Anno XXXVIII, 1996, Numero 2, Pagina 111

 

 

I Movimenti mondialisti dal 1955 al 1968
 
JEAN-FRANCIS BILLION
 
 
Creato alla fine della seconda guerra mondiale a Montreux, il Movimento universale per una confederazione mondiale (MUCM) — oggi Movimento federalista mondiale (MFM) — dopo i primi tempi di euforia in cui il momento atteso sembrava ormai quasi arrivato, è entrato in crisi al congresso di Roma del 1950, quando la sua sezione americana ha rifiutato l’invito rivolto ai Partigiani della pace di obbedienza comunista.
Di fronte all’accrescersi della tensione internazionale all’epoca della guerra di Corea, esso ha dovuto limitare i propri obiettivi e moderare le ambizioni. Parallelamente, le sue relazioni, talora conflittuali, con i federalisti europei fino agli anni ‘70 si sono andate diradando. Esso è riuscito tuttavia a mantenere viva la fiamma del mondialismo finché il nuovo scacchiere internazionale all’inizio degli anni ‘80 ha permesso, con il Piano Gorbaciov e la fine della guerra fredda, di rimettere all’ordine del giorno della storia l’unificazione politica del genere umano.[1]
 
Il Congresso di Parigi.
 
Il nono Congresso della Gioventù federalista mondiale (Young World Federalists — YWF) si tenne a Saint Mandé dal 22 al 24 luglio 1955, appena prima del settimo Congresso del MUFM (il MUCM era diventato Movimento universale per una federazione mondiale), svoltosi a Parigi dal 26 al 29 luglio. Francis Gérard, presidente dell’Unione federalista mondiale (UFM), gli assegnava il compito non tanto «di elaborare una dottrina, né di dare una veduta d’insieme dei nostri metodi, ma di stabilire e affermare la nostra presenza di fronte alle difficoltà della nostra epoca». Francis Gérard scriveva ancora che «la riforma della Carta delle Nazioni Unite ha quest’anno un’importanza capitale; in effetti, l’Assemblea generale si riunirà a New York il secondo martedì di dicembre e potrà decidere, in condizioni particolarmente favorevoli, la convocazione di una Conferenza per la revisione della Carta».[2] Il Congresso era destinato ad avere successo: Citoyens du Monde[3] intitolò il numero del novembre 1955: «Dopo il Congresso di Parigi il federalismo mondiale è diventato una realtà politica», insistendo sulla partecipazione ai suoi lavori, o l’invio di messaggi ai suoi partecipanti, da parte di 16 ministri del governo francese[4] e di 100 personalità internazionali, tra cui l’ex-segretario delle Nazioni Unite, Trygve Lie.[5] Il Congresso del MUFM affrontò diversi problemi: la revisione della Carta dell’ONU, il disarmo, il federalismo regionale e, infine, l’aiuto ai paesi sottosviluppati.[6]
La riforma della Carta dell’ONU non è mai stata realmente intrapresa, malgrado la speranza dei mondialisti, e malgrado un voto della X Assemblea generale che ne accettava il principio e nominava una Commissione incaricata di presentare un Rapporto all’Assemblea generale nel 1957; dopo un rinvio di 10 anni, nel 1965 essa è stata aggiornata, fino a oggi, sine die.
E’ in questo contesto che i parlamentari mondialisti e la gioventù federalista mondiale stavano per tenere i loro Congressi annuali a Londra e a Manchester, mentre il MUFM organizzava a Lyme Hall una conferenza di studi. Queste tre riunioni si tennero dal 25 luglio all’11 agosto. Alla Country Hall di Londra, alcuni parlamentari avanzarono una proposta di fusione tra i parlamentari e il MUFM, nella speranza che ciò potesse permettere una maggiore incisività, perché «anche se esiste un Comitato di coordinamento tra i due organismi, la sua azione e, soprattutto, la sua efficacia si rivelano insufficienti».[7]
 
La crisi di Suez e il fallimento della riforma della Carta di San Francisco.
 
La crisi di Suez fu per i mondialisti l’occasione per ricordare l’urgenza di una Federazione mondiale e in particolare di forze d’intervento internazionali capaci di evitare che si ripresentassero situazioni simili a quelle create dall’intervento isolato di Gran Bretagna e Francia.[8] Alla luce dell’esito della crisi, alcuni mondialisti affermarono che «l’avvenimento più insignificante va al di là del contesto europeo», concludendo che «l’Unione mondiale si farà prima dell’Unione europea».[9]
L’Associazione mondiale dei parlamentari per un governo mondiale adottò un Urgent Manifesto, in cui si chiedeva una revisione immediata della Carta di San Francisco, pubblicandolo nella sua rivista One World durante l’inverno 1956-1957.[10] Il decimo Congresso del MUFM, il cui segretario generale era allora Ralph Lambardi, si tenne a Scheveningen-L’Aja, dal 26 al 31 agosto 1957, sul tema «Come rendere l’ONU più efficace?». Il Congresso, che adottò diverse risoluzioni e approvò un Manifesto dell’Aja, elesse come nuovo presidente del Movimento universale il ministro delle finanze del Ghana, Komla Agbeli Gbedemah, che era in contatto con i federalisti mondiali dal 1951 e che prese la parola in qualità di «rappresentante di una delle nazioni più giovani». Egli si dichiarò convinto che l’Unione interparlamentare e il MUFM avrebbero potuto accrescere la loro influenza collaborando, reclamò un’azione «più decisa per la revisione della Carta delle Nazioni Unite», appoggiò il piano «per una forza di polizia unica nel mondo» e ricordò infine la lotta anticolonialista del continente africano.[11]
Nell’ottobre 1957, il MUFM, in seguito all’invito della sua sezione giapponese e del gruppo parlamentare giapponese per una Federazione mondiale, tenne a Kyoto un Congresso regionale. Esso fu dedicato soprattutto alle questioni concernenti i paesi asiatici e africani e insistette sulla necessità della cooperazione fra i popoli di questi due continenti «in vista dell’aiuto economico e dell’abolizione del colonialismo»[12] (nell’Africa anglofona, non soltanto in Ghana ma anche in Nigeria e Sierra Leone, si stavano creando delle sezioni). I dibattiti in commissione affrontarono invece la questione degli armamenti nucleari e il rafforzamento dei poteri dell’ONU.
 
Il diritto dei mari.
 
All’inizio del 1958, si tenne a Ginevra la Conferenza delle Nazioni Unite sul diritto marittimo che dal punto di vista mondialista fu un fallimento. I federalisti mondiali consideravano questo problema di grande importanza, dal momento che la conservazione e la buona utilizzazione delle risorse marine sembrava loro indispensabile al fine di preservare dalla carestia un mondo in piena esplosione demografica. Il giurista francese Paul de la Pradelle riteneva che «ad eccezione della Convenzione sull’alto mare…, le Convenzioni di Ginevra sul diritto marittimo hanno affermato i diritti degli Stati sul mare, piuttosto che elaborare un regolamento sugli usi del mare che andasse al di là delle sovranità per il bene comune delle nazioni».[13]
Citoyens du Monde, l’organo dell’Unione federalista mondiale francese, aveva frattanto cambiato il titolo, diventando Monde Uni, per evitare la confusione con Garry Davis. Nel suo editoriale si precisava: «Non si tratta per l’UFM di rinnegare i Cittadini del mondo, che ne sono stati e ne restano parte integrante. Non si tratta di relegare la cittadinanza mondiale nel baule degli oggetti di cui non si sa più cosa fare… Sfortunatamente in molti si è prodotta una confusione spiacevole. Nel momento in cui Garry Davis ha suscitato questo magnifico slancio popolare che ha scosso le folle per una stagione, il termine ‘cittadino del mondo’, simpatico, elogiativo, è comparso su tutte le bocche, in tutti i giornali. Il paese ha vissuto un grande momento di attesa, di speranza… Poi il gesto, che non era sorretto da nessuna riflessione dottrinale e che coglieva il mondo di sorpresa, non ha avuto un futuro… Di quando in quando si veniva a conoscenza delle tribolazioni, dei successi o delle sconfitte dell’eroe della vigilia, ma si ignorava che gruppi sparsi di uomini di buona volontà conservavano la speranza e mantenevano vivo il sacro fuoco. E’ a questo punto che per molti ‘cittadinanza mondiale’ è diventata sinonimo di causa persa e di utopia puerile…: dove c’era bellezza non resta che banalità».[14]
A proposito di questo cambiamento di titolo, Francis Gérard, presidente dell’UFM, precisava: «La situazione internazionale continua a deteriorarsi… I conflitti locali si moltiplicano… La corsa agli armamenti è al suo apogeo… Il fallimento della diplomazia tradizionale è evidente agli occhi di tutti… Di fronte all’evoluzione catastrofica degli affari mondiali, questi (i federalisti mondiali) hanno più che mai il dovere di far sentire la loro voce… Questa estensione della propaganda dell’UFM è espressa simbolicamente dal cambiamento di titolo della sua pubblicazione». Egli peraltro non mancava d’insistere sul fatto che Monde Uni avrebbe riservato «anche all’idea della cittadinanza mondiale uno spazio privilegiato, una rubrica particolare».[15]
 
I mondialisti e la decolonizzazione.
 
Un nuovo tema, quello dell’abolizione del colonialismo, cominciò ad essere trattato con costanza dai mondialisti, che cercavano in tal modo di far giustizia della reputazione di movimento filo-occidentale loro attribuita dopo il Congresso di Roma del 1951. Ciò fu particolarmente evidente in Francia, nel quadro della decolonizzazione dell’Africa nera. Philippe Comte ha analizzato in una prospettiva mondialista il ruolo del federalismo in questo continente quando esso «è entrato in scena» in occasione della conquista dell’indipendenza da parte delle collettività africane: «L’evoluzione lenta ma irreversibile dal regime dell’amministrazione coloniale a quello dell’autonomia… può servire la causa del federalismo mondiale? Il federalismo mondiale può, a sua volta, favorire questa evoluzione? Noi crediamo, su questi due punti, di poter rispondere affermativamente. Da un’Africa che abbia un giusto peso nell’insieme del Terzo mondo e nell’Organizzazione delle Nazioni Unite, il federalismo mondiale può aspettarsi un contributo decisivo, aiutandola a uscire dal vicolo cieco nel quale si trova attualmente. Il conflitto apparentemente insanabile fra i due imperialismi ha provocato il fallimento dei progetti di disarmo e di riforma delle Nazioni Unite… Il problema è rompere questo cerchio infernale… Da non sottovalutare sono gli effetti di una distensione che porterebbe a un regolamento ‘al vertice’ dei conflitti più gravi… Molto più decisivo può essere un ingresso in forza sulla scena delle Nazioni Unite degli Stati ‘non allineati’. Dopo Bandung si è dovuto capire che il raggruppamento delle forze non poteva ridursi a una semplice divisione bipartita: il Terzo mondo ha affermato la sua autonomia; i ‘cinque punti’ del Presidente Nehru hanno raccolto l’adesione dei pacifisti sinceri. La rappresentanza all’Assemblea delle Nazioni Unite dei giovani Stati desiderosi della loro indipendenza, rafforzata un domani dalla rappresentanza di nuovi Stati africani, può avere un grande peso sull’evoluzione dell’Organizzazione nell’orientarla verso la realizzazione di un ordine internazionale in cui la forza sia subordinata alla legge e alla giustizia… Condannati a ogni coesistenza, ma refrattari a ogni compromesso, i giovani Stati del Terzo mondo non saranno indotti prima o poi a chiedere la garanzia della loro indipendenza politica ed economica a un’Autorità internazionale provvista di mezzi giuridici e materiali efficaci?».
Philippe Comte si rallegrava del ruolo che potevano giocare le ex-colonie britanniche che univano «le aspirazioni autoctone» alla «tradizione del liberalismo britannico». Per quanto concerneva l’Africa nera francese, constatava che se il suo avvenire era ancora incerto tra l’indipendenza nazionale, una federazione africana, una confederazione con l’ex-metropoli coloniale o un insieme di queste diverse formule, anche nel quadro di una confederazione con la Francia «l’influenza africana può indirizzare la politica estera della futura Confederazione nel senso di un ringiovanimento, di un disimpegno, di un’azione più energica per il rafforzamento delle istituzioni internazionali». Philippe Comte riteneva che i paesi del Terzo mondo, e l’Africa in special modo, potevano aspettarsi molto da un mondialismo capace di «favorire e consolidare il loro accesso a un’autentica padronanza dei loro destini» perché « la soluzione proposta dalla Federazione mondiale è la sola che sia svincolata da ogni sottinteso imperialista». «I nuovi Stati africani — notava — troveranno la stabilità e la prosperità solo integrandosi in una comunità internazionale strutturata».
Ritornando al Congresso di Kyoto, che paragonava a una «vera e propria Bandung federalista», Philippe Comte concludeva sottolineando l’importanza di questo tema per il MUFM, «’mondiale’ nei suoi principi ma troppo ampiamente ‘occidentale’ nei fatti», perché — insisteva — «una propaganda malevola non mancherà di giocare su questo equivoco e di vedervi la forma più sottile, sotto una maschera d’idealismo, dell’imperialismo occidentale. La nostra unica possibilità di dissipare questo equivoco è di equilibrare la nostra azione sviluppandola in prima istanza nell’immenso campo del Terzo mondo».[16]
Nel settembre 1958, si tenne a Parigi, Versailles e Royan, in maniera itinerante, la settima Conferenza dell’Associazione universale dei parlamentari per un governo mondiale. Essa riunì numerose personalità, tra cui Lord Attlee, ex-leader del partito laburista britannico, il quale nella sua allocuzione dichiarò: «In atto o in potenza l’anarchia (internazionale) esiste in tutto il mondo. Vent’anni fa ho detto che l’Europa doveva federarsi o perire. Dirò ora che il mondo deve federarsi o perire». Nel corso della stessa Robert Buron, membro del governo e presidente del gruppo parlamentare mondialista francese, riferì ai partecipanti una riflessione di de Gaulle, che, ricevendo nella sua veste di Presidente del consiglio una delegazione del Congresso, aveva dichiarato a proposito del loro ideale: «E’ il sogno di un uomo saggio: se si vorrà la pace occorrerà un governo mondiale».[17] Il Congresso di Royan chiese la creazione in seno all’ONU di una «Amministrazione per la gestione diretta dei Territori sotto tutela, da sostituire progressivamente alle attuali autorità internazionali di tutela,… sotto il controllo del Consiglio di sicurezza e del Consiglio economico e sociale e responsabile di fronte all’Assemblea generale».[18]
Nel 1958, infine, il MUFM venne riconosciuto ufficialmente dalle Nazioni Unite come Organizzazione non governativa (ONG).
Nell’agosto 1959, il decimo Congresso del MUFM si riunì nei Paesi Bassi alla presenza di delegati di Asia, Africa, America, Europa e rielesse all’unanimità alla testa dell’organizzazione il ganese K.A. Gbedmah. Esso sottolineò in particolar modo l’importanza del ruolo che i paesi neutrali e non allineati avrebbero potuto giocare a favore della pace, frapponendosi tra i due blocchi antagonisti. Fu adottata una serie di risoluzioni, in un ambiente ragionevolmente ottimista a qualche mese dall’incontro al vertice tra leaders sovietici e americani, sulle condizioni per una revisione della Carta dell’ONU, sulla sua universalità, sulla creazione di una forza di polizia internazionale, sulla fine degli esperi menti nucleari, sulla creazione di un’Agenzia per l’aiuto ai paesi in via di sviluppo e sulla crisi di Berlino.
A fine settembre, l’Associazione dei parlamentari per un governo mondiale inviò al segretario delle Nazioni Unite un progetto preparato da Lord Attlee e approvato dal Congresso di Berna, in cui erano rappresentate 34 nazioni.[19] Questo progetto per la riforma dell’ONU conteneva la richiesta che, nel quadro di un sistema legislativo bicamerale, l’Assemblea generale fosse sostituita da una Camera dei popoli eletta a suffragio universale e da una Camera degli Stati i cui membri fossero designati dai governi. Il Consiglio di sicurezza avrebbe dovuto diventare l’organo esecutivo eletto dalle due Camere per un periodo di quattro anni.
Alla fine del 1959, di fronte all’«esasperazione delle lotte ideologiche e delle tensioni provocate dai nazionalismi, dalle spinte demografiche e dalle ingiustizie economiche», il Consiglio francese per un’Assemblea costituente dei popoli (CFACP) e l’UFM decisero, «pur tenendo conto delle loro differenze di natura, funzionamento e metodi, di coordinare al massimo le loro attività».[20] A partire dall’aprile 1961, la pubblicazione del CFACP, che usciva dal 1954 col titolo Pour des institutions mondiales, apparve all’interno della rivista dell’UFM.
Nel numero del maggio 1960 di World Federalist, la rivista internazionale del MUFM, John Pinder (membro di Federal Union, che negli anni Ottanta diventò presidente dell’UEF dopo la riunificazione di questa) prese posizione a favore del federalismo europeo, a sostegno del quale egli presentò un solenne appello.[21] Qualche mese più tardi, si riunì a Colonia, alla presenza di 200 delegati, il Congresso del MUFM, incentrato sui temi dell’«ordine mondiale», del «progresso mondiale» e più particolarmente dell’aiuto ai paesi in via di sviluppo.[22]
All’inizio del 1961, in seguito agli sforzi di propaganda degli ultimi anni, il MUFM fu in grado di creare parecchie sezioni nazionali nell’Africa francofona, in particolare nel Camerun, e di prendere contatti in vista della creazione di nuovi gruppi in Congo (Brazzaville), Madagascar e Tunisia. In novembre, una delegazione dell’UFM si recò in Senegal, dove fu ricevuta da Jean Rous, allora consigliere presso la presidenza della Repubblica.[23]
 
Il Congresso di Vienna e la «strategia della pace».
 
Nel luglio 1961, il MUFM organizzò il suo decimo Congresso a Vienna sul tema «La strategia della pace». Esso si tenne qualche tempo dopo l’incontro di John Kennedy con il segretario generale del Partito comunista sovietico nella stessa città, un incontro che, senza aver raggiunto risultati spettacolari, non aveva peraltro aggravato la situazione internazionale. In tale quadro, il MUFM s’interessò in special modo al peso dei paesi neutrali[24] e lanciò al mondo un appello «perché si rifiuti di lasciarsi trascinare dalla psicosi della guerra: la guerra non è fatale… I federalisti mondiali affermano che la pace può essere assicurata solo se il diritto sostituisce la violenza nelle relazioni tra i popoli; essi insistono pertanto sulla necessità di creare istituzioni comuni a livello mondiale… Il Congresso sottolinea che l’Organizzazione delle Nazioni Unite non deve soltanto sopravvivere, ma svilupparsi, diventare universale e rafforzarsi in questo mondo in trasformazione».
Questo appello pressante del MUFM s’indirizzò in seguito più particolarmente al Terzo mondo: «Lo sviluppo economico s’impone con particolare urgenza dopo la conquista dell’indipendenza di nuovi paesi in cui lo standard di vita deve essere rapidamente elevato a un livello decente da un’organizzazione che si ponga sotto l’egida delle Nazioni Unite, in particolare attraverso l’organizzazione dei mercati e la stabilizzazione dei corsi delle materie prime. Per organizzare una pace duratura e il benessere nel mondo, i federalisti mondiali si appellano alla cooperazione attiva dei popoli dell’Est e dell’Ovest e a quella del Terzo mondo, il cui ruolo nella politica mondiale deve essere preponderante per obbligare i due blocchi a cooperare».[25]
Il fisico e premio Nobel giapponese Hideki Yukawa venne eletto nuovo presidente del MUFM dal Congresso, che riuniva più di 300 partecipanti venuti da 34 paesi dell’America del Nord e dell’Europa, ma anche di America latina, Pakistan, Giappone, India, Vietnam, Camerun, Congo, Costa d’Avorio, Tunisia, Senegal, Nigeria, Sierra Leone, Egitto, ecc.
 
Primi contatti con il mondo sovietico.
 
Nei mesi seguenti i mondialisti portarono la loro riflessione sulla necessità di un avvicinamento alle organizzazioni pacifiste del blocco socialista, perché, come scriveva Philippe Comte su Monde Uni, «trattare in un circolo chiuso della riforma delle Nazioni Unite non sarà mai nient’altro che una mera esercitazione accademica. E’ vano ragionare senza tener conto dell’esistenza di Stati socialisti che raggruppano quasi la metà della popolazione mondiale, fingendo d’ignorare che, senza l’accordo di questi Stati, anche i migliori progetti di riforma finiranno al macero. L’accordo dell’Unione Sovietica e dei paesi che gravitano nella sua sfera d’influenza è più che un elemento del problema: è la base del problema della riforma delle Nazioni Unite».[26]
Per la prima volta, su iniziativa del movimento britannico Christian Action, si riunirono, in una Conferenza internazionale sul disarmo e la riduzione delle tensioni tenutasi a Londra in settembre, rappresentanti del Consiglio mondiale della pace, strettamente condizionato dalla ragion di Stato sovietica, e militanti pacifisti del Terzo mondo e dell’Occidente. Vi partecipò Maurice Cosyn, animatore infaticabile dell’Unione federale belga, che colse il primo segnale «del disgelo dei Sovietici nei confronti del movimento mondialista»; un accademico sovietico, Alexandre Korneitchouk, membro del Comitato centrale del Partito comunista dell’URSS, propose di convocare per il 1962 un Congresso dei popoli «composto non soltanto di delegati di tutte le organizzazioni per la pace, ma anche di un largo ventaglio di rappresentanti degli ambienti scientifici, culturali, religiosi e professionali, davanti ai quali i dirigenti politici e militari delle grandi nazioni sarebbero stati invitati a presentarsi per spiegare il loro atteggiamento nei confronti dell’umanità». In ottobre, su invito del Comitato sovietico per la pace e dell’Associazione parlamentare dell’URSS, una delegazione dell’Associazione parlamentare per un governo mondiale si recò nell’Unione Sovietica.[27]
Il 19 dicembre, l’Assemblea generale dell’ONU adottò all’unanimità una mozione che definiva gli anni Sessanta «decennio dello sviluppo»: gli Stati membri s’impegnavano a intensificare i loro sforzi per aiutare i paesi in via di sviluppo e il segretario generale fu incaricato di preparare un programma in vista dell’intensificazione dell’azione delle Nazioni Unite a favore dello sviluppo economico e sociale.[28]
Nel febbraio 1962, il Movimento federalista europeo (MFE) tenne a Lione il suo Congresso, in cui si scontrarono le tesi dei sostenitori di Altiero Spinelli e quelle della corrente di Autonomia federalista raggruppata intorno a Mario Albertini. Questo Congresso segnò tra l’altro la conclusione dell’esperienza costituente del Congresso del Popolo Europeo ideato da Spinelli, che, almeno nei suoi principi ispiratori, si avvicinava al Congresso dei Popoli che alcuni mondialisti progettarono a partire dal 1963. Per la prima volta dopo tanto tempo questo Congresso offrì l’occasione ai mondialisti dell’UFM di prendere posizione nei confronti dell’integrazione europea. Francis Gérard, dopo aver ricordato che il MFE afferma nei suoi statuti che «la Federazione europea deve essere considerata una tappa verso la Federazione mondiale», sottolineò che era in effetti «facile capire che la creazione di una Federazione mondiale sarebbe enormemente facilitata se il mondo si componesse essenzialmente di una dozzina o di una quindicina di federazioni regionali». Egli si rallegrò che il passaggio alla seconda tappa del Mercato comune avesse fatto compiere progressi considerevoli all’integrazione economica e sociale dei sei paesi membri, ma denunciò «l’assenza di una partecipazione diretta dei popoli a questa integrazione, per esempio sotto forma di un Parlamento europeo eletto a suffragio universale, e l’assenza di un potere politico comune», mettendo in evidenza che l’ostacolo principale era la Francia gollista. Francis Gérard sottolineò infine che «la cosa più importante dal punto di vista mondialista è il fatto che l’Europa dei Sei non vuole chiudersi in un’autarchia economica nefasta per le relazioni sul piano mondiale. Infatti essa sta per allargarsi con l’adesione o l’associazione di altri paesi europei, ha stabilito relazioni commerciali molto estese con gli Stati Uniti, si è associata agli Stati africani del cosiddetto gruppo di Monrovia e inserisce la sua politica commerciale nel quadro del GATT».
Egli dunque riteneva che «in una certa misura» la Comunità europea assolvesse «la condizione di essere aperta al mondo — ad eccezione delle relazioni con i paesi dell’Est» sia pur riaffermando la convinzione mondialista secondo cui certi problemi sarebbero stati «del tutto insolubili nel quadro europeo». Il responsabile federalista così concludeva: «Le federazioni regionali hanno una grande importanza non solo in quanto tappe verso la Federazione mondiale, ma anche dal punto di vista dei fondamenti stessi del federalismo… Se si volessero scartare le soluzioni federali regionali non resterebbe che la scelta tra un centralismo mondiale, pericoloso per le libertà fondamentali, e il mantenimento degli Stati nazionali, incapaci di risolvere i grandi problemi della nostra epoca… Le federazioni regionali sono dunque altrettanto necessarie per il buon funzionamento della Federazione mondiale quanto questa è necessaria per completare quelle».[29]
Nell’autunno dello stesso anno, avrebbero dovuto tenersi a Ginevra due incontri mondialisti. Il primo, su iniziativa del «gruppo di Phoenix», doveva riunire i delegati dei governi di diverse nazioni in un’Assemblea costituente mondiale, ma non ebbe luogo. Il secondo, organizzato dal «gruppo di Denver» di Philip Isely, si svolse come previsto, come riunione preparatoria per il progetto lanciato dal Comitato mondiale per un’Assemblea costituente mondiale. Questo progetto prevedeva di riunire in un solo consesso delegati dei governi, persone elette dai popoli, rappresentanti delle associazioni mondialiste. Nel corso di essa fu adottata una mozione che perorava l’unione in un’unica organizzazione dei partecipanti all’Assemblea costituente dei popoli (ACP), quali che fossero i loro progetti.
Dal 23 al 26 ottobre, si svolse a Parigi l’XI Conferenza dei parlamentari mondialisti, che elesse presidente dell’associazione Lord Silkin. A proposito dell’unità europea, questo parlamentare britannico dichiarò: «Il cammino verso l’unificazione dell’Europa — associata all’America e forse al Commonwealth britannico e ai territori delle ex colonie di altre nazioni, in particolare la Francia — è una tendenza molto promettente verso l’unità mondiale. Riconosco che si tratta di una questione contraddittoria e che non tutti nel nostro movimento condividono la mia opinione».[30]
 
L’Enciclica «Pacem in terris».
 
Nel 1963 un evento significativo per i mondialisti fu la pubblicazione dell’enciclica Pacem in terris di papa Giovanni XXIII. Altre voci, diverse da quelle dei federalisti europei o mondiali, si alzarono per sottolineare l’importanza e la portata universale di questo testo,[31] nel quale il capo della Chiesa cattolica affermava la necessità, per far fronte ai problemi di dimensione mondiale, di un’«autorità politica con competenze universali», «in cui il potere, la costituzione e i mezzi d’azione abbiano essi stessi dimensioni mondiali, e che possa esercitare la sua azione su tutta la Terra». Monde Uni espresse approvazione e soddisfazione, facendo osservare che «l’autore… non era un intellettuale privo di responsabilità, né un capo di Stato impegnato nelle vie tortuose della politica internazionale» e contrapponendo il comportamento del papa «in carica» all’atteggiamento di uomini politici di primo piano che, come Lord Attlee o Edgar Faure, avevano preso apertamente posizioni identiche, ma generalmente «in periodi in cui essi non avevano più incarichi governativi».[32]
Membro di Federal Union, del Gruppo parlamentare mondialista britannico e vice-presidente dell’Unione interparlamentare, il deputato britannico E. Lancelot Mallalieu diventò segretario generale del MUFM qualche mese prima dell’XI Congresso, che l’organizzazione tenne a Tokyo nel mese di agosto. Vertendo sul tema centrale del disarmo, sotto il profilo sia politico ed economico che morale, questo Congresso fu meno imperniato dei precedenti sull’aspetto giuridico della lotta federalista mondiale e si concentrò maggiormente su un’analisi strategica del come giungere alla riforma delle Nazioni Unite e invertire la tendenza per quanto riguardava la corsa agli armamenti. La Dichiarazione di Tokyo, adottata da federalisti venuti da 32 paesi, tra cui circa 2.000 giapponesi,[33] cominciava con la frase: «Dobbiamo scegliere tra la legge mondiale e la guerra mondiale» e ricordava quali fossero i principi e gli obiettivi dell’organizzazione, prima di definire un programma di azione destinato a «costruire un mondo senza guerre».[34] Al ritorno dal Congresso, che «aprì al mondialismo le porte dell’Asia», alcuni delegati si fermarono in India, dove furono ricevuti dal presidente Radhakrishnan e da Indira Gandhi. In seguito il primo ministro Jawaharial Nehru e Lord Attlee tennero una riunione pubblica e Lancelot Mallalieu creò a Teheran la sezione locale del MUFM, presieduta dal presidente del Senato iraniano, Sharif Amami.
Qualche settimana più tardi, Stati Uniti, Gran Bretagna e URSS concludevano a Mosca un Trattato sul blocco degli esperimenti nucleari, di cui i federalisti denunciarono i limiti, dal momento che non comprendeva l’impegno a favore del disarmo e non era né irrevocabile né universale. I federalisti americani si rallegrarono dell’adozione da parte del Senato degli Stati Uniti di un testo che bandiva gli esperimenti nucleari,[35] rammaricandosi poi per la modesta somma di 10.000 dollari annui assegnata dalla Camera dei rappresentanti all’Agenzia per il controllo delle armi ed il disarmo.[36] Nel mese di settembre, qualche settimana prima della sua morte, John F. Kennedy, rivolgendosi all’Assemblea generale dell’ONU, prendeva posizione a favore della revisione della Carta, dichiarando: «Le Nazioni Unite non possono sopravvivere come organizzazione statica. I suoi obblighi aumentano così come le sue dimensioni. La Carta deve essere cambiata e così anche le sue abitudini. I redattori della Carta non intendevano che essa rimanesse uguale per l’eternità. La scienza degli armamenti e la guerra hanno fatto di noi, molto più che 18 anni fa a San Francisco, un solo mondo e una sola razza umana con un destino comune. In un mondo così, la sovranità assoluta non assicura più la sicurezza assoluta».[37]
Il 17 dicembre, per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite, l’Assemblea generale adottò degli emendamenti per aumentare da 11 a 15 il numero dei membri del Consiglio di sicurezza e da 18 a 27 quello dei membri del Consiglio economico e sociale, per permettere una migliore rappresentanza dei paesi africani e asiatici.
Il 1963 fu anche l’anno della creazione, in maggio, di un Comitato per il Congresso dei popoli. Esso fu promosso dai partigiani dell’ACP, consapevoli che i piani formulati dall’Assemblea costituente nel 1949 sull’onda dell’entusiasmo dell’immediato dopoguerra erano ormai diventati irrealizzabili in tempi brevi sul semplice piano materiale. Jeanne Haslé e Josué de Castro, che più tardi sarebbero stati i due primi delegati eletti a questo Congresso, prefigurazione dell’Assemblea mondiale, precisarono come «l’idea del Congresso dei popoli» fosse «nata dalla necessità di trovare una soluzione rapida ed efficace alla rappresentanza effettiva delle rivendicazioni dei Cittadini del mondo».[38] Alfred Rodriguès-Brent, resistente e mondialista olandese, aveva impiegato quasi 15 anni per maturare il suo progetto, aiutato dal belga Maurice Cosyn e dal francese Jacques Savary, entrambi impegnati in Citoyens du Monde e con i federalisti mondiali.[39] Nel maggio 1963, il progetto fu adottato nel corso di una riunione a Bruxelles: esso definiva «le basi dell’elettorato, l’organizzazione delle elezioni e il loro finanziamento, così come il funzionamento e i compiti del Congresso dei popoli e i suoi metodi di lavoro».[40] Ci vollero alcuni anni prima che il progetto si concretizzasse. Nel marzo del ‘66, a Parigi, in occasione di una conferenza stampa alla presenza di quattro dei firmatari, fu lanciato un appello, redatto da Jacques Savary e sottoscritto da 13 personalità di fama internazionale.[41] Nel novembre 1968 si tenne a Parigi una nuova riunione, alla presenza questa volta di otto dei firmatari, tra cui due originari dei paesi dell’Est, davanti a 3.000 partecipanti. La prima tornata dell’elezione transnazionale per corrispondenza si svolse l’anno successivo, nel marzo 1969. Dal 1969 al 1994 si sono tenute parecchie elezioni che hanno permesso, anno dopo anno, di far votare i membri del Registro internazionale dei Cittadini del mondo, embrione di «uno Stato civile mondiale», di associazioni pacifiste o mondialiste e gli abitanti delle collettività locali mondializzate di diversi paesi, per ciò che Guy Marchand definiva «un lavoro di laboratorio».[42]
Nel 1964, i federalisti dell’UWF formarono con il National Committee for a Sane Nuclear Policy (SANE) una coalizione che riuniva la maggior parte dei gruppi pacifisti, un comitato incaricato di studiare la fusione dei due movimenti al fine di creare una «nuova dinamica» e di costituire «la più grande organizzazione americana per la pace, il disarmo e la legge mondiale».
 
Unificazione europea, mondialismo e gollismo.
 
Ancora una volta Monde Uni s’interessò all’integrazione europea, denunciando la politica gollista a proposito dell’adozione della politica agricola comune nel mese di dicembre dell’anno precedente: «Per sottolineare la propria ripugnanza nei confronti di ogni organismo che pretenda di esercitare la sua autorità nell’interesse comune, al di sopra delle sovranità nazionali, il generale De Gaulle una volta ha impiegato, per designare l’ONU, il termine sprezzante di ‘coso’… Non è l’ultimatum francese, ma l’arbitrato del ‘coso europeo’ — la Commissione esecutiva della Comunità — che ha permesso di evitare la frattura».[43]
In autunno, i federalisti americani si rivolsero attraverso il loro presidente C. Maxwell Stanley al Presidente Johnson e al Segretario generale dell’ONU, U Thant, per chiedere, in merito alla crisi del Vietnam, il rafforzamento urgente delle capacità di difesa della pace da parte delle Nazioni Unite.[44]
 
Il ventesimo anniversario dell’ONU e la guerra del Vietnam.
 
I federalisti dell’UWF proseguivano intanto i loro negoziati con il SANE denunciando la prospettiva di ritiro dell’Indonesia dalle Nazioni Unite come una seria minaccia per l’avvenire stesso dell’ONU nel caso in cui il diritto di secessione fosse riconosciuto,[45] mentre il ventesimo anniversario dell’adozione della Carta di San Francisco veniva preparato sia dai diplomatici che dai mondialisti.
Il XII Congresso del MUFM si svolse nel giugno del ‘65 proprio a San Francisco, sul tema generale «L’ONU nei prossimi vent’anni», articolando i lavori in tre commissioni su «liberazione dalla guerra», «liberazione dal bisogno» e «libertà per la diversità», mentre il funzionamento stesso dell’ONU era rimesso in forse dai gravi problemi finanziari e dalla continua escalation del conflitto vietnamita. Il generale Carlos P. Romulo, rettore dell’Università delle Filippine ed ex presidente dell’Assemblea generale, pronunciò il discorso di apertura. Tra gli altri intervenuti si distinguevano il medico e parlamentare brasiliano Josué de Castro, attivo in seno al Registro internazionale dei Cittadini del Mondo e al Congresso dei popoli, l’americano Norman Cousins e il professore pakistano Muhammed Zafrula Khan, membro della Corte internazionale di giustizia. I 1000 partecipanti, venuti da 30 paesi, tra cui una delegazione giapponese molto nutrita, adottarono la Dichiarazione di San Francisco, il cui obiettivo era quello di sottolineare con forza i pericoli che l’abolizione dell’ONU o la sua impotenza duratura avrebbero fatto correre all’umanità. All’indomani del Congresso, Francis Gérard annotava: «Di fronte alla mancanza di coerenza delle prese di posizione della borghesia cosiddetta classica e allo scisma che regna nel mondo comunista, il federalismo mondiale rappresenta la sola base coerente e unificatrice della politica mondiale».[46]
In una presentazione introduttiva della Dichiarazione di San Francisco, Monde Uni scriveva: «Forse non si dovrebbero paragonare le dichiarazioni di due organizzazioni essenzialmente diverse… Da un lato, i rappresentanti degli Stati, in occasione del ventesimo anniversario delle Nazioni Unite. Dall’altro, dei militanti. Gli uni e gli altri hanno espresso con rimarchevole convergenza i loro timori e le loro speranze nell’ONU, ma la convergenza si fermava lì. Perché i primi esprimevano i punti di vista dei loro governi nazionali. I secondi, nel corso del XII Congresso del MUFM, potevano pretendere di parlare a nome dei popoli».[47]
Lo scrittore americano Norman Cousins fu eletto presidente del MUFM, in sostituzione di Hideki Yukawa, mentre i federalisti mondiali attaccavano la politica americana in Vietnam, rivolgendo un solenne richiamo al presidente Johnson.[48]
Nel giugno 1965 Monde Uni intervenne di nuovo nel dibattito sollevato dalla crisi europea, allorché il ministro degli esteri francese affermò un’altra volta che la Francia «per risolvere la crisi» si sarebbe attenuta «solo a soluzioni intergovernative».[49] A livello mondiale, il Segretario generale delle Nazioni Unite, U Thant, lanciò un appello per l’ammissione della Cina popolare all’ONU, mentre dieci paesi reclamavano che «il ripristino dei diritti di Pechino» fosse inserito nell’ordine del giorno della ventesima sessione dell’Assemblea generale.
Per la seconda volta, vent’anni dopo la prima Conferenza di Dublino, il giurista americano Grenville Clark organizzò in questa città del New Hampshire una nuova Conferenza che, sotto la direzione di Kingman Brewster, presidente della prestigiosa Università di Yale, reclamò un’organizzazione mondiale effettiva per la prevenzione della guerra: «Nel corso degli ultimi vent’anni, un numero crescente tra noi ha preso coscienza che la sovranità nazionale deve essere limitata e sostituita da sistemi regionali e internazionali di cooperazione… La Conferenza di Dublino sottolinea che la Carta delle Nazioni Unite, redatta prima di Hiroshima, è inadeguata allo scopo dichiarato di mantenere la pace e la sicurezza. Pur apprezzando le iniziative dell’organizzazione mondiale, essa ritiene l’ONU ormai insufficiente per quanto riguarda i seguenti aspetti: 1) nazioni che raggruppano un quarto della popolazione mondiale non sono membri; 2) il Consiglio di sicurezza è stato troppo spesso paralizzato dal veto; 3) manca una forza permanente capace di opporsi all’aggressione; 4) la regola ‘una nazione, un voto’ nel seno dell’Assemblea generale rende utopico conferirle i poteri legislativi necessari; 5) manca una Corte con la giurisdizione e i poteri necessari per il regolamento pacifico delle dispute tra le nazioni; 6) manca un sistema che assicuri all’ONU entrate sicure e sufficienti».
La Conferenza di Dublino fece di conseguenza tre raccomandazioni: la prima sul disarmo totale e universale, la seconda sulla creazione di una reale forza di polizia mondiale e la terza sull’universalità dell’ONU. Essa chiedeva anche la soppressione del veto al Consiglio di sicurezza e proponeva l’urgente creazione di un’Autorità mondiale per lo sviluppo, così da ridurre il divario tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo.[50]
Nel 1966 Monde Uni prese posizione sulla guerra del Vietnam scrivendo: «Gli sforzi per arrivare a una soluzione del conflitto con trattative bilaterali e con l’offerta di mediazione da parte di diversi Stati sono falliti. Anche il ritorno ai Trattati del 1954 e del 1961 non sembra offrire una soluzione, data l’assenza di ogni garanzia sul loro rispetto. Solo un’azione globale su scala mondiale potrà dare al popolo vietnamita un futuro di libertà… Con spirito realista e in mancanza di meglio, bisogna fissare come primi obiettivi la conclusione di un accordo di cessate il fuoco preliminare al ritiro delle forze vietnamite e americane… e la sostituzione di dette forze con una forza di pace delle Nazioni Unite… Lo stesso accordo deve fissare la terza tappa, l’organizzazione di elezioni libere sotto il controllo delle Nazioni Unite, unica possibilità per i Vietcong e i filogovernativi di misurarsi pacificamente con uguali possibilità di successo. Tale politica può riuscire solo se sono assolte le seguenti condizioni: 1) la partecipazione della Repubblica popolare cinese alle Nazioni Unite come membro a pieno titolo; 2) la volontà degli organi delle Nazioni Unite e di tutti i loro membri di cooperare pienamente in questa operazione; 3) la messa a disposizione delle Nazioni Unite non solo delle forze di polizia necessarie all’esercizio dei poteri di controllo, ma anche di ogni mezzo logistico, amministrativo, giuridico, ecc. che questa operazione richieda».[51]
Nel corso dell’estate 1967, 500 federalisti mondiali di 22 paesi, tra cui 200 giapponesi, si trovarono a Oslo per il Congresso del MUFM sul tema del rafforzamento della capacità dell’ONU di assicurare il mantenimento della pace. Per la prima volta, il Congresso fu interamente seguito da un giornalista sovietico che poté «mostrare fieramente ai congressisti un articolo pubblicato alla vigilia sulla Pravda». Un altro tema affrontato fu la necessità per i federalisti mondiali di rafforzare le strutture del MUFM perché «fino a quel giorno non erano riusciti a strutturare il loro movimento sulla base dei principi federalisti».[52]
All’inizio del gennaio 1968, la WFY e il MUFM riunirono i loro Consigli a Londra, e tra la fine di luglio e l’inizio di agosto il MUFM tenne un Congresso straordinario a Elsenore, in Danimarca. Nel corso di esso i responsabili federalisti venuti da parecchi paesi (sui circa 35 nei quali esistevano ufficialmente dei gruppi) approvarono una nuova costituzione del Movimento per renderlo più efficace e accrescere il peso della sua segreteria internazionale. Questa avrebbe dovuto traslocare dall’Aja a Ottawa (mentre la segreteria della WFY sarebbe rimasta a Copenaghen), non accontentarsi più di essere un ufficio di collegamento, pubblicare una rivista in numerose edizioni nazionali e creare un fondo di sviluppo del Movimento.[53]
Nel quadro della sua politica di contatto con i paesi dell’Est, la WFY organizzò a Vienna, nel luglio 1968, un seminario al quale parteciparono 70 giovani di 22 paesi, la maggior parte dei quali socialisti, sul tema «Est-Ovest: la cooperazione, passo avanti verso l’ordine internazionale».
I federalisti mondiali avevano dunque saputo, anche durante la guerra fredda, accostarsi agli ambienti vicini ai paesi socialisti. Avevano inoltre sviluppato un’autentica politica verso i paesi non allineati e del Terzo mondo ai tempi della decolonizzazione. Al Congresso di Bruxelles del 1972, organizzato dal Movimento europeo, al quale parteciparono anche numerosi militanti dell’Unione europea dei federalisti, essi dimostrarono nuovamente un interesse reale per l’integrazione europea.
Solo a metà degli anni Ottanta i diversi rami del Movimento federalista internazionale incominciarono a incontrarsi di nuovo regolarmente e a prendere iniziative comuni, sulla via di un’unità d’azione e organizzativa che deve essere tuttavia ancora consolidata malgrado i notevoli progressi compiuti.


[1] Per la storia del movimento mondialista e il suo atteggiamento nei confronti dell’integrazione europea dal dopoguerra al ‘54, si faccia riferimento a Jean-Francis Billion, «I movimenti mondialisti dal 1945 al 1954 e l’integrazione europea», in Il Federalista, XXXIII (1991), pp. 27-54.
[2] Francis Gérard, «Le Congrès de Paris», in Citoyens du Monde, n. 4 (maggio 1955), p. 1.
[3] Citoyens du Monde, rivista trimestrale dell’UFM il cui direttore in carica era Guy Marchand, venne dato alle stampe dopo il giugno 1954. A partire dal n. 11 (luglio-agosto 1956) esso sarebbe diventato l’organo dell’UFM, e anche dell’Unione dei movimenti europei e mondiali per un mondo senza guerra.
[4] Oltre al presidente del Consiglio, Edgar Faure, erano presenti o inviarono messaggi Vincent Auriol, Edouard Bonnefous, Maurice Bourges-Maunoury, Robert Buron, Edouard Corniglion-Molinier, Henri Laforest, Pierre July, Joseph-Pierre Lanet, Pierre-Olivier Lapie, Jean Lecanuet, Pierre Mendès-France, François de Menthon, Jules Moch, Antoine Pinay e Gaston Riou. Alcuni di costoro erano d’altronde, all’epoca, convinti militanti federalisti, come Robert Buron o Gaston Riou, militanti per numerosi anni nel MUFM o nell’UEF, o responsabili del gruppo parlamentare mondialista, quali Joseph-Pierre Lanet o Jean Lecanuet (quest’ultimo aveva firmato l’editoriale del numero di giugno 1955 (n. 5) di Citoyens du Monde). Oltre ai politici, anche intellettuali, scrittori o musicisti, quali Pablo Casals, Albert Camus, Georges Duhamel, André Maurois, Daniel Rops e Jean Rous avevano colto l’occasione per manifestare il loro sostegno alle tesi mondialiste.
[5] Per quanto riguarda le personalità straniere, si notava la presenza o il sostegno di Lord Boyd Orr, presidente della FAO, Sicco Mansholt, ministro olandese dell’agricoltura e futuro membro della Commissione europea, Lord Beveridge, Gbedenah, ministro delle finanze del Ghana, Lord Bertrand Russell, Josué de Castro, parlamentare brasiliano e presidente del Consiglio della FAO, Clement Davies, leader del Partito liberale alla Camera dei Comuni, I.J. Pitman, parlamentare conservatore ed ex direttore della Banca d’Inghilterra.
[6] Si vedano i resoconti dei lavori e la risoluzione finale del Congresso in Citoyens du Monde, n. 6 e 7 (novembre 1955).
[7] Cfr. il commento di Henri Vautrot, «Les Congrès mondialistes», in Citoyens du Monde, n. 12 (settembre-ottobre 1956), p. 2. Nello stesso numero si vedano anche le risoluzioni sulla crisi di Suez adottate nelle riunioni dei parlamentari e del MUFM. Per i parlamentari «le principali vie d’acqua del mondo rappresentano una proprietà comune dei popoli del mondo e non dovrebbero essere utilizzate a profitto di una sola nazione; l’amministrazione di queste vie d’acqua dovrebbe di conseguenza trovarsi, nella misura del possibile, nelle mani di una comunità mondiale». Donde le raccomandazioni «che delle misure pratiche siano prese immediatamente per trasferire l’amministrazione del canale di Suez a un organismo designato dalle Nazioni Unite e controllato da esse» e «che si studi a breve termine il trasferimento alle Nazioni Unite di altre vie d’acqua internazionali, prima che esse divengano la causa di conflitti internazionali». Per il MUFM «una delle cause del conflitto risiede nell’assenza di un’istituzione internazionale capace di finanziare dei progetti quali lo sviluppo della vallata del Nilo», donde di nuovo la raccomandazione di «costituire un fondo mondiale».
[8] Max Juvenal, «Police et forces internationales» e Francio Gérard, «Urgente de créer une Fédération mondiale», in Citoyens du Monde, n. 13 (novembre-dicembre 1956), pp. 3-4.
[9] Hippolyte Ebrard, «L’Union mondiale se fera avant l’Union européenne», in Citoyens du Monde, ibidem, pp. 8-10. «Il grande sogno degli Stati Uniti d’Europa, che era appena valido un secolo fa, è oggi ampiamente superato; la vita economica, politica e sociale non può più essere contenuta in questo quadro. Si può considerare come mancata l’occasione di creare un’unità europea… Organizzare ‘per’ qualcosa e non unirsi ‘contro’ qualcuno: ecco il vero spirito della pace. E la sua unica via è la Federazione mondiale dei popoli. ‘Inconcepibile, dal momento che non si raggiunge l’unione neanche in Europa!’, gridano i partigiani dell’Europa. ‘No, non la si ottiene perché l’Europa è una creazione dello spirito, non è una realtà’». In opposizione a questo testo si veda quello di Francis Gérard, «L’Europe et le Monde», in Citoyens du Monde, n. 14 (febbraio-marzo 1957), p. 12 in cui si riconosce che «nel principio del federalismo europeo, ci sono dunque due aspetti essenziali: i vantaggi immediati estremamente evidenti e i contributi di lunga durata alla pace e alla prosperità del mondo intero e così alla Federazione mondiale».
[10] Non si deve confondere One World, con il sottotitolo For World Trade and World Law, pubblicazione dei parlamentari mondialisti, con il periodico dello stesso titolo pubblicato qualche anno più tardi dal MUFM.
[11] Sul Congresso dell’Aja si vedano in particolare «Participations au X Congrès du MUFM», in Citoyens du Monde, n. 17 (luglio-agosto 1957), i discorsi e messaggi, i testi delle risoluzioni e il Manifesto nel n. 18 (settembre-ottobre 1957). Nel primo numero si vedano inoltre «Euratom, Marché commun et fédéralisme mondial» di Francis Gérard e un articolo senza firma, «Fédération régionale», nel quale la rivista prende posizione a favore del federalismo regionale: «I fatti recenti che portano verso la Federazione europea, quali ad esempio la creazione del pool carbone-acciaio, sono un grande incoraggiamento per molti federalisti mondiali, che li considerano come esempi di ciò che potrebbe essere realizzato su scala mondiale… Alcuni federalisti pensano alla possibilità di creare una federazione asiatica, altri s’interessano a una federazione africana e altri ancora lavorano a una federazione atlantica».
[12] Risoluzioni: «Questo Congresso: 1) chiede a tutte le potenze coloniali di prendere immediatamente delle misure per accordare l’indipendenza a tutte le colonie e ai paesi sotto mandato. 2) Incita i paesi indipendenti di Asia e Africa a fornire il massimo aiuto a tutti i popoli che sono ancora sotto il dominio o l’oppressione delle grandi nazioni per permettere loro di raggiungere l’indipendenza», in Monde Uni, n. 21 (aprile-maggio 1958), p. 16.
[13] «Les Conventions de Genève sur le droit de la mer», in Monde Uni, n. 23 (settembre-ottobre 1958), pp. 3-4.
[14] «Nouveau départ», in Monde Uni, n. 20 (febbraio-marzo 1958), pp. 1-2.
[15] «A propos d’un changement de titre», in Monde Uni, n. 20 (febbraio-marzo 1958), p. 3.
[16] Philippe Comte, «Le fédéralisme mondial et l’Afrique Noire», in Monde Uni, n. 22 (giugno-luglio 1958), pp. 3-4.
[17] Cfr. Monde Uni, n. 23 (settembre-ottobre 1958). Questo numero ha ripubblicato anche due estratti della Carta di Versailles, approvata all’unanimità, che prevedeva: «1) Un parlamento mondiale per elaborare delle leggi mondiali al fine di assicurare e mantenere una pace durevole; 2) un potere esecutivo per applicare queste leggi; 3) delle corti internazionali di giustizia con potere e giurisdizione su tutti i conflitti relativi a queste leggi mondiali; 4) una forza di polizia mondiale incaricata di far rispettare queste leggi universali da parte di tutti coloro che violano o rischiano di violare queste leggi, per rendere possibile il disarmo universale, simultaneo e totale di tutte le nazioni».
[18] Monde Uni, ibidem.
[19] «Thirty-four Countries Attend Eight World Conference in Parliament House, Berne, September 24-29, 1959», in One World, II (1960), n. 4.
[20] Monde Uni, n. 28-29 (ottobre 1959). Il CFACP si definiva in questa occasione «un Consiglio di qualche persona eletta dalle Direzioni della registrazione e dell’informazione dei Cittadini del mondo. Esso controlla queste direzioni, che cercano di prefigurare futuri servizi pubblici d’interesse mondiale».
[21] «Il MUFM è sempre stato d’accordo teoricamente sul fatto che le federazioni regionali rappresentano una tappa costruttiva verso la Federazione mondiale. Ma, tra tutte le associazioni che in Europa vi aderiscono, la britannica Federal Union è la sola ad aver mantenuto il federalismo europeo come una parte essenziale della sua politica. I suoi membri hanno ragione?… Forse il primo vantaggio della Federazione europea… è la forza dell’esempio per il mondo nel suo insieme La maggior parte della gente impara da immagini concrete e non da concetti teorici… Lo sviluppo della Federazione europea non ci mostra soltanto cosa c’è da fare, c’insegna anche come farlo… Le due ultime guerre mondiali sono cominciate in Europa. Sono state guerre civili europee che si sono estese agli altri continenti. Una Federazione europea eviterebbe che ciò si ripeta. Ma l’esistenza di una Federazione europea renderebbe anche meno probabile una guerra tra gli Stati Uniti e l’URSS… In fin dei conti, l’Europa ha bisogno della federazione per la propria prosperità e il mondo ha bisogno di un’Europa prospera».
[22] Su questo argomento si veda il dossier di Monde Uni (ottobre 1960, pp. 4-23) sull’evoluzione dell’Africa. Questa tavola rotonda, organizzata dall’UFM e radiodiffusa presso gli ascoltatori degli Stati della Comunità francese, riuniva militanti e simpatizzanti mondialisti e giornalisti specializzati nelle questioni africane sul tema «L’Africa sarà un nuovo campo di battaglia della lotta tra Est e Ovest, o sarà il primo campo di applicazione di una cooperazione internazionale ispirata e diretta da un’Autorità mondiale?».
[23] Su Jean Rous si veda Jean-Francis Billion e Jean-Luc Prével, «Jean Rous et le fédéralisme», in Il Federalista, XXVIII (1986), pp. 123-35.
[24] Si veda Philippe Comte, «Le poids des neutres», in Monde Uni, n. 52-53 (giugno-luglio 1961), pp. 3-4 e 21.
[25] Cfr. Monde Uni, n. 54 (agosto 1951). Nello stesso numero si veda anche l’articolo dell’ex segretario generale aggiunto delle Nazioni Unite, Henry Laugier, «Pour une coalition des petits», e i messaggi al Congresso dei dirigenti africani, in particolare quello del presidente del Senegal, Léopold S. Senghor, di cui riportiamo alcuni passi. «Secondo noi il federalismo deve essere, insieme, interno e internazionale. Esso rappresenta essenzialmente la ricerca dell’unità nella diversità… Non avendo potuto costituire subito in Africa dei veri Stati federali, abbiamo realizzato, con l’Unione africana e malgascia, delle unioni a carattere confederale. E’ solo sulla base di questa prima forma di unione che potremo fare un passo avanti sulla via dello Stato federale. Avete all’ordine del giorno il problema della riforma delle Nazioni Unite… lo ho sempre approvato le riforme costruttive proposte dal vostro Movimento…, sarebbe particolarmente necessario completarla con un’Assemblea dei popoli… Non dimentico che, dal 1953, i federalisti mondiali hanno contribuito alla costruzione dell’edificio di quella che oggi si chiama azione contro il sottosviluppo… Per quanto ci riguarda, siamo impegnati in terra africana nell’azione per vincere il sottosviluppo… delle misure di socializzazione e di pianificazione che tengono conto delle libertà dell’uomo e dell’esistenza di comunità viventi sono tali da permettere l’equilibrio e una crescita continua del progresso economico e sociale. La nostra rivoluzione è basata sull’idea cooperativa e comunitaria. Noi cerchiamo secondo i principi federalisti di combinare l’accentramento e il decentramento, nel rispetto delle specificità regionali… Vi proponiamo, dopo il vostro Congresso, di creare a Dakar una sezione senegalese del Movimento universale per una federazione mondiale».
[26] Philippe Comte, «Un impératif pour le mouvement fédéraliste mondial: engager le dialogue avec l’Est», in Monde Uni, n. 57-58 (novembre-dicembre 1961).
[27] Maurice Cosyn, «Un membre du Comité Central du PC de l’URSS propose d’organiser un ‘Congrès des peuples’ en 1962», e Henry Usborne, «La pressante sincérité de Lord Attlee a impressioné les russes — Maintenant ils savent ce que nous représentons», in Monde Uni, ibidem.
[28] Philippe Comte, «La décennie du développement», in Monde Uni, n. 67 (gennaio
1963), pp. 4-11.
[29] Francis Gérard, «Position des fédéralistes mondiaux à l’égard du fédéralisme européen», in Monde Uni, n. 61 (marzo 1962). Sulla costruzione europea si veda anche l’importante dossier pubblicato da Monde Uni sotto il titolo «Visa pour l’espoir», n. 64-65 (agosto-settembre 1962), che fa il punto sull’unificazione europea attraverso l’evoluzione delle diverse comunità, CECA, EURATOM, ecc., dà la parola a Etienne Hirsch, recentemente allontanato, dal governo francese, dalla presidenza della Commissione europea per l’energia atomica per le sue prese di posizione federaliste e più tardi presidente del MFE francese, e ad Alexandre Marc, ripubblicando inoltre la mozione di politica generale del Congresso di Montreux dell’UEF del 1947.
[30] «Xlth World Conference of World Parliament Association», in One World, III (1963), n. 3.
[31] Si vedano tra gli altri gli estratti, i commenti e gli articoli riservati all’enciclica Pacem in terris sulla stampa mondialista. In particolare «Une voie pour la famille humaine», in Monde Uni, n. 71-72 (maggio-giugno 1963), e «Papal Encyclical for World Government», in The Federalist, Washington, IX (1963), n. 8-9 (aprile-maggio). I federalisti americani dell’UWF pubblicarono anche degli estratti dell’enciclica sotto il titolo «Calling for World Government. Encyclical Highlights». Da parte sua, Le Fédéraliste, rivista diretta da Mario Albertini, pubblicava un lungo editoriale critico sotto il titolo «La signification politique de l’encyclique ‘Pacem in terris’», (V (1963), pp. 95-106). Il testo concludeva: «…noi non ci uniamo al coro degli elogi e delle approvazioni indirizzate alla ‘Pacem interris’ per il modo in cui il problema della pace vi è posto… La verità è che la tregua non è pace, ma, al contrario, il mantenimento della guerra; che non c’è nessuna prospettiva per la pace mondiale finché il principio federalista — che supera la sovranità assoluta degli Stati — non è rilanciato nel mondo, rompendo e demistificando i due blocchi contrapposti; che la battaglia per la pace mondiale, come per le federazioni regionali, deve essere combattuta dai popoli contro la sovranità assoluta degli Stati, e dunque contro le classi politiche al potere».
[32] Monde Uni, ibidem, p. 3.
[33] The Federalist, Washington, ottobre 1963.
[34] «Déclaration de Tokyo», in Monde Uni, n. 73-74 (luglio-settembre 1963). Si trova anche in World Federalist, VIII (1963), n. 4 (ottobre).
[35] «Test Ban Treaty Ratified. UWF Readies for Further Push», in The Federalist, Washington, ottobre 1963. L’UWF annunciava l’invio su propria iniziativa di 25.000 lettere ai senatori a sostegno del Trattato.
[36] «House Votes ACDCA $ 10 Million. Federalists Supported Larger Authorization», in The Federalist, Washington, X (1963), n. 4 (dicembre).
[37] «Kennedy Calls for UN Charter Change», in The Federalist, Washington, settembre 1963.
[38] «Vers le Congrès des Peuples — Historique», in Citoyens du Monde, n. 14 (ottobre 1969). Si vedano anche il necrologio di Rodriguès-Brent, in Citoyens du Monde, n. 21 (aprile 1971) e quello di Josué de Castro, in Citoyens du Monde, n. 29 (ottobre 1973).
[39] Alfred Rodriguès-Brent, «Pourquoi le Congrès des Peuples», in Congrès des peuples, Parigi, pp. 6-9. Questo libro, non datato, traccia la storia della genesi del Congresso dei popoli dal 1953 al 1977 e riporta il testo delle sue principali dichiarazioni, a partire dalla sua entrata in funzione nel luglio 1977, fino al 1982.
[40] Citoyens du Monde, ibidem.
[41] Lord Boyd Orr, Shinzo Hamai, Linus Pauling, Bertrand Russell, Hans Thirring, Danilo Dolci, Josué de Castro, Alfred Kastler, l’Abbé Pierre, Jean Rostand, Rajan Nehru, il pastore Hromadka e Ivan Supek.
[42] Malgrado le distanze e l’impossibilità di riunirli regolarmente, non fosse che a causa delle difficoltà finanziarie, gli eletti del Congresso dei popoli, la cui segreteria generale è stata successivamente tenuta da Guy poi Renée Marchand, resteranno nella storia, secondo la loro stessa definizione, come «i primi cittadini del mondo eletti in maniera democratica al di sopra degli Stati nazione per occuparsi di gestire simbolicamente, ma democraticamente, gli affari dell’intera umanità». Il Congresso dei popoli ha adottato una serie di dichiarazioni su ambiente, Nazioni Unite, oceani, energia e materie prime, popolazione mondiale, alimentazione, disarmo, donne, diritti dell’uomo, disarmo e Nazioni Unite, diritti del bambino e dell’adolescente, società multinazionali, rifugiati, satelliti di telecomunicazione, acqua potabile, diritto all’informazione, salute, energia nucleare civile, desertificazione. Esso ha infine creato nel corso della sua storia diverse organizzazioni quali l’Istituto di studi mondialisti, inaugurato a La Lambertie nel 1978 e oggi presieduto dal belga Marc Garcet, l’Agenzia di stampa mondialista e il Fondo mondiale di solidarietà contro la fame. La decima elezione, inizialmente prevista a San Francisco per il giugno 1995, parallelamente alla celebrazione del cinquantenario della Carta e qualche giorno prima del XXII Congresso del MFM, è attualmente rinviata sine die.
[43] Jean-Pierre Cornet, «Ce ‘machin’ qui a sauvé l’Europe», in Monde Uni, n. 78 (gennaio 1964). Jean-Pierre Cornet concludeva: «Si è temuto per un istante che i ‘Sei’ non sapessero fare la scelta tra l’Europa e la margarina. E’ la Commissione, questo ‘coso’ internazionale, che è infine giunta a far pendere la bilancia dalla parte dell’avvenire. Senza di essa, il Mercato comune avrebbe cominciato in dicembre un periodo di stagnazione ante mortem e il fallimento di questa esperienza avrebbe avuto conseguenze incalcolabili non solo per gli interessati, non solo per gli altri paesi dell’Europa e dell’Africa associati alla CEE, ma per la causa stessa delle federazioni regionali, che è una delle vie lungo le quali il mondo s’incammina verso la sua unità». Sulla politica estera gollista e la sua critica da parte dell’UFM si veda anche Michel Voirol, «Critique mondialiste de la politique extérieure gaulliste — Etre ‘grand’ dans un monde féodal», in Monde Uni, n. 93-94 (maggio-giugno 1965) e «Jupiter aveugle ceux qu’il veut perdre», in Monde Uni, n. 95 (luglio 1965).
[44] «UWF Asks Caution on Vietnam, Looks to UN Peace-keeping Role», in The Federalist, Washington, XI (1964), n. 1 (settembre), che pubblica anche il messaggio di C. Maxwell Stanley così come la risposta della Casa Bianca.
[45] «Indonesia Withdrawal from UN Poses Unique Problems», in The Federalist, Washington, XI (1965), n. 5 (gennaio-febbraio).
[46] Francis Gérard, «A San Francisco, une force politique s’affirme au dessus des idéologies», in Monde Uni, n. 96-97 (settembre-ottobre 1965).
[47] Ibidem. Sotto il titolo «Le défi», Monde Uni pubblicava la dichiarazione adottata dal MUFM. «Non sono soltanto la guerra e la perdita della libertà a minacciare l’umanità. La fame, la malattia e la povertà pesano sull’umanità e costituiscono un pericolo talmente immediato che bisogna occuparsene anche prima che l’umanità raggiunga l’obiettivo della Federazione mondiale. Ma l’eliminazione di questi flagelli non ha bisogno di altro se non di istituzioni su scala mondiale… La storia c’insegna che ogni volta che degli uomini vivono insieme sono necessarie delle leggi per regolare i loro conflitti d’interesse. Se dobbiamo avere delle leggi mondiali, occorrerà un’Autorità mondiale per crearle, interpretarle, farle diventare esecutive e imporle ai cittadini. E’ tempo che il potere della legge sia riconosciuto negli affari internazionali, come lo è ora all’interno delle Nazioni… Non c’è niente di meno e di diverso da fare». Si veda anche la risoluzione finale del XII Congresso in Monde Uni, n. 98 (novembre 1965).
[48] Commentando la riunione del MUFM, San Francisco Chronicle scrisse: «L’azione degli Stati Uniti in Vietnam ha fatto correre ‘il rischio di una conflagrazione mondiale’ e il loro intervento nella Repubblica dominicana ha ‘indebolito le Nazioni Unite’, dichiarano le risoluzioni adottate dai federalisti mondiali. Il lungo impegno preso dagli Stati Uniti per un ordine mondiale assicurato dalla legge esige che la politica americana ceda il passo all’ONU, assicurano le risoluzioni. Questa base legale è seriamente compromessa quando il governo impiega, per risolvere le crisi, metodi che ignorano o indeboliscono l’ONU… Di conseguenza, il presidente Johnson è stato fermamente pregato di: a) avanzare precise proposte di emendamento della Carta delle Nazioni Unite per rafforzare i poteri di questa riguardo al mantenimento della pace; b) incoraggiare, sino a che queste proposte non saranno state accettate, le possibilità che l’ONU ha di mantenere la pace nelle condizioni attuali».
[49] Jean-Pierre Cornet, «La crise du Marché commun: deux philosophies en conflit; l’Etat et la Communauté», in Monde Uni, ibidem.
[50] «Grenville Clark Calls Second Conference», in Monde Uni, n. 100 (gennaio 1966).
[51] «Vietnam, USA et Nations Unies», in Monde Uni, n. 100 (gennaio 1966).
[52] «World Congress Hold in Oslo», in Canadian World Federalist, n. 32 (settembre-ottobre 1967), pp. 1-3.
[53] «WAWF Turns a Corner», in World Federalist of Canada, n. 36 (maggio-giugno 1968), pp. 9-10.

 

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