Anno I, 1959, Numero 1, Pagina 1

 

 

La “politica ombra” dell’Europa
 
ALTIERO SPINELLI
 
 
 
Pubblichiamo il rapporto politico di Altiero Spinelli alla seconda sessione del Congresso del Popolo Europeo, tenuta a Lione il 23, 24 e 25 gennaio di quest’anno perché tale rapporto contiene, a nostro parere, una analisi molto importante della situazione attuale e delle prospettive future dell’Europa. Abbiamo deciso di non togliere i passi che riguardano l’organizzazione e l’azione del Congresso del Popolo Europeo per far conoscere al lettore il punto di vista e lo strumento d’azione che permettono di formulare in termini europei il giudizio sulla lotta politica.
 
CON LA TESTA AL DI SOPRA DELL’ONDA
L’anno che ci separa dalla prima sessione del Congresso del Popolo Europeo[1] è stato denso di eventi che hanno segnato profondamente la nostra fisionomia non meno di quella dell’Europa. Se gettiamo un rapido sguardo sull’insieme dei movimenti il cui scopo dichiarato è l’unificazione europea, il bilancio della loro attività è presto fatto. Da una parte c’è il silenzio di tutti coloro che, volendo essere «realisti», hanno puntato sull’azione europea dei governi nazionali e delle sedicenti istituzioni europee — silenzio interrotto solo di tanto in tanto da attacchi velenosi diretti contro di noi. Dall’altra parte sta l’azione del Congresso del Popolo Europeo.
Nuovi militanti si sono aggiunti agli anziani; i nostri militanti francesi hanno saputo tener alta la nostra bandiera in circostanze assai difficili; nuove elezioni primarie hanno avuto luogo nei Paesi Bassi, nel Belgio, in Germania, in Italia; il numero dei cittadini europei che vi hanno eletti si è triplicato, passando da 72.000 a 224.000; il nostro giornale Popolo Europeo è uscito regolarmente in tre lingue (francese, italiano e olandese) ed ha cominciato ad uscire in tedesco, accanto alla rivista Der Föderalist che appare regolarmente grazie alla inesauribile buona volontà dei nostri amici di Francoforte; il progetto di trattato per la convocazione dell’Assemblea Costituente Europea, che avevamo deciso di preparare, vi è stato presentato dal prof. Héraud a nome della Commissione che l’ha elaborato. Fra tutti coloro che si dichiarano partigiani dell’unità europea solo noi abbiamo motivo di esser fieri di quel che abbiamo fatto nell’anno scorso, perché abbiamo mantenuto quello che avevamo promesso.
Tuttavia non dobbiamo farci delle illusioni. Tutto ciò che abbiamo ottenuto grazie a quest’azione è che possiamo dire di tenere ancora la testa al di sopra dell’ondata crescente del nazionalismo in Europa. Alcuni tra noi si sono allontanati da una battaglia che sembrava ormai troppo difficile; e alcuni altri si sono intimoriti, e si chiedono se non ci siamo per caso impegnati troppo. Oggi sappiamo che per perseverare nella nostra lotta dovremo essere capaci di superare ancora molte delusioni, di imporci una forte concentrazione di volontà e di pensiero, di accettare l’indifferenza e l’ironia dell’immensa massa dei «benpensanti», di rifiutare qualsiasi compromesso con il regime esistente delle sovranità nazionali.
Quelli tra voi che hanno partecipato alla prima sessione del Congresso ricordano che già allora sapevamo di assumere la responsabilità di una battaglia lunga e dura. Credo che potremo decidere di proseguirla solo a condizione di renderei conto freddamente, e senza illusioni, che essa è diventata ancora più lunga e più dura perché il nostro avversario — il regime degli Stati nazionali sovrani — ha riportato nel 1958 nuovi successi, ed ha respinto in un avvenire ancora più incerto la prospettiva della traduzione in realtà dei diritti democratici del popolo europeo.
 
LA RESTAURAZIONE NAZIONALISTA
Esaminiamo più da vicino i principali aspetti che la restaurazione nazionale ha assunto oggi in Europa. Vedremo che gli Stati-nazione non hanno saputo affrontare nessuno dei gravi problemi che si pongono all’Europa, che hanno chiuso ancora più solidamente il popolo europeo nelle gabbie delle sovranità nazionali, e che hanno accresciuto i pericoli che ci minacciano.
a) Il «soprassalto nazionale» in Francia. In primissimo luogo incontriamo la crisi della democrazia francese. Alla fine della seconda guerra mondiale i governi ed i partiti della repubblica francese avevano intravisto che la vera grandezza e l’avvenire della Francia si trovavano nell’unificazione europea. Durante una dozzina d’anni essi hanno tuttavia rifiutato di percorrere questo cammino con coerenza. Hanno preso alcune iniziative e poi le hanno sabotate. Hanno cercato invano di risolvere nel quadro nazionale le disgrazie che colpivano il loro paese. Sono passati da una guerra coloniale all’altra, per insabbiarsi infine in quella d’Algeria. Hanno mantenuto l’economia nazionale chiusa in un anacronistico protezionismo. Hanno tentato senza tregua di ridare alla Francia il ruolo impossibile di grande potenza mondiale. Le conseguenze di questa folle politica sono state il disordine finanziario, la decomposizione politica, la disobbedienza crescente dell’esercito. Il 13 maggio 1958 la repubblica francese è stata abbattuta da un colpo di Stato militare e nazionalista che, col pretesto di una riforma costituzionale, ha trascinato la nazione su un falso cammino.
Il nuovo regime rinchiude ed isola la nazione in una visione vana di sedicente grandezza nazionale. Le propone come mezzo per la sua sicurezza la ricerca di intese ed alleanze precarie in un’Europa divisa. Le impone il finanziamento massiccio di ciò che le resta dell’antico impero coloniale. Le chiede la continuazione della guerra coloniale contro il popolo algerino. Le richiede lo sforzo di un inutile armamento atomico nazionale. E contemporaneamente lancia il paese in una dura competizione commerciale fra nazioni sovrane. L’insieme di questi obiettivi non può essere perseguito che a prezzo di sacrifici economici e sociali crescenti e di limitazioni progressive delle libertà democratiche. Anche a questo prezzo, di cui i francesi già lamentano il peso, questa politica non può tuttavia approdare che a disfatte, forse irreparabili, per la Francia, per l’Europa, per il mondo intero. Il nazionalismo francese infatti non provoca rovine solo in Francia ma costituisce inevitabilmente un fattore di accelerazione della ripresa di nazionalismi analoghi in tutti gli altri paesi. Mi limiterò qui ad evocarvi il caso, relativamente secondario, ma assai esemplare, della riapparizione di velleità nazionalistiche nella politica estera italiana. L’accordo con la Francia nella politica di costruzione europea fu uno dei pilastri della politica di Sforza e di De Gasperi. Ma ora Palazzo Chigi ha riscoperto la politica detta mediterranea e filoaraba, cioè la politica tipica del nazionalismo italiano. In realtà l’Italia non ha il peso per farla. Il sogno di un’Italia «potenza mediterranea» è inconsistente e pericoloso quanto quello della Francia «potenza mondiale». Purtuttavia esso è tacitamente divenuto una linea direttrice permanente della politica estera italiana, ed ha generato già le prime manifestazioni retoriche. Poco tempo fa il presidente del Consiglio dei Ministri Fanfani, circondato da alti dignitari della politica italiana, ha sentito il bisogno di recarsi sul campo di battaglia di El Alamein per rendere omaggio non ai poveri caduti italiani vittime della folle politica nazionalistica di Mussolini, ma agli «Eroi» italiani che laggiù morirono per la Patria.
b) L’ora dell’umiliazione per le Comunità Europee. Un anno fa a Torino nella nostra dichiarazione politica affermavamo: «La costituzione degli Stati Uniti d’Europa non può essere in sé stessa l’opera dei governi e dei parlamenti nazionali. L’atteggiamento fondamentale di queste istituzioni — fatte per dare espressione alla vita politica nazionale — consiste nella ricerca deliberata di soluzioni che diano l’apparenza dell’integrazione sovranazionale, ma conservino in realtà i poteri di decisione e di esecuzione nelle mani degli Stati nazionali». Questa affermazione, che prendeva di mira le sedicenti Comunità Europee, suscitò molte resistenze non solo fra gli «europeisti», abituati ad applaudire senza discernimento qualsiasi sciocchezza purché accompagnata dalla parola magica «Europa», ma anche fra numerosi federalisti.
Il nostro rifiuto di considerare queste Comunità come embrioni dell’unità europea apparve eccessivo e non corrispondente alla realtà. «Gli «europeisti» erano disposti a riconoscere la loro insufficienza, ma assicuravano che si trattava di primi passi «reali». Dicevano che prima di assumere forme costituzionali l’unità poteva e doveva realizzarsi nel campo degli interessi «concreti». Ripetevano che la semplice circostanza dell’impegno ad abbassare progressivamente le dogane avrebbe creato una «solidarietà di fatto» cui avrebbe fatto seguito quasi automaticamente una crescente solidarietà politica.
Orbene, nel 1958 i trattati concernenti due Comunità sono stati ratificati. Essi avrebbero anche dovuto rimettere a galla la C.E.C.A. che nel frattempo aveva perduto ogni capacità di azione come istituzione sopranazionale. In ogni modo le istituzioni delle Comunità furono fondate e ci si preparò per la gran giornata dell’l gennaio 1959. Quel giorno gli impegni sono stati mantenuti. Tuttavia oggi è assai difficile trovare qualcuno che abbia ancora il coraggio intellettuale di dire che, grazie all’esistenza di queste comunità, la «solidarietà di fatto» fra gli Stati europei sia cresciuta.
Tutti sanno ormai che le Comunità, ed in particolare la più importante, quella del Mercato comune, non sono che accordi di liberalizzazione parziale intercorsi fra alcuni Stati desiderosi di rafforzare le loro economie nazionali. Tutti hanno potuto constatare che l’annunzio di rispettare l’accordo di abbassare le dogane fu dato dai singoli governi, e non da qualche organo della Comunità. Un rapporto ufficioso del principale partito francese ha imprudentemente ricordato che questo accordo può essere annullato ad ogni istante da un governo nazionale sia mediante la revisione del trattato, sia mediante l’applicazione delle clausole di salvaguardia.
Il problema della zona di libero scambio è stato una prova supplementare della nullità delle istituzioni del Mercato comune come strumento di unificazione. Si può dubitare della saggezza di una politica economica troppo protezionistica della Comunità rispetto ai paesi terzi. Si può infatti facilmente dimostrare che un’Europa unita non avrebbe nulla da temere da una politica di libero scambio con il resto del mondo, e che una politica di free trade sarebbe nel suo interesse di territorio fortemente dipendente dal commercio internazionale. Ma supponiamo pure che, per molteplici ragioni, fosse giusto avere stabilito una discriminazione sfavorevole ai paesi terzi. In tal caso bisognava prevedere le reazioni dei paesi discriminati; e bisognava mettere la Comunità in grado disviluppare un’attività diplomatica intensa e difficile per evitare guai maggiori.
Ma la Comunità ha una esistenza del tutto fittizia. La Commissione della Comunità, secondo l’articolo 111 del trattato può, su autorizzazione del Consiglio dei ministri, rappresentare la Comunità nei negoziati con i paesi terzi. Ma con quale animo questo organo della Comunità avrebbe potuto rivendicare tale facoltà, stante il fatto che i negoziati in questione non riguardavano la sorte dell’Europa ma quella dei rapporti tra gli Stati sovrani, in particolare dei rapporti tra Inghilterra Francia e Germania?
I governi. di questi paesi sono stati i soli attori del negoziato. Essi hanno deciso di estendere ai paesi terzi una parte delle riduzioni previste dal Trattato. La Comunità e gli altri membri non hanno avuto altro da fare fuorché piegarsi. E ciò non basta. Le leggi dell’economia valgono anche per gli Stati sovrani. Perciò, avendo deciso di promuovere la liberazione del commercio internazionale, gli Stati interessati dovevano contemporaneamente promuovere la convertibilità delle monete. Osservando chi ha preso le misure necessarie si può costatare dove risiede la vera sovranità. Esisteva un organismo di cooperazione monetaria, l’Unione Europea dei Pagamenti, che i corifei dell’«europeismo» consideravano come una delle più preziose realizzazioni della cooperazione europea. Ma non si cercò affatto di adattarla alla nuova situazione rafforzandola. L’U.E.P. fu invece freddamente soppressa per permettere ad ogni singolo governo di decidere senza alcun intralcio il valore della propria moneta nazionale ed i limiti della sua convertibilità. Questa operazione si è svolta in un’atmosfera di diffidenza e di ricatto reciproco che non fa presagire nulla di buono per l’avvenire. Basta ricordare il linguaggio nazionalistico con cui i nostri ministri hanno accompagnato queste misure. Essi non hanno parlato della costruzione di una nuova economia europea, ma soltanto della necessità di affermare nella nuova situazione la loro economia nazionale.
Naturalmente noi non abbiamo nulla contro il fatto che il franco francese sia ricondotto al suo vero valore, che le monete degli Stati europei siano convertibili, e che le tariffe doganali siano diminuite. Fortunatamente i nostri sistemi economici non sono comunisti e si basano in larga misura sulla concorrenza. Era necessario perciò tornare alle regole classiche del commercio internazionale, che esigono monete liberamente convertibili e dogane che non costituiscano barriere insormontabili. Ma il ritorno a una situazione simile a quella dell’Europa del 1913 o del 1928, ad una situazione in cui il commercio internazionale è un’arma potente della politica estera di Stati sovrani, non ha nulla a che fare con l’unificazione dell’Europa, e contiene invece pericoli di nazionalismo analoghi a quelli del passato.
La dimostrazione della vera natura delle cosiddette Comunità Europee non sarebbe completa se dimenticassimo di parlare della sorte delle loro istituzioni, dette, o per meglio dire credute, sopranazionali. Queste istituzioni sono tuttora accampate provvisoriamente in certe città d’Europa perché i nostri governi, non avendo saputo spegnere le loro piccole gelosie nazionali, non si sono ancora accordati su una sede comune e definitiva. L’Assemblea parlamentare delle Comunità, se avesse avuto una seria coscienza della sua missione, avrebbe già presentato ai governi, conformemente all’art. 138 del Trattato, il progetto per la propria elezione a suffragio universale diretto. Non l’ha fatto perché sa di non avere poteri legislativi né fiscali, e sa perciò che la propria elezione diretta non avrebbe alcun senso. Abbiamo già visto che la Commissione del Mercato comune ha riconosciuto senza batter ciglio che la politica estera della Comunità è di competenza dei Ministri nazionali. Però essa aveva creduto di poter almeno stabilire il suo bilancio. I Ministri nazionali lo hanno respinto ed hanno incaricato i propri funzionari di elaborare un altro bilancio molto più modesto, e non l’hanno nemmeno presentato all’Assemblea nei termini prescritti dal trattato. Commissione ed Assemblea hanno così dovuto prendere atto del fatto che i cordoni della borsa sono nelle mani degli Stati, e che la Comunità disporrà di mezzi non solo modesti ma anche precari.
Neanche la Corte di Giustizia è stata risparmiata in questa prova generale dell’inesistenza di qualsiasi potere europeo. Dopo le lunghe discussioni negli ambienti interessati dei differenti paesi a proposito delle disposizioni anti-trust incorporate nei trattati, una società belga ed una società olandese sono giunte dinnanzi al tribunale olandese di Zutphein, il quale ha deciso che la legge nazionale è superiore alla legge europea perché le disposizioni dei trattati non sono che impegni presi dai governi, e quindi non entrano in vigore finché i governi stessi non decidono di applicarle introducendole nelle loro legislazioni nazionali. L’Alta Corte della Comunità, incaricata dall’art. 164 del Trattato di assicurare «il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione del trattato», ha costatato in silenzio che l’economia europea continua ad essere sottoposta soltanto ai diritti particolari di ciascun paese.
L’insieme di questi avvenimenti può essere così riassunto: da un lato il processo economico europeo nel quadro dell’economia mondiale richiede una interdipendenza di rapporti sempre più estesa; dall’altro i nostri Stati, invece di approfittare di questa tendenza spontanea per accelerare il moto dell’unificazione europea l’hanno sfruttata per sopprimere l’Unione Europea dei Pagamenti e per ribadire la loro volontà di sorvegliare i propri mercati ed il proprio commercio internazionale giungendo quasi al limite di una guerra commerciale. In tal modo i nostri Stati hanno fatto chiaramente comprendere a tutti che si apre un’epoca di diffidenze e di rivalità economiche fra nazioni sovrane.
c) Alla ricerca della sicurezza europea. La questione della sicurezza europea, strettamente collegata con la questione tedesca, ci pone di fronte al terzo problema cruciale rispetto al quale l’attuale regime europeo ha mostrato non solo la sua impotenza ma addirittura la sua natura di fattore terribile di decomposizione della vita europea. Il problema si trascina dalla fine della seconda guerra mondiale, ed i suoi dati politici, militari ed ideologici sono troppo noti perché sia necessario esporli ancora una volta. Mi limiterò a sottolineare l’indirizzo sempre più pericoloso che le nostre diplomazie nazionali sono riuscite a dargli.
Da alcuni anni l’Europa democratica non è più nello stato di prostrazione in cui si trovava quando Stalin la teneva sotto la sua minaccia e gli Stati Uniti la protessero col Patto Atlantico. Essa è ormai prospera, e dovrebbe assumere pienamente la doppia responsabilità di tutti i popoli civili e liberi: provvedere alla propria difesa e contribuire con la propria politica estera al mantenimento ed al rafforzamento della pace nel mondo. Ma il regime delle sovranità nazionali le impedisce di raggiungere l’uno e l’altro scopo. Gli Stati democratici d’Europa, così gelosi delle loro sovranità quando si tratta dell’unificazione federale, possono usarla in modo tanto limitato da costringere gli Stati Uniti a mantenere ancora la loro presenza militare sul suolo europeo. Essendo divisi in un’epoca storica che esige la loro unità, essi hanno affidato all’America la responsabilità maggiore della loro difesa, ed il ruolo di potenza egemonica. In tal modo solo l’America può tenerli in qualche modo uniti.
Le conseguenze di questa situazione non hanno tardato a manifestarsi: l’atteggiamento degli Stati europei nella politica estera e militare è diventato quello abbastanza spregevole dei vassalli rispetto al loro signore. Essi non esercitano più la responsabilità reale della loro difesa. Il Consiglio della N.A.T.O., ogni volta che si raduna, costata che gli Stati europei non hanno mantenuto gli impegni militari presi. Lo sforzo che viene loro chiesto non è tuttavia eccessivo; è anzi inferiore a quello che questi Stati compirono nel passato quando il livello dei loro redditi nazionali era più basso di quello attuale. Ma un paese riesce ad imporsi i sacrifici necessari per organizzare le proprie forze armate solo in rapporto alle responsabilità che sente di possedere effettivamente. Se gli europei dovessero assumere realmente la responsabilità della loro difesa comune sarebbero capaci di affrontare le spese necessarie. Il fatto è che, sebbene si parli incessantemente nei nostri paesi della difesa dell’Europa, ogni Stato, ogni governo, ogni nazione sa molto bene che la vera responsabilità ricade sulle spalle degli Stati Uniti.
Per ciascuno Stato si tratta perciò soltanto di stare al giuoco, di bluffare, di non perdere i vantaggi di una amicizia così potente, di non correre troppi rischi restando isolato. Ciò spiega perché ciascuno Stato cavilla continuamente per dare sempre meno di ciò che gli si chiede, e perché nello stesso tempo tutti gli Stati vivano con l’incubo permanente che il loro protettore d’oltre Atlantico li abbandoni, il che è nell’ordine delle cose possibili. Grazie allo sviluppo della tecnica dei missili intercontinentali la difesa dell’Europa diventa per l’America un compito militare sempre più marginale; e grazie all’impossibilità di una guerra atomica, russi e americani potrebbero ben mettersi un giorno d’accordo a spese dei loro alleati.
In queste circostanze, pur non potendo rinunziare al protettorato americano, i nostri Stati nutrono un risentimento segreto verso il loro protettore e cercano ogni occasione per riaffermare le loro velleità d’indipendenza, di prestigio, di grandezza, velleità che si concludono del resto regolarmente con degli scacchi, e quindi con un senso crescente di frustrazione. Avendo ridotto il problema della sicurezza europea all’equilibrio militare fra Stati Uniti e U.R.S.S., essi finiscono per dare un’apparenza di giustificazione anche alla presenza militare dell’U.R.S.S. in Europa. Contribuiscono così a mantenere il clima di guerra fredda che indebolisce tutte le democrazie e rafforza tutte le dittature: da quella di Kruscev e dei suoi satelliti fino a quelle di Franco e di Salazar di cui l’Europa democratica ha persino cessato di vergognarsi. Condannati ad un immobilismo pieno di paure, di risentimenti, di velleità, incapaci di una qualsiasi seria iniziativa verso l’U.R.S.S., i nostri Stati le permettono di moltiplicare le manovre e le proposte di neutralizzazione e di disarmi parziali o completi dell’Europa, il cui solo scopo è di consolidare e rendere irreversibile lo sbriciolamento politico del vecchio continente.
L’assenza di una visione politica costruttiva per il loro avvenire e per quello dei paesi sottoposti alle dittature, e l’incapacità di superare il sistema delle sovranità nazionali, hanno prodotto le peggiori e più pericolose conseguenze nella maniera di impostare la questione tedesca. Da quando l’Europa si è data come scopo quello di istituire un sistema di sovranità nazionali la Germania costituisce per essa un perpetuo incubo. L’Europa non può vivere né con essa né senza di essa. La Germania non può vivere né dentro la forma di Stato nazionale sovrano né fuori. La sua posizione, al centro dell’Europa e nel punto d’incontro delle più forti potenze mondiali, la espone a tutte le tentazioni; le sue frontiere sono incerte, la sua struttura economica è fortemente squilibrata, i suoi costumi democratici, fondati su un passato inquietante, sono superficiali e fragili, la sua stessa costituzione politica è provvisoria. L’idea della unità federale europea è stata all’inizio ed è ancor oggi la sola soluzione che consentirebbe ai tedeschi di vivere in pace ed in amicizia con le altre nazioni d’Europa perché permetterebbe loro di dare all’Europa ed a sé stessi ciò che hanno di meglio e non ciò che hanno di peggio. Dopo la fine della seconda guerra mondiale i tedeschi compresero questa idea, e videro nell’Europa il rinnovamento politico e spirituale che li avrebbe liberati dalla maledizione dello Stato-nazione. Invano: il regime europeo, nel quale ciascuna nazione è incatenata alla propria sovranità, non sa uscire, rispetto alla Germania, dal circolo vizioso che ci obbliga tutti, da una generazione all’altra, a passare sempre da una fase in cui sforzi sanguinosi ci vengono imposti per spezzare la potenza nazionale tedesca ad un’altra in cui tutto è messo in atto per ricostruirla.
Così le diplomazie europee, la diplomazia americana e quella russa sono giunte, ciascuna a suo modo, ad isolare il problema tedesco da quello dell’unità europea, ed a spingere sempre più i tedeschi a concepire come obiettivo primordiale della loro vita politica la ricostruzione di una Germania unita e sovrana. Le proposte si moltiplicano. Si riconosce che la Germania unita avrebbe il diritto di staccarsi dall’Occidente democratico; si nutre l’ipotesi che una Germania unita farà saggi compromessi in fatto di democrazia; si sogna una Germania unita che potrebbe essere e restare neutra e poco armata. Tutto sembra secondario, e suscettibile di essere sacrificato, di fronte alla prospettiva di rifare uno Stato tedesco riunificato e sovrano.
I tedeschi hanno a lungo resistito di fronte a questo dono pericoloso che vien loro offerto da tutte le parti, ma la cospirazione del mondo intero per farglielo accettare diventa ogni giorno più insistente, e questa resistenza è in procinto di svanire. Adenauer, che ha sognato ogni giorno la nascita dell’Europa, ed ha ogni giorno promosso la rinascita della potenza nazionale tedesca, è ormai sentito come un ostacolo dai partiti tedeschi — siano essi governativi o di opposizione — i quali non lo credono sufficientemente devoto alla causa della riunificazione. Il tedesco medio è ancor oggi fondamentalmente indifferente, ma ormai non osa più dirlo ad alta voce perché i suoi uomini politici gli rimproverano questa indifferenza. La macchina infernale che prepara il «soprassalto nazionale» tedesco è ora montata in ogni sua parte ed è già in moto. Se per la Francia si può dire che è stata essa ad imporre il suo nazionalismo all’Europa, per la Germania si può dire che valga il contrario: è l’Europa degli Stati-nazione che obbliga la Germania a ridiventare nazionalista. Questo è il modo con il quale i nostri Stati hanno adempiuto, e continuano ad adempiere, il compito di provvedere alla nostra sicurezza ed alla nostra difesa.
d) La liberazione dell’Africa. Ed eccoci giunti all’ultima accusa che dobbiamo pronunciare contro il regime europeo attuale. L’ora della liberazione dell’Africa è ormai suonata. Né l’Inghilterra, né la Francia, né il Belgio hanno più la possibilità di imporre ancora per molto tempo agli africani le aspirazioni dei loro ambienti colonialisti. Ma una politica costruttiva, adeguata al problema della liberazione e della modernizzazione dell’Africa, sorpassa le possibilità degli Stati nazionali europei. Gli Stati che non hanno colonie si disinteressano del problema, convinti come sono che questa questione riguarda solo i loro vicini. Gli Stati che posseggono ancora delle colonie oscillano tra soprassalti colonialisti e capitolazioni successive, ricorrendo in ogni caso a mezze misure che si ritorcono regolarmente contro di loro.
In Algeria la Francia cerca un contatto ed un accordo con le popolazioni in rivolta, ma senza rinunziare al sogno assurdo di voler trasformare gli algerini in francesi. Così prosegue, chiamandola «pacificazione», una guerra senza respiro e senza scopo ragionevole, rendendo in tal modo ogni giorno più difficile anche il compito dei governanti tunisini e marocchini. Si illude pensando allo sfruttamento delle ricchezze del Sahara, e cela a se stessa il fatto che la messa in valore del deserto può essere realizzata solo con la cooperazione dei paesi che lo circondano.
In Africa nera le metropoli si sono rassegnate alla costituzione progressiva di una serie di Stati, ma sono ancora alla ricerca dei metodi più sottili per mantenere qualche forma di controllo, qui sotto la forma del Commonwealth, là sotto quella della Communauté, favorendo ovunque la nascita di piccoli Stati nuovi. Se talvolta si sostiene, o si tollera, il desiderio di unità politiche più larghe, ciò avviene per paura del peggio, o per indebolire l’influenza della metropoli rivale. E’ caratteristico il caso del governo inglese, che con una straordinaria mancanza di senso del ridicolo, si considera di nuovo in Africa il grande rivale della Francia, come all’epoca di Fascioda.
Le metropoli europee si preparano a compiere sforzi finanziari enormi, e tuttavia insufficienti, in Africa. Non concepiscono tuttavia questi sforzi come un’assistenza generosa verso popoli liberi che cercano di uscire dalla loro povertà, ma come mezzi per mantenere i territori africani ancora per qualche tempo sotto il loro controllo. Infine, dinnanzi al razzismo bianco che fiorisce impudicamente nell’Africa del Sud, gli Stati europei non solo restano silenziosi e indifferenti, ma arrivano persino a sostenerlo nelle Assemblee dell’O.N.U.
Con questo atteggiamento, caratteristico degli imperi in decadenza che cercano solo di guadagnare tempo, gli Stati europei contribuiscono fortemente a far sì che la liberazione dell’Africa si compia nelle forme fatali dell’avversione antieuropea e della divisione degli africani in una moltitudine di Stati sovrani. Il 1958 è stato in questo senso un anno decisivo.
e) Conclusioni. Questo esame, necessariamente rapido, delle manifestazioni più importanti della politica del regime delle sovranità nazionali in Europa, ci permette di formulare i caratteri del momento politico attuale nel modo seguente. Dopo aver portato a termine la ricostruzione delle istituzioni politiche, militari ed economiche degli Stati nazionali sovrani, l’Europa è ormai passata alla restaurazione sempre più consapevole ed aperta dei miti e delle politiche nazionalistiche. Il sogno fatale del primato delle prospettive e delle esigenze nazionali s’impone ogni giorno di più nella vita politica di ciascun paese, velando la realtà dei fatti, che indica chiaramente che le esigenze sane di ciascuna nazione non hanno più soluzioni ragionevoli nel quadro del regime delle sovranità nazionali e che il mantenimento di questo quadro contribuisce decisamente alla decadenza dell’Europa. Le innumerevoli istituzioni europee di cooperazione, integrazione e difesa, che ancora poco tempo fa erano presentate agli europei come primi passi «concreti» verso la loro unità, sono così degradate al livello di arene in cui ogni Stato cerca solo successi nazionali.
Di fronte a questa ascesa dello spirito nazionalista le libertà democratiche, la cui riconquista ci è costata, non molti anni fa, molto sangue, cominciano ad essere svalutate qui negli spiriti, là anche nelle istituzioni. Le forze politiche nazionali, che ci si rimprovera così spesso di criticare duramente, che cosa hanno fatto di fronte al ritorno del nazionalismo? Senza eccezione apprezzabile, almeno nei principali paesi democratici d’Europa, i partiti seguono ciecamente questo corso quando hanno la responsabilità del governo, e rincarano la dose delle meschine rivendicazioni nazionali quando hanno la responsabilità dell’opposizione. In tal modo essi hanno fornito una conferma grave della verità del giudizio che abbiamo dato quando, ritenendoli incapaci di esprimere le esigenze europee del nostro tempo, abbiamo detto che la struttura nazionale della loro organizzazione limita il loro pensiero politico a punti di vista esclusivamente nazionali, e la loro azione alla realizzazione di obiettivi esclusivamente nazionali, in questa o quella variante.
 
L’APPROFONDIMENTO DELL’AZIONE EUROPEA
E’ contro questo pericoloso corso delle cose che il Congresso del Popolo Europeo deve oggi confermare la sua volontà di battersi. Gli avvenimenti che vi ho ricordati dimostrano ancora una volta la validità della rivendicazione da noi sollevata, che riguarda il diritto del popolo europeo di decidere con propri istituti politici il suo avvenire. Per questo diciamo che il potere di amministrare affari divenuti europei è ormai nelle mani dei nostri Stati illegittimo, perché essi possono adoperare questo potere solo dividendo in una somma divergente di prospettive nazionaliste gli affari europei con risultati che vanno contro gli interessi fondamentali del popolo europeo. L’obiettivo primo del Congresso resta dunque la lotta per la convocazione dell’Assemblea Costituente Europea. Abbiamo già preparato il testo del trattato che stabilisce il potere costituente del popolo europeo, e ci impegneremo a non sospendere la nostra azione fino al momento in cui i nostri Stati lo avranno accettato.
Se possediamo ormai la formula precisa dell’atto che domandiamo ai nostri Stati di compiere — il che mette fine a tutti i mormorii stupidi che ci attribuivano le intenzioni più inverosimili — dobbiamo tuttavia riconoscere che l’accresciuto nazionalismo rende più difficile la nostra azione ed esige un approfondimento della nostra strategia. Figuratevi nella vostra mente i nostri governi come sono oggi, con gli uomini che li incarnano, con le forze su cui si appoggiano, e con i fatti che li schiacciano e di cui tuttavia vanno fieri. E’ evidente che se prendessimo la decisione di recarci nelle prossime settimane presso questi governi e questi parlamenti per presentare loro il nostro progetto, essi a loro volta deciderebbero semplicemente di non occuparsene. Per avere delle probabilità di essere ascoltati è necessario divenire più forti e fare non una critica teorica, ma una opposizione lunga, dura e incisiva alla politica condotta da «questi prìncipi che ci governano», se mi è lecito adoperare una frase di uno dei nostri principali avversari.
Per l’immensa maggioranza degli europei, anche per coloro che vengono a darci il loro voto nelle nostre elezioni primarie, l’idea dell’Europa e dei diritti del popolo europeo resta ancora una cosa bella ma astratta. Quando si pongono le questioni più brucianti della vita politica tutti ricadono in questa routine dello spirito che non vede che le vie della politica nazionale. Affinché la nostra protesta diventi energica, affinché i nostri governi sentano il fremito della collera dietro la nostra rivendicazione, è necessario che, ogni volta che gli interessi del popolo europeo sono in giuoco e che i nostri Stati nazionali perseguendo le loro politiche nazionali li ignorano e li mettono in pericolo, noi entriamo metodicamente nel dibattito politico, opponendo alla politica che si manifesta e che si afferma nel quadro degli Stati nazionali la politica che si manifesterebbe e affermerebbe nel quadro dello Stato federale europeo.
Numerosi dettagli, sia della vita politica nazionale attuale che dell’ipotetica vita politica federale non possono evidentemente essere previsti, e non possono formare l’oggetto delle nostre critiche né della nostra propaganda perché dipendono da circostanze elettorali, parlamentari, governative ed anche personali che non hanno relazione con questo o quel regime. Tuttavia, al di là di questi dettagli e di queste varianti che sono solo la superficie della vita pubblica, la politica di fondo di qualsiasi comunità dipende in grande misura dalla sua struttura, dalla sua maniera di affrontare i problemi, dai suoi rapporti con le altre comunità. E’ per questa ragione che la politica della restaurazione nazionale, alimentata dal sistema delle sovranità nazionali, si sviluppa con una continuità impressionante da un anno all’altro, passa da un partito all’altro. La V Repubblica Francese, che mantiene la politica algerina della IV, è il caso più caratteristico di questa continuità. Per la stessa ragione è possibile sbozzare la politica fondamentale del governo federale europeo se si trascurano le piccole varianti imprevedibili e superficiali che le darebbe il gioco dei partiti e se si concentra l’attenzione sull’azione che si sprigionerebbe dal fatto che gli Stati Uniti d’Europa sarebbero tenuti organicamente ad agire in nome e nell’interesse del popolo europeo in quanto tale.
Sottomettere a critica la politica dell’avversario e opporle idealmente la propria politica è non solo un diritto incontestabile, ma anche un dovere elementare di ogni corrente politica di opposizione, e noi siamo senza alcun dubbio l’opposizione europea ai governi nazionali esistenti. Adoperando la terminologia inglese, dirò che non dobbiamo limitarci ad opporre ai governi nazionali lo shadow government federale che uscirà dalla Costituente europea, ma dobbiamo anche opporre idealmente la shadow policy del governo europeo alla politica dei governi nazionali. Se non lo facessimo, la nostra costatazione del carattere abusivo ed illegittimo di certi poteri degli Stati nazionali resterebbe astratta ed incomprensibile.
Il nostro intervento polemico nella vita politica dei nostri paesi come forza politica europea che obbedisce ad una linea ed a una disciplina politica europea è implicito nel nostro rifiuto degli Stati nazionali, e nella nostra posizione federalista. Tuttavia non possiamo nascondere a noi stessi il fatto che la prima decisione di tradurre in realtà questa implicazione ha scosso gravemente il Congresso. In ogni modo questa decisione non è stata presa a freddo, come la conseguenza logica di una premessa teorica. Avevamo discusso l’intervento polemico nella politica nazionale a Stresa,[2] ne avevamo in astratto riconosciuto la necessità nel Manifesto dei federalisti europei,[3] ma non avevamo ancora trovato il modo di entrare nel gioco. Alcuni tra noi, basandosi sull’imitazione formale degli schemi della vita politica nazionale, dissero, e forse dicono ancora, che per entrare nel gioco bisogna trasformare il movimento in partito. Rifiutammo questa proposta, ed io sono personalmente convinto che oggi bisogna ancora rifiutarla, perché la nostra trasformazione in partito non significherebbe di fatto la costituzione di un partito europeo ma la costituzione di una somma di partiti nazionali che diventerebbero rapidamente prigionieri delle tendenze della politica nazionale. Evidentemente, noi dobbiamo ad ogni costo mantenere il nostro carattere di forza unitaria europea.
Siamo così rimasti per molto tempo sulla soglia dell’arena politica, limitandoci a costruire il meccanismo della nostra organizzazione: la rete dei militanti, i comitati, le elezioni primarie, il giornale, le sessioni del Congresso. Abbiamo atteso fino al momento in cui gli avvenimenti stessi ci sono venuti dinnanzi, sfidandoci a provare che pensavamo realmente e seriamente quel che dicevamo. Quest’occasione è stata la crisi francese. Eravamo ancora assai deboli, ed avremmo preferito attendere ancora, ma la sfida c’era, ed esigeva una risposta immediata. Per le follie della sua politica nazionale la quarta repubblica agonizzava. In seguito ad un colpo di Stato militare e nazionalista i cittadini francesi erano chiamati a ratificare, col pretesto di una riforma costituzionale, una nuova repubblica fatta da e per il nazionalismo. I partigiani dell’unità europea non ebbero alcun dubbio. Salvo pochi ingenui che si lasciarono affascinare dal nome prestigioso del «Generale», tutti compresero che il nazionalismo era arrivato al potere in Francia, e che esso, anche se avrebbe condotto una politica fondamentale non diversa da quella precedente, si preparava a riprendere possesso della coscienza politica dei francesi, di coloro che noi consideriamo i cittadini europei di nazionalità francese. Per coloro che avevano atteso l’Europa dall’azione dei governi nazionali, questo aspetto della politica francese era insignificante. Essi non vollero mai riconoscere nel cittadino nazionale il cittadino europeo. Sotto l’ondata del nazionalismo questi «europeisti» hanno chinato la testa, hanno taciuto, hanno fatto finta di non vedere e di non sentire. Potevano farlo, poiché erano già interiormente morti, e il tacere è un diritto dei morti.
Noi, invece, non avevamo questo diritto. Per deboli e pochi che fossimo, rappresentavamo le esigenze ideali del popolo europeo. Avevamo il dovere, come Congresso del Popolo Europeo, come forza politica europea, di ricordare ai francesi che essi sono membri del popolo europeo e che, come tali, dovevano opporre un rifiuto categorico al nazionalismo.
E’ quello che abbiamo fatto. Non abbiamo affidato ai nostri amici francesi il compito di parlare da soli ai loro concittadini, ma abbiamo attribuito questo compito ad un comitato provvisorio di azione, composto di europei francesi e non francesi, poiché si trattava di avvenimenti che si svolgevano in Francia ma che riguardavano gli interessi dell’intero popolo europeo. Un giornale francese ci accusò, affermando che si trattava di un intervento abusivo nella vita interna francese. Gli rispondemmo che non eravamo noi che intervenivamo abusivamente nella politica interna francese, ma era il nazionalismo francese che interveniva abusivamente in materie che riguardano il destino di tutti gli europei, e perciò dovrebbero appartenere alla comune vita europea.
Permettetemi di soffermarmi brevemente sulle critiche che, nel nostro stesso ambiente, sono state rivolte contro la nostra decisione. Voglio dire anzitutto che mi compiaccio di queste critiche, perché esse sono un segno della nostra vitalità. Benché non le condivida, sono convinto che sono state utili, perché ci hanno dato la possibilità di pesare bene le responsabilità che abbiamo assunto. Secondo la prima critica, la più superficiale, con la nostra presa di posizione ci saremmo messi dalla stessa parte dei comunisti. Se quest’argomento fosse valido, bisognerebbe trarne la conseguenza che non si possono più prendere atteggiamenti di opposizione democratica perché, stante il fatto che i comunisti sono in permanenza all’opposizione, qualunque opposizione se li trova sempre accanto. In realtà la nostra opposizione non aveva nulla in comune né con quella dei comunisti, né con quella democratica nazionale poiché non indicava né la via dell’imperialismo sovietico né la via della restaurazione democratica nazionale, ma la via della democrazia europea.
La seconda critica mise in evidenza fatti veri: lo scarso numero dei federalisti, la certezza della vittoria del regime nazionalista, e ne tirava la conseguenza che non si doveva entrare in una battaglia perduta in partenza per non diffondere tra le nostre fila, con uno scandalo superfluo, il senso di una sconfitta inutile. Questa critica ignora che nella condizione umana solo coloro che sanno essere fedeli alle loro idee nelle ore oscure della disfatta meritano un giorno la vittoria. Non decidemmo di intervenire nella crisi francese con l’illusione di cambiare il corso degli avvenimenti, ma per provare che, avendo preso l’impegno di difendere i diritti del popolo europeo contro le pretese illegittime degli Stati nazionali, mantenevamo la parola. Dobbiamo, a questo proposito, essere grati ai nostri amici di Lione che in questa prova hanno avuto la parte più pesante e più difficile. Se non avessero fatto ciò che hanno fatto, con quale volto potremmo ora riunirci in questa città? Avremmo potuto mettere in mostra le nostre idee, ma avremmo saputo senza ombra di dubbio che le avevamo rinnegate quando si trattava di difenderle. Come coloro che si sono riuniti recentemente a Wiesbaden,[4] saremmo stati anche noi delle ombre politiche, degne soltanto di essere dimenticate.
La terza critica si presentò come una critica di principio. Essa affermò che la ragion d’essere del Congresso del Popolo europeo è la richiesta della Costituente e null’altro. Questo sarebbe stato il nostro patto di Stresa. Allora avremmo deciso di rinunziare ad ogni presa di posizione politica, e di lasciar liberi coloro cui ci saremmo rivolti di assumere qualsiasi atteggiamento nella vita politica nazionale purché accettassero l’idea della costituente europea. Devo dire che non posso accettare questa interpretazione del patto di Stresa, che questa interpretazione è una deformazione della nostra ragion d’essere. Se ci si volesse nascondere dietro la formula della Costituente dimenticando le ragioni per le quali l’abbiamo adottata, se questa formula dovesse divenire un pretesto per sottrarci alle nostre responsabilità, vi confesso che io stesso, che pur mi batto da anni per la Costituente Europea, sarei il primo a domandarvi di strapparla via dalla nostra bandiera. Difendere le tesi della Costituente come semplice formula giuridica, lasciando cadere le ragioni politiche che la giustificano, significa infatti cadere nel ridicolo.
Formalmente una costituzione può nascere in molti modi, e non varrebbe la pena di mettere in moto un meccanismo di agitazione e di lotta come quello del Congresso del Popolo Europeo per il semplice fatto che si preferisce una procedura costituente ad un’altra. Però, se si riflette sulla realtà politica delle assemblee costituenti, si scopre con facilità che queste imprese si fondano necessariamente sulla contestazione della illegittimità dei poteri politici esistenti, sulla condanna della politica condotta da questi poteri e sulla rivendicazione della legittimità di un nuovo potere politico come il solo capace di fare una nuova politica. Noi siamo per la Costituente Europea perché essa è l’espressione giuridica del popolo europeo. Rivendichiamo il potere costituente del popolo europeo perché siamo convinti che i nostri Stati posseggono ormai abusivamente e illegittimamente certi attributi della sovranità. Formuliamo quest’accusa grave e dura perché siamo giunti alla convinzione che in certi settori della vita politica i nostri Stati non possono più agire in modo conforme agli interessi degli europei. E’ questo lo spirito di Stresa e di Torino, la ragione d’essere del Congresso.
Certamente noi non interverremo nelle vite politiche nazionali allo stesso modo dei partiti nazionali. Questi cercano adesioni che consentano loro di partecipare alla direzione dei governi nazionali, noi dobbiamo invece occuparci solo dei problemi che, pur essendo divenuti di dimensioni continentali, stanno ancora nelle mani degli Stati nazionali con conseguenze nefaste per tutti, ed organizzare attorno al Congresso del popolo europeo una opposizione democratica europea.
 
LA POLITICA FEDERALE EUROPEA
Dobbiamo dunque formulare rispetto alle questioni di interesse europeo la politica che sarebbe condotta da un governo federale responsabile di fronte al popolo europeo, e opporre questa politica a quella dei governi nazionali. Questa polemica non deve e non può essere fatta una volta per tutte, ma dovrà seguire il corso degli avvenimenti, arricchirsi e modificarsi secondo le necessità. E’ con la chiara convinzione di aprire un dibattito che è destinato ad essere proseguito sino al giorno della nascita del governo europeo che tenterò di dare la risposta europea a quegli stessi problemi che hanno occasionato le risposte nefaste degli Stati nazionali.
a) Come uscire dalla crisi della democrazia francese.
Il governo federale europeo libererebbe la repubblica francese dai pesi e dalle responsabilità che attualmente la schiacciano. Sarebbe esso infatti ad assumersi i compiti della difesa, della diplomazia, della politica monetaria, del commercio estero, dell’accrescimento del benessere e della sicurezza sociale di tutti gli europei, compresi i francesi. Sarebbe esso a far partecipare tutti gli europei allo sforzo necessario per l’attrezzatura dell’industria atomica e per l’aiuto alle popolazioni africane. Incaricato del mantenimento della pace e della libertà, esso avrebbe il compito di metter fine alla guerra nell’Africa del Nord, di aiutare politicamente ed economicamente l’Algeria a diventare una Repubblica democratica rispettosa dei diritti di tutti i gruppi nazionali e religiosi che la compongono, e di favorirne l’integrazione in una comunità federale magrebina. Il rinnovamento delle istituzioni e della vita politica in Francia, che è un compito di competenza esclusiva dei francesi, potrebbe essere così perseguito senza l’incubo di sogni nazionalistici di potenza, e in modo conforme agli interessi reali, ed agli ideali democratici, dei francesi.
b) Come avviare l’unificazione economica europea.
Incaricato dell’unificazione economica dell’Europa, e in particolare dell’applicazione delle misure di liberalizzazione, di sicurezza sociale e di politica anti-trust previste dal trattato del Mercato comune, il governo federale europeo prenderebbe immediatamente le misure finanziarie e monetarie che devono necessariamente accompagnare questa politica. Questo governo si addosserebbe, di conseguenza, il carico dei debiti pubblici nazionali in rapporto all’entità delle funzioni pubbliche trasferite alla Federazione Europea, alleggerendo così le finanze degli Stati membri. Stabilirebbe il valore delle monete nazionali degli Stati membri, la loro completa convertibilità reciproca a tassi di scambio invariabili, e le condizioni della loro convertibilità con le monete dei paesi terzi. A questo scopo creerebbe una Unione federale delle banche di emissione, competente ad autorizzare la emissione di ciascuna di esse. Preparerebbe così il passaggio all’unità monetaria completa. Inoltre il governo europeo, non sentendosi l’erede delle politiche protezionistiche nazionali, spinto dal fatto che la prosperità dell’Europa dipende dal commercio internazionale in misura maggiore di quella di ogni altro continente, e liberato dalla paura perché l’Europa unita non avrebbe nulla da temere dalla competizione mondiale, farebbe una politica attiva di sviluppo del mercato mondiale. Infine, stante il fatto che l’Europa ha i più alti costi di produzione dell’energia, il governo europeo metterebbe immediatamente in opera un piano continentale per lo sviluppo della produzione atomica al servizio dell’industria e dell’agricoltura europea.
c) Come provvedere alla sicurezza dell’Europa.
Il governo federale europeo sarebbe in grado di assumere la responsabilità intera della coesione politica dei paesi democratici del vecchio continente, della loro difesa e della loro indipendenza, responsabilità che il regime degli Stati nazionali sovrani ha da tempo abbandonato alle cure degli americani. Esso prenderebbe perciò le iniziative diplomatiche necessarie per mettere fine alla situazione di dipendenza militare e diplomatica in cui l’Europa si trova dalla fine della guerra. Pur conservando i rapporti più amichevoli con gli Stati Uniti d’America il governo federale potrebbe negoziare con essi e con l’U.R.S.S. il ritiro simultaneo delle loro forze armate dall’Europa occidentale e orientale. Potrebbe così stabilire rapporti di buon vicinato diplomatico ed economico con tutti i paesi dell’Europa orientale, riconoscendo le loro frontiere attuali ed offrendo loro la partecipazione alla Federazione appena avessero introdotto le libertà democratiche, e riconoscendo in particolare ai due Stati tedeschi ed a Berlino il diritto di decidere, in quel caso, la loro unificazione nazionale all’interno della federazione europea.
Con questa politica, il cui scopo sarebbe la restituzione dell’Europa agli europei e contemporaneamente la sparizione della politica nazionalistica degli antichi Stati-nazione d’Europa, il governo federale non solo ridarebbe agli europei la fierezza dell’indipendenza e della fiducia in sé stessi, ma realizzerebbe anche quel disengagement, di cui si parla così spesso e così inutilmente, delle due potenze mondiali che si affrontano sul nostro suolo. In tal modo l’Europa contribuirebbe alla diminuzione della tensione internazionale e del pericolo di guerra, rendendo infine possibile una riduzione generale degli armamenti.
d) Come aiutare gli Africani.
Gli Stati Uniti d’Europa non saranno gli eredi dei vecchi imperi coloniali e comprenderanno che è interesse comune degli europei e degli africani di avere tra loro le migliori relazioni politiche, economiche e culturali. La politica del governo federale europeo verso l’Africa si fonderebbe quindi sulle direttive seguenti:
Favorirebbe e faciliterebbe il passaggio più rapido possibile delle popolazioni africane dalla situazione coloniale o semicoloniale a quella di Stati democratici governati dagli africani stessi. Incoraggerebbe l’unificazione più larga possibile di questi Stati in vaste comunità federali, eliminando negli africani il sospetto che gli europei possano desiderare il frazionamento politico dell’Africa per continuare a dominarla. Aiuterebbe così gli africani ad evitare il pericolo di cadere da una condizione coloniale nel disordine di una moltitudine di Stati sovrani deboli, impotenti ed inquieti, che diventerebbero rapidamente preda di cricche reazionarie locali o di imprese comuniste.
Eliminerebbe fermamente ogni solidarietà con coloro che praticano ancora una politica di discriminazione e di dominazione razziale in Africa. Per facilitare lo stabilimento e il consolidamento di modi di vita democratici in Africa, il governo europeo domanderebbe agli europei di accettare i sacrifici necessari per attuare un piano di assistenza finanziaria, economica e tecnica ai popoli liberi dell’Africa. Offrirebbe infine all’Africa libera ed unita la possibilità di stabilire con la Federazione europea forme di associazione fondate sul rispetto reciproco e sulla uguaglianza di diritti e di doveri.
 
LO STRUMENTO DELL’AZIONE
Spero di essere riuscito a dimostrare perché all’inizio ho detto che l’esperienza compiuta nell’anno che ci separa dalla nostra prima sessione ha lasciato un segno profondo sulla nostra fisionomia politica. Noi abbiamo oggi in realtà una coscienza più matura e più profonda della lotta che abbiamo deciso di condurre, e delle difficoltà che incontreremo. Il Congresso si è dimostrato un organismo vivo e capace di svilupparsi, perché è sostenuto da un pensiero politico coerente e da una volontà d’azione che ha fatto ormai le sue prime prove, e non cederà. Sapendo di aver forgiato insieme un utile strumento di azione, possiamo ora dedicarci al suo rafforzamento. Moltiplicheremo perciò le elezioni primarie per l’approvazione dei documenti di rivendicazione dei cittadini d’Europa e per la nomina o la rielezione dei membri di questa assemblea. Le elezioni primarie sono state, e resteranno, la dimostrazione della nostra influenza e la prova della nostra rappresentatività. Condurremo una propaganda metodica per far conoscere il nostro progetto di trattato per la convocazione della Costituente Europea, e per preparare il momento in cui lo presenteremo ai nostri governi e parlamenti nazionali.
Dobbiamo però anche rivolgerci, tra i vecchi movimenti federalisti, a quelli che hanno iscritto nel loro programma l’unità federale europea fatta dagli europei stessi, e che non hanno tuttavia ancora trovato il cammino dell’azione, affinché vengano a prendere il loro posto al nostro fianco. Il Congresso ha bisogno di un movimento federalista con una struttura organizzativa ed una politica autenticamente europee, che sappia formare i militanti del popolo europeo e chiamare a raccolta tutti gli elettori che vorranno partecipare con maggiore continuità alla lotta per la Federazione europea. Dobbiamo infine rafforzare assolutamente il numero, la preparazione politica e la capacità di azione dei nostri militanti, perché essi sono il motore della nostra lotta. Senza di loro le elezioni primarie non avrebbero avuto luogo; senza di loro non sareste venuti qui, senza di loro quel che state per decidere non avrebbe esecuzione.
Coscienti della necessità di uno sforzo lungo, tenace e concentrato attorno al quale possano cristallizzarsi le speranze degli europei, i militanti sono, tra noi, coloro che hanno deciso di consacrare tutta la loro attività politica alla lotta per i diritti del popolo europeo. Essi hanno messo l’Europa più in alto della Nazione, hanno rinunziato ad ogni altra fedeltà politica, hanno accettato la disciplina politica europea.
Oso dire che essi sono la prova migliore che siamo sul buon cammino. Si è detto e ripetuto che l’idea europea, fredda e razionale, sprovvista di miti e di ideologie, non può suscitare negli spiriti quella passione senza la quale niente di grande accade nella storia. Il Congresso del Popolo Europeo ha smentito questa diagnosi, ed ha mostrato che l’appello della ragione ha destato energie e dedizione. Rendendo, omaggio al lavoro compiuto dai nostri militanti, esprimendo loro la nostra fiducia, ricordando loro che l’avvenire del Congresso del Popolo Europeo è nelle loro mani, sono sicuro di interpretare il vostro sentimento unanime.


[1] A Torino, dal 5 al 7 dicembre del 1958, si tenne la prima sessione del Congresso del Popolo Europeo cui convennero i delegati eletti nel novembre dello stesso anno ad Anversa, Düsseldorf, Ginevra, Lione, Maastricht, Milano, Strasburgo e Torino da 71.780 votanti.
[2] Nel luglio del 1956 un gruppo di federalisti di diversi paesi d’Europa fondò a Stresa il Comitato d’iniziativa del Congresso del Popolo Europeo. Il 14 luglio questo gruppo adottò una dichiarazione politica che contrapponeva alla politica fondamentale degli Stati nazionali la politica della Federazione Europea; formulava l’idea del popolo europeo come insieme dei cittadini che hanno un destino comune e quindi dovrebbero costituire istituti democratici per affrontarlo; diceva di questo popolo che «è chiuso in una prigione che gli impedisce di formare e manifestare la sua volontà: il regime degli Stati-nazione permette le manifestazioni della vita democratica nazionale ma impedisce la nascita stessa della democrazia europea»; e si proponeva di far sorgere una vita politica europea organizzando, sulla base di elezioni aperte a tutti i cittadini europei, il Congresso del Popolo Europeo. Secondo questa dichiarazione il Congresso del Popolo Europeo, rappresentativo degli interessi europei, dovrà battersi sino al momento in cui obbligherà gli Stati nazionali a convocare una Assemblea costituente europea.
[3] Cfr. Altiero Spinelli, Manifesto dei federalisti europei, Guanda, Parma, 1957.
[4] A Wiesbaden si tenne recentemente un congresso dell’A.E.F. (una organizzazione europeista fondata da una frazione scissionistica dell’Unione Europea dei Federalisti). Al Congresso di questa organizzazione, composta da persone che ritengono che criticare i governi sia cattiva educazione, Pinay raccomandò, con un messaggio, dì non pensare a «costruzioni federaliste».

 

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