di ridurre la vita politica tedesca. I problemi potevano sparire dall’orizzonte dei Länder, ma solo per ripresentarsi dinnanzi alle potenze occupanti, le quali avrebbero dovuto garantire il mantenimento del vuoto politico tedesco nel cuore dell’Europa, ed erano invece spinte a ricercare strutture politiche superiori a quelle dei Länder.
Se la Germania si fosse trovata sottoposta tutta all’occupazione militare di una sola potenza, la costituzione dei Länder sarebbe stata irresistibilmente seguita, come per il resto dell’Europa, dalla ricostituzione di uno Stato nazionale tedesco, inizialmente sottoposto a forti controlli e limitazioni, ma necessariamente destinato a recuperare la piena sovranità, a meno che anche gli altri Stati d’Europa avessero acconsentito a limitare la propria. Ma la Germania era divisa in più territori sottoposti al dominio di quattro diverse potenze. La divisione delle tre zone occidentali non era rilevante, perché Francia ed Inghilterra si trovavano in una condizione di troppo forte dipendenza dall’America per potersi opporre efficacemente alla sua volontà. Fondamentale ed insuperabile era invece la divisione fra zona occidentale e zona orientale.
La ricostruzione politica tedesca è stata in linea di fatto, e non poteva non essere, conforme alla nuova realtà politica. Non avendo però né l’America né la Russia, ed anzi in termini più generali né il campo democratico né quello comunista, saputo formulare e tradurre in realtà principi di legittimità statale corrispondenti alla nuova problematica storica, e contrapporli a quello tradizionale europeo dell’unità e della sovranità nazionale, è accaduto che sono, sì, sorti due Stati distinti, ma che la loro esistenza è stata sentita dagli americani, dai russi, dagli europei, ed infine dagli stessi tedeschi come provvisoria e sempre contestabile perché non pienamente legittima.
 
III — INCERTEZZE COMUNISTE
 
La prima voce autorevole che ha risollevato il problema dell’unità nazionale tedesca, nel momento stesso in cui scompariva, è stata probabilmente quella di Stalin, il quale, nel suo discorso di celebrazione della vittoria tenuto il giorno successivo alla capitolazione, lasciava cadere la richiesta di smembramento sostenuta e sottoscritta da lui stesso a Yalta, e dichiarava che l’Unione sovietica non aveva alcuna intenzione di «smembrare o annientare la Germania». Da allora e per parecchi anni l’U.R.S.S. ha bensì preso progressivamente tutte le misure per staccare la sua zona dal resto della Germania, e per sottometterla a quella procedura di sfruttamento economico e di bolscevizzazione cui sottoponeva contemporaneamente tutti gli altri suoi satelliti, ma ha avuto cura di presentare ogni passo verso la costituzione della Repubblica Democratica Tedesca come qualcosa cui era costretta a causa della cattiva volontà degli occidentali, e non ha perso occasione per proporre e riproporre la riunificazione tedesca.
Se si riflette sul contenuto delle proposte avanzate da Stalin, ed ancora per qualche tempo dai suoi successori, bisogna giungere alla conclusione che i dirigenti sovietici non avevano alcun reale interesse a vederle accettate. Se esse lo fossero state, non sarebbero stati solo gli americani a doversi ritirare dalla Germania, ma anche i russi. Il nuovo Stato tedesco sarebbe stato affidato non ad una classe dirigente dotata di alcune idee fondamentali comuni, ma ad un’obbligata coalizione di partiti dotati di idee fondamentali esattamente opposte ed inconciliabili, i quali avrebbero necessariamente agito non nel senso di condividere il potere con l’avversario, ma allo scopo di spezzargli le reni. Certo in una tale riedizione peggiorata della repubblica di Weimar la democrazia avrebbe di nuovo fatto fallimento, ma ci voleva una dose di ingenuo ottimismo, assai difficile ad attribuire al vecchio Stalin, per sperare che senza quell’appoggio militare sovietico che era stato così necessario in tutti gli altri paesi dell’Europa orientale, il partito comunista tedesco avrebbe finito per conquistare il potere. Anche in quest’ipotesi è assai dubbio che ai governanti sovietici dovesse sorridere molto l’idea di avere alla periferia del loro nuovo e fragile impero uno stato comunista di oltre 70 milioni di abitanti, pericolosamente autonomo, capace di ricordarsi di essere esso e non l’U.R.S.S. la vera patria della religione comunista. Sapendo tuttavia quanto fosse spiritualmente impoverito e moralmente squalificato il partito comunista tedesco, Stalin non poteva non aver calcolato che assai più probabile sarebbe stata, in caso di riunificazione, la rapida liquidazione del regime della zona orientale. La nuova Germania si sarebbe alimentata ed avrebbe alimentato la propria classe dirigente di una qualche nuova forma di nazionalismo proprio in virtù dello status internazionale minorato che Stalin proponeva di assegnarle, ed avrebbe profittato delle rivalità esistenti fra i suoi vincitori per sopprimere progressivamente tutti i vincoli che il trattato di pace le avesse inizialmente imposto.
In realtà Stalin contava, e non sbagliava, che le sue proposte non sarebbero state accettate, e senza perdere troppo tempo ha introdotto il regime comunista e la qualità di satellite nel nuovo Stato tedesco orientale, deciso a non sacrificarlo mai più in cambio di un’incerta e pericolosa gara per il dominio di una Germania riunificata.
Inizialmente dietro le proposte di riunificazione c’era il desiderio di Stalin di assicurarsi che le riparazioni di guerra continuassero a fluirgli dalla Germania tutt’intera, e la speranza di riuscire in qualche modo ad aggiungere al dominio sulla Germania orientale un condominio su quella occidentale. Quando questi obiettivi sono andati perduti, il continuo far balenare la possibilità della riunificazione aveva ormai il più modesto obbiettivo tattico di accrescere le incertezze delle potenze occidentali, e di suscitare resistenze nazionali tedesche, allo scopo di frenare, se non arrestare del tutto, il processo di consolidamento istituzionale, economico e militare dell’esperienza democratica nella Germania occidentale in particolare e nell’Europa occidentale in generale.
I frutti di questa politica, dal punto di vista comunista, sono stati men che mediocri. Dichiarando continuamente di essere disposto a rimettere in questione l’esistenza della sua creatura, anche se in realtà non ci pensava affatto, riaffermando la necessità di ricostituire un unico Stato di tutti i tedeschi, considerando solo questo degno di firmare quel trattato di pace cui non si era mai potuti giungere, essendo scomparsa la persona giuridica stessa dell’avversario vinto, Stalin ha contribuito, pur senza essere il solo a farlo, a rimettere in onore presso i tedeschi l’idea dello Stato-nazione. Egli non ha impedito la costituzione della Repubblica federale, né il suo inserimento nel sistema di difesa atlantico, ed ha invece tolto vigore interno e prestigio internazionale alla D.D.R. I governanti comunisti della Germania orientale apparivano più deboli di quelli delle altre democrazie popolari, più indecisi nel consolidare il loro regime. I loro sudditi potevano sperare di avere maggiori probabilità degli altri popoli dell’Europa orientale di staccarsi dal blocco comunista per confluire in un rinnovato Stato tedesco. Il nuovo confine tedesco-polacco era riconosciuto ed accettato dalla D.D.R., ma non dall’altro Stato tedesco. Quasi tutti gli Stati del mondo ad eccezione di quelli comunisti, si astenevano dal riconoscere lo Stato tedesco orientale, di cui la stessa potenza protettrice sembrava proclamare continuamente la provvisorietà.
Dopo le scosse rivoluzionarie subite dall’impero sovietico durante la lunga crisi per la successione di Stalin, Kruscev ha compreso la necessità di metter fine al pericoloso giuoco diplomatico del suo predecessore, ed ha sottolineato al di là di ogni equivoco la volontà sovietica di considerare permanente e irrevocabile l’esistenza dei due Stati e la loro appartenenza ai due opposti campi. In numerose occasioni ha detto e ripetuto che questa divisione è la conseguenza di una guerra mondiale e del successivo equilibrio mondiale; che gli ottanta milioni di tedeschi possono ben continuare a vivere senza la riunificazione, mentre i due miliardi e mezzo di uomini sulla terra non possono affrontare una guerra mondiale combattuta con armi atomiche per realizzare la riunificazione tedesca; che il principio dell’unità nazionale deve cedere il passo dinnanzi al problema della rivalità fra comunismo e democrazia; che quindi l’esistenza di due Stati tedeschi deve essere riconosciuta ed accettata da tutti.
Bisogna riconoscere a Kruscev il merito di essere stato il primo uomo di Stato capace di dire con franchezza quel che tutti già sapevano, ma che nessuno osava tradurre in parole e progetti. Egli resta però sul piano del puro e semplice realismo politico, utile nelle manovre diplomatiche, sterile quando si tratta di costruire per le generazioni future. Poiché l’U.R.S.S. non è in grado di dare all’Europa orientale in generale, e perciò alla Germania orientale in particolare, le istituzioni sovrannazionali che corrispondono ai principi comunisti e mantiene in quella regione un insieme di Stati, fondati tutti, salvo la D.D.R., sul principio dell’unità e della sovranità nazionale, Kruscev può ben imporre a quest’ultima di accettare nell’attuale momento la rinunzia all’unità nazionale, qualunque cosa pensino in segreto i suoi governanti ed i suoi cittadini, ma è costretto a lasciar subito dopo riapparire il problema, ammettendo che, una volta riconosciuti giuridicamente i due Stati, essendo essi entrambi sovrani ed entrambi tedeschi, saranno loro a decidere se unirsi o no. Cacciato dalla porta, il principio nazionale rientra, anche per i comunisti, dalla finestra.
 
IV — SULLA SOGLIA DELL’EUROPA
 
Il modo in cui il problema dello Stato nazionale è riemerso nella Germania occidentale presenta caratteristiche diverse. Mentre in quella orientale non hanno contribuito a porlo e a lasciarlo poi cadere né i tedeschi né gli altri paesi del campo comunista, ma solo l’autocratica volontà della potenza dominante, a occidente il processo è stato determinato non solo dalla volontà americana, ma anche dagli Stati democratici d’Europa e, in misura man mano crescente, dagli stessi tedeschi. A occidente è stato inoltre almeno tentato il superamento del principio della sovranità nazionale, tentativo che a oriente è mancato completamente. E’ infine da sottolineare che, vivendo la grande maggioranza della nazione tedesca nella Germania occidentale, l’evoluzione che ha qui avuto luogo è stata, ed è tuttora, agli effetti del problema tedesco, incomparabilmente più importante di quella della Germania orientale.
Dopo una serie di falliti tentativi di collaborazione, essendo risultata del tutto vana l’illusione, specialmente americana, di una collaborazione sovietica alla ricostruzione europea in generale e tedesca in particolare, gli occidentali si resero infine conto dei loro compiti reali. Essi potevano ben continuare a protestare contro le unilaterali decisioni che i sovietici andavano prendendo nell’Europa orientale e decidere di non riconoscere questo o quell’atto compiuto al di là del sipario di ferro; potevano cioè desiderare che l’esperienza comunista restasse fluida e perciò reversibile nei territori caduti sotto il dominio sovietico. Ma di fronte alle analoghe proteste e speranze dei comunisti e dell’U.R.S.S., concernenti lo sviluppo dell’Europa occidentale, non potevano che procedere nella stessa maniera: sbarrare il cammino all’evoluzione comunista, decidere unilateralmente di trasformare le provvisorie democrazie occidentali in esperienze permanenti, cercare di sviluppare il senso della loro solidarietà reciproca, constatare che il mantenimento della Germania in uno stato di deliquescenza economica e politica avrebbe giovato solo ai nuovi avversari, procedere all’inserimento della Germania occidentale nella più ampia esperienza democratica, senza preoccuparsi se in tal modo l’unità nazionale tedesca andava perduta.
Nel far ciò due vie si aprivano agli Stati Uniti, ai loro alleati europei ed ai tedeschi occidentali. Nel quadro dell’egemonia americana, che non poteva per il momento essere, e non fu, contestata da nessun democratico, e sotto il segno del progressivo consolidamento dell’esperienza democratica, si potevano restaurare le vecchie sovranità degli Stati nazionali o instaurare quella nuova della democrazia federale europea. Poiché l’America era autorevolmente ma incoerentemente favorevole a questa seconda prospettiva, la Gran Bretagna era compattamente e decisamente favorevole alla prima e la Francia, divisa e incerta, vedeva sé stessa simultaneamente e contraddittoriamente nel ruolo di grande potenza mondiale solo provvisoriamente decaduta, e di promotrice dell’unificazione federale europea, entrambe le vie furono tentate parallelamente.
Anche la ricostruzione della Germania occidentale fu avviata e mantenuta per alcuni anni contemporaneamente sui due binari, che per essa costituivano un’alternativa assai più profonda che per tutti gli altri paesi europei. Poiché tutte le altre nazioni avevano struttura statale, anche la Germania occidentale, benché fosse solo un grosso frammento di nazione, la ricevette sotto la forma di Repubblica federale tedesca, sottoposta tuttavia ancora ai controlli e alle limitazioni di sovranità che si convenivano ad una nazione che aveva perso la guerra ed accettato la resa incondizionata. La Repubblica di Bonn fu però contemporaneamente chiamata a partecipare a tutti i tentativi di unificazione europea con la chiara consapevolezza di tutti che nelle istituzioni europee ogni discriminazione sarebbe caduta e che la Germania avrebbe automaticamente cessato di essere paese vinto per diventare paese federato. Il destino istituzionale e politico della Germania occidentale sarebbe stato assai diverso nell’una e nell’altra prospettiva.
Se il cammino dell’unificazione europea fosse stato percorso fino alla sua logica conclusione, lo Stato tedesco non sarebbe riuscito a prendere consistenza. Basta leggere l’elenco delle sue competenze inscritte nella legge fondamentale della Repubblica federale per rendersene conto. I Länder, già precedentemente costituiti e dotati di poteri assai più vasti e più reali di quelli delle provincie, contee e dipartimenti degli altri Stati d’Europa, riducevano in modo sostanziale le competenze dello Stato tedesco. Il campo d’azione attribuitogli copriva inizialmente solo la politica economica ed una modesta parte di quella estera, e sarebbe stato riassorbito da un eventuale governo federale europeo, al quale sarebbero state anche automaticamente trasferite, senza passare nemmeno transitoriamente per le mani dello Stato tedesco, le competenze militari, nonché quelle residue economiche e di politica estera, che le autorità delle potenze occupanti si erano ancora riservate. Senza forze armate, senza diplomazia e senza legislazione economica, la Repubblica federale tedesca sarebbe stata priva di qualsiasi contenuto politico e si sarebbe ridotta ad un centro di collegamento culturale fra i vari Länder.
Se invece fosse prevalsa in Europa la prospettiva delle restaurazioni nazionali, le iniziali modeste competenze del nuovo Stato sarebbero state solo il primo passo verso l’ulteriore devoluzione di tutti gli altri poteri ancora rimasti nelle mani dei vincitori. Lo statuto di potenza vinta e sottomessa a controlli non poteva comunque durare a lungo in una situazione internazionale in cui la guerra fredda obbligava gli Stati democratici a mettere una pietra sul passato, ed a considerarsi tutti solidali di fronte alla comune minaccia. La politica dell’unificazione europea, nella misura in cui il suo obiettivo falliva, si trasformava in un’«astuzia della ragione», servendo come efficace dissolvente psicologico della diffusa diffidenza antitedesca. Ad uno Stato tedesco dotato di strutture democratiche, strettamente collegato con il campo occidentale, e che si trattava già da pari a pari nei tentativi di costruzione europea, non si sarebbe potuto non riconoscere tutti quegli attributi della sovranità di cui godevano gli altri Stati.
Uno dei più strani paradossi della storia europea contemporanea è che uno Stato di cinquanta milioni di tedeschi, destinato a condurre in piena sovranità la politica economica, militare ed estera, non è sorto perché i tedeschi, o la maggioranza di loro, o anche solo una risoluta ed abile minoranza, l’abbia voluto, ma perché la potenza egemonica della coalizione democratica, pur avendo compreso l’utilità della soluzione europea, non è stata capace di imporla, mentre gli altri Stati europei, ed in particolar modo l’Inghilterra e la Francia, cioè i due paesi che maggiormente avevano aborrito lo Stato nazionale tedesco e che per due volte in trent’anni l’avevano affrontato in terribili guerre, hanno sistematicamente scelto ogni volta forme di cooperazione internazionale fra loro e con gli Stati Uniti, che imponevano ineluttabilmente la ricostituzione di un forte Stato tedesco sovrano.
Anche per tutte le altre nazioni d’Europa la scelta del cammino europeo implicava una forte modificazione delle loro istituzioni e della loro coscienza politica. Ma, benché profondamente scossi dalla guerra e dalle nuove forme della politica mondiale, gli Stati nazionali continuavano ad esistere e costituivano perciò un punto di partenza tanto per coloro che volevano subordinarli all’Europa, quanto per coloro che volevano restaurarli. Per i tedeschi non si trattava di modificare qualcosa di esistente, ma di formare qualcosa di ancora inesistente, ed abbiamo già visto come essi si trovassero in un atteggiamento di disponibilità spirituale quale raramente si verifica nella storia umana, perché raramente un popolo subisce tragedie e catastrofi del genere di quelle che avevano colpito la Germania. Più di ogni altra nazione europea i tedeschi avevano bisogno di un’indicazione istituzionale e politica che mostrasse loro con chiarezza la direzione in cui, rimontando dall’abisso in cui erano precipitati, avrebbero dovuto impegnare se stessi ed i loro figli. Furono invece immessi in istituzioni ambigue e che implicavano politiche ambigue, interpretabili e sviluppabili in sensi completamente diversi.
Il problema inizialmente sentito con maggiore urgenza da loro e dai loro nuovi amici è stato quello della ricostruzione economica e sociale. Poiché per il momento si trattava anzitutto di vivere, ogni istituzione, ogni misura politica fu in primo luogo valutata in funzione del grado di benessere che apportava. E poiché la rinascita economica fu effettivamente vigorosa, i tedeschi occidentali hanno accettato la Repubblica di Bonn e la sua politica, paghi di constatare che essa permetteva loro di lavorare con successo, dapprima per uscire dalla miseria e poi per accrescere la ricchezza. Che il successo economico sia stato e sia ancora per tanti di loro il solo criterio di giudizio del loro regime, mostra in qual misura la loro coscienza politica fosse e sia ancora elementare e bisognosa di approfondimento. Che la ricostruzione economica non fosse un fine in sé, ma un mezzo, fu scorto, assai più chiaramente che da loro, dalle classi dirigenti americane alle quali risale il merito di aver voluto, assistito e guidato la ricostruzione economica della Germania e del resto dell’Europa occidentale, considerandola, per adoperare le parole di Marshall «la premessa del mantenimento delle istituzioni di uomini liberi».
Non si può dire che i tedeschi, stretti fra il loro recente passato e quel che vedevano accadere al di là del sipario di ferro, siano rimasti sordi a questa visione. La buona volontà con cui si sono messi a sviluppare l’esperienza democratica è stata straordinaria tanto nel popolo quanto nelle sue classi dirigenti, soprattutto se la si confronta con il modo in cui lo stesso tema è stato contemporaneamente affrontato dagli italiani e dai francesi. Non si poteva certo pretendere da loro né la naturalezza né la profondità del costume democratico dei popoli che hanno radicate tradizioni di libertà. Oltre la massa di coloro per i quali la democrazia era avallata solo dal successo economico, c’erano gli innumerevoli ex-nazisti che, profittando dell’esperienza e delle relazioni accumulate nel regime precedente, hanno saputo rendersi indispensabili annidandosi nelle amministrazioni pubbliche e private, e nelle stesse formazioni politiche democratiche. Costoro hanno conservato nella loro coscienza politica blocchi più o meno grossi di esperienza antidemocratica che di tanto in tanto affiorano. E’ però assai caratteristico dello stato d’animo prevalente fra i tedeschi il fatto che non sono mancati gruppi e partiti i quali, persuasi della permanenza dei vecchi e forti filoni antidemocratici di destra o di sinistra, si sono proposti di riportarli, più o meno velati, sulla scena politica, ed hanno tutti fatto rapidamente un miserevole fallimento. Le forze politiche che contano in Germania hanno tutte sulle loro bandiere e nelle loro intenzioni la difesa della democrazia e si propongono di educare ad essa il popolo tedesco. Quantunque la Repubblica federale sia stata governata dal momento della sua nascita fino ad oggi da un solo partito, sotto la guida ferma ed autorevole di un solo uomo, e non abbia perciò ancora affrontato quella prova cruciale di tutte le democrazie che è l’alternarsi dei partiti e degli uomini al governo, essa può attendere questa prova e prepararcisi senza alcun timore di fare un salto nel buio per quanto concerne il rispetto delle regole democratiche della vita politica.
Non si può tuttavia meditare su questa loro operosità politica così normale e così diligente, senza accorgersi che è assai somigliante a quella dei ragazzi che nella scuola svolgono disciplinatamente i temi dati loro dal maestro secondo le regole da questo prescritte; ma basta guardarli in faccia e sentirli parlare fra loro per comprendere che non si sono ancora dati un compito proprio nella vita, e non si sa perciò ancora cosa resterà nel loro spirito di quanto stanno apprendendo. I tedeschi non sono ancora passati dalla scuola della democrazia alla vita democratica reale, la quale non si riduce al rispetto formale delle libertà, ma consiste nel perseguire con i metodi democratici la realizzazione di alcuni grandi compiti comuni di cui si sa e si riconosce che legano tutti i cittadini e che si trasmettono da un partito all’altro, da una classe sociale all’altra, da una generazione all’altra. Questi compiti storici costituiscono il principio animatore delle istituzioni politiche in quanto le sorreggono e ne sono sorretti; e poiché la situazione politica dei tedeschi consisteva nel fatto di non avere più né istituzioni politiche né compiti comuni da affrontare, offrire loro una certa forma di Stato significava offrire loro simultaneamente anche la visione dei temi politici centrali che essi avrebbero dovuto affrontare all’atto di uscire dalla loro minorità politica.
L’unità europea conteneva la prospettiva di uno Stato e la visione di correlativi grandi compiti comuni di cui riempire la vita politica di alcune generazioni; e da pochi popoli essa fu sentita così profondamente come dai tedeschi per quel che essa effettivamente era: una catarsi politica.
Che tutto non fosse puro nel loro fervore europeo può scandalizzare solo i moralisti. Erano senza dubbio numerosi coloro che, scorgendo quanto in basso fosse caduta la Germania e quanta avversione suscitasse nel mondo intero, non per questo avevano perso l’abitudine di pensare e sentire in termini nazionali. Non credevano nella capacità dell’idea europea di superare il principio nazionale, ma cinicamente pensavano che questa nuova moda politica avrebbe facilitato assai la rinascita della nazione tedesca, e che perciò conveniva renderle omaggio; la moda sarebbe ad un certo momento passata, e nel frattempo, alla sua ombra, la Germania avrebbe ritrovato il suo ordine interno e la sua forza, avrebbe riacquistato amicizie ed alleanze esterne. Di uomini che pensavano così ce n’era a destra e a sinistra, fra coloro che fino al crollo finale avevano occupato posti preminenti nella società, che tornavano ora a rioccuparli più o meno alla chetichella, e la cui immaginazione andava verso una restaurata, ma questa volta saggia, Germania nazionale, e fra molti socialdemocratici, che avevano subito l’ormai antica involuzione nazionale del loro partito e non sapevano vedere oltre il sogno di una Germania socialista. Ma questa adesione con riserva mentale non era di per sé molto pericolosa, poiché se l’Europa fosse nata, la riserva si sarebbe dissolta nella nuova esperienza. Soprattutto, però, essa non era caratteristica dell’opinione pubblica tedesca per la quale, specialmente nelle generazioni più giovani, l’idea europea non era un mezzo per facilitare la rinascita dell’idea nazionale, ma era il nuovo «grande disegno», la nuova speranza, che prendeva nel loro animo il posto prima tenuto dai disegni e dalle speranze nazionali, liberandoli dagli spettri del passato. La nuova esperienza democratica tedesca non sarebbe stata un insieme di meccanismi costituzionali concessi dai vincitori e più o meno passivamente accolti dai tedeschi, destinati a tener controllata la pericolosa bestia dello Stato-nazione; sarebbe stata la partecipazione tedesca alla nascente democrazia europea che era tutta ancora da costruire.
L’enorme e minacciosa vicinanza dell’Unione sovietica, che faceva apparire così insignificanti le vecchie nazioni europee e sottolineava la necessità della loro più stretta solidarietà, la simpatia con cui l’America accoglieva e promuoveva i progetti di unificazione europea, la ricostruzione economica che avveniva se non del tutto sotto la realtà per lo meno sotto il simbolo della collaborazione europea, il fatto che le assise pubbliche o private in cui si discutevano i problemi dell’unità europea erano le uniche in cui i tedeschi venivano ammessi con tutta naturalezza come pari, favorivano questo stato d’animo, il quale tuttavia aveva la sua causa più profonda nel fatto che l’Europa era l’unica risposta seria e promettente all’esigenza etico-politica di un avvenire pulito.
In qual misura l’idea dell’Europa abbia trovato sgombra di resistenze nazionali l’anima dei tedeschi e sia stata in procinto di diventarne la categoria politica fondamentale, è dimostrato dalla consapevolezza diffusa e facilmente accettata, anche se assai di rado espressa con chiarezza, che la prospettiva europea svalutava profondamente e rendeva secondario il tema della riunificazione nazionale. Non era difficile comprendere, o quanto meno sentire — e gli avversari dell’unità europea non hanno mancato di rilevarlo — quale fosse la direttiva profonda e durevole implicita nella politica della costruzione europea, e quale sarebbe stata quella che, una volta costituita, la federazione europea avrebbe seguito. Accingersi a unificare l’Europa occidentale significava infatti prendere atto dall’esistenza di una linea di confine fra esperienza democratica e esperienza comunista, che divideva in due l’Europa, abbandonare i tentativi di spostarla esperiti nei primi due anni del dopoguerra da americani e inglesi, e concentrarsi sul problema della creazione di una sana comunità sovrannazionale atta a consolidare l’esperienza democratica nella sola parte libera dell’Europa. L’unità con la Francia, l’Italia, il Belgio, l’Olanda, che non aveva nulla a che fare con il principio nazionale, passava innanzi al problema della riunificazione nazionale.
Inoltre, se la federazione fosse giunta a realizzazione, essa sarebbe, sì, stata capace di imporre il rispetto della propria indipendenza organizzando un’adeguata difesa europea, ma la limitazione stessa dei suoi poteri, l’eterogeneità nazionale dei suoi Stati membri non le avrebbe in alcun modo permesso quella fosca e totale fusione di sentimenti e concentrazione di volontà, necessarie per condurre una politica ed eventualmente una guerra di conquista. In particolare la molteplicità delle nazioni costituenti il suo popolo avrebbe reso del tutto impossibile per essa adottare come obiettivo politico la riunificazione nazionale tedesca, di cui era dubbio se i tedeschi occidentali avrebbero ripreso a pensarci ed a volerla con tenacia, ma era comunque sicuro che tutte le altre nazioni non ne avrebbero in alcun modo sentito la necessità. Avendo come suo principio ispiratore e come oggetto fondamentale della sua operosità la creazione di una moderna democrazia multinazionale, la politica della federazione europea sarebbe stata per tutto il prevedibile futuro una politica di pace e di attesa. In una tale prospettiva la sorte della Germania orientale avrebbe perso ogni suo particolare rilievo ed ogni priorità ideale e politica rispetto alla sorte di qualsiasi altro Stato satellite orientale. Auspicarne la libertà non avrebbe nemmeno coinciso necessariamente con l’auspicarne la riunificazione nazionale. Non si poteva infatti escludere, ed è stata poi la prospettiva che effettivamente si è dischiusa, che il cammino dell’Europa orientale verso la liberazione non sarebbe passato attraverso improvvisi crolli del sistema imperiale sovietico, ma attraverso un rilassamento progressivo dei legami di dipendenza dei paesi satelliti dall’Unione sovietica, e che il campo democratico avrebbe avuto qualche possibilità di facilitare questo sviluppo. In tal caso una Europa federata, assai più interessata all’estensione della democrazia che all’unità nazionale, avrebbe certamente accettato ed eventualmente facilitato un processo che per la Germania orientale avrebbe significato simultaneamente avvicinarsi in qualche modo alla sfera della libertà e consolidare la caratteristica di Stato a sé stante.
L’effettiva azione europea dei vari governi e le sue realizzazioni sono state in realtà ben misera cosa, priva di slancio e piena di contraddizioni e di timidezze. Varie circostanze tendevano a dare l’impressione che il tema della riunificazione fosse ancora aperto. Il dibattito diplomatico sull’avvenire della Germania continuava aspro fra le grandi potenze, ciascuna delle quali proseguiva imperterrita ad approfondirne la divisione, ma non era affatto disposta ad accettare formalmente quel che accadeva nel campo opposto. L’U.R.S.S. continuava a formulare proteste e proposte di riunificazione e neutralizzazione. L’occidente tutt’intero si rifiutava di riconoscere la D.D.R. ed il nuovo confine tedesco-polacco, e chiedeva la riunificazione nella libertà, ripetendo sempre l’assurda formula del diritto della Germania riunita a sciogliere i suoi legami con l’occidente. La strana situazione di Berlino, l’afflusso ininterrotto di profughi, la rottura dei molteplici rapporti economici, famigliari, personali che si erano intessuti fra le popolazioni delle due Germanie nei tre precedenti quarti di secolo di convivenza in una stessa comunità, aggiungevano un elemento di nostalgia al senso di provvisorietà di tutto quel che si andava facendo in Germania.
In queste circostanze ciò che più colpisce l’osservatore non è il parlare e il fantasticare che si faceva di unità europea e di riunificazione nazionale come di cose che si potessero effettivamente portare avanti insieme, ma la fermezza con cui la maggioranza dei tedeschi è rimasta indifferente agli appelli nazionali, ha approvato chi sosteneva la priorità della politica europea su quella nazionale, senza lasciarsi scoraggiare dalle incertezze e dagli equivoci che accompagnavano la prima e che l’hanno infine portata ad una grossa sconfitta.
 
V — RISVEGLIO NAZIONALE
 
La politica della restaurazione nazionale era implicita nella costruzione stessa della Repubblica federale tedesca, e suoi primi autori devono perciò essere considerati i capi politici delle potenze occupanti della Germania occidentale che ne hanno deciso la costruzione. Creare uno Stato tedesco, nazionale e che tuttavia non riuniva tutta la nazione, con sovranità limitata ma destinato a vivere fra Stati sovrani, evocava necessariamente come sua missione politica centrale la restaurazione della propria sovranità e la riunificazione nazionale.
Poiché la Repubblica federale faceva parte dell’esperienza democratica occidentale ed europea, la sua costituzione conteneva nell’articolo 24 un vago impegno a consentire a limitazioni della sua sovranità, il che equivaleva ad un impegno a diventare cosa del tutto evanescente. Ma poiché la Repubblica federale era anche uno Stato tedesco, la stessa costituzione affermava solennemente che il popolo della Germania occidentale era «animato dalla volontà di salvaguardare la sua unità nazionale e statale», che agiva «per conto» di tutti i tedeschi, che «li chiamava a perfezionare un giorno l’unità della Germania»; considerandosi valida solo «per un periodo transitorio», proclamava fin d’ora la fine della Repubblica federale per il giorno in cui il popolo tedesco tutt’intero si sarebbe dato la sua vera costituzione.
L’esigenza di una politica conforme al principio nazionale non ha trovato la sua prima espressione nella nuova amministrazione pubblica, che era ancor priva di un’anima politica propria; non nelle classi medie e nella grossa borghesia che ne erano state nel passato le tronfie ed ottuse sostenitrici; non nel grosso partito democratico-cristiano e nei suoi minori alleati, che pure avevano così forti tratti conservatori, e nei quali erano confluiti così numerosi gli uomini del regime precedente desiderosi di rientrare nella vita politica; ma nel partito socialdemocratico, che fra le formazioni politiche della nuova Germania era l’unico che si riallacciava senza soluzione di continuità ad una tradizione e ad un’organizzazione politica vecchia quanto lo Stato nazionale tedesco, e che nel seno di questo aveva fatto le ossa, anche se più spesso come partito d’opposizione e perseguitato che come partito di governo.
La socialdemocrazia tedesca non era mai stata nazionalista nel senso stretto della parola, ma aveva subito la sorte comune a tutti i partiti socialisti d’Europa: essendo concentrata sui problemi della riforma sociale ed ottusa di fronte a quelli del potere politico, aveva parassitariamente accettato il potere esistente, che era quello nazionale, lo aveva reso sensibile ai problemi sociali, ma ci si era anche adattata, lasciandosene profondamente nazionalizzare. Nel momento in cui, ora, riemergeva dalla catastrofe nazista, i suoi seguaci continuavano a essere avversi al nazionalismo aggressivo, mai suoi dirigenti continuavano a non saper concepire la loro azione politica che in termini nazionali, ed erano sgomenti dinnanzi al fatto che lo Stato nazionale non esistesse più. Essendo profondamente democratici si impegnarono con serietà nelle istituzioni periferiche della nuova vita democratica, cioè nelle amministrazioni comunali e nei Länder. Se questi corpi amministrativi fossero stati immessi in una struttura democratica sovrannazionale, i socialdemocratici si sarebbero lasciati passivamente europeizzare nello stesso modo e per le stesse ragioni per cui si erano lasciati nazionalizzare nelle generazioni precedenti. Poiché però quel che si ricostituiva era un potere nazionale, sono rientrati nella prigione delle vecchie categorie politiche senza opporvi resistenza, anzi senza nemmeno accorgersi che si trattava di una prigione. C’è qualcosa di involontariamente umoristico nella decisione con cui il loro capo Schumacher tracciò loro la nuova direttiva: questa volta la socialdemocrazia non avrebbe ripetuto l’errore di lasciar monopolizzare da altri i sentimenti nazionali, ma se ne sarebbe fatta essa stessa coraggiosa portatrice.
Il partito sostenne perciò durante i lavori costituzionali i diritti del potere nazionale contro quelli dei Länder, non si stancò di rivendicare alteramente la restituzione alla Germania di tutti i poteri sovrani ancora detenuti dalle potenze occupanti, tacciò di «cancelliere degli alleati», cioè né più né meno che di traditore della patria, Adenauer che si rifiutava di seguirlo in questo cammino, rifiutò ogni collaborazione alla politica di costruzione europea limitandosi ad accettarne di malumore i risultati, proclamò la riunificazione come l’obiettivo supremo della politica tedesca, alla cui realizzazione si sarebbe dovuti esser pronti a sacrificare ogni altra meta di politica estera, fu sempre incline a prendere molto sul serio tutte le proposte di riunificazione che venivano dall’U.R.S.S., ed a rimproverare il governo tedesco e i suoi alleati di non volerle convenientemente sfruttare.
Con questa zelante, continua apologia del principio nazionale, il partito socialdemocratico si proponeva di compiere anzitutto un’operazione di alta saggezza politica, poiché nel passato il diffuso sentimento nazionale si era sempre tradotto in Germania in correnti politiche antidemocratiche, mentre questa volta esso avrebbe trovato la sua espressione in un partito autenticamente e profondamente fedele agli ideali democratici. Ma c’era anche un calcolo elettorale: con questa irruzione nel dominio del nazionalismo attivo, il partito avrebbe infine spezzato quel muro che aveva sempre tenuto lontano da lui la massa di voti di cui aveva bisogno per giungere al governo. I sentimenti nazionalisti risultarono però incapaci di essere educati alla democrazia e di fornir trionfi elettorali alla socialdemocrazia per il semplice fatto che erano morti. Il partito, con la sua antica ma immobile presa su un terzo del corpo elettorale tedesco, è rimasto fina ad oggi costantemente all’opposizione, in un ruolo di Cassandra nazionale, senza esercitare alcuna sostanziale influenza sulla rinascita dello Stato nazionale nella Germania occidentale.
Negli anni cruciali della su ricostruzione, la Repubblica federale tedesca è stata governata dal partito democratico-cristiano, che in una ininterrotta serie di vittorie elettorali ha mostrato di aver compreso molto meglio del suo rivale, lo stato d’animo dei tedeschi. Partito di moderato conservatorismo e di ordinaria amministrazione in tutti gli altri campi della vita politica, la C.D.U. non ha temuto di far propria una visione politica rivoluzionaria nel problema cruciale che concerneva il significato stesso dello Stato tedesco. C’era tuttavia una latente contraddizione tra questa direttiva ideale, il cui punto di approdo sarebbe stato lo svuotamento dello Stato tedesco, e la effettiva azione di governo, che di giorno in giorno lo ricostruiva e lo consolidava internamente ed esternamente.
La contraddizione fu per un certo tempo velata dal fatto che per il governo e il parlamento tedesco era relativamente facile decidere di cedere all’Europa parti di sovranità che ancora non aveva. L’essenza di qualsiasi iniziativa tedesca diretta prima ad accelerare il processo dell’unità europea, e poi a salvarla dal pericolo d’insabbiamento, si spiega solo in parte con il timore di urtare suscettibilità e sospetti soprattutto francesi, e con la mancanza di fantasia creatrice del cancelliere e del suo partito. C’era anche la sottile ed inafferrabile, ma reale e crescente forza d’inerzia del nuovo Stato, che andava crescendo e che dal fallimento della politica europea avrebbe tratto vantaggio, perché tutti quegli attributi della sovranità e della potenza che non sarebbero caduti nel grembo dell’Europa, sarebbero dolcemente e sicuramente scivolati in quello della Repubblica federale.
E’ così accaduto che Adenauer entrerà nella storia come quello fra gli statisti d’Europa che dal più profondo della sua anima ha desiderato la fine del proprio Stato nazionale sovrano ed il suo riassorbimento nell’Europa, e che con maggior successo ed efficacia, perché partendo da una situazione quasi disperata, lo ha rimesso in piedi, gli ha restituito forze armate, alleati possenti, un’economia fiorente, ne ha fatto lo Stato più grosso e più forte sul continente europeo, lo ha rivestito di nuovo della piena sovranità rendendolo in tutto pari agli altri Stati d’Europa, salvo nel fatto che i suoi confini non coincidono con quelli della nazione di cui però si proclamava unico autentico rappresentante.
La maggioranza dei tedeschi occidentali continua ad essere indifferente alla prospettiva nazionale, ma la loro disposizione a diventare europei ha perso consistenza e tende a dissolversi, perché l’Europa si è ridotta ad un’assai poco significativa liberalizzazione economica concordata fra Stati sovrani e non è più visibile sull’orizzonte politico come la meta verso cui la Germania, in compagnia dei suoi vicini ed in particolare. della Francia, stia effettivamente tendendo. I tedeschi occidentali stanno perdendo l’anima europea e non hanno ancora ritrovato quella nazionale, il che, per chi sappia meditare sulla natura delle comunità umane, significa che sotto l’attuale apparenza di stabilità politica la coscienza politica dei cittadini è estremamente labile e perciò suscettibile di improvvise mutazioni.
La classe dirigente della Repubblica federale è invece già divenuta assai nervosa. Non sono più solo i socialdemocratici, ma anche una frazione crescente della C.D.U. che auspicano un nuovo orientamento della politica del loro Stato che dia infine la priorità a ciò che per un frammento di Stato-nazione deve avere la priorità, cioè alla politica della riunificazione e della potenza nazionale. Il vecchio cancelliere riesce ancora ad opporre a questo desiderio non già la politica europea, che egli non ha più e non ha abbastanza fantasia politica per rilanciare, ma l’immobilismo politico e un’indifferenza al tema nazionale che corrisponde all’indifferenza ancora prevalente nel paese, ma non alla logica dello Stato-nazione tedesco, e che perciò sempre più diventa una politica personale di Adenauer, non condivisa nemmeno dai suoi più vicini collaboratori.
La Germania occidentale è così giunta su una soglia, oltrepassando la quale diventerà ancora una volta quel che lo Stato tedesco è stato durante tutta la sua tragica esistenza: una potenza interiormente ed esteriormente squilibrata, e perciò pericolosa per sé e per gli altri, perché la sua ragion d’essere fondamentale, l’unità di Stato e nazione, non solo non è realizzata, ma se ne può perseguire la realizzazione solo a condizione che il suo popolo e i suoi dirigenti passino dal regno della responsabilità politica, che è oggi quella del consolidamento e dello sviluppo dell’esperienza democratica nel quadro della sua coesistenza competitiva con l’esperienza comunista, nel regno dell’irresponsabilità nazionalista.
I sintomi di questa involuzione si possono cogliere in numerosi campi, ma quello in cui appaiono già più evidenti è forse quello militare. Nel 1945 si voleva addirittura proibire ai bambini tedeschi di giuocare con i soldatini di piombo. Nel 1950 per evitare la ricostituzione di un esercito tedesco se ne voleva fare uno europeo. Nel 1954 l’esercito nazionale tedesco rinasceva, ma con imitazioni varie quanto alle sue dimensioni ed al suo armamento, si fantasticava un impossibile tipo di disciplina militare democratica, si stabiliva che questa volta l’esercito sarebbe stato sottoposto al controllo del potere civile. Nel 1958 esso è diventato il più forte esercito che si trovi nell’Europa occidentale, e lo si è cominciato a dotare di armi atomiche tattiche. Nel 1960 il suo ministro della difesa, benché civile, segue già le orme del suo predecessore militare della Repubblica di Weimar, e come questi impiantava allora basi segrete in U.R.S.S., egli ne impianta ora in Spagna…
 
VI — LA POLITICA DEL NAZIONALISMO
 
La politica dell’unità nazionale sembra nel momento attuale per la Germania altrettanto impossibile quanto quella dell’unità europea. Questa, grazie soprattutto alla rinascita nazionalista francese, è finita sul binario morto del trattato di liberalizzazione commerciale che va sotto il nome di mercato comune, e che è politicamente del tutto sterile. Quella ha la via sbarrata dal sistema dell’equilibrio mondiale. E’ bensì vero che i sovietici parlano del futuro diritto delle due Germanie di decidere fra loro della propria riunificazione, e che gli occidentali rivolgono di tanto in tanto ai sovietici nuove proposte di riunificazione. Ciò mostra che sia gli uni che gli altri non riescono a liberarsi dallo spettro del principio nazionale, ma anche che sanno adoperarlo solo per mettere in imbarazzo l’avversario, senza avere nessuna vera intenzione di applicarlo, a meno che esso implichi il passaggio dalla propria parte della porzione di Germania che si trova nel campo avverso. La riunificazione ha infatti per Kruscev come condizione il mantenimento dell’attuale regime della D.D.R., e perciò la bolscevizzazione della Repubblica federale; per gli occidentali presuppone le libere elezioni e perciò la fine del regime comunista. Entrambi i rivali sanno che queste loro condizioni sono irrealizzabili; finché americani e sovietici avranno la responsabilità della guida politica e militare delle due Europe, e finché dovranno tentare di evitare la guerra totale, non potranno essere costretti a cedere quel che hanno in Germania, né costringere l’avversario a cedere. L’U.R.S.S. non potrebbe accettare il passaggio della Germania orientale nel campo democratico senza dare, con ciò stesso, il segnale della rivolta nazional-comunista o nazional-democratica in tutta l’Europa orientale; l’America non potrebbe accettare il passaggio opposto senza assistere al rapidissimo dissolversi dell’alleanza atlantica; né U.R.S.S., né Stati Uniti hanno infine alcun interesse a veder sorgere in Europa una Germania unita e neutrale, facendone l’arbitra e la profittatrice del loro antagonismo.
Queste argomentazioni, che sono qui solo accennate, ma riempiono di sé una vastissima pubblicistica, hanno tuttavia un peso decisivo solo per i politici e per i giornalisti del giorno per giorno. Per coloro che si propongono mete politiche scaturenti da principi, da tradizioni, da interessi permanenti, dalla logica interna del proprio Stato, esse possono tutt’al più indurre alla pazienza e all’astuzia. Poiché le congiunture politiche sono di per sé fenomeni transeunti, costoro riaffermano sempre di nuovo e con tenacia le loro aspirazioni, sotto forma ora di sommesse proposte, ora di rivendicazioni veementi, finché giunga il momento in cui la congiuntura cambi e ne permetta l’adempimento.
I sostenitori della riunificazione nazionale si dividono oggi in tendenze diverse a seconda delle circostanze che essi auspicano per poter realizzare un giorno il loro scopo. Ma poiché questo è comune, è assai probabile che, ove il corso degli eventi aprisse un giorno un varco anziché l’altro, si assisterebbe ad un improvviso confluire di gruppi e di uomini che sono oggi apparentemente su posizioni inconciliabili.
L’aspirazione alla riunificazione è oggi probabilmente più diffusa nella D.D.R. che nella Repubblica federale. La diretta dominazione straniera, il regime totalitario, ed il basso livello di vita devono tener desto fra loro il desiderio di unirsi con i più fortunati connazionali d’occidente, e questo sentimento deve essere tutt’altro che raro anche fra i gerarchi del regime comunista. Non è difficile notare la sfumatura diversa che c’è fra il modo in cui Kruscev mette da parte come cosa poco importante l’unità tedesca, e le complicate espressioni dei comunisti tedeschi della Germania orientale, i quali constatano, sì, che avendo la rivoluzione socialista vinto solo su una parte della Germania, i due Stati sono provvisoriamente diventati una necessità, però utilizzano sempre nella loro propaganda una bolsa retorica patriottica e si rivolgono con insistenza al vicino Stato tedesco invitandolo a qualche comune azione contro la guerra, per il disarmo atomico e per altre imprese propagandistiche, ma sempre con un lieve eppure percettibile appello ad una segreta solidarietà fra tedeschi diversa dalle solidarietà ufficiali. Comunque, qualunque cosa pensino e sperino i tedeschi della Germania Orientale, la D.D.R. è oggi tenuta sotto un così fermo controllo da parte dell’Unione sovietica, da non potersi permettere in alcun modo obiettivi diversi da quelli prescritti da questa.
Il problema della riunificazione è tenuto aperto soprattutto nella Repubblica federale, la quale pretende di rappresentare tutti i tedeschi. Se la Germania occidentale fosse una dipendenza americana, tenuta sotto controllo da Washington nella stessa maniera in cui Mosca controlla governo e forze politiche di Pankow, queste rivendicazioni avrebbero il peso che hanno ad esempio l’irredentismo di Seul, di Saigon e di Formosa. Ma la Repubblica di Bonn è un’alleata e non una dipendenza degli Stati Uniti. E’ già talmente influente da mantenere tutti i paesi del campo democratico, ed in particolare gli Stati Uniti, impegnati alla promessa della «riunificazione nella libertà», al non riconoscimento della Germania orientale, e delle sue frontiere con la Polonia.
Non manca in Germania chi pensa che la riunificazione si possa raggiungere solo come uno dei frutti di un’acutizzazione della tensione mondiale, e che a questo evento occorra esser pronti. Fra i vari alleati continentali dell’America la Germania è, secondo questa tesi, il più solido sul continente. Da quando l’Inghilterra ha cambiato il suo armamento da prevalentemente convenzionale in prevalentemente atomico, e la Francia ha trasferito quasi tutte le sue forze armate nella guerra d’Algeria, la Germania occidentale è diventata la principale forza armata sul continente. Essa deve diventare l’alleata indispensabile degli Stati Uniti e riarmarsi spiritualmente con il nazionalismo in modo da essere in grado di affrontare con qualche probabilità di successo il conflitto e restaurare l’unità nazionale. Il pseudo-realismo di questo atteggiamento, il suo tono bellicoso, il narcisismo politico che mette la Germania al centro della politica mondiale e le assegna compiti sproporzionati alle sue possibilità reali, sono tutte manifestazioni tipiche del vecchio nazionalismo tedesco. Assai pochi sono coloro che sostengono questa tesi, ma è assai caratteristico che essa abbia già trovato modo di esprimersi pubblicamente e di avere un pubblico di ascoltatori e di lettori. La prospettiva di una nuova guerra mondiale è tuttavia così temuta, e le probabilità di distruzione totale della Germania in caso di conflitto sono così elevate, che questa nuova edizione dell’aggressivo nazionalismo è considerata in generale come qualcosa di assai poco serio.
L’ipotesi su cui lavorano i più tenaci nazionalisti tedeschi è in generale quella opposta; essi si presentano come i più caldi fautori della pace e sono perciò particolarmente numerosi nella sinistra che è tradizionalmente piuttosto pacifica. La riunificazione tedesca deve essere, secondo costoro, una bella e provvidenziale conseguenza della politica di distensione e di disarmo mondiale.
Oggi la linea che divide l’Europa e la Germania è per le grandi potenze e per i loro alleati una linea di impegno totale. L’Europa non è certo la sola posta della rivalità russo-americana, ma è senza dubbio la più importante. La presenza di forze armate e di strumenti di guerra totale delle due grandi potenze mondiali su di essa crea e mantiene un’assai pericolosa situazione di tensione, che il non risolto problema tedesco acuisce ulteriormente. E’ abbastanza naturale che a partire dal momento in cui i due rivali hanno dovuto rinunziare a lavorare sull’ipotesi della distruzione dell’avversario, e cominciano a ricercare alcune regole empiriche di competizione pacifica, si giunga a pensare ad un certo disimpegno militare delle grandi potenze in Europa.
La creazione di vere e proprie zone disimpegnate appare nel momento attuale poco probabile, ma non è cosa che si possa escludere a priori. A partire dalla morte di Stalin e dalla fine della guerra di Corea, essendo apparso chiaro che russi e americani sono, di buona o di mala voglia, obbligati a coesistere, ha cominciato a manifestarsi una dislocazione progressiva dei due sistemi di alleanze e di controlli. Tutti i paesi europei hanno profittato della distensione per attenuare la loro dipendenza, per tentare di sviluppare una politica estera autonoma, per non mantenere i loro impegni, per esercitare ricatti sui loro grandi alleati, per tentare persino delle rivolte. Non è un segreto per nessuno che né Washington, né Mosca possono oggi avere una vera fiducia nei loro rispettivi alleati. In un certo senso e in una certa misura il disimpegno delle grandi potenze dall’Europa, favorito anche dallo sviluppo delle armi missilistiche, comincia già ad apparire sotto forma di rallentamento dei legami fra le potenze egemoniche mondiali ed i loro vassalli europei. Se se ne parla, non è perché si tratta di introdurre qualcosa di totalmente nuovo e diverso, ma perché si pensa di poter dare consistenza ad una tendenza già esistente. La prudenza con cui si avanza su questo cammino, proviene dal fatto che ciascuna delle grandi potenze è naturalmente più disposta a dissolvere le alleanze del rivale che le proprie; ma questa circostanza è normale in ogni trattativa diplomatica. Se le esigenze dello sviluppo economico, che diventano assai importanti nel quadro della coesistenza competitiva, facessero crescere in America, ma soprattutto nell’U.R.S.S., la propensione a trovare qualche compromesso diplomatico e a fermare la corsa agli armamenti, e, considerando stabilizzata la situazione europea, le due potenze mondiali spostassero i loro sforzi e la loro rivalità verso i continenti sottosviluppati in misura maggiore di quanto hanno fatto finora, ciò che nel momento attuale appare poco probabile potrebbe diventarlo molto. In tal caso le due Germanie potrebbero essere il primo territorio in cui tentare il disimpegno.
Il principio nazionale verrebbe incontro a questa esigenza, fornendo lo strumento apparentemente più adatto per sormontare ogni difficoltà. Le due Germanie dovrebbero uscire dai due patti atlantico e di Varsavia, allo scopo di riunirsi. Il primo e fondamentale atto della nuova comunità nazionale tedesca dovrebbe consistere nel raccogliere infine l’eredità dello Stato nazionalsocialista e firmare il trattato di pace, accettando limitazioni e controlli sul suo armamento, l’impegno alla neutralità, e persino, se proprio necessario, il confine dell’Oder-Neisse.
In questo piano la maggiore difficoltà sembra essere costituita dalla differenza dei regimi politici dei due Stati destinati a fondersi. Fra un paese democratico ed uno comunista è possibile a rigore stabilire rapporti diplomatici corretti, buone relazioni economiche, e persino alleanze militari. Si possono sviluppare relazioni culturali, benché non del tutto normali, perché una democrazia può lasciar libero accesso a tutte le manifestazioni culturali e propagandistiche del comunismo, ma non viceversa. Si possono rendere simili quasi tutte le misure di sicurezza e di giustizia sociale, poiché il loro livello dipende dal livello del reddito nazionale, ma è assai largamente indipendente dal sistema economico capitalista o socialista prevalente. Quel che non si può introdurre in alcun modo è l’unificazione politica, perché il tipo di governo fondato sulle libertà politiche dei cittadini e quello fondato sul dovere dei sudditi di affidare anima, corpo e beni alla saggezza dei governanti corrispondono a due tipi di società politica inconciliabili. Messi insieme, l’uno o l’altro deve necessariamente sparire. Possono tuttavia anche svalutarsi e svanire entrambi, se un terzo principio si sovrappone loro con sufficiente vigore.
L’ostacolo dei diversi regimi sarebbe praticamente insormontabile solo se il costume democratico fosse così radicato nel popolo della Germania occidentale, e la consapevolezza della propria missione fosse così forte nel partito comunista della Germania orientale, da rendere impossibile il loro sacrificio sull’altare della riunificazione nazionale. Tale non è però il caso né per la repubblica di Bonn, né per quella di Pankow.
Una democrazia può dirsi solida se il suo popolo ed i suoi dirigenti hanno dietro di sé un’esperienza accumulata di momenti difficili superati con successo, di minacce alla libertà rintuzzate con vigore, di lotte politiche interne vivaci e tuttavia sempre contenute nel quadro delle regole democratiche. Nulla di simile esiste nella Repubblica federale. La democrazia è qui un regime octroyé una dozzina d’anni fa dai vincitori. I più difficili problemi costituzionali, politici, militari, economici sono stati finora impostati ed avviati a soluzione da costoro, restando ai tedeschi solo il compito di proseguire nella direzione indicata loro. Né i tedeschi occidentali, né i loro capi politici si sono finora mai trovati dinnanzi a vere grandi scelte, e non hanno perciò mai avuto la consapevolezza di assumersi grandi responsabilità politiche. Se la Repubblica federale si trovasse dinnanzi a problemi straordinari e gravi, concernenti la sua stessa esistenza, il suo breve, grasso e torpido passato non costituirebbe alcun capitale di esperienza democratica profondamente e intensamente vissuta, che desse garanzia circa il modo di comportarsi del suo popolo e dei suoi dirigenti. Il giorno in cui il dogma della riunificazione uscisse dal limbo in cui attualmente si trova e divenisse il tema centrale della vita politica, sorgerebbero, e potrebbero anche essere suscitate, situazioni che porterebbero ad una assai rapida svalutazione di un costume democratico, acquisito di recente, mai messo veramente alla prova, e che fosse un freno all’unità nazionale.
Per ragioni del tutto differenti un’analoga mancanza di solidità ha il regime comunista di Pankow. La solidità di un regime comunista, a differenza di quella di un regime democratico, non consiste mai nel libero consenso popolare, il quale per definizione manca, ma nella fiera e dura consapevolezza che il partito al potere ha della sua missione. Aver combattuto ed abbattuto il vecchio regime, affrontare imprese colossali per il benessere di generazioni future, fare del proprio paese una grande potenza, guidare popoli sterminati, disporre dell’inebriante potere totale — sono questi gli ingredienti della solidità di uno Stato comunista, che fruttano se non il consenso, per lo meno l’obbedienza e le apparenze dell’entusiasmo popolare, e che permettono di superare le terribili crisi di palazzo caratterizzanti il processo di rinnovamento dei suoi dirigenti. Nessuna di queste caratteristiche è presente nella D.D.R. Le persecuzioni hitleriane sarebbero per il partito comunista tedesco un capitolo di gloria, se il loro ricordo non si fondesse con quello delle contemporanee feroci purghe inflittegli da Stalin. A differenza di altri partiti, esso non ha un passato di resistenza partigiana che gli permetta di credere di avere in qualche modo contribuito all’abbattimento del regime nazista. E’ stato insediato al potere dai governanti sovietici per nessun altro suo merito fuorché quello della servile obbedienza al Cremlino. Il senso della propria nullità politica è nei comunisti tedeschi più forte che in qualsiasi altro partito dell’Europa orientale, ed è reso ancora più amaro dal ricordo del posto preminente che l’attesa della rivoluzione tedesca aveva occupato nella mitologia comunista. Essa avrebbe dovuto essere la svolta decisiva della storia umana verso il comunismo, e si è invece ridotta alla tetra amministrazione poliziesca di una incerta satrapia periferica dell’impero russo. La presenza di Berlino libera nel mezzo del loro territorio, l’esodo permanente di loro sudditi verso l’occidente, l’esistenza di una Germania occidentale più forte e più prospera della loro, e che contesta la legittimità del loro Stato, contribuiscono ulteriormente a ridurre la loro fiducia in se stessi e nel loro Stato. Il giorno in cui il problema della riunificazione diventasse attuale, si può prevedere che non solo la totalità del popolo orientale ne saluterebbe l’avvento come una liberazione, ma che anche una non trascurabile porzione dei quadri dirigenti comunisti sarebbe disposta a transigere sul loro attuale monopolio del potere. Per alcuni ciò sarebbe la fine dell’umiliante dipendenza attuale dal Cremlino; per altri si tratterebbe di riscuotere un po’ di gratitudine presso il loro popolo e conservare perciò in qualche nuova forma almeno una parte delle funzioni di classe dirigente; per altri ancora si tratterebbe di un passo indietro provvisorio, atto a creare le premesse di una futura riconquista della Germania tutt’intera al comunismo.
In breve: la ragione profondamente sentita, anche se normalmente non confessata, per cui i nuovi nazionalisti tedeschi hanno fiducia di giungere alla riunificazione, risiede nel confronto che essi fanno fra il principio nazionale, che per due paesi tedeschi non più legati alla problematica mondiale sarebbe un dovere evidente, indiscutibile, permanente, e la superficialità e fragilità delle esperienze democratica e comunista dei due attuali provvisori Stati tedeschi.
Il progetto di riunificazione elaborato dai socialdemocratici è forse il documento che finora meglio mostra in che modo, proprio nel partito più fedele per lunga tradizione e per profonda convinzione ai valori democratici, questi si disfano per il solo fatto di essere subordinati all’ideale della riunificazione. Il progetto prevede come fase transitoria una Confederazione composta dei due Stati attuali, il cui organo centrale sia un Consiglio parlamentare pantedesco, composto di deputati eletti per metà a occidente in regime di libertà politica, e per metà a oriente in regime totalitario, il quale prenda le sue decisioni a maggioranza di due terzi dei suoi membri, e, cominciando con l’assumere poteri legislativi in materia economica e sociale, costruisca progressivamente lo Stato unificato, svuotando quelli attuali. E’ evidente che tutte le speranze di sviluppo di un così deforme apparato, in cui la democrazia diventa una beffa, risiedono nella convinzione che non la libertà o il comunismo, ma la volontà di costruire lo Stato-nazione finirà per prevalere e per imporsi. La Confederazione, o quella qualsiasi altra transeunte formula che si potesse adottare in sua vece, avrebbe il solo scopo di rendere ancor più labili le strutture statali esistenti, più fluide le formazioni politiche, più inconsistente la coscienza politica dei cittadini, e di riaprire il varco al nazionalismo, fornendogli un centro di cristallizzazione che ora gli manca, e facendone il tema centrale della politica tedesca.
Buona parte dei fautori di questa tesi — ed in particolare i socialdemocratici — sono convinti che il prodotto di questa evoluzione sarebbe quel bonario nazionalismo noto col nome di patriottismo, e che il processo della riunificazione non darebbe luogo, questa volta, a nessuna di quelle perverse manifestazioni caratteristiche del nazionalismo tedesco passato. Ma questo compiaciuto ottimismo è del tutto infondato.
Anzitutto è da sottolineare che il processo della riunificazione non potrebbe imporsi sulle inevitabili resistenze di istituzioni e di uomini, democratici a occidente e comunisti ad oriente, senza suscitare aspri contrasti, che potrebbero essere superati solo da forti ondate di passioni nazionaliste in entrambe le Germanie. Poiché di qua e di là dell’Elba le istituzioni più decisamente fondate sulla priorità dei valori nazionali sono i due eserciti, e per essi è assai più facile pensare alla propria fusione che ad un conflitto fra i due paesi, non occorre esser profeti per prevedere che le forze armate sarebbero, fra tutte le forze esistenti nelle due Germanie, quelle che avrebbero le più grandi probabilità di trovarsi, idealmente e praticamente, al centro del processo di riunificazione e di costituirne il principale motore.
Ma il quadro diventa ancor più preoccupante quando si pensa alla politica estera obbligata che questa riunificata Germania dovrebbe seguire. La riunificazione potrebbe essere avviata alla sola condizione di un disimpegno russo-americano e della rinunzia a sostituire l’ordine oggi imposto in Europa da queste due potenze con un ordine sovrannazionale, democratico in Europa occidentale e comunista in quella orientale. E’ assai probabile che, se ciò avvenisse, tutti gli Stati-nazione d’Europa, recuperando la realtà oltre che la forma della loro sovranità, ne proverebbero lì per lì un sollievo generale, che però durerebbe l’espace d’un matin. Nella misura in cui le grandi potenze restituissero ai loro alleati europei, o anche solo a una parte di essi, i poteri di cui hanno goduto nel passato, ciò equivarrebbe ovunque all’immediato prevalere dei divergenti punti di vista nazionali, e perciò ad un notevole e crescente disordine dapprima europeo e poi mondiale. In modo preminente ciò varrebbe per la Germania, legata dal trattato di pace alla neutralità, ad un armamento limitato ed al rispetto delle sue frontiere attuali.
La neutralità di un piccolo Stato può essere accettata e rispettata dal paese stesso e dalle grandi potenze, proprio perché si tratta di un piccolo paese il cui peso nella politica mondiale è così lieve da rendere le grandi potenze relativamente indifferenti alla sua posizione sullo scacchiere diplomatico-militare, ed il paese in questione assai poco incline ad entrare in giuochi politici nei quali esso conterebbe comunque assai poco. Anche in questo caso i limiti entro cui la neutralità è rispettata sono assai aleatori, poiché può sempre accadere che un conflitto diplomatico o militare fra grandi potenze passi proprio attraverso il piccolo paese neutro. Ma la neutralità accettata da un grande Stato e da potenze mondiali rivali è quanto di più inverosimile possa immaginarsi. Il trattato che la consacrasse sarebbe dimenticato nel momento stesso della sua firma. Una Germania neutralizzata sarebbe perfettamente consapevole dell’enorme vantaggio economico, politico e militare che essa darebbe alla parte verso cui si inclinasse, e tradurrebbe subito questa consapevolezza in un’azione diplomatica diretta in primo luogo ad ottenere la soppressione di tutte le limitazioni inizialmente impostele, a cominciare da quelle militari, e successivamente a guarire le ferite più riposte del suo nazionalismo: frontiere orientali e problema austriaco risorgerebbero con fatale necessità. La storia della politica estera dello Stato nazionale tedesco, da Bismarck ad oggi, è la storia di una perpetua lotta contro impegni e limiti imposti dal resto del mondo alla nazione tedesca ed accettati dai suoi governanti sempre come cosa ingiusta, provvisoria e da eliminare appena l’occasione se ne fosse presentata; tale tornerebbe ad essere il cammino tedesco dopo la riunificazione. Russia ed America, lungi dall’opporre un comune insormontabile rifiuto a questa pressione rivendicativa, gareggerebbero in concessioni allo scopo di ottenere il favore tedesco. Per tutti gli altri Stati europei la presenza di una tale Germania avrebbe il duplice effetto di spingerli a sottrarsi anch’essi, come la Germania, dalla tutela delle grandi potenze, e di lanciarli nel labile giuoco delle coalizioni anti- o filo-tedesche.
Dal punto di vista nazionalista tedesco una tale prospettiva può essere inebriante; dal punto di vista della politica mondiale, ciò significherebbe il caos crescente in un’Europa ricaduta ancora una volta preda delle febbri nazionaliste. Dopo essersi disimpegnate, Unione Sovietica e America sarebbero costrette a tornare in Europa di tutta furia, cercando di giungere ovunque prima dell’avversario; in questa corsa le probabilità di un terzo conflitto mondiale sarebbero accresciute e non diminuite.
Questa è la più verosimile previsione che si possa fare del punto di arrivo della riunificazione tedesca. Che essa finisca per avere tinte sociali comuniste o capitaliste, non è né prevedibile, né importante. Importante è il fatto che essa può emergere solo da una decisione, sempre possibile anche se per ora poco probabile, degli americani e dei sovietici di abbandonare l’Europa o grosse parti di essa al caos dei nazionalismi, e non può costituire altro che un possente fattore di accelerazione di tale caos. I primi ad esserne travolti sarebbero i partiti democratici tedeschi, ma, a quanto sembra, essi hanno un oscuro e profondo impulso al suicidio.
 
VII — LA VIA DELLA SPERANZA
 
La salutare indifferenza che la maggior parte dei cittadini della Repubblica federale continua a mostrare verso la prospettiva della riunificazione, e che è loro rimproverata amaramente da molti politici e giornalisti, la diffidenza di tutti gli altri Stati europei, la quale resta diffusa, anche se ufficialmente essi dichiarano assai spesso il contrario, e la improbabilità che sovietici e americani giungano per ora ad un reale disimpegno in Europa tutto ciò permette di sperare che l’orientamento nazionalista di una porzione crescente delle classi dirigenti della Germania occidentale non abbia ancora assunto le caratteristiche di un fenomeno praticamente irreversibile.
Quel che non può tuttavia più durare a lungo è l’assenza di ogni prospettiva d’azione politica a lunga scadenza, che caratterizza la politica dell’attuale governo. Esso si dichiara difensore dei valori democratici senza tuttavia fare nessuna attiva politica di unificazione europea; riafferma ad alta voce i valori nazionali, rifiutandosi tuttavia di promuovere la creazione di condizioni favorevoli alla riunificazione; cerca di coprire il proprio imbarazzo facendo finta che il mondo si trovi ancora nell’atmosfera della guerra fredda, il che gli permette di non vedere che uno degli accordi parziali fra Stati Uniti e Unione Sovietica più necessario per attenuare la tensione mondiale, più facilmente realizzabile poiché non comporta né vinti né vincitori, né attenuazione delle rispettive posizioni ideali, e perciò più probabile nei prossimi tempi, concerne proprio la Germania. L’U.R.S.S. e gli altri paesi comunisti potrebbero riconoscere che l’indipendenza di Berlino occidentale, quale che sia la formula giuridica da adoperare, è garantita dalla presenza militare delle truppe occidentali. Come contropartita gli Stati Uniti e gli altri paesi democratici potrebbero riconoscere de jure l’esistenza della D.D.R. Ciò non farebbe che sanzionare quel che oggi esiste e che di fatto nessuna delle due parti può proporsi di cambiare. Il governo di Bonn con il suo rifiuto di prendere in considerazione questo accordo, può ritardarne la conclusione, ma ben difficilmente può impedirla, poiché essa è, per così dire, una tappa obbligata della politica dell’equilibrio mondiale. L’attuale posizione puramente negativa del governo di Bonn avrebbe un significato se il campo democratico fosse animato da una volontà aggressiva di rolling back rispetto a quello comunista, o se lo Stato tedesco occidentale fosse animato da propositi di riconquista violenta della Germania orientale. Poiché né quella volontà né questi propositi esistono, fuorché nelle interpretazioni malevoli dei loro avversari, l’atteggiamento del governo tedesco attuale non è una politica, ma solo il rifiuto di ogni politica.
Qualsiasi seria e ragionevole politica della Germania occidentale deve avere, e finirà, prima o dopo, di buona o di mala grazia per avere come premessa e punto di partenza l’accettazione dello status quo della nazione tedesca, l’abolizione della finzione che la Germania orientale sia non uno Stato comunista satellite dell’U.R.S.S., ma solo ancora una «zona» della indivisibile Germania, occupata militarmente dall’Unione sovietica.
Il riconoscimento della D.D.R. non implica di per sé l’abbandono della politica della riunificazione, la cui linea di sviluppo nel quadro dell’equilibrio mondiale attuale passa anzi, come abbiamo visto nelle pagine precedenti, attraverso un processo di riavvicinamento dei due Stati. Per prepararvisi il governo della Repubblica federale dovrebbe affermare sistematicamente la propria autonomia politica rispetto all’America ed all’Europa, attenuare tutti i suoi attuali troppo unilaterali legami diplomatici, militari ed economici con l’occidente, favorire ogni tentativo di disimpegno russo e americano dall’Europa, stringere rapporti diretti sempre più intensi con il governo della D.D.R. Poiché l’egemonia americana nel campo occidentale non è così rigorosa come quella sovietica a oriente, la Repubblica federale ha notevoli possibilità di agire in questo senso, sorvegliando con attenzione ogni segno di decomposizione delle due coalizioni, lasciando maturare di nuovo nel proprio seno un sempre più risoluto e sempre più diffuso nazionalismo, e facendo solo attenzione che esso non mostri troppo presto al resto del mondo i suoi aspetti più ripugnanti.
Il riconoscimento formale della divisione della nazione tedesca può però anche essere inquadrato in una prospettiva meno gretta di quella della restaurazione dello Stato-nazione tedesco e costituire, come avrebbe dovuto fin dall’inizio, il punto di partenza di una politica diretta a costruire la democrazia europea.
Certo, deve trattarsi di una politica ben altrimenti consapevole del proprio significato ideale, e ben altrimenti operosa di quel che essa è stata finora. Finora la Germania occidentale è stata aperta all’idea dell’Europa, ma si è limitata ad attendere passivamente le iniziative altrui. Nella storia della politica europeista si incontrano iniziative americane, inglesi, francesi, italiane, belghe, olandesi, ma non iniziative tedesche. Fra i vari movimenti di opinione pubblica che hanno agitato l’ideale dell’unità europea dalla fine della guerra ad oggi non ve n’è nessuno che sia stato insieme così diffuso, così ricco di autorevoli sostegni e di mezzi propagandistici, ed insieme così sprovveduto di idee originali, così banale come quello tedesco. Il momento della passività è tuttavia finito.
Negli anni passati l’iniziativa europea è stata essenzialmente francese, ma questo capitolo è chiuso da quando in Francia ha avuto il sopravvento l’atteggiamento nazionalista. Oggi il ruolo di protagonista in questo campo è passato alla Germania occidentale. Essa non è più il paese economicamente esausto, controllato militarmente, condannato moralmente, e perciò politicamente impotente, che era ancora non molti anni fa. I tedeschi occidentali posseggono oggi nell’Europa occidentale l’economia più forte e più aperta sul mondo intero, hanno un peso decisivo nell’organizzazione della difesa europea, sono stimati dai loro alleati d’Europa e d’Oltre Oceano, e sono giunti ad un momento della loro storia in cui sarà la loro azione politica a decidere dell’avvenire loro e di quello dell’Europa. O le necessarie iniziative si sprigioneranno dal loro stesso seno, o il destino di ricadere in pieno nel modo di pensare e di agire nazionalista, quale si è venuto riformando da un decennio a questa parte, è segnato per loro e per il resto dell’Europa.
Qualunque cosa si pensi delle possibilità di lento sviluppo delle attuali istituzioni di integrazione economica europea, è certo che esse non possono in alcun modo costituire il tema centrale di una politica tedesca di iniziativa europea. Esse possono indurre industriali, uomini d’affari e sindacati a basare i loro calcoli ed i loro piani sull’ipotesi di una crescente liberalizzazione dei mercati, ma non forniscono nessuna indicazione di fondo circa gli ideali ed i compiti comuni a lunga scadenza, i quali soli possono dare un’anima ad una vera comunità politica europea. Le cosiddette comunità economiche non hanno offerto nessuna alternativa e perciò nessun ostacolo alla degenerazione nazionalista della Francia e non ne offrono all’equivalente degenerazione tedesca.
Quella parte delle classi dirigenti e del popolo tedesco che ha compreso cosa significhi e cosa implichi darsi una coscienza europea, potrà imporre alla Repubblica federale una corrispondente politica, solo se avrà la grandezza d’animo di levarsi all’altezza dei problemi reali della nostra epoca, il coraggio civile di condannare apertamente il rovinoso miraggio della riunificazione, e l’intelligenza politica di elaborare un adeguato piano d’azione.
Essere all’altezza dei problemi reali della nostra epoca significa comprendere che l’unità europea è il compito che spetta agli europei occidentali di svolgere per partecipare con successo alla grande sfida storica che si è aperta fra esperienza democratica ed esperienza comunista nell’epoca delle armi atomiche e perciò della coesistenza competitiva fra i due mondi. Federazione europea significa nel campo della politica interna metter fine all’esperienza degli Stati-nazione, svuotarli di contenuto politico, riducendoli progressivamente a modesti organi di tutela delle culture nazionali, impiantare al loro posto la democrazia federale europea, far partecipare alla sua costruzione i cittadini dei vari Stati federati, trasformando così la loro monolitica coscienza politica nazionale nella complessa coscienza di cittadini del popolo europeo. Nel campo economico e sociale interno federazione europea significa affrontare su scala continentale i problemi della moderna società industriale. Nel campo economico e sociale mondiale significa assumersi le responsabilità dell’assistenza ai paesi arretrati che le competono come grande potenza politica ed economica. Nel campo della politica estera significa sostituire l’ordine federale europeo all’ordine egemonico americano su cui l’Europa occidentale si sta ora reggendo, stabilire con l’America rapporti di amicizia fondati sui comuni ideali ma anche su un crescente disimpegno americano, mercanteggiare con l’Unione sovietica per raggiungere qualche forma di corrispondente disimpegno sovietico dall’Europa orientale. Di fronte all’esperienza comunista, federazione dell’Europa occidentale significa mostrare con i fatti di avere una più vigorosa e più sana vitalità e fornire un modello ideale a tutti coloro che nel mondo comunista aspirano ed aspireranno alla libertà. Sono questi i grandi compiti politici reali di fronte ai quali la storia ha messo gli europei occidentali ed in particolare i tedeschi occidentali. Se seriamente affrontati, riempiranno la loro vita politica per alcune generazioni, lasciando svanire il nazionalismo fra i ricordi del passato.
Avere il coraggio civile di condannare il miraggio della riunificazione, significa rifiutare un tema politico che è solo una eredità avvelenata dei nostri padri, e che è in contraddizione con il dovere della nostra generazione di contribuire al successo dell’esperienza democratica europea e mondiale. Il fatto che una ventina di milioni di tedeschi siano rimasti presi entro l’esperienza comunista è cosa dolorosa dal punto di vista dell’aspirazione universale della democrazia, ma né più né meno del fatto che vi si trovi un miliardo di esseri umani. E’ una delle conseguenze storiche della apocalittica conclusione dell’ancien régime delle sovranità nazionali europee, e deve essere affrontato nello stesso modo in cui si affronta il fatto complessivo dell’esistenza del mondo comunista. Non giustifica in alcun modo il rifiuto di riconoscere l’esistenza della D.D.R., poiché la Repubblica federale tedesca, e quel che di essa resterà in una federazione europea, contrariamente a quanto sta scritto nella sua legge fondamentale, non deve avere il compito di agire per conto di tutta la nazione tedesca, ma solo quello di permettere ai tedeschi occidentali di partecipare all’esperienza mondiale democratica.
Ugualmente da respingere è la pretesa di voler cambiare ancora una volta la frontiera dell’Oder-Neisse. La dimostrazione di tutto quel che di ingiusto e inumano vi è stato nell’espulsione dei tedeschi che abitavano al di là di essa, né cancella gli ancor peggiori delitti commessi precedentemente dai tedeschi e di cui quell’espulsione è stata la nemesi, né giustifica il proposito di aggiungere nella storia dei rapporti fra tedeschi e polacchi ancora un nuovo capitolo di violenze e di ritorsioni. La fine dell’era dei nazionalismi in Europa e l’emergere di una nuova problematica politica ha fatto cadere in prescrizione la questione della frontiera orientale della nazione tedesca. Poiché la D.D.R. e la repubblica polacca l’hanno accettata così com’è, il mondo democratico, e perciò anche i tedeschi occidentali, non devono in alcun modo apparire a quei due popoli come i fautori di nuovi violenti regolamenti di vecchi conti fra loro. A queste considerazioni generali va aggiunto che la rivendicazione delle provincie ex-tedesche mostra tutta la sua immensa stupidità quando si riflette sulla circostanza che il suo solo effetto immediato è di rigettare nelle braccia dell’U.R.S.S. la Polonia, cioè proprio il paese dell’Europa Orientale che più desidera allentare la sua dipendenza dall’impero sovietico, in cui più forti e più aperti operano i fermenti democratici, e che perciò l’occidente dovrebbe essere interessato a trattare con il maggior riguardo e con la maggior simpatia.
In terzo luogo bisogna smettere di considerare Berlino come città destinata a ridiventare capitale del futuro Stato-nazione tedesco. Se americani e russi avessero avuto alla fine della guerra una più chiara coscienza della natura del loro antagonismo, assai probabilmente non avrebbero scambiato Berlino occidentale contro la Sassonia e la Turingia. Poiché però questo è accaduto, è oggi un dovere del mondo democratico difendere la libertà di questa città, facendo comprendere senza equivoci che il tentativo di assorbirla nel mondo comunista sarebbe un casus belli. Ma sotto questa garanzia è proprio a una città libera che bisogna pensare, poiché la situazione di Berlino occidentale è analoga a quella delle città libere che nel medioevo vivevano pericolosamente come isole in mezzo all’oceano di una società diversa dalla loro, da cui rischiavano sempre di essere sommerse, e che contribuivano tuttavia a trasformare grazie a quel che lo spirito umano sapeva far fiorire fra le loro mura. Città democratica in mezzo a genti sottomesse alla regola totalitaria, città che contrappone la libertà dello spirito al conformismo, che afferma il piacere di vivere à l’échelle humaine contro la tristezza di vivere per incomprensibili glorie di ignote generazioni non ancor nate, che costruisce lo Hansaviertel di fronte alla Stalinallee— questa è già di fatto la realtà di Berlino, che bisogna approfondire e consolidare, educando i suoi cittadini ad aprirsi a tutto quel che di meglio sanno produrre nel campo della cultura il mondo democratico e quello comunista, nella convinzione della superiorità del primo. Questa è l’unica ragione per cui l’America e l’Europa occidentale possono sentirsi profondamente e permanentemente interessate alla protezione di Berlino, mentre la pretesa di considerarla una capitale in attesa del suo Stato-nazione non interessa veramente nessuno fuorché i nazionalisti tedeschi. A chi pensa che in tali condizioni, e con un tale sostegno, la coscienza democratica dei berlinesi può disfarsi, bisogna rispondere che, se ciò accadesse, la città meriterebbe di essere lasciata affondare nel mare totalitario che la circonda.
Avere infine l’intelligenza politica di elaborare un serio piano di unificazione europea significa per i tedeschi occidentali rendersi conto del peso che ormai la Repubblica federale ha nell’occidente e decidere di adoperarlo allo scopo di promuovere la creazione degli Stati Uniti d’Europa. La Germania occidentale può e dovrebbe mettere come condizione del suo riconoscimento della D.D.R., della città libera di Berlino, della linea Oder-Neisse, della revisione del patto atlantico e di quello di Varsavia, di un disimpegno progressivo delle grandi potenze mondiali dall’Europa, della sua partecipazione alla difesa europea, al mercato europeo, all’assistenza all’Africa, non questa o quella mezza misura europea del genere delle esistenti comunità economiche, o delle ridicole proposte di elezione di una assemblea europea consultiva, ma l’effettiva costruzione dello Stato federale d’Europa, mediante una assemblea costituente europea direttamente eletta da tutti i cittadini, incaricata di redigere la costituzione degli Stati Uniti d’Europa e di sottoporla per ratifica al referendum popolare di ciascun paese. Solo con un tale piano sarebbe possibile far comprendere ai tedeschi ed agli europei occidentali che si tratta veramente di far nascere la figura del cittadino europeo, di metterla al disopra di quella del cittadino nazionale, e di assegnare un compito politico nuovo alle generazioni presenti e future.
A questa visione si può opporre che un primo nucleo di unità europea è possibile solo se almeno la Francia risponde positivamente ad un tale appello tedesco, e che la Francia è oggi in balia del nazionalismo. E’ un fatto che, dopo avere atteso per alcuni anni la propria salvezza dalla Francia, la Germania occidentale è oggi giunta ad un punto in cui può salvare sé stessa dal nazionalismo solo salvandone anche la Francia.
Il soprassalto nazionalista francese, quali che siano le sontuose parole ed i gesti di cui lo riveste il suo capo, è in realtà privo di vigore, è considerato con ironico scetticismo dalla maggior parte dei francesi, si trova dinnanzi a problemi che non può più risolvere, è condannato a delusioni e fallimenti. Il senso di frustrazione che ne deriva non porta necessariamente al rinsavimento; può portare anche allo smarrimento completo di ogni senso della realtà e della misura, alla pericolosa fuga nel regno dei sogni. Se al nazionalismo francese la Germania risponde coltivando il proprio, essa favorisce una tale evoluzione nel paese vicino, lasciandolo solo con se stesso. Una Germania in cui fosse viva e operosa la volontà di proporre alla Francia la costruzione della democrazia europea, offrirebbe ad essa, ed in particolare alle sue forze democratiche, una via alternativa a quella del nazionalismo, che oggi non c’è. E non sarebbe una via di umiliazione, ma una di liberazione dagli spettri del passato e di impegno ad un avvenire di cui si avrebbe il diritto di essere fieri.
Se nella Germania occidentale esistono oggi uomini capaci di concepire tali cose, essi possono ancora contendere la coscienza politica del proprio popolo ai nazionalisti di tutte le tinte, e niente può dirsi ancora perduto. Ma qui cessa ogni possibilità di analisi e di meditazione; non c’è più posto che per la forza creatrice dell’azione.

 

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