Anno LIV, 2012, Numero 3, Pagina 115

 

 

Bancor vs. Unitas: la contesa
di Bretton Woods per una moneta mondiale
e il contributo dell’UE all’affermazione
di un nuovo ordine monetario mondiale
 
DOMENICO MORO
 
 
Se limitiamo lo sguardo all’età contemporanea, da quando, con l’affermarsi della Rivoluzione industriale, i paesi europei hanno cominciato a scambiarsi beni industriali, coinvolgendo progressivamente in questo processo paesi di ogni continente del pianeta, si è posta l’esigenza di un ordine monetario che poggiasse su una moneta accettata da tutti i contraenti. Di fatto, da allora, abbiamo sempre avuto una “moneta mondiale”, rappresentata dall’oro o dalla moneta di uno Stato sovrano, con la parziale eccezione dell’intermezzo tra le due guerre mondiali. Non si tratta, quindi, di un problema che si pone solo oggi a seguito di quella che è comunemente chiamata “globalizzazione”, bensì di un’esperienza che abbraccia ormai almeno due secoli.
Negli ultimi anni, a seguito dell’instabilità finanziaria mondiale provocata dalla crisi dei sub-prime, si è riacceso l’interesse per le proposte che Keynes aveva formulato alla vigilia della Conferenza di Bretton Woods che ha dato origine alle istituzioni multilaterali che ancora oggi governano l’economia mondiale, il Fondo monetario internazionale (FMI) e la Banca mondiale. A questo proposito, particolare attenzione ha suscitato l’intervento del Governatore della Banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan[1]. Però, quanto detto dal Governatore cinese a proposito di Keynes è inesatto per quattro ragioni, la prima delle quali, per la verità, ha un interesse solo accademico: innanzitutto, il valore della moneta proposta da Keynes non era riferito ad un paniere di trenta materie prime, bensì all’oro[2]; in secondo luogo, il piano keynesiano non aveva come obiettivo una moneta mondiale, bensì una unità di conto; in terzo luogo, la moneta di Keynes non svolgeva la funzione di moneta di riserva; infine, e si tratta dell’aspetto più importante, Zhou Xiaochuan ha dimenticato un elemento decisivo del piano keynesiano e cioè la simmetria prevista nel meccanismo di aggiustamento della bilancia dei pagamenti dei paesi partecipanti al sistema monetario, che doveva coinvolgere, oltre ai paesi deficitari, anche quelli in surplus.
La Conferenza di Bretton Woods è spesso ricordata anche come l’evento nel corso della quale si sono confrontati due diversi modi di intendere le relazioni economico-monetarie del dopo Secondo dopoguerra: il primo, costituito da una proposta considerata più avanzata e basata su una moneta mondiale denominata “bancor” e di cui sarebbe stato promotore l’economista inglese John Maynard Keynes; l’altro, più conservatore, e preoccupato piuttosto di affermare l’egemonia della valuta americana, di cui sarebbe stato proponente l’economista americano Harry Dexter White, assistente del Segretario al Tesoro Henry Morgenthau Jr.. Secondo questa interpretazione delle vicende che hanno caratterizzato i lavori della Conferenza di Bretton Woods e per il fatto che da allora la valuta che si è affermata come moneta egemone è quella americana, da quel confronto è uscito vincitore il piano proposto da White, mentre quello di Keynes è stato sconfitto. Scopo di questo lavoro è, in primo luogo, quello di mettere in discussione questa prospettiva e di evidenziare che, in realtà, da Bretton Woods uscirono sconfitti sia Keynes che White. Anzi, le proposte dei due economisti, che contenevano entrambe elementi evolutivi interessanti, furono accantonate ben prima che iniziasse la Conferenza. Esse, in realtà, furono sconfitte dai nuovi equilibri di potere mondiali che allora stavano nascendo. In secondo luogo, la proposta di Keynes era tutt’altro che avanzata, se come tale intendiamo un sistema monetario la cui gestione sia fondata su un governo multilaterale (o cooperativo). In terzo luogo, il piano originario proposto da White non si proponeva di istituire un sistema monetario centrato sull’egemonia del dollaro, ma sull’oro e, prima della convocazione della Conferenza, White propose addirittura l’emissione di una moneta mondiale, l’unitas, da parte della Banca mondiale, mentre sulla governance si differenziava da Keynes per il fatto che ad avere l’ultima parola non erano inglesi e americani, come nella proposta inglese, ma dovevano essere i soli USA. Infine, a Bretton Woods si sono adottate decisioni che erano già state concordate da americani ed inglesi nel corso di riunioni tenutesi nei mesi precedenti la Conferenza e durante le quali Keynes e White si misero d’accordo nel presentare una proposta comune[3]. Prima di affrontare il tema di questo lavoro, occorrerà però chiedersi quale sia stata, antecedentemente a Bretton Woods, la valuta utilizzata come mezzo di pagamento mondiale e che cosa la distingue da quella dei progetti che sono stati discussi in quella sede. Infatti, quello che apparentemente potrebbe, al più, interessare gli storici dell’economia, è invece utile per capire quali possono essere le condizioni economiche e politiche di un sistema monetario mondiale equo e condiviso. Il richiamo sommario dei meccanismi di funzionamento del sistema monetario internazionale prima di Bretton Woods, è inoltre utile per meglio apprezzare quanto Robert Triffin, Mario Albertini e Tommaso Padoa-Schioppa hanno messo in evidenza in seguito al passaggio dalla moneta aurea alla moneta cartacea.
 
1 — Il sistema monetario internazionale prima dei Piani di J. M. Keynes e di H. D. White.
Nel corso del XIX secolo, in cui vigeva il regime della convertibilità aurea, detto gold standard, gli scambi commerciali europei e mondiali si avvalevano di una valuta nazionale utilizzata come moneta mondiale: la sterlina. Essa, in quella fase storica, si è affermata come mezzo di pagamento universale perché richiesto dal forte aumento degli scambi commerciali europei e mondiali. Tre condizioni, di cui due economiche e una politica, ne hanno agevolato il ruolo. Le condizioni economiche del suo funzionamento sono state messe in luce da Triffin, quando ha dimostrato che il modello teorico del gold standard non reggeva alla prova dei fatti. Certamente per gli Stati che partecipavano al commercio mondiale era necessario assicurare la convertibilità della loro moneta in oro che, di fatto, fungeva da garanzia ultima della loro liquidità e solvibilità. Questa condizione non era però sufficiente. Il successo del gold standard è dipeso anche dalla politica monetaria discrezionale esercitata dalla Gran Bretagna attraverso la gestione del tasso di sconto: quando essa aveva una bilancia commerciale in surplus abbassava il tasso di sconto ed esportava capitali nel resto del mondo e quando era in deficit lo innalzava e richiamava capitali dal resto del mondo, in modo che la sua bilancia dei pagamenti fosse di fatto sempre in pareggio e quindi in grado di assicurare la convertibilità della sterlina in oro. Questa politica, che influenzava in misura decisiva anche quella degli altri paesi, nel tempo, ha conferito a Londra il ruolo di piazza finanziaria mondiale che, in buona misura, conserva ancora oggi. Triffin ha quindi contestato che nel corso del XIX secolo sia esistito un sistema monetario internazionale che si reggesse unicamente sulle regole del gold standard e che, secondo la teoria, avrebbe assicurato un aggiustamento automatico delle bilance dei pagamenti[4]. Egli lo ha dimostrato con riferimento ai paesi industrializzati — sostanzialmente i paesi europei, più il Giappone e gli Stati Uniti — che rappresentavano la principale area geografica all’interno della quale esso avrebbe dovuto funzionare. Quanto previsto dal modello del gold standard si verificò, piuttosto, nei paesi periferici dell’America latina i quali, in presenza di deficit o di surplus commerciali vedevano, rispettivamente, ridursi o innalzarsi il livello dei prezzi interni. Pertanto, non era il mercato o, quantomeno, solo il mercato ad assicurare l’aggiustamento delle bilance dei pagamenti, ma anche la politica di uno Stato, quello inglese. Inoltre, Triffin ha contestato anche che il sistema aureo sia stato alla base dello sviluppo economico del continente europeo nel corso del XIX secolo. Egli ha avuto il merito di aver fatto notare che già in quel periodo lo sviluppo economico interno europeo è stato largamente sostenuto dal crescente ricorso alla moneta fiduciaria e che anche nei rapporti commerciali internazionali il suo impiego stava diventando sempre più importante rispetto alla moneta metallica. Vi era, infine, un’ultima condizione, questa volta di carattere politico, per l’impiego della sterlina come moneta mondiale, che era da attribuirsi alla politica volta al mantenimento dell’equilibrio nei rapporti di potere tra gli Stati europei che la Gran Bretagna cercava di perseguire rispetto ai tentativi di egemonia che, periodicamente, si manifestavano da parte delle potenze continentali. Al sistema aureo, piuttosto, va riconosciuto il merito di aver assicurato la convertibilità valutaria e di aver mantenuto stabili i tassi di cambio per quasi un secolo, dal Congresso di Vienna fino allo scoppio della Grande guerra. Il disordine monetario che è seguito alla fine della Prima guerra mondiale e che è durato fino allo scoppio della Seconda è all’origine delle proposte inglesi ed americane per un nuovo ordine monetario internazionale.
 
2 — Il nuovo ordine monetario mondiale secondo J.M. Keynes e H.D. White.
Keynes lavora all’ipotesi di un nuovo ordine monetario mondiale in due momenti diversi e con riferimento a due diverse esigenze. Il primo, su richiesta di Harold Nicolson, Ministro britannico dell’informazione, dopo che Walter Funk, nominato Ministro dell’economia e presidente della Reichbank in sostituzione di Hjalmar Schacht, il 25 luglio 1940 avanzò la proposta di un “Nuovo ordine europeo”[5]. In questa fase, la Gran Bretagna sentì la necessità di rispondere alle proposte tedesche con un progetto alternativo che fosse ugualmente in grado di fornire una prospettiva diversa rispetto a quella che caratterizzò il periodo fra le due guerre e capace di rafforzare la coalizione di paesi che, a partire dalla fine del 1939, si stava battendo contro le potenze dell’Asse. Il secondo momento si colloca alla fine del 1941, quando la Gran Bretagna si propone di presentare agli USA un progetto per un nuovo ordine monetario mondiale. In questo stesso periodo, il segretario al Tesoro americano, Henry Morgenthau Jr., sollecita la stesura di un piano con le medesime finalità da parte di Harry Dexter White.
Formulare un giudizio sui due piani qui presi in considerazione, quello di Keynes e quello di White, non è facile, poiché di essi furono prodotte diverse versioni e quindi si pone il problema di scegliere il documento da prendere come riferimento. La scelta fatta qui è stata quella di operare una distinzione tra il contributo intellettuale dei due economisti e le versioni delle loro proposte modificate a seguito dei nuovi rapporti di potere che si stavano affermando a causa del declino del sistema europeo degli Stati e dell’emergere del nuovo sistema mondiale degli Stati. Si cercherà, quindi, di mettere in luce gli aspetti positivi delle proposte di allora che possono essere ripresi nel dibattito in corso per la riforma del sistema monetario internazionale e le principali modifiche subite dai progetti originari di Keynes e White per effetto dei nuovi rapporti di potere mondiali. Pertanto, le valutazioni che si avanzeranno più avanti faranno innanzitutto riferimento ai progetti di Keynes e White che meglio riflettevano le posizioni originarie dei due economisti: per quanto riguarda il piano formulato da Keynes, si farà riferimento alla versione dell’8 settembre 1941, mentre per quanto riguarda il Piano White, si farà riferimento alla versione dell’aprile del 1942[6]. Con questa scelta, naturalmente, non si ha la pretesa di formulare un giudizio definitivo sui piani proposti dai due economisti. Il fatto che la discussione sul contributo dato da Keynes e White ai lavori di Bretton Woods sia ancora aperta è non solo il riconoscimento della ricchezza delle proposte da loro formulate, ma anche la prova della difficoltà di arrivare ad un giudizio unanimemente condiviso. I due piani sono sintetizzati e commentati alla luce degli elementi che si considerano più rilevanti ai fini del presente lavoro. Ci si limiterà pertanto ad analizzare se ed in che misura i due piani mirassero all’introduzione di una moneta mondiale, i meccanismi di aggiustamento delle bilance dei pagamenti dei paesi aderenti al sistema monetario mondiale proposto e, infine, la governance di detto sistema.
 
a) Il Piano Keynes.
Nella prima versione del suo piano, quella più innovativa, Keynes pensava ad un sistema di relazioni economico-finanziarie mondiali in grado di incentivare il commercio internazionale e quindi la crescita economica dei paesi partecipanti all’accordo. Il progetto prevedeva un sistema di compensazione multilaterale, la costituzione di un Fondo di riserva finanziato dalle eccedenze strutturali dei paesi in surplus, la costituzione di un ente destinato a sostenere lo sviluppo dei paesi più arretrati finanziato dal Fondo di riserva, un fondo di garanzia dei prezzi delle materie prime e la costituzione di un corpo di polizia internazionale con il compito di assicurare la pace. Per quanto riguarda il sistema monetario mondiale, Keynes pensava a un meccanismo che funzionasse come il sistema bancario interno ad un paese, vale a dire un meccanismo in grado di canalizzare il risparmio depositato in banca da chi ha incassi netti a favore di chi deve far fronte a uscite nette per finanziare la sua attività. La sua idea era quella di introdurre un’International Clearing Union (ICU) che consentisse di compensare il saldo attivo della bilancia dei pagamenti nei confronti di uno Stato con il saldo passivo nei confronti di un altro Stato. Secondo Keynes, infatti, quello che contava era il saldo complessivo di uno Stato nei confronti del resto del mondo e non verso un singolo paese. Questo strumento di compensazione avrebbe impedito di tenere immobilizzate le entrate derivanti da una bilancia in surplus e di ridurre anzitempo le importazioni dal paese con cui si era in deficit al fine di riequilibrare la bilancia bilaterale dei pagamenti. Al momento dell’avvio della sua attività operativa l’ICU avrebbe concesso un’apertura di credito a tutti i paesi partecipanti, di dimensione pari al 50% della media del loro commercio internazionale nei cinque anni precedenti il conflitto mondiale e il suo valore avrebbe rappresentato anche la quota-indice di partecipazione di ciascun paese al meccanismo di compensazione. L’apertura di credito sarebbe stata denominata in una unità di conto che, nelle versioni successive del suo piano, sarebbe stata chiamata, prima, grammor e poi bancor: quest’ultima denominazione, utilizzata nella terza versione del suo piano, è quella cui si fa più spesso riferimento, quando si parla del Piano Keynes per una moneta mondiale. Il suo valore, fisso ma aggiustabile, sarebbe stato espresso in una determinata quantità di oro, fino allora il principale strumento di garanzia dei pagamenti internazionali e di compensazione dei saldi delle bilance dei pagamenti. Keynes pensava però ad una progressiva riduzione del ruolo dell’oro negli scambi commerciali mondiali e prevedeva la possibilità di vendere oro per saldare i propri debiti nei confronti del clearing, ma non di utilizzare l’apertura di credito per acquistare oro. L’unità di conto avrebbe costituito unicamente lo strumento in base al quale, alla fine di ciascun anno, si sarebbero dovuti saldare crediti e debiti derivanti dagli scambi commerciali. L’apertura di credito concessa ai paesi partecipanti al meccanismo di compensazione sarebbe stata vantaggiosa soprattutto per quelli che, dopo il conflitto, avrebbero avuto bisogno di importare più di quello che sarebbero riusciti ad esportare per sopperire alla necessità di sostenere la ricostruzione della propria economia. Questo meccanismo avrebbe impedito un rallentamento del commercio internazionale, come era successo nel periodo tra le due guerre quando, in un periodo di estrema incertezza nei rapporti internazionali e di profonda recessione economica, i paesi in surplus stavano ben attenti a non disperdere il vantaggio acquisito con una bilancia commerciale attiva ed i paesi in deficit, prevalendo allora i rapporti commerciali bilaterali e l’ancoraggio all’oro, si vedevano costretti a ridurre rapidamente il loro eccesso di importazioni e, quindi, gli scambi con il resto del mondo.
Per quanto riguarda il meccanismo di aggiustamento dei saldi passivi o attivi, le proposte keynesiane erano molto innovative e, soprattutto, attuali. L’idea di Keynes era quella di ripartire l’onere dell’aggiustamento della bilancia dei pagamenti — che nel medio-lungo periodo avrebbe dovuto essere in pareggio — sia sui paesi creditori che sui paesi debitori e questo perché, fino ad allora, l’onere dell’aggiustamento aveva pesato unicamente sui paesi debitori. Nello schema keynesiano si passava quindi da un meccanismo di aggiustamento asimmetrico ad uno simmetrico, operando un’integrazione dell’onere dell’aggiustamento che avrebbe pesato anche sui paesi creditori. Infatti, la preoccupazione di Keynes era l’insufficienza della domanda, interna ed internazionale, che poteva manifestarsi con il fatto che i paesi con una bilancia commerciale attiva non spendessero il surplus in nuovi acquisti, deprimendo così la domanda di beni e servizi sul mercato mondiale. Il progetto keynesiano prevedeva, pertanto, un incentivo all’aggiustamento dei conti con l’estero, assimilabile ad una sorta di tassa da applicarsi ai paesi il cui surplus con l’estero avesse superato una certa soglia. In particolare, un paese in surplus avrebbe pagato un interesse pari al 5% ed al 10% sui crediti eccedenti, rispettivamente, il 25% ed il 50% la propria quota di partecipazione al clearing[7]. Inoltre, non solo non era previsto che chi avesse avuto un credito nei confronti del clearing ricevesse un interesse, ma sia i paesi in surplus che quelli in deficit — questi ultimi in misura crescente con il debito — avrebbero pagato un interesse sia sullo scoperto sia sull’eccesso di crediti nei confronti del clearing. In aggiunta a queste misure, il piano di Keynes prevedeva che se il deficit di un paese avesse superato il 25% del valore della propria quota di partecipazione al clearing, esso avrebbe avuto la facoltà di svalutare del 5% la propria moneta. Mentre se il deficit avesse superato la quota di partecipazione del 50%, il paese sarebbe stato obbligato a svalutare del 5% la propria moneta (oppure vendere all’ICU oro delle sue riserve e/o proibire l’esportazione di capitali). L’opposto si sarebbe verificato per i paesi in surplus. Anzi, nei confronti di questi ultimi, il piano keynesiano prevedeva addirittura la confisca del surplus che avesse superato la propria quota di partecipazione all’ICU[8]. Queste risorse sarebbero servite a finanziare il Fondo di riserva. La proposta di Keynes, in sostanza, mirava all’introduzione di istituzioni multilaterali che consentissero l’aggiustamento di squilibri nella bilancia dei pagamenti, per così dire, verso l’alto, cioè meccanismi che non fossero fondati unicamente sulla contrazione dell’attività produttiva e quindi delle importazioni da parte dei paesi in deficit, bensì attraverso, da un lato, l’espansione dell’attività produttiva e delle importazioni dei paesi in surplus e, dall’altro, il lasso di tempo concesso ai paesi in deficit di procedere ad una graduale riduzione delle importazioni e ad un aumento delle esportazioni.
Quanto previsto da Keynes con il suo piano presupponeva, però, che il mercato non potesse speculare sulla valuta di un paese che si fosse trovato in deficit (o in surplus) e non aggravasse eccessivamente le difficoltà di quest’ultimo, in modo da dargli così il tempo di affrontare le cause reali del suo deficit (o surplus) con l’estero e non le cause finanziarie alimentate dalla speculazione. Per questa ragione Keynes aveva previsto che il movimento dei capitali dovesse essere strettamente controllato. Erano ammessi solo movimenti di capitale giustificati da investimenti in attivo fisso nel resto del mondo e quindi suscettibili di stimolare una nuova domanda di beni e servizi e una futura produzione di beni.
Quali erano, però, le innovazioni istituzionali destinate a governare l’International Clearing Union? La chiave di lettura della proposta di Keynes può, forse, essere quella suggerita da un articolo scritto da J. Schumpeter poco dopo la morte di J.M. Keynes. Schumpeter, con un linguaggio lapidario nei suoi confronti, scrisse che “It cannot be emphasized too strongly that Keynes’s advice was in the first instance always English advice, born of English problems even where addressed to other nations. Barring some of his artistic tastes, he was surprisingly insular, even in philosophy, but nowhere so much as in economics. And, he was fervently patriotic of a patriotism which was indeed quite untinged by vulgarity but was so genuine as to be subconscious and therefore all the more powerful to impart a bias to his thought and to exclude full understanding of foreign (also American) viewpoints, conditions, interests, and especially creeds. Like the old free-traders, he always exalted what was at any moment truth and wisdom for England into truth and wisdom for all times and places[9]. Le proposte istituzionali di Keynes, in effetti, si fondavano sull’ipotesi che la Gran Bretagna sarebbe stata una delle “due o tre potenze” che si sarebbero affermate a livello mondiale alla fine della guerra e che Londra avrebbe potuto continuare ad avere il ruolo di principale piazza finanziaria mondiale che aveva ricoperto nel corso del XIX secolo e all’inizio del XX. Pertanto, egli proponeva che l’ICU fosse gestita da un board composto da otto governatori: uno nominato dalla Gran Bretagna, uno dai paesi del Commonwealth esterni alla Gran Bretagna, uno dagli Stati Uniti, uno dalla Russia, due dalle banche centrali europee, uno dalle banche centrali del Sud America ed uno dalle banche centrali del resto del mondo. Nella scelta degli ultimi quattro governatori, le banche centrali interessate avrebbero avuto un diritto di voto pari alla loro quota del commercio internazionale. Per quanto in questa prima versione del suo piano non siano chiarite le procedure di voto del nuovo organismo, salvo i poteri del presidente del board, che avrebbe goduto del casting vote, la sovrarappresentanza del Commonwealth e il meccanismo di scelta degli ultimi quattro governatori rende evidente l’intenzione di salvaguardare i dominions e assicurare all’impero britannico e alle superpotenze di allora una posizione di privilegio. Questo obiettivo, anche in seguito alle discussioni con la Banca d’Inghilterra ed il Tesoro britannico, divenne ancora più chiaro, in quanto i fondatori del clearing dovevano essere Stati Uniti e Gran Bretagna e solo successivamente questo sarebbe stato aperto all’adesione di altri paesi. Lo status di paesi fondatori avrebbe dato ad USA e UK la maggioranza dei diritti di voto nel Consiglio direttivo dell’ICU e avrebbe consentito loro di decidere se approvare o meno modifiche nella parità di cambio tra l’unità di conto e l’oro, oppure la richiesta di svalutazione o rivalutazione di una moneta. I due paesi avrebbero avuto lo stesso potere per approvare modifiche allo statuto dell’ICU. La sede della banca sarebbe stata Londra, mentre le riunioni del Consiglio direttivo dell’ICU si sarebbero tenute, alternativamente, nelle città di Londra e di Washington.
 
b) Il Piano White.
Non si sa di preciso quando White abbia cominciato a lavorare al suo piano. La data su cui convergono i maggiori consensi è quella che fa risalire la prima stesura del piano alla fine del dicembre 1941, quando il Segretario al tesoro americano, Henry Morgenthau Jr., poco dopo l’ingresso degli USA nel Secondo conflitto mondiale, gli chiese di lavorare attorno ad un’ipotesi di nuovo ordine economico-finanziario internazionale. White elaborò quindi la sua proposta praticamente nello stesso periodo in cui Keynes stava cominciando a lavorare attorno alla sua. Diversamente dal piano di Keynes, la proposta di White si articolava in due parti distinte: la prima prevedeva l’istituzione di uno Stabilization Fund con il compito di assicurare la stabilità dei tassi di cambio e la convertibilità delle valute come condizione di un ordinato sviluppo del commercio internazionale; la seconda parte, invece, riguardava l’istituzione di una banca per la ricostruzione e lo sviluppo delle economie dei paesi che avevano partecipato al Secondo conflitto mondiale. White presenta la prima bozza articolata del suo piano nell’aprile del 1942 con il titolo Preliminary draft proposal for a United Nations Stabilization Fund and a Bank for Reconstruction and Development of the United and Associated Nations. Per l’assistente del Segretario al tesoro degli Stati Uniti, l’obiettivo era quello di prepararsi a promuovere un sistema di relazioni internazionali che impedisse il dissesto delle valute e il collasso dei sistemi monetari e creditizi; assicurasse il ripristino del commercio estero; e fornisse la quantità di capitali di cui il mondo intero avrebbe avuto bisogno per la ricostruzione, gli aiuti e la ripresa economica[10]. Le preoccupazioni degli USA erano quindi le stesse della Gran Bretagna, solo che la risposta, su alcuni punti di fondo, era molto diversa.
Contrariamente all’idea iniziale di Morgenthau Jr., secondo cui occorreva pensare ad una moneta mondiale da utilizzare per gli scambi commerciali, White, in un primo tempo, riteneva che fosse più realistica la convertibilità mondiale di tutte le monete in oro, che sarebbe così ritornato ad essere il pilastro del sistema monetario mondiale. L’adozione di una moneta comune da parte di molti paesi sarebbe stata possibile solo se questi avessero ceduto la loro sovranità nel settore della politica monetaria a favore della sovranità monetaria esercitata da uno di essi o da un’organizzazione internazionale[11]. Data la difficoltà ad adottare la moneta nazionale di un paese specifico, secondo l’economista americano sarebbe stato preferibile pensare all’emissione di una moneta da parte di un’organizzazione internazionale e di fissarne il valore pari a una determinata quantità di oro. White, dunque, non era favorevole all’uso di una moneta nazionale come moneta mondiale e contrario all’introduzione di una moneta mondiale vera e propria. Secondo lui, se si fosse dovuto procedere all’emissione di una moneta mondiale, questo doveva essere il compito della Bank for Reconstruction and Development (oggi Banca mondiale) piuttosto che dell’International Stability Fund (ISF) da lui proposto. Non si trattava di una posizione astratta, poiché in quella fase si sosteneva che dovesse essere compito della Banca mondiale, invece che dell’ISF, concedere prestiti a medio-lungo termine ai paesi che avessero avuto problemi di bilancia dei pagamenti: l’eventuale emissione di una moneta internazionale da parte di questa istituzione sarebbe dunque stata più coerente con questa funzione. La proposta che la Banca mondiale potesse emettere una moneta internazionale, che White chiamò unitas, rimane nelle diverse versioni del suo piano che egli redige fino a quella dell’agosto 1943, quando l’unitas viene ridotta al ruolo di semplice unità di conto[12], mentre nella versione del novembre 1943 viene eliminato ogni riferimento ad essa[13].
Nel suo piano iniziale, White prevede, quindi, da una parte, un’istituzione responsabile del mantenimento della stabilità dei tassi di cambio, in cui le monete partecipanti al nuovo sistema monetario internazionale mantengano un ancoraggio all’oro, vale a dire il vecchio gold standard, sia pure integrato con l’impiego di valute convertibili in oro. Dall’altra parte un’istituzione responsabile del finanziamento dello sviluppo dei paesi la cui economia era uscita devastata dal secondo conflitto mondiale e dei paesi più poveri. Sembra quindi erroneo sostenere che a Bretton Woods abbia vinto il Piano White, imputando a quest’ultimo la scelta di un sistema monetario che, negli anni successivi, avrebbe visto al centro del futuro sistema monetario mondiale il dollaro: nel suo piano originario questo non c’era. Certamente la decisione unilaterale del governo americano di mantenere la convertibilità del dollaro in oro, mentre gli altri paesi, per varie ragioni, erano impossibilitati a prendere lo stesso impegno, ha agevolato in misura decisiva l’impiego della valuta americana come futura “moneta mondiale”.
Con riferimento all’obiettivo del mantenimento della stabilità dei tassi di cambio, il piano di White prevedeva l’istituzione di uno Stabilization Fund che, al fine di raggiungere gli obiettivi sopra elencati, avrebbe dovuto essere dotato del potere di acquistare, vendere e detenere oro, valute estere, titoli pubblici dei governi membri e fungere da stanza di compensazione dei movimenti internazionali di fondi, oro e altri strumenti finanziari (assegni, cambiali, ecc.). I partecipanti allo Stabilization Fund avrebbero avuto una quota di partecipazione calcolata in base ad un certo numero di parametri, quali la quantità di riserve auree, la produzione di oro, il reddito nazionale, la quota di commercio internazionale, la popolazione, gli investimenti esteri, il debito con l’estero[14]. La quota che ogni paese avrebbe dovuto versare al Fondo doveva essere composta per il 12,5% dall’oro, per il 12,5% dalla valuta nazionale, per il 25% da titoli pubblici fruttiferi di interessi ed il cui servizio del debito era rimborsabile in oro o in un suo equivalente. Il rimanente 50% sarebbe stato versato a rate e con modalità definite di volta in volta dal Fondo. Il meccanismo di finanziamento degli scambi commerciali prevedeva che i governi degli Stati membri del Fondo acquistassero da quest’ultimo la valuta del paese nei confronti del quale avevano uno squilibrio della bilancia dei pagamenti, ma non per compensare squilibri nei confronti di paesi terzi. In altri termini, la compensazione dei saldi delle bilance dei pagamenti tra i diversi paesi non era integralmente multilaterale e la convertibilità tra le monete non era completa. Un paese poteva pertanto avere una bilancia dei pagamenti globalmente in surplus, ma nello stesso tempo avere necessità di acquistare la valuta di un paese con cui aveva un saldo passivo: il Fondo, da questo punto di vista, operava solo parzialmente come una vera e propria stanza di compensazione multilaterale.
Dal punto di vista dei meccanismi di aggiustamento previsti dal piano nei confronti dei paesi che avevano uno squilibrio, negativo o positivo, nella bilancia dei pagamenti, White prevedeva che un paese potesse chiedere la valuta di un paese nei confronti del quale aveva una posizione deficitaria fino ad un massimo pari al 100% delle riserve totali versate al Fondo. Se la richiesta di valuta estera eccedeva la quota di associazione al Fondo, l’operazione doveva essere approvata dal Fondo con una maggioranza dei quattro quinti dei diritti di voto e il paese interessato doveva offrire le necessarie garanzie di copertura in oro e impegnarsi a promuovere misure volte a ristabilire l’equilibrio nei conti con l’estero. Permaneva, dunque, l’asimmetria nei meccanismi di aggiustamento, in quanto toccava sostanzialmente al paese debitore intraprendere le misure necessarie volte a ristabilire lo squilibrio una volta che la posizione debitoria avesse superato, appunto, il 100% della quota di associazione. Siccome nello schema proposto da White la domanda di una particolare valuta poteva superare la sua disponibilità presso il Fondo, il piano dovette farsi carico della preoccupazione, soprattutto britannica, che una certa valuta, nel caso specifico il dollaro, si fosse trovata in una situazione di scarsità presso il fondo di stabilizzazione. White introdusse quindi la cosiddetta scarce-currency clause che avrebbe consentito ai paesi debitori di adottare misure discriminatorie nei confronti del paese la cui valuta era improvvisamente divenuta scarsa[15]. Infine, analogamente a quanto ipotizzato da Keynes sui movimenti di capitale, White prevedeva unicamente la possibilità di flussi di capitale che alimentavano investimenti produttivi, mentre escludeva movimenti di capitale speculativi e quindi finalizzati ad influenzare il tasso di cambio dei paesi partecipanti al Fondo. Per questo erano previsti controlli sui movimenti di capitale, al fine di stabilire quali fossero “legittimi” e quali “illegittimi”[16], nonché interventi sul sistema bancario del paese interessato da movimenti speculativi.
Per quanto riguarda le regole di gestione del Fondo, quanto previsto da White, in ultima istanza, non si distingueva di molto rispetto a quanto previsto da Keynes. La differenza era dovuta al fatto che quest’ultimo prevedeva un controllo anglo-americano dell’attività dell’ICU, mentre White prevedeva un controllo solo americano. Con la maggioranza dei quattro quinti cui si è fatto cenno sopra e con una quota di partecipazione al Fondo pari al 25% in capo agli Stati Uniti prevista dal piano White, gli USA, di fatto, avevano il potere di veto su tutte le operazioni più importanti del Fondo di stabilizzazione. Infatti, la maggioranza qualificata si applicava nei seguenti casi: variazione dei tassi di cambio delle monete dei paesi membri; assunzione di prestiti in valuta; acquisto o vendita di titoli pubblici o privati dei paesi membri; cessioni di valuta a paesi membri, se questa doveva servire a far fronte a debiti esteri; approvazione delle regole e disposizioni relative all’attività operativa del Fondo.
 
c) Una valutazione dei due Piani per una “moneta mondiale”.
Al di là delle preoccupazioni di Keynes di assicurare alla Gran Bretagna lo stesso grado di egemonia sulla finanza e sul commercio internazionale di cui aveva goduto nel corso del XIX e dell’inizio del XX secolo, il suo piano conteneva idee molto innovative. Per la prima volta si denunciava con chiarezza l’asimmetria degli aggiustamenti della bilancia dei pagamenti, nel senso che, soprattutto nel periodo fra le due guerre mondiali, il peso del risanamento dei conti con l’estero pesava prevalentemente, se non esclusivamente, sulle spalle dei paesi debitori, i quali si vedevano costretti a svalutare la loro moneta, determinando così ritorsioni da parte dei partner commerciali, che si vedevano costretti o a fare altrettanto, oppure a introdurre vincoli alle importazioni, oppure a ridurre la domanda interna, al fine di contenere anche il flusso di importazioni. L’esito di queste misure, che finivano con l’innescare misure analoghe da parte di altri paesi, è stato una delle cause, se non la principale, della grande depressione economica degli anni Trenta.
Certamente, Keynes e White si preoccuparono di promuovere un nuovo sistema di rapporti economici mondiali, ma soprattutto si preoccuparono di difendere gli interessi di potere dei paesi di rispettiva appartenenza. Keynes, con la sua proposta, mirava a difendere l’unità del Commonwealth e quindi si opponeva all’abolizione del trattamento preferenziale previsto dagli accordi che reggevano il commercio tra i paesi che ne facevano parte e cercò di preservare l’egemonia di Londra sui mercati finanziari mondiali[17]. Rendendosi conto che la posizione britannica, dopo la firma dell’accordo Lend and Lease[18] con gli USA e con la trattativa in corso per ottenere un ulteriore ed importante aiuto finanziario dagli USA, era molto debole, Keynes prevedeva, sostanzialmente, una gestione solo anglo-americana dell’istituzione da lui proposta. White si preoccupava, invece, di dare agli USA l’ultima parola in fatto di decisioni riguardanti la gestione del nuovo ordine monetario mondiale e quindi sulla convertibilità delle valute e sulla stabilità dei tassi di cambio, proponendo un sistema più rigido di quello di Keynes. Lo sviluppo economico dei paesi più arretrati che nel progetto di Keynes, di fatto, era condizionato dalle volatili disponibilità finanziarie del Fondo di riserva, nel caso di White era una politica strutturale affidata alla Banca mondiale.
Entrambi i piani, nella loro formulazione iniziale, incontrarono l’opposizione sia del governo degli Stati Uniti, sia della Gran Bretagna e degli altri governi. In particolare, gli americani avevano due obiezioni di fondo alla proposta di clearing di Keynes e di impiego del bancor come moneta di compensazione dei saldi di un paese verso “il resto del mondo”. Temevano, in primo luogo, che il meccanismo proposto da Keynes li costringesse ad accumulare un eccessivo credito in bancor nei confronti dell’ICU. La preoccupazione non era infondata, in quanto l’unico paese in grado di soddisfare la domanda di beni e servizi che sarebbe seguita alla fine della Seconda guerra mondiale da parte dei paesi europei, erano proprio gli USA, che si sarebbero trovati, come di fatto avvenne, esportatori netti per un lungo periodo di tempo. In secondo luogo, gli americani temevano che il meccanismo proposto da Keynes, fondato sull’apertura di credito concessa a tutti i paesi partecipanti al sistema monetario e sulla compensazione multilaterale, si rivelasse uno strumento inflazionistico.
In definitiva, in base all’analisi delle versioni qui prese in considerazione dei due piani ed alla testimonianza di chi partecipò in qualità di assistente di White ai lavori preparatori della Conferenza di Bretton Woods[19], Keynes proponeva l’introduzione di un’unità di conto, mentre White, inizialmente e per quanto riguarda l’attività della Banca mondiale, cercò di sostenere l’idea dell’emissione di una moneta mondiale[20].
I nuovi rapporti di potere mondiali che si stavano allora affermando avrebbero però portato ad esiti ben diversi da quelli auspicati dall’uno e dall’altro. Alla vigilia della Conferenza di Bretton Woods, s’incontrarono le delegazioni americana, britannica e canadese, le quali si misero d’accordo sulle posizioni da sostenere nel corso della Conferenza e che poi vennero di fatto adottate da quest’ultima con pochissimi cambiamenti e che hanno portato alla nascita delle attuali istituzioni multilaterali. Recentemente, è stata attirata l’attenzione sull’art. 4, Sezione I, dello statuto del FMI dove la parità, ossia il tasso di cambio di ogni moneta nazionale ai fini delle transazioni internazionali, è definita nei seguenti termini: “la parità della moneta di ciascun membro sarà espressa in rapporto all’oro come denominatore comune, oppure nei termini del dollaro degli Stati Uniti del peso e della finezza in vigore il 1° luglio 1944 [corsivo nostro]”: quest’ultima parte dell’articolo di cui, probabilmente, nessuno sul momento si rese conto e di cui, a parte la provenienza americana,  non si sa attribuire la paternità, è la ragione decisiva della struttura assunta dal sistema monetario internazionale da allora ad oggi[21]. A seguito di quella modifica e della decisione unilaterale americana di assicurare la convertibilità del dollaro in oro, la valuta americana si è affermata come il perno del nuovo sistema monetario internazionale.
 
3 — Il dibattito in corso per una riforma del sistema monetario internazionale e l’insegnamento dei precedenti storici.
 
a) La proposta di R. Triffin di istituire i Diritti speciali di prelievo come risposta alla crisi del sistema di Bretton Woods.
 
Il 15 agosto del 1971, con la decisione di Nixon di sospendere “temporaneamente” la convertibilità del dollaro in oro, l’ordine monetario mondiale progettato a Bretton Woods è giunto a termine e ad esso è subentrato un nuovo ordine monetario fondato sulla valuta nazionale di un paese sovrano: il dollaro americano. In quel momento, da parte europea e degli altri paesi che più partecipavano agli scambi commerciali mondiali, è mancata la volontà di opporsi, con una proposta alternativa, a quanto stava avvenendo. D’altro lato, gli USA fornivano ai loro alleati e principali utilizzatori del dollaro come mezzo di pagamento degli scambi commerciali, un bene pubblico universale che questi non erano, e non sono tuttora, in grado di fornire: la sicurezza. Robert Triffin, il padre dell’unione monetaria europea, però, si rese subito conto che un sistema monetario internazionale fondato sulla moneta di uno Stato avrebbe portato in sé una contraddizione — da allora nota come “dilemma Triffin” — che ne avrebbe minato la solidità. Egli sostenne che se una valuta nazionale viene utilizzata come mezzo di finanziamento degli scambi commerciali, è necessario che il paese che la emette abbia un deficit strutturale nella bilancia dei pagamenti, una condizione che, nel lungo periodo, avrebbe indebolito la fiducia nei suoi confronti. Triffin cercò una soluzione alternativa all’uso del dollaro americano e propose l’introduzione di una valuta, i Diritti speciali di prelievo (DSP), composta da un paniere delle monete allora maggiormente utilizzate negli scambi commerciali mondiali: il dollaro americano, lo yen, la sterlina, il franco francese e il marco tedesco, queste ultime due sostituite, dal 1999, dall’euro. Con la proposta di introdurre i DSP, Triffin ha portato a compimento il processo di demonetizzazione dell’oro che Keynes, con il suo piano, intendeva promuovere. Triffin era consapevole dell’importanza del passo che si stava compiendo, tanto che molto lucidamente poté affermare che “la sostituzione della moneta merce con la moneta fiduciaria e quella delle riserve metalliche con le riserve fiduciarie riflette gli sforzi dell’uomo di controllare il suo ambiente, anziché esserne controllato, sia nel campo monetario sia negli altri settori. La sostituzione delle riserve fiduciarie nazionali con riservefiduciarie internazionali dovrebbe essere similmente considerata come un aspetto dell’adeguamento delle precedenti istituzioni, tribali, feudali e nazionali di controllo alle realtà in movimento di un mondo sempre più interdipendente. Entrambi i fenomeni dovrebbero essere considerati in una prospettiva storica più vasta: la lunga marcia dell’umanità verso l’unità e verso un migliore controllo del proprio destino.” [corsivo nostro][22]. Mario Albertini e Tommaso Padoa Schioppa hanno successivamente approfondito questo concetto, mettendo in evidenza gli aspetti di potere e quelli più strettamente giuridici, di carattere costituzionale, alla base della garanzia di solvibilità e stabilità della moneta, che si sono resi necessari con il passaggio dalla moneta aurea alla moneta cartacea[23]. Con la soppressione della convertibilità del dollaro in oro, queste condizioni, fino ad ora realizzate all’interno degli Stati, dovranno ora essere progressivamente costruite a livello mondiale.
 
b) Keynes, Triffin e l’eurozona.
Per concludere e per sottolineare l’importanza che può avere l’Europa nell’introdurre un nuovo ordine mondiale, si può intanto ricordare che il dibattito sull’introduzione di una moneta mondiale è ripreso all’inizio degli anni 2000, quando è nato l’euro[24]. Esso si è dissolto quando gli USA, anche in seguito all’attentato terroristico alle Torri gemelle e al Pentagono, hanno accentuato la pretesa di imporre il loro unilateralismo al resto del mondo e il processo di unificazione europea si è arrestato alla moneta senza avanzare verso l’unione politica, con le drammatiche conseguenze che sono oggi sotto gli occhi di tutti noi. Curiosamente, risale a quella data anche la proposta di un economista cinese di introdurre una world currency unit composta dal dollaro americano, dallo yen, dall’euro, dal dollaro canadese e dal dollaro australiano[25]. Il dibattito su un nuovo ordine monetario mondiale è però ripreso qualche anno dopo grazie all’intervento dei federalisti, ai lavori della Commissione Stiglitz insediata dalle Nazioni unite e all’intervento già ricordato del governatore della Banca centrale cinese[26]. Per analizzare quale contributo può dare l’Unione europea all’affermazione di un ordine monetario mondiale che superi, da un lato, l’exorbitant privilege degli USA e, dall’altro, la pressione deflazionistica esercitata sulla domanda mondiale dall’accumulo di riserve inutilizzate da parte della Cina, occorre esaminarlo nella dimensione strettamente economica e in quella politico-istituzionale.
Come si è visto, Keynes, con la sua proposta, mette in luce due aspetti della dimensione economica del problema. Da un lato, pone in discussione il fatto che per finanziare gli scambi mondiali si debba necessariamente ricorrere ad una moneta, nel senso tradizionale del termine. La sua idea, infatti, è che sia sufficiente una semplice unità di conto con riferimento alla quale si contabilizzino e si attivi la compensazione degli scambi commerciali. Dall’altro insiste, soprattutto, sull’importanza delle regole che devono presiedere all’aggiustamento delle bilance dei pagamenti. La struttura del piano proposto da Keynes trova una spiegazione in quanto da lui affermato e secondo cui “The problem of maintaining equilibrium in the balance of payments between countries has never been solved, since the method of barter gave way to the use of money and bills of exchange”[27]. In effetti, delle tre funzioni classiche attribuite alla moneta internazionale[28], vale a dire: unità di misura, mezzo di pagamento e riserva di valore, quella che sembrava preoccuparlo di più era proprio quest’ultima. Difficilmente gli si può dare torto, se si pensa che la funzione di riserva di valore è sempre stato un elemento di tensione nei rapporti internazionali. È stato così quando la riserva di valore era l’oro e lo è oggi che la riserva di valore è il dollaro, anche se le motivazioni sono di segno opposto. Quando era l’oro ad essere riserva di valore sorgevano tensioni nei rapporti tra Stati, se non addirittura guerre, per accumularne il più possibile. Oggi si manifestano preoccupazioni, quantomeno da parte cinese, perché non si vogliono accumulare troppi dollari americani. La proposta di Keynes, nella sua semplicità, di fatto si proponeva di promuovere un ordine monetario internazionale che funzionasse senza che vi fosse una moneta utilizzata come riserva di valore.
Secondo lo schema keynesiano, l’individuazione della modalità di finanziamento degli scambi commerciali mondiali è però la condizione necessaria ma non sufficiente per la fondazione di un nuovo ordine monetario mondiale. Quest’ultimo presuppone, soprattutto, un accordo mondiale sui meccanismi di aggiustamento degli squilibri nelle bilance dei pagamenti. Il governatore cinese, infatti, quando ha citato Keynes, ha dimenticato che il piano keynesiano presupponeva come condizione per il funzionamento della sua proposta la simmetria dell’onere di aggiustamento e non l’asimmetria che caratterizza tuttora il sistema nato a Bretton Woods e che fa pesare il costo dell’aggiustamento unicamente sui paesi in deficit, con la rilevante eccezione del paese a valuta di riserva[29]. Con il piano di Keynes, il costo dell’aggiustamento peserebbe sia sugli Stati Uniti sia sulla Cina. In effetti, se è comprensibile la preoccupazione cinese di evitare l’eccessiva accumulazione di dollari americani, è altrettanto importante il costatare l’esito deflazionistico che deriva dall’accumulo di riserve valutarie che rimangono inutilizzate presso la Banca centrale cinese o, al più investita in buoni del Tesoro americano, e che contribuisce alla depressione della domanda mondiale. In effetti, se fossero in vigore le misure proposte da Keynes, gran parte del credito accumulato dalla Cina presso il clearing mondiale sarebbe stata confiscata a favore del Fondo di riserva. Nel caso specifico, è però necessario aggiornare la proposta di Keynes, in quanto la Cina non dovrà solo accettare un meccanismo di aggiustamento simmetrico, con le conseguenze che questo comporta per il riequilibrio del suo persistente surplus, ma dovrà anche adottare provvedimenti per la graduale eliminazione del dumping valutario (rivalutazione del renminbi), del dumping ambientale (adozione degli stessi standard dei paesi più avanzati) e del dumping sociale (avvicinamento del livello dei salari cinesi a quelli dei paesi occidentali). Infine, affinché si proceda all’allargamento del paniere di monete che compongono i DSP, la Cina (come gli altri paesi che compongono i cosiddetti BRIC) dovrà adottare i provvedimenti necessari a rendere pienamente convertibile la sua valuta. Un problema aperto alla discussione è la politica che, a livello mondiale, dovrà essere perseguita nei confronti dei movimenti dei capitali che, nella proposta keynesiana, sono rigidamente controllati. Anche su questo fronte, però, da parte del FMI, tenace assertore del libero movimento dei capitali, si sta manifestando una significativa revisione della politica fino ad ora sostenuta. iIn un suo recente documento, il Fondo monetario riconosce, infatti, che ii libero flusso dei capitali può essere fonte di instabilità finanziaria e che in determinate circostanze occorrerà introdurre misure in grado di limitarli[30].
Sulla base di questa lunga premessa, si può sostenere che il passaggio da un ordine monetario fondato sul dollaro ad uno fondato su un’unità di conto oppure su una moneta mondiale, in ipotesi i DSP, richiede, in ogni caso, che la moneta europea superi la fase di crisi attuale, in quanto un euro debole sarebbe causa della debolezza dell’unità di conto o dei DSP e il suo fallimento sarebbe anche il fallimento di qualunque ipotesi di moneta mondiale diversa dal dollaro. Come sta evidenziando il dibattito di questi mesi, il rafforzamento dell’euro passa per l’istituzione di un bilancio specifico dei paesi dell’eurozona, finanziato da un’imposta europea e quindi per una modifica dei Trattati attuali. In secondo luogo, se il passaggio dal gold standard alla moneta fiduciaria è stata una radicale innovazione economica, la sua gestione richiede anche una radicale innovazione istituzionale. Da questo punto di vista, l’esperienza d’indipendenza dal potere politico della Banca centrale europea costituisce un importante precedente e lo stesso principio, anche se sarà limitato alla gestione di un clearing, potrebbe essere esteso all’istituzione che se ne farà carico. A proposito di quest’ultima, il compito di gestire il mezzo di finanziamento del commercio mondiale, nella forma proposta da Keynes o anche nella forma dell’emissione di DSP e riprendendo il suggerimento di Tommaso Padoa Schioppa, potrebbe essere affidato alla Banca dei regolamenti internazionali. Quest’ultima potrebbe quindi gestire il clearing tra i paesi che partecipano al nuovo sistema monetario internazionale e l’eventuale emissione di DSP.
Tuttavia, come si è anticipato sopra, l’accordo mondiale sull’impiego di un’unità di conto con riferimento alla quale attivare un sistema mondiale di clearing, o sull’impiego dei DSP, con l’allargamento del paniere di monete alla valuta cinese, indiana, ecc., che, peraltro, è più un’esigenza politica che tecnica, non sarebbe sufficiente a consentire il ritorno ad un equilibrato ordine monetario mondiale. La condizione necessaria, come già riportato sopra, è l’accordo sul meccanismo simmetrico di ripartizione dell’onere di aggiustamento. Si tratterebbe dunque di sollecitare un accordo su un meccanismo che imponga agli Stati Uniti ed alla Cina di ridurre, rispettivamente, il deficit e il surplus con l’estero. L’attuazione di queste politiche dovrebbe essere promossa sotto il controllo di un’istituzione mondiale che, in una fase transitoria, non potrà che essere intergovernativa. Potrebbe trattarsi, ad esempio, del Consiglio di sicurezza economico proposto a suo tempo da Jacques Delors e la spinta in questa direzione non può che provenire dall’Europa. L’Unione europea, e in particolare i paesi che hanno adottato la moneta europea, sa che le condizioni di una moneta stabile sono il rispetto di politiche fiscali e monetarie virtuose da parte degli Stati e di comportamenti economico-finanziari rigorosi da parte dei cittadini. Essa avrebbe quindi le carte in regola per proporre il rispetto delle medesime condizioni su scala mondiale e l’introduzione di meccanismi equi per il risanamento dei conti con l’estero. Perché questo possa avvenire, occorre però che l’Europa abbia una sufficiente capacità contrattuale a livello mondiale, vale a dire un solido bilancio federale, sia pure limitato ai paesi dell’eurozona e un’unica politica estera. Occorre, cioè, che essa compia un passo decisivo verso la federazione, a cominciare dai paesi della moneta unica. Solo così sarà possibile convincere americani e cinesi a compiere i passi avanti necessari per aprire la fase di transizione a una vera e propria moneta mondiale.
 


[2] Si tratta, in realtà, di un’iniziale idea di Keynes contenuta nel Treatise on Money e che nulla ha a che vedere con il successivo “bancor”.
[3] Gilles Dostaler, “Keynes et Bretton Woods”, Cahiers de recherche du Département des sciences économiques, UQAM, n. 9502, 1995.
[4] Secondo la letteratura sull’argomento, il modello del gold standard ipotizza che i paesi in deficit subiscono una riduzione delle riserve in oro e con esse della circolazione monetaria, provocando una riduzione del livello dei prezzi e dei salari. Parallelamente, la politica della banca centrale, volta a ridurre il deflusso di riserve auree, porterebbe ad un innalzamento del tasso di sconto e quindi del costo del denaro, accelerando i processi di aggiustamento appena visti e inducendo un rientro dei capitali. Aggiustamenti di segno opposto si verificherebbero nei paesi in surplus (Robert Triffin, Il sistema monetario internazionale – Ieri, oggi e domani, Torino, Einaudi, 1973.
[5]Takekazu Iwamoto, “Keynes Plan for an International Clearing Union Reconsidered”, Kyoto University Economic Review, 65, n. 2, (ottobre 1995), pp. 27-42.
[6] La versione del Piano Keynes qui presa in considerazione, dal titolo “Proposals for an International Currency Union (September 8, 1941)” è pubblicata in: Donald Moggridge (Ed.), The Collected Writings of John Maynard Keynes: Shaping the Post-War World. Activities 1940-1944, The Clearing Union, Londra, Macmillan Press; New York, Cambridge University Press; Royal Economic Society, 1980, mentre quella del Piano White è contenuta in: J. Keith Horsefield, The International Monetary Fund 1945-1965 (Twenty years of International Monetary Cooperation), Washington D.C., IMF, 3, 1969.
Keynes, tenuto conto dei due momenti di cui si è parlato, avrebbe elaborato circa una decina di versioni delle sue proposte. La risposta alle proposte tedesche è costituita da un piano redatto in due versioni. La prima risale al 25 novembre 1940 ed ha come titolo Proposte per contrastare il “Nuovo Ordine” tedesco; nel gennaio del 1941 viene redatta una seconda versione inviata al Ministero del tesoro, alla Banca d’Inghilterra e ai Ministeri degli esteri e della guerra. Da quel momento, le idee di Keynes diventano il contenuto di quello che poi sarà il suo piano in vista di Bretton Woods di cui la prima versione, denominata Proposte per un’Unione monetaria internazionale è dell’8 settembre 1941; sulla base delle prime osservazioni che riceve, Keynes redige una seconda versione il 18 novembre del 1941, dove l’unità di conto di cui propone l’introduzione viene chiamata grammor (v.: Proposals for an International Currency Union, Appendix A) e, dopo un nuovo giro di consultazioni, viene redatta una terza versione destinata a divenire la posizione ufficiale del governo inglese, il 15 dicembre 1941; la quarta versione del piano, dell’11 febbraio 1942, ha come titolo Proposals for an International Currency (or Clearing) Union; il 4 agosto del 1942 viene redatta una quinta versione dal titolo The International Clearing Union. Dopo la lettura del piano di Harry D. White, Keynes redige una sesta bozza a lui inviata e, dopo le prime discussioni con gli Stati Uniti sia del Piano White sia del Piano Keynes, quest’ultimo, il 9 settembre del 1942, redige la settima bozza; il 7 aprile del 1943, in seguito all’impossibilità di arrivare ad un piano comune tra Gran Bretagna e Stati Uniti, Keynes elabora l’ottava ed ultima versione che diventa il documento ufficiale del governo inglese in vista della Conferenza di Bretton Woods (la presente ricostruzione è basata sui seguenti volumi: Robert Skidelsky, John Maynard Keynes: Fighting for Freedom, 1937-1946, Vol. 3, New York, Viking, 2001; e: J.M. Keynes, Eutopia Proposte per una moneta internazionale, Milano, et al. Edizioni, 2011. Oltre ai Piani proposti da Keynes e da White, vi furono anche proposte da parte dei rappresentanti del governo canadese e del governo francese, ma non ebbero un impatto significativo sulle discussioni che si ebbero durante la Conferenza di Bretton Woods (v.: J. Keith Horsefield, The International Monetary Fund 1945-1965 Twenty years of International Monetary Cooperation, Washington D.C., IMF 3, 1969).
[7] Secondo altre proposte avanzate da Keynes, se la posizione creditoria verso il clearing fosse stata superiore al 200% della quota di partecipazione, essa avrebbe potuto essere confiscata (Williamson J., Getting Surplus Countries to Adjust, Peterson Institute for International Economics, Policy Brief, gennaio 2011).
[8] Il progetto keynesiano, in una successiva formulazione, prevedeva la possibilità di ricorrere alla svalutazione delle monete nazionali rispetto all’unità di conto anche nel caso in cui le politiche sociali di un paese avessero comportato aumenti salariali non compatibili con la concorrenza internazionale. In termini più attuali, diremmo che si sarebbe dovuto svalutare nel caso in cui il modello sociale che un paese intendeva seguire si fosse distaccato dal modello sociale del resto del mondo.
[9] Joseph A. Schumpeter, “John Maynard Keynes 1883-1946”, The American Economic Review, 36, n. 4 (settembre 1946), p. 50 e: Takekazu Iwamoto, “Keynes Plan for an International Clearing Union Reconsidered”, Kyoto University Economic Review, 65, n. 2 (ottobre 1995), pp. 27-42.
[10] J. Keith Horsefield, op. cit., p. 37.
[11] J. Keith Horsefield, op. cit., pp. 78-82.
[12] J. Keith Horsefield, op. cit., pp. 83-96; la proposta aveva come titolo Preliminary Draft Outline of a Proposal for an International Stabilization Fund of the United and Associated Nations.
[13] Il ruolo decisivo nel porre fine alla discussione sull’emissione di moneta internazionale nel piano di White lo ha svolto l’American Technical Committee, un gruppo di lavoro istituito da Roosevelt ed in cui erano presenti, oltre a esponenti del Tesoro, come White che lo presiedeva, anche rappresentanti del Dipartimento di Stato, del Commercio interno, della Securities and Exchange Commission dell’Import-Export Bank, della Federal Reserve e della Foreign Economic Administration (v.: Jeffrey Chwieroth, “International liquidity provision: the IMF and the World Bank in the Treasury and Marshall Systems, 1942-1957”, in: David M. Andrews (ed.), Orderly change: international monetary relations since Bretton Woods, Itaca, Cornell University Press, 2008, pp. 52-77).
[14] In realtà, come ha ammesso lo stesso autore della formula per il calcolo delle quote di partecipazione allo Stabilization Fund, poi divenuto l’attuale Fondo Monetario Internazionale, essa è stata progettata più in base a considerazioni di carattere politico che economiche. Il Segretario al Tesoro, Morghentau Jr., voleva dare il maggior peso possibile a sole quattro potenze: gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica, la Gran Bretagna e la Cina (v.: Raymond Frech Mikesell, “The Bretton Woods debates: a memoir”, Essays in International Finance, n. 192 (marzo 1994), New Jersey, Princeton University).
[15]John Williamson, “Getting Surplus Countries to Adjust”, Peterson Institute for International Economics, Policy Brief, gennaio 2011.
[16] J. Keith Horsefield, The International Monetary Fund 1945-1965 (Twenty years of International Monetary Cooperation), Washington D.C., IMF, 1969, pp. 46-50.
[17] James M. Boughton, Why White, Not Keynes? Inventing the Postwar International Monetary System, IMF Working Paper, marzo 2002.
[18] Si trattava di un accordo in base al quale gli Stati Uniti si impegnavano ad affittare armamenti alla Gran Bretagna (oltre che all’Unione Sovietica, alla Cina, alla Francia libera e ad altri paesi alleati) in cambio dell’impiego di basi militari di quest’ultima da parte degli USA. Gli Stati Uniti chiedevano inoltre alla Gran Bretagna l’abolizione del trattamento preferenziale riservato agli scambi commerciali all’interno del Commonwealth.
[19] Raymond Burrows, Bancor, Unitas and the Sages of Bretton Wood: the international money schemes, Durban, University of Natal, 1944, report n. 35; Raymond Frech Mikesell, “The Bretton Woods debates: a memoir”, Essays in International Finance, n. 192 (marzo 1994), New Jersey, Princeton University.
[20] Robert W. Oliver, International economic co-operation and the World Bank, Londra, The MacMillan Press Ltd, 1975.
[21] Luca Fantacci, “Motivi e conseguenze di una riforma mancata”, in: J.M. Keynes, Eutopia Proposte per una moneta internazionale, op.cit., p. 149.
[22] Robert Triffin, Il sistema monetario internazionale, op. cit., p. 178.
[23] Mario Albertini, “Le problème monétaire et le problème politique européen”, Le Fédéraliste, 14, n. 3 (1972); Tommaso Padoa Schioppa, L’ombre de bancor…, op. cit..
[24] Tra gli interventi che si sono succeduti tra la fine del 2000 e l’inizio del 2001, si possono ricordare i seguenti: Paul Volcker, “Toward a Single World Currency to Level the Playing Field”, International Herald Tribune, 31 gennaio 2000; il dibattito tra i due premi Nobel dell’economia, Milton Friedman e Robert Mundell pubblicato dal National Post il 29 settembre e il 13, 14, 15, 16, e 21 dicembre 2000 e successivamente ripubblicato su Policy Option del maggio 2001: Robert Mundell, Milton Friedman, One World, One Money?, pp. 10-30; il dibattito svoltosi presso il Fondo monetario iternazionale: One World, One Currency: Destination or Delusion?, Economic Forum, 8 novembre 2000 e reperibile sul sito: http://www.imf.org/external/np/tr/2000/tr001108.htm; l’articolo di Lok Sang Ho, “Towards a New International Monetary Order: The World Currency Unit and the Global Indexed Bond”, The World Economy, 23, (luglio 2000), pp. 939-950.
[25] Lok Sang Ho, “Towards a New International Monetary Order: The World Currency Unit”, op. cit..
[26]Alfonso Iozzo, Antonio Mosconi, “The Foundation of a Cooperative Global Financial System”, The Federalist Debate, n. 2 (giugno 2006), pp. 6-11; Zhou Xiaochuan, Reform the international monetary system, op. cit..; Riccardo Fiorentini, Guido Montani, Global Imbalances and the Transition to a Symmetric World Monetary System, Centro Studi sul Federalismo, Perspectives on Federalism, 2, n. 1 (2010).
[27] Donald Moggridge (Ed.), The Collected Writings of John Maynard Keynes..., op. cit., p. 21.
[28] Tommaso Padoa Schioppa, “Moneta e sistema monetario internazionale, Enciclopedia del Novecento, II Supplemento (1998).
[29] Lilia Costabile, Current global imbalances and the Keynes Plan, Political Economic Research Institute, Working paper series, n. 156 (dicembre 2007).
[30] FMI, The liberalization and management of capital  flows: an institutional view, 14 novembre 2012, reperibile in: http://www.imf.org/external/pp/longres.aspx?id=4720. Il documento del FMI, in particolare, sostiene che “there is […] no presumption that full liberalization is an appropriate goal for all countries at all times”, p. 1.

 

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