Anno LV, 2013, Numero 2-3, Pagina 78

 

 

Settant’anni di vita del Movimento federalista europeo (1943-2013)

 

SERGIO PISTONE

 

 

La celebrazione del 70° anniversario del Movimento federalista europeo (MFE) avviene in un momento in cui è in gioco la sopravvivenza del processo di unificazione europea e, quindi, possono essere realmente compromessi i grandi progressi, in termini di pacificazione e di sviluppo economico-sociale e politico-civile, realizzati con la costruzione europea. Oggi è in effetti drammaticamente urgente l’apertura – e le elezioni per il Parlamento europeo nel maggio 2014 rappresentano l’ultima chiamata – di un processo costituente della federazione europea fra i paesi disponibili a questa scelta, e cioè quelli appartenenti all’eurozona più quelli che vogliono seriamente entrare a farne parte. L’alternativa è l’apertura di un processo di disgregazione, del quale sono inequivocabili segnali la radicalità della crisi dell’euro e l’avanzamento delle tendenze nazionalistiche.

Il MFE è in primo piano nella lotta diretta a trasformare l’attuale crisi esistenziale dell’unificazione europea in un salto federale che la consoliderebbe in modo irreversibile, rendendola capace di rispondere efficacemente alle esigenze fondamentali dei cittadini europei. Queste esigenze includono uno sviluppo economico europeo ecologicamente e socialmente sostenibile e territorialmente equilibrato; l’effettiva partecipazione democratica dei cittadini europei alle istituzioni e alle politiche sopranazionali; una capacità di agire sul piano internazionale che permetta all’Europa di fornire un contributo determinante alla costruzione di un mondo più pacifico, più giusto e più rispettoso degli equilibri ecologici globali. Riteniamo pertanto cosa utile presentare qui, nelle linee essenziali, non solo agli iscritti al MFE, ma a quanti vogliono partecipare alla lotta federalista (e soprattutto ai giovani) cos’è il MFE, cosa ha fatto e cosa sta facendo per il raggiungimento della federazione europea.


La nascita del MFE e la sua evoluzione organizzativa.

Il punto di partenza della vita del MFE è il Manifesto di Ventotene, scritto nell’agosto 1941 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nell’isola al largo di Formia in cui erano confinati un migliaio di antifascisti. Il testo del Manifesto fu anche il risultato di un ampio dibattito, durato alcuni mesi, con Eugenio Colorni e sua moglie Ursula Hirschman, al quale partecipò un gruppo di confinati che dettero la loro adesione al Manifesto, e cioè Dino Roberto, Enrico Giussani, Giorgio Braccialarghe, Arturo Buleghin e lo studente sloveno Lakar. La diffusione negli ambienti della Resistenza delle tesi del Manifesto, che avvenne anche tramite il periodico clandestino L’Unità Europea, portò alla fondazione formale del MFE nel corso di un convegno clandestino svoltosi nella casa di Mario Alberto Rollier il 27-28 agosto 1943 a Milano. Alla riunione parteciparono 31 persone: Arialdo Banfi, Giangio Banfi, Ludovico Belgioioso, Giorgio Braccialarghe, Arturo Buleghin, Lisli Carini Basso, Vindice Cavallera, Eugenio Colorni, Ugo Cristofoletti, Alberto Damiani, Vittorio Foa, Giovanni Gallo Granchielli, don Ernesto Gilardi, Leone Ginzburg, Enrico Giussani, Ursula Hirschman, Willy Jervis, Elena Moncalvi Banfi, Guido Morpurgo Tagliabue, Alberto Mortara, Bruno Quarti, Dino Roberto, Mario Alberto Rollier, Ada Rossi, Ernesto Rossi, Manlio Rossi Doria, Altiero Spinelli, Fiorella Spinelli, Gigliola Spinelli, Franco Venturi, Luisa Villani Usellini. Mancarono all’appuntamento Guglielmo Usellini e Cerilo Spinelli perché erano stati arrestati tra la fine di luglio e l’inizio di agosto mentre distribuivano un volantino federalista contenente l’appello a prepararsi alla guerra contro i nazisti.

Il MFE partecipò quindi alla Resistenza armata — in cui morirono Ginzburg, Colorni e Jervis — e svolse un’attività di contatti con gli ambienti della Resistenza europea, che portò nel luglio 1944 a Ginevra all’elaborazione di una Dichiarazione federalista dei movimenti di Resistenza, che riprende le tesi essenziali del Manifesto di Ventotene. Questo documento e un congresso federalista, che Spinelli, passando dall’Italia ancora occupata alla Francia già liberata, organizzò a Parigi nel marzo 1945, furono tra le premesse da cui nacque nel dicembre 1946 l’organizzazione sovranazionale dei federalisti europei, cioè l’Unione dei federalisti europei (UEF). Da allora fino ad oggi — a parte il periodo 1959-1972, in cui vi furono due organizzazioni federaliste a livello europeo, il MFE sovranazionale e l’Azione europea federalista — l’UEF ha costituito il quadro politico-organizzativo sovranazionale dell’azione del MFE.

Oltre che alla formazione e all’attività dell’UEF, il MFE partecipò, nell’ambito dell’UEF, all’organizzazione del Congresso dell’Aia del 7-10 maggio 1948, dal quale nacque il Movimento europeo (ME), cioè l’organo di collegamento europeo fra i movimenti per l’unità europea, i partiti, i sindacati e le associazioni culturali di orientamento europeistico. L’articolazione italiana del ME, cioè il Consiglio italiano del movimento europeo (CIME) fu costituita nel dicembre 1948 su iniziativa del MFE, il quale promosse nello stesso anno anche la formazione di intergruppi federalisti nella Camera dei deputati (il primo presidente fu Enzo Giacchero, successivamente membro dell’Alta Autorità della CECA e presidente dell’UEF) e nel Senato (il primo presidente fu Ferruccio Parri). Con qualche interruzione e con consistenza variabile gli intergruppi federalisti sono stati da allora una presenza sostanzialmente stabile nel Parlamento italiano. Quanto al CIME, esso fu rifondato nel 1956 senza la partecipazione del MFE che in quel periodo era radicalmente critico della politica europeistica dei governi nazionali imperniata sulla elaborazione e l’attuazione dei Trattati di Roma. Il MFE entrò nel nuovo CIME nel 1966 e da allora ne ha costituito una delle colonne portanti. Nel 1995 il MFE è anche diventato membro ordinario del World Federalist Movement-WFM (che era stato fondato nel 1948), facendo in tal modo da battistrada all’adesione all’organizzazione dei federalisti su scala mondiale da parte dell’UEF, che è avvenuta nel 2004.

Per quanto riguarda il numero degli aderenti, il MFE (compresa la sua organizzazione giovanile) ha raggiunto la sua massima espansione, cioè 50.000 iscritti e 1.000 sezioni, nel 1954, in corrispondenza con la battaglia per la Comunità europea di difesa (CED) e la Comunità politica europea, che fece intravedere la federazione europea come un traguardo ravvicinato. Negli anni Sessanta gli iscritti scesero a 2.000, per poi risalire a 10.000 negli anni Ottanta in corrispondenza con il rilancio dell’integrazione europea legato all’elezione diretta del Parlamento europeo. Oggi gli iscritti sono 3.500, ma il numero dei militanti attivi è analogo a quello dei momenti di maggiore espansione degli iscritti. Va notato al riguardo che il numero relativamente limitato degli iscritti è legato al fatto che il carattere a lungo termine e la complessità dell’impegno propri della lotta federalista spiegano perché il MFE sia un movimento essenzialmente di militanti e, quindi, con una strutturalmente bassa adesione di generici simpatizzanti.

Occorre infine sottolineare che il MFE, in ragione delle capacità politiche e teoriche dei suoi dirigenti, del numero dei suoi militanti attivi, del primato nella capacità di organizzare campagne di mobilitazione dell’opinione pubblica, ha costantemente svolto un ruolo trainante sul piano europeo rispetto all’insieme delle organizzazioni favorevoli all’unità federale europea. In un certo senso si può dire che la tesi di Giuseppe Mazzini a proposito del primato italiano rispetto all’impegno a favore dell’unità europea ha trovato una conferma nel contesto dell’azione condotta dai movimenti per l’unità europea a partire dalla Resistenza.


I principi-guida dell’azione del MFE.

Per comprendere in modo adeguato l’azione svolta dal MFE e il suo ruolo nello sviluppo del processo di integrazione europea, è necessario che siano chiari gli orientamenti fondamentali che, a monte delle azioni concrete legate ai mutevoli contesti politici, hanno costantemente guidato il MFE. Questi orientamenti sono emersi nel loro nocciolo essenziale durante la seconda guerra mondiale (nel Manifesto di Ventotene, nei documenti approvati in occasione della fondazione del MFE e in altri testi) e si sono negli anni successivi venuti meglio precisando e chiarendo. E va precisato al riguardo che Spinelli deve essere certamente considerato il punto di riferimento centrale, ma altrettanto fondamentale è altresì il contributo di Albertini. Va inoltre sottolineato che la sostanziale continuità, pur nella sua evoluzione, del discorso teorico e strategico sviluppato dal MFE spiega — oltre ovviamente al fatto che l’obiettivo fondamentale non è ancora stato raggiunto ma continua a costituire il problema politico fondamentale in Europa — perché esso sia rimasto sul campo attivamente e senza interruzioni per settant’anni e non abbia cambiato nome, a differenza di quanto è avvenuto per tutte le altre forze politiche. Ciò detto, i principi-guida dell’azione del MFE possono essere schematicamente riassunti in due tesi: la priorità della lotta per la federazione europea rispetto alle lotte per le riforme interne agli Stati nazionali e la percezione dei governi democratici nazionali come strumenti e, allo stesso tempo, ostacoli rispetto alla realizzazione della federazione europea.

La prima tesi significa il superamento dell’internazionalismo, cioè della tendenza, comune alle fondamentali ideologie universalistiche di matrice illuministica (il liberalismo, la democrazia e il socialismo, che costituiscono il sostrato ideologico degli Stati democratici di tipo occidentale), a concepire l’eliminazione della violenza sul piano internazionale e, quindi, la collaborazione internazionale e in definitiva l’unificazione pacifica fra le nazioni come conseguenze pressoché automatiche della piena trasformazione interna degli Stati nazionali in direzione della libertà, della democrazia e della giustizia sociale. A questo orientamento il MFE, portando a conclusione una linea di riflessione avviata dai padri della costituzione federale americana (e in particolare da Alexander Hamilton) e da Immanuel Kant e sviluppata nel XX secolo soprattutto dalla scuola federalista inglese (in particolare da Lord Lothian, Lionel Robbins e Barbara Wootton) e da Luigi Einaudi in Italia, contrappone la convinzione che solo con il superamento, tramite il federalismo, dell’anarchia internazionale fondata sulla sovranità statale assoluta sarà possibile realizzare la duratura cooperazione pacifica fra le nazioni. E si precisa che, se la sovranità statale assoluta costituisce in generale la causa strutturale delle guerre e degli imperialismi, questi fenomeni che hanno sempre accompagnato la storia del sistema europeo degli Stati si sono esasperati nella prima metà del XX secolo a causa della crisi storica degli Stati nazionali. Con ciò si intende il fatto che alla crescente interdipendenza fra gli Stati nazionali, prodotta dalla rivoluzione industriale, si contrappone l’impossibilità strutturale di governare in modo pacifico e democratico tale interdipendenza, a causa del fatto che ciascun paese continua a mantenere la sovranità assoluta.

Questa contraddizione ha dapprima prodotto l’esasperazione della conflittualità internazionale e delle spinte espansionistiche e causato, quindi, le guerre mondiali, che appaiono ad una visione approfondita come tentativi di unificazione egemonica dell’Europa. In questo quadro si è prodotto inevitabilmente l’arresto del progresso verso la libertà, la democrazia e la giustizia sociale, sostituito dalla spinta all’accentramento patologico del potere statale, all’autoritarismo e infine, al totalitarismo, cioè all’organizzazione dello Stato in funzione esclusiva della sua potenza invece che delle esigenze della persona umana. Dopo che si sono esperimentate in modo catastrofico, con il crollo del sistema europeo degli Stati, le conseguenze della sovranità statale assoluta nell’epoca dell’interdipendenza, si è aperta la strada all’unificazione pacifica dell’Europa. Essa è diventata la condizione imprescindibile per riprendere la strada del progresso in una situazione in cui i problemi di fondo sono diventati affrontabili solo sul piano sovranazionale. Poiché, d’altra parte, l’interdipendenza indotta dalla rivoluzione industriale era destinata ad estendersi progressivamente fino a coinvolgere ogni parte del mondo, l’unificazione federale europea è sempre apparsa al MFE come una tappa storica fondamentale verso l’unificazione mondiale, intesa come una federazione di grandi federazioni di dimensioni continentali o subcontinentali.

Su queste considerazioni si fonda la convinzione del MFE che le riforme interne agli Stati nazionali sono destinate ad essere o impossibili o, nel migliore dei casi, precarie al di fuori di un processo di unificazione europea in direzione federale e viene di conseguenza individuata — fin dal Manifesto di Ventotene — una nuova linea divisoria fra le forze del progresso e quelle della conservazione. Essa non si identifica più con le linee tradizionali della maggiore o minore libertà, della maggiore o minore democrazia, della maggiore o minore giustizia sociale da realizzare nel quadro degli Stati nazionali, bensì con la linea divisoria fra i difensori della sovranità nazionale assoluta e i sostenitori del suo superamento attraverso la federazione.

Le considerazioni sulla priorità della lotta per la federazione europea sono integrate da un discorso sugli aspetti strategico-organizzativi di questa lotta, fondato, come si è detto, sulla tesi dei governi democratici come strumenti e ostacoli rispetto all’unificazione europea. Essi sono strumenti sia nel senso che la federazione europea può essere realizzata solo sulla base di libere decisioni dei governi democratici (essendo esclusa per principio qualsiasi forma di unificazione egemonico-imperiale), sia e soprattutto nel senso che la situazione storica di crisi strutturale e di impotenza degli Stati nazionali spinge obiettivamente i governi ad attuare politiche di unificazione europea. In sostanza, dopo la seconda guerra mondiale l’alternativa “unirsi o perire” (espressione usata dal ministro degli esteri francese Aristide Briand quando nel 1929 presentò la prima proposta di unificazione europea emanata da un governo) si è trasformata in una spinta strutturale e di lunga durata verso una politica di unificazione europea da parte dei governi e delle forze democratiche. Ma ciò non significa che questa politica porti di per sé stessa alla federazione europea. I governi sono infatti allo stesso tempo ostacoli rispetto a questa prospettiva perché i detentori del potere nazionale, anche nel quadro di sistemi democratici, sono spinti oggettivamente — in conformità alla legge dell’autoconservazione del potere già chiarita da Machiavelli nel capitolo sesto del Principe — a ostacolare il trasferimento irreversibile di una parte sostanziale di tale potere a un nuovo sistema sovranazionale sovrano. Questa tendenza — viene precisato — è destinata a manifestarsi in modo più intenso nei corpi permanenti del potere esecutivo, quali le diplomazie e le alte burocrazie civili e militari, che nel personale politico relativamente transitorio (capi di Stato e di governo, ministri, parlamentari). Per i primi, infatti, il trasferimento di sovranità comporta una perdita più netta di potere e di status e sono perciò i naturali depositari delle tradizioni nazionalistiche (ovviamente con le eccezioni proprie di una legge di tipo sociologico). Per i secondi la situazione è più sfumata per il fatto che essi sono espressione dei partiti democratici, aventi nelle loro piattaforme ideologiche una componente internazionalistica e, quindi, più o meno vagamente europeistica, e perché hanno un rapporto organico con l’opinione pubblica, la quale, in conseguenza dell’esperienza delle catastrofi prodotte dai nazionalismi e dall’impotenza degli Stati nazionali, di fronte ai problemi fondamentali del mondo contemporaneo, è portata a vedere con crescente favore l’idea dell’unità europea.

Dall’esistenza di questo atteggiamento strutturalmente contraddittorio, e articolato come si è visto, dei governi democratici nazionali di fronte al problema dell’unificazione europea derivano delle implicazioni fondamentali per la lotta federalista.

La condizione imprescindibile dello sviluppo di una lotta efficace per la federazione europea è la formazione di una forza politica federalista autonoma dai governi e dai partiti nazionali in grado di spingerli a compiere le scelte in direzione dell’unificazione federale che essi spontaneamente non sono in grado di compiere. Il principio dell’autonomia federalista, chiaramente indicato nel Manifesto di Ventotene, è stato realizzato concretamente attraverso un processo laborioso. Un momento decisivo in questo processo è stata la decisione che la forza federalista deve assumere le forme di un movimento e non di un partito in lotta con gli altri partiti per la conquista del potere nazionale, perché il perseguimento dell’obiettivo della federazione europea richiede uno schieramento trasversale a tutte le forze politiche e agli ambienti economico-sociali che si riconoscono nel regime democratico e non schieramenti fondati sulle tradizionali dicotomie fra progresso e conservazione. L’altro momento decisivo della costruzione dell’autonomia federalista coincide con l’opera pratica e teorica svolta da Albertini allorché divenne il leader del MFE. L’impegno di Albertini a favore dell’autonomia federalista, che si è riallacciato a quello svolto da Spinelli, ma che è diventato molto più sistematico e consequenziario, si è concretizzato nella teorizzazione e nell’attuazione di tre principi fondamentali sul piano politico, organizzativo e finanziario.

Il primo principio, quello dell’autonomia politica, si è manifestato attraverso il rifiuto da parte del nucleo di militanti che hanno assicurato la direzione e la gestione del MFE di identificarsi con un qualsiasi partito nazionale. Questa scelta ha permesso, nei momenti opportuni, di instaurare utilissimi rapporti di collaborazione e di alleanza tattica con i partiti democratici salvaguardando allo stesso tempo pienamente l’indipendenza del MFE. Il secondo principio ha riguardato la formazione e la selezione dei militanti. Esse sono state guidate dall’esigenza di evitare i condizionamenti che sarebbero stati imposti al movimento da un apparato amministrativo pesante e costoso, dipendente perciò inevitabilmente, per la sua sopravvivenza, da finanziamenti esterni. Di conseguenza si è stabilito che tutti i militanti federalisti fossero militanti a mezzo tempo, con un lavoro in grado di garantire la loro indipendenza economica e con la disponibilità di dedicare il proprio tempo libero all’attività federalista. In tal modo si è potuta creare un'organizzazione poco costosa e, quindi, totalmente al riparo da qualsiasi tentativo di pressione o di ricatto da parte di qualunque forza politica o economica. Il terzo principio è infine quello dell’autonomia finanziaria e ha avuto come sua istituzione specifica l’autofinanziamento. Esso significa concretamente che i militanti reclutati da allora nel MFE hanno sempre saputo che il lavoro federalista non avrebbe mai procurato loro denaro, ma al contrario gliene sarebbe costato. Questa impostazione, che, dall’inizio della leadership di Albertini, ha costituito la base finanziaria dell’autonomia del MFE, non ha impedito che esso ricevesse anche finanziamenti esterni, ma essi sono stati usati soprattutto per finanziare azioni specifiche, mentre la struttura permanente dell’organizzazione ha sempre funzionato grazie alle sue “risorse proprie”, il che ha rappresentato una condizione ulteriore dell’impermeabilità a qualsiasi influenza esterna.

Al di là di tutto ciò, il fondamento basilare dell’autonomia politica, organizzativa e finanziaria del MFE, che Albertini è riuscito a realizzare come acquisizione permanente, è rappresentato dall’autonomia culturale. Solo una forte motivazione culturale (insieme ovviamente a quella morale), cioè la consapevolezza che la dottrina federalista ha qualcosa di realmente nuovo da dire, in termini di valori e di comprensione della situazione storica, rispetto al pensiero politico dominante, può in effetti alimentare un impegno a lungo termine, estraneo alle motivazioni del potere e del denaro, in un numero di militanti sufficiente per costituire una forza federalista autonoma in grado di incidere sulla realtà. Ebbene, Albertini ha svolto precisamente, assieme ai suoi allievi, un grandioso lavoro di approfondimento teorico del federalismo che ha fatto emergere questa motivazione ed ha altresì arricchito in modo molto rilevante il panorama del pensiero federalista.

Due sono i risultati più significativi di questo approfondimento teorico che occorre qui, sia pure molto sinteticamente, segnalare.

In primo luogo, Albertini ha svolto una critica radicale dell’idea di nazione che, sviluppando talune intuizioni di Proudhon, ha messo in luce come le nazioni non siano realtà preesistenti agli Stati nazionali, bensì un riflesso ideologico dell’appartenenza agli Stati burocratici e accentrati affermatisi nel continente europeo a partire dalla rivoluzione francese. In sostanza la coscienza nazionale come fatto diffuso nella popolazione è stata non la premessa ma la conseguenza della formazione degli Stati nazionali e di programmi politici diretti a imporre l’unità di lingua, di cultura e di tradizioni in tutto il territorio dello Stato. Il che ha comportato la sistematica distruzione delle nazionalità spontanee, cioè del senso di appartenenza alle comunità naturali (l’orizzonte territoriale della nascita e della vita degli individui, le nazioni nel senso etimologico del termine) e il trasferimento allo Stato di questo senso di appartenenza, in modo da creare un lealismo esclusivo e, quindi, la base di una politica estera aggressiva.

Questa critica dell’idea di nazione è diretta a superare un grave limite delle ideologie politiche — quella liberale, quella democratica e quella socialista — a cui si ispirano i partiti democratici europei. Queste ideologie sono universaliste e, quindi, favorevoli in termini di principio all’unificazione sovranazionale. Nello stesso tempo però tendono a mitizzare gli Stati nazionali che non vengono compresi come istituzioni storicamente determinate, e quindi storicamente superabili, ma, piuttosto, come istituzioni “naturali” ed eterne. Pertanto tendono strutturalmente (anche per questo motivo, oltre che per la tendenza dei partiti nazionali a conservare il proprio potere) a concepire l’unificazione sovranazionale più come cooperazione fra Stati nazionali che come superamento della sovranità nazionale assoluta.

Ciò detto, va sottolineato che il lavoro teorico di Albertini centrato sulla demistificazione dell’ideologia nazionale costituisce un’integrazione di grandissima importanza del pensiero federalista elaborato da Spinelli. Nel discorso sviluppato dal fondatore del MFE sono in effetti centrali il concetto di crisi storica dello Stato nazionale sovrano e le indicazioni sugli strumenti e le azioni politiche concrete attraverso cui perseguire il superamento di questo sistema istituzionale, ma manca l’elaborazione di una critica scientifica dell’idea di nazione, che di tale sistema costituisce il fondamento ideologico. A questo grande contributo di Albertini al pensiero federalista se ne aggiunge un altro ancora più importante, che costituisce anch’esso il superamento di un limite del discorso di Spinelli. Mi riferisco alla concezione troppo angusta, propria di Spinelli, della dottrina federalista, che è intesa essenzialmente come la teoria dello Stato federale, cioè come una tecnica costituzionale in grado di consentire la coesistenza pacifica di un insieme di governi indipendenti e coordinati. Una simile impostazione è chiaramente non all’altezza della convinzione che il federalismo tracci la strada del progresso storico. Perché questa affermazione sia solidamente fondata, nel corpo della dottrina federalista deve necessariamente rientrare la definizione della specificità del valore guida dell’impegno federalista e del suo rapporto con i valori delle ideologie emancipatrici di cui il federalismo è l’erede, e vi deve rientrare altresì una visione chiara e rigorosa del processo storico che rende politicamente attuale il federalismo come risposta valida alle sfide cruciali della nostra epoca e, quindi, l’indicazione degli strumenti concettuali con cui affrontare rigorosamente il problema della comprensione del processo storico. Qui interviene in modo grandiosamente chiarificatore Albertini, innanzitutto con una radicale revisione critica del materialismo storico marxiano che apre la possibilità di utilizzare questo rinnovato strumento concettuale per un’analisi di tipo scientifico del processo storico. Albertini recupera infatti il nucleo teoricamente valido della teoria marxiana — che coglie il nesso deterministico tra evoluzione del modo di produrre e alcune fondamentali dinamiche sociali, tra cui, in particolare, l’incremento dell’interdipendenza in profondità della società (ossia la progressiva integrazione di fasce sempre più ampie della popolazione nei processi decisionali) — e può così evidenziare come lo stesso analogo nesso si crei per l’aumento dell’interdipendenza in estensione della società umana. L’evoluzione del modo di produzione industriale e la nascita di quello che viene definito il modo di produzione scientifico sono quindi le cause ultime oggettive che spiegano l’inizio della fase sovranazionale del corso storico e che determinano il fatto che il baricentro della lotta politica, affinché si possano governare i nuovi processi e metterli al servizio del progresso, si debba spostare dal quadro nazionale a quello sovranazionale.

Parallelamente, Albertini sviluppa il discorso secondo cui il federalismo, lungi dall’essere semplicemente la teoria dello Stato federale, è un’ideologia politica in senso pieno. Esso è cioè paragonabile al liberalismo, alla democrazia e al socialismo ed è in grado di recepire nel proprio corpo dottrinale i contributi fondamentali proposti dalle grandi ideologie emancipatrici del mondo moderno e, nello stesso tempo, di superarne i limiti e di ottenere una comprensione più adeguata dei fondamentali problemi della nostra epoca. Secondo questa visione il federalismo è, al pari delle altre ideologie, caratterizzato in primo luogo da un aspetto di valore. Se per il liberalismo il fine ultimo è la libertà, per la democrazia l’uguaglianza e per il socialismo la giustizia sociale, per il federalismo è la pace. Essa non è alternativa rispetto a questi valori, ma li ricomprende in sé a un livello più alto, in quanto l’eliminazione dell’anarchia internazionale (implicante la subordinazione di ogni altro valore all’esigenza della sicurezza dello Stato) è la condizione imprescindibile del pieno spiegamento della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia sociale (che vanno concepite come consustanziali) e, quindi, della possibilità di eliminare ogni forma di subordinazione della persona umana da parte dei suoi simili. In questa prospettiva Albertini recupera le fondamentali tesi politiche, giuridiche e storico-filosofiche di Kant (il culmine dell’Illuminismo), la cui attualità è stata messa all’ordine del giorno dalla crisi degli Stati nazionali e dalla crescente interdipendenza dell’azione umana al di là delle frontiere nazionali, di cui l’integrazione europea è la manifestazione più avanzata. Questi fenomeni vengono considerati da Albertini come premesse della federazione mondiale, cioè della realizzazione della pace perpetua. Ed egli giunge ad affermare con eccezionale chiarezza che il superare con la federazione europea il lealismo nazionale esclusivo significherebbe il superamento della cultura della divisione del genere umano, implicante la legittimazione del dovere di uccidere per la nazione, e l’affermazione del diritto di non uccidere nella prospettiva della sua piena attuazione con la federazione mondiale. Le guerre mondiali, la scoperta delle armi nucleari, l’interdipendenza internazionale crescente suggeriscono che si stia avverando la previsione di Kant, secondo la quale solo l’esperienza della distruttività della guerra, in combinazione con lo spirito commerciale (implicante appunto una crescente interdipendenza), avrebbe indotto gli Stati a rinunciare alla loro “libertà selvaggia” e a piegarsi a una legge comune. Il federalismo è, in secondo luogo, caratterizzato da un aspetto di struttura e cioè dall’indicazione dello Stato federale come la forma di organizzazione del potere che permette di superare le strutture chiuse e accentrate dello Stato nazionale verso il basso con la formazione di vere e proprie autonomie regionali e locali e verso l’alto con la realizzazione di effettive forme di solidarietà politiche e sociali al di sopra degli Stati nazionali. In terzo luogo il federalismo è caratterizzato da un aspetto storico-sociale cioè dall’individuazione del contesto storico nel quale è possibile realizzare un valore attraverso una struttura adeguata del potere. Questo aspetto è indicato nel superamento della divisione del genere umano in classi e in nazioni antagonistiche, che rende possibile sviluppare il pluralismo tipico della società federale, espresso dal principio dell’unità nella diversità. Infatti nelle società federali il lealismo verso la società complessiva coesiste con quello verso le comunità territoriali più piccole (regioni, province, città, quartieri) in un rapporto non gerarchico. Però questo equilibrio sociale si è sviluppato solo parzialmente nelle società federali esistite finora perché, da una parte, la lotta di classe (che potrà essere superata solo con il pieno sviluppo della rivoluzione scientifica implicante il superamento della condizione proletaria) ha fatto prevalere il senso di appartenenza alla classe su ogni altra forma di solidarietà sociale e ha impedito che si radicassero forti legami di solidarietà nelle comunità regionali e locali e, d’altra parte, la lotta tra gli Stati sul piano internazionale (che potrà essere sradicata solo con il processo di unificazione del mondo intero, che avrà nella federazione europea il suo punto di partenza) ha determinato il rafforzamento del potere centrale a scapito dei poteri locali.

La costruzione della federazione europea si presenta dunque come l’evento cruciale della nostra epoca, la prima affermazione del corso federalistico della storia, che culminerà con la realizzazione della pace attraverso la federazione mondiale. Il federalismo ha dunque nel nostro tempo un ruolo analogo a quello svolto in passato dalle ideologie liberale, democratica e socialista: attraverso l’elaborazione e l’affermazione della cultura della pace, propone un progetto di società capace di dare una risposta ai maggiori problemi della nostra epoca e riapre la possibilità di pensare l’avvenire, possibilità che si era offuscata nell’ambito delle ideologie tradizionali a causa dell’esaurimento della loro capacità rivoluzionaria.

Questa concezione del federalismo (assieme alla critica dell’idea di nazione) costituisce l’asse portante dell’identità culturale dei militanti del MFE a partire dagli anni Sessanta.

Perché la forza federalista possa condurre efficacemente la propria lotta, oltre al requisito dell’autonomia occorre d’altro canto che essa sappia operare efficacemente per spingere i governi sulla via dell’unificazione federale sovranazionale. In questo contesto hanno importanza decisiva: a) la struttura sovranazionale della forza federalista, in modo da poter operare unitariamente sul piano europeo; b) la sua capacità di mobilitare l’opinione pubblica, senza però utilizzare lo strumento elettorale che è funzionale all’azione dei partiti; c) la denuncia sistematica dei limiti e delle contraddizioni dell’integrazione europea attuata dai governi e derivanti dal loro orientamento strutturalmente confederale: il deficit sul piano dell’efficienza, a causa delle decisioni unanimi sulle questioni fondamentali, e il deficit democratico dovuto al fatto che un’integrazione senza istituzioni federali svuota la democrazia nazionale senza creare una democrazia sovranazionale; d) la capacità di sfruttare queste contraddizioni, specialmente quando esse si manifestano in modo acuto, per spingere i governi verso scelte di tipo federale.

C’è infine una terza implicazione per la lotta federalista che deriva dal chiarimento dell’atteggiamento contraddittorio dei governi nazionali rispetto all’unificazione europea. Si tratta dell’idea dell’assemblea costituente europea, che ha come modello di riferimento fondamentale la Convenzione costituzionale di Filadelfia, la quale elaborò nel 1787 la Costituzione degli Stati Uniti d’America, cioè del primo Stato federale della storia. Sin dai tempi di Spinelli, in sostanza, il MFE sostiene che, per giungere davvero alla federazione europea, occorre attivare una procedura costituente democratica, cioè affidare l’incarico di definire le istituzioni sopranazionali ad un organo di carattere parlamentare, che deliberi a maggioranza e in sedute pubbliche e le cui proposte entrino in vigore fra gli Stati ratificanti senza che sia necessaria l’unanimità delle ratifiche. Solo con questo tipo di procedura si possono ottenere risultati federali perché essa comporta sia che i governi rinuncino ipso facto al diritto di veto nazionale, cioè al principio dell’unanimità che impone inevitabilmente risultati al minimo comun denominatore, sia che, tramite il coinvolgimento dei rappresentanti del popolo, maturi una coscienza democratica dei cambiamenti politico-istituzionali necessari per portare a compimento il processo europeo. La costituente rappresenta dunque l’alternativa al metodo delle conferenze intergovernative che decidono all’unanimità e in segreto, e richiedono ratifiche unanimi, e sono perciò funzionali alle scelte di tipo confederale. La necessità di giungere ad una procedura costituente democratica è in effetti sempre stata al centro dell’azione del MFE, anche se sono cambiate le scelte circa le modalità concrete di attuazione di questa procedura (assemblea costituente eletta direttamente con il mandato di elaborare un progetto di costituzione europea, trasformazione di una assemblea parlamentare consultiva in una assemblea costituente attraverso una propria autonoma iniziativa o tramite un apposito mandato conferito dai governi nazionali, elezione diretta del Parlamento europeo, referendum sul mandato costituente al Parlamento europeo), e questi cambiamenti sono dipesi ovviamente dalla percezione delle opportunità offerte dalle diverse situazioni politiche.

Sulla base di questi principi-guida il MFE ha esercitato sul processo di integrazione europea un’influenza che presenta due aspetti.

Da una parte, il pensiero e l’azione del MFE hanno, in quanto componenti ed elementi di punta della corrente federalista europea nel suo complesso, contribuito in modo determinante a mantenere viva nel corso dell’intero processo di unificazione europea la rivendicazione di una costituzione federale europea, di una procedura costituente democratica per realizzarla, e, quindi, della partecipazione popolare alla costruzione europea. Senza la presenza attiva di un movimento impegnato in modo costante ed esclusivo sulla tematica dell’unità federale europea — tenendo conto che i partiti non possono oggettivamente che dedicarvi un’attenzione superficiale e discontinua — è evidente che essa sarebbe scomparsa dal dibattito politico-culturale e, di conseguenza, avrebbe perso qualsiasi rilevanza pratica la prospettiva del completamento in senso democratico e federale del processo di integrazione.

Al di là di questa influenza di carattere generale, c’è però anche stata un’influenza più incisiva, la quale ha potuto manifestarsi solo nei momenti in cui la situazione storica ha costretto i governi ad affrontare con le loro politiche di integrazione europea dei problemi non gestibili senza l’introduzione di embrioni democratico-federali negli organismi integrativi o addirittura senza veri e propri trasferimenti di sovranità. In simili momenti il processo di integrazione europea pone i governi su di un piano inclinato in direzione di tali limitazioni e apre perciò spazi significativi a un’incisiva influenza dei federalisti. E va al riguardo sottolineato che una risorsa importante per l’azione del MFE è stata rappresentata da una particolarmente forte convergenza fra l’interesse nazionale e una integrazione europea avanzata che ha strutturalmente caratterizzato la politica dei governi italiani per ragioni oggettive, fra le quali ha primaria importanza la particolare fragilità dello Stato nazionale italiano.

Vediamo ora, alla luce di questi chiarimenti, l’azione concreta svolta dal MFE.


L’azione del MFE

La ricostruzione schematica dell’azione del MFE dal 1945 fino ad oggi può essere articolata in sei fasi.

Dalla liberazione alla caduta della Comunità Europea di Difesa (1945-1954).

Negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale il MFE fu impegnato essenzialmente nella costruzione della propria struttura organizzativa. Sul piano politico venne comunque lanciata la parola d’ordine della costituente europea con un Manifesto degli universitari italiani per la federazione europea (che raccolse nella prima metà del 1946 le firme di 266 docenti universitari, tra i quali Calamandrei, Devoto, Campagnolo, Rollier, Giovanni De Maria, Gino Cassino, Ezio Franceschini, Felice Perussia) e con un appello ai candidati alle elezioni del 18 aprile 1948, firmato da 630 candidati. Inoltre il MFE contribuì in modo decisivo alla scelta da parte dell’Assemblea costituente italiana di inserire nella nuova Costituzione italiana l’art. 11 (voluto in particolare da Calamandrei) che, pur non facendo esplicito riferimento all’unificazione europea, prevede la possibilità di “limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento internazionale che assicuri la pace e la giustizia tra i popoli” ed ha permesso la ratifica da parte italiana di tutti i trattati di integrazione europea senza dover ricorrere a revisioni costituzionali.

Con il lancio del Piano Marshall nel 1947 e il conseguente avvio della politica di unificazione europea il MFE guidato da Spinelli poté sviluppare una azione politica di grande incisività che ebbe il suo culmine nella battaglia per la Comunità politica europea (CEP) da affiancare alla CED. Spinelli, di fronte all’esperienza della guerra fredda e della nascita dei blocchi contrapposti chiarì immediatamente che l’unificazione europea poteva prendere l’avvio solo nel quadro della formazione del blocco occidentale, anche perché gli USA favorivano con decisione l’integrazione europea in quanto fattore di rafforzamento del loro blocco. E chiarì altresì che con la propria unificazione, purché effettiva, l’Europa occidentale avrebbe potuto recuperare la perduta autonomia, instaurando un rapporto di partnership equilibrata con gli USA, e avrebbe contribuito in modo determinante al superamento dei blocchi contrapposti, aprendo la strada all’unificazione completa dell’Europa. Sulla base di questo orientamento impostò una strategia facente leva sui deficit dell’integrazione funzionalistico-confederale per ottenere, tramite un’azione di mobilitazione dell’opinione pubblica e nello stesso tempo di consulenza nei confronti degli esponenti partitici e governativi meno condizionati dalle tradizioni nazionalistiche, decisioni in grado di attivare una procedura costituente dell’unità federale europea.

Nella fase qui considerata la prima rilevante applicazione pratica di questa strategia fu l’azione del MFE (e dell’UEF) nei confronti del Consiglio d’Europa diretta a promuovere l’assunzione da parte dell’Assemblea consultiva di Strasburgo di un ruolo costituente. Si riteneva che questa assemblea, pur mancando di potere, avrebbe però spinto i parlamentari e i capi dei partiti a interessarsi dell’unità europea con una certa continuità e avrebbe quindi espresso, come ogni assemblea parlamentare, la tendenza ad acquistare poteri effettivi. In questa situazione il MFE, facendo leva sull’esigenza di sottoporre a un controllo democratico e di accelerare il processo integrativo che stava muovendo i suoi primi passi sul piano economico (attraverso l’OECE e i primi tentativi di unione doganale) e su quello militare (con il Patto di Bruxelles e il Patto atlantico), avrebbe dovuto tentare di spingere l’assemblea di Strasburgo a farsi promotrice della creazione di istituzioni federali europee. E ciò fu in effetti tentato sia con un lavoro di consulenza dei deputati, sia con la petizione a favore del Patto di Unione federale europea organizzata nel corso del 1950. La petizione, che ebbe soprattutto in Italia (dove fu sottoscritta da oltre 521.000 cittadini, fra i quali 246 parlamentari, adottata da 493 Consigli o giunte comunali e da 39 amministrazioni provinciali, e firmata anche dal Capo del governo Alcide De Gasperi, dal Presidente della Repubblica Luigi Einaudi e da numerosi ministri) un notevole successo, chiedeva all’Assemblea consultiva di redigere un progetto di patto federale, sulla base del quale si potessero realizzare una graduale unificazione economica, una politica estera comune e una difesa comune dei paesi aderenti al patto, e di raccomandarne la ratifica agli Stati membri del Consiglio d’Europa, i quali avrebbero dovuto impegnarsi a farlo entrare in vigore fra i paesi ratificanti non appena esso fosse stato ratificato da un numero di Stati la cui popolazione complessiva raggiungesse i cento milioni. Da notare che venne proposto il metodo dell’avanguardia (procedere con i paesi disponibili) che i governi applicarono nella costruzione della Comunità europea per il carbone e l’acciaio (CECA) e poi delle altre Comunità inizialmente con sei membri.

Questo primo tentativo non ebbe successo, ma subito dopo si presentò un’altra opportunità in occasione delle trattative sulla CED fra Francia, Germania, Italia e paesi del Benelux. Quando si concretizzò il disegno dei governi dei Sei di creare un esercito europeo sulla base di istituzioni simili a quelle della CECA, Spinelli si rese conto che la contraddizione di fondo del metodo funzionalistico (il voler creare l’unità europea senza uno Stato europeo) si manifestava in questo caso in termini così acuti e palesi (un esercito senza un governo democratico come guida politica) da aprire uno spazio importantissimo alla rivendicazione dell’unità federale e del metodo costituente; e sfruttò a fondo l’occasione soprattutto tramite il rapporto che riuscì a instaurare con De Gasperi. Il risultato principale di questa azione fu l’elaborazione da parte dell’assemblea allargata della CECA, definita Assemblea ad hoc, del progetto di statuto della CEP, di un progetto cioè molto avanzato e la cui approvazione avrebbe aperto la strada alla costruzione in tempi relativamente brevi dell’unità federale. Ciò non avvenne perché i governi, oltre a far rimaneggiare il progetto da parte di una conferenza diplomatica, lo subordinarono alla ratifica della CED, sicché la caduta di quest’ultima il 30 agosto 1954 di fronte al parlamento francese trascinò con sé la CEP, chiudendo per più decenni la prospettiva di un salto qualitativo dall’integrazione funzionalistica a quella federale.

La critica al Mercato comune e le campagne popolari per l’assemblea costituente europea (1954-1966).

Dopo il fallimento della CED, i governi europei ripiegarono sulla creazione del Mercato comune europeo (un obiettivo che era previsto nel progetto della CEP) e dell’Euratom. Gli ideatori dei Trattati di Roma erano guidati dalla convinzione, propria dell’impostazione funzionalistica, che l’integrazione economica avrebbe, prima o poi, condotto pressoché automaticamente all’unificazione politica. Il MFE denunciò questa illusione e ritenne più in generale che nella situazione successiva alla caduta della CED erano venuti meno tre fattori fondamentali — la spinta americana a favore dell’integrazione europea, il timore acuto dell’espansionismo sovietico (la morte di Stalin e i primi accenni di distensione Est-Ovest avevano contribuito in modo decisivo a far cadere la CED), il problema di evitare il riarmo nazionale tedesco — che avevano spinto i governi dei Sei su un piano inclinato in grado di aprire spazi reali di intervento federalista a favore della federazione europea. Non era certo venuta meno la necessità vitale dell’unificazione europea, dovuta alla crisi irreversibile degli Stati nazionali, ma non era realistico aspettarsi a tempi ravvicinati da parte dei governi una politica europeista paragonabile a quella che si era manifestata nel progetto della CED. In questa situazione si ritenne che il compito primario del MFE fosse quello di rivendicare in modo intransigente la federazione europea e la costituente europea e di mantenere viva nell’opinione pubblica tale rivendicazione sulla base di una critica radicale delle iniziative europeistiche dei governi, in attesa che la chiara dimostrazione della loro inadeguatezza creasse le condizioni per ottenere dai governi scelte più avanzate, e quindi con potenzialità federali. Questa linea, che portò a una sostanziale frattura fra il MFE e i partiti democratici e anche alla scissione dell’organizzazione federalista a livello europeo, si tradusse concretamente in una grande campagna a livello europeo per rivendicare il potere costituente del popolo europeo. Le tappe di questa campagna furono il Congresso del popolo europeo (CPE) e il Censimento volontario del popolo federale europeo.

La campagna del CPE, condotta sotto la guida di Spinelli negli anni 1956-1962, consistette nell’organizzazione (che si ispirava all’esempio del Congresso nazionale indiano di Gandhi) di una specie di elezioni primarie (fu il primo esempio in tal senso in Europa) in varie città d’Europa per dare vita a un congresso permanente dei rappresentanti del popolo europeo, il quale attraverso il coinvolgimento di un numero sempre più grande di cittadini europei avrebbe dovuto raggiungere la legittimità democratica e il peso politico necessari per forzare i governi alla convocazione della costituente europea. La campagna si esaurì dopo che i partecipanti alle elezioni del CPE raggiunsero la quota di 650.000, dei quali 455.000 in Italia. La mobilitazione dell’opinione pubblica a favore della convocazione della costituente europea fu ripresa fra il 1963-1966 sotto la guida di Albertini (che sostituì Spinelli alla guida del MFE) attraverso la campagna del Censimento volontario del popolo federale europeo, che avrebbe dovuto sboccare nel rilancio su ampia scala del CPE. Anche questa campagna si esaurì dopo aver raggiunto circa 100.000 adesioni, la maggior parte delle quali in Italia. Va precisato che mentre la maggioranza del MFE italiano portò avanti la Campagna del Censimento, la maggioranza del MFE sovranazionale si impegnò nella campagna del Fronte democratico europeo, cioè in un’azione (per l’Italia fu in prima linea al riguardo Umberto Serafini, membro del MFE e segretario generale dell’Associazione italiana per il consiglio dei comuni e delle regioni d’Europa) diretta specificamente a collegare in modo organico alla lotta federalista i settori della società e del sistema politico degli Stati europei non disposti ad accettare passivamente le caratteristiche antidemocratiche dell’integrazione europea.

Le campagne del CPE e del Censimento non portarono alla costituente europea, ma ebbero il merito di mantenere viva, in una fase storica in cui i successi dell’integrazione economica tendevano a nascondere i limiti strutturali delle Comunità europee, l’alternativa democratica e federale a una costruzione europea, la quale era debole e precaria proprio perché escludeva la partecipazione popolare. Anche se solo una piccola parte dell’opinione pubblica fu in grado di conoscere il messaggio dei federalisti, queste campagne popolari costituirono il primo esempio nella storia europea di un’azione politica di base capace di svilupparsi in modo unitario al di là delle frontiere nazionali in diversi paesi d’Europa e dimostrarono d’altra parte che, ogni qualvolta si richiedeva ai cittadini di esprimersi a favore dell’unità europea completa e della partecipazione popolare alla sua costruzione, la risposta era largamente positiva. Questo impegno è stato decisivo per la costruzione di una forza federalista autonoma e, quindi, di una riserva di capacità mobilitativa che si è dimostrata di grande utilità in una condizione diversa.

La lotta per l’elezione diretta del Parlamento europeo (1967-1979).

A partire dal 1967 il MFE decise di concentrare il proprio impegno strategico nella lotta per l’elezione diretta del Parlamento europeo (PE) intesa come tappa intermedia per giungere alla costituente europea, indicando altresì nell’elezione unilaterale dei rappresentanti italiani (e possibilmente di altri paesi) nel PE la via concreta per avvicinarsi all’elezione generale, aggirando l’ostacolo rappresentato dall’opposizione di de Gaulle a questo obiettivo. Va precisato che l’appoggio all’elezione diretta del PE era già stato fatto proprio dalla parte delle organizzazioni federaliste che non condividevano la critica radicale di Spinelli e Albertini nei confronti dei Trattati di Roma. La decisione di schierarsi a favore di questa rivendicazione da parte del MFE si fondava su tre convinzioni derivanti dall’analisi dello sviluppo effettivo del processo di integrazione europea.

Da una parte, il successo del Mercato comune creava una situazione che, pur sembrando confermare ai governi l’opportunità della scelta funzionalistica, creava, di fatto, una contraddizione sempre più acuta fra l’avanzamento dell’integrazione economica e il blocco dell’evoluzione istituzionale comunitaria (il compromesso di Lussemburgo del gennaio 1966 aveva di fatto bloccato il passaggio al voto a maggioranza nel Consiglio dei ministri e il rafforzamento della Commissione della CEE), rendendo sempre più intollerabili i deficit di efficienza e di democrazia, ma soprattutto dimostrando in termini così palesi l’inconsistenza della tesi del passaggio automatico dall’integrazione economica a quella politica, da rendere possibile una convergenza, sul tema dell’elezione europea, fra l’europeismo presente nei partiti democratici e l’azione federalista. Inoltre, l’elezione diretta, pur non accompagnata dalla contestuale attribuzione di poteri reali al PE, avrebbe avuto un oggettivo significato costituente. Essa infatti, inducendo la formazione di un sistema europeo dei partiti e la legittimazione popolare del PE, avrebbe spinto quest’ultimo all’assunzione di fatto di un ruolo costituente, dal momento che l’avanzamento dell’integrazione economica poneva i governi di fronte a problemi (la politica congiunturale, l’unificazione monetaria, la programmazione a livello europeo, i prezzi agricoli, e così via) che non potevano essere efficacemente risolti senza avviare la costruzione di un governo democratico europeo. Infine, la prospettiva sempre più concreta dell’ingresso della Gran Bretagna nella Comunità (perseguito anche con il chiaro intento di bloccarne l’evoluzione politica) rendeva essenziale identificare una strategia che, facendo leva sulle contraddizioni aperte dall’integrazione funzionalistica, identificasse come obiettivi intermedi, e quindi compatibili con la situazione di potere creatasi, dei passaggi istituzionali potenzialmente federatori, che potessero essere fatti propri dai governi in occasione della manifestazione di qualche inevitabile impasse.

L’obiettivo della elezione diretta del Parlamento europeo, e l’avvio in Italia della campagna per l’elezione diretta unilaterale da parte del nostro paese, segnarono quindi la nascita della fase strategica del cosiddetto gradualismo costituzionale, che prevedeva come tappa successiva la moneta unica, ulteriore passaggio chiave per arrivare alla possibilità della creazione di un vero governo europeo.

Una volta presa la decisione di impegnarsi a favore dell’elezione diretta del PE (cominciando con le elezioni unilaterali), il MFE portò avanti questo impegno con un’indistruttibile perseveranza e soprattutto si sforzò seriamente di organizzare una consistente mobilitazione popolare intorno all’elezione europea. I momenti più significativi di questa mobilitazione furono:

— la presentazione al Senato italiano nel 1969 di una proposta di legge di iniziativa popolare (fu la prima presentata in Italia) per l’elezione diretta dei rappresentanti italiani nel PE firmata da circa 65.000 cittadini, con firme debitamente autenticate; questa iniziativa fu ripresa nel 1973 dalle Regioni Piemonte, Umbria e Abruzzo con la presentazione alle Camere di proposte di legge di iniziativa regionale identiche a quella presentata dal MFE al Senato;

— la Campagna di informazione e dibattito sull’elezione europea e l’unione europea (svolta nel 1975 in connessione con la Missione del premier belga Tindemans diretta a far progredire l’integrazione europea) che ebbe come suoi aspetti più importanti una petizione popolare al PE a favore di un suo ruolo costituente firmata da 150.000 cittadini e una manifestazione a Roma, in occasione del Consiglio europeo dell’1-2 dicembre 1975 (che decise di indire le elezioni europee ad una data unica nel 1978; ci fu poi lo spostamento di un anno), a cui parteciparono 4.000 federalisti, una delegazione dei quali (guidata da Albertini e dal Presidente del CIME Giuseppe Petrilli) fu ricevuta dal presidente di turno del Consiglio europeo, Aldo Moro; stimolato dai federalisti, il governo italiano ottenne la decisione da parte del Consiglio europeo di realizzare le elezioni europee, anche nel caso di una mancata partecipazione ad esse da parte di Gran Bretagna e Danimarca (le quali successivamente si adeguarono per evitare di rimanere isolate);

— l’organizzazione (fra il 1976 e il 1978) di una sistematica azione sui partiti per spingerli a inserire nei loro programmi per le elezioni europee l’impegno a favore di una riforma in senso federale del sistema comunitario;

– la manifestazione a Strasburgo il 17 luglio 1979 di fronte alla sede del PE in occasione della prima seduta dopo l’elezione di giugno a cui parteciparono 5.000 giovani europei in rappresentanza delle organizzazioni federaliste e delle forze democratiche, e in cui si chiese al PE di impegnarsi a favore di un governo europeo, di una moneta europea, di un forte bilancio comunitario.

Questo impegno ha indubbiamente contribuito in modo decisivo al raggiungimento dell’elezione diretta del PE (e poi al successo della prima elezione europea), la quale, non a caso, fu decisa dai governi europei nel contesto della crisi dell’integrazione economica europea degli anni Settanta (instabilità monetaria, crisi energetica, fallimento del serpente monetario), cioè in una situazione che richiedeva imperiosamente un forte rilancio dell’integrazione — e quindi il coinvolgimento dell’opinione pubblica — per evitare il suo fallimento. Va sottolineato che la crisi degli anni Settanta ha dimostrato che il MFE aveva ragione quando nella sua dura critica ai Trattati di Roma aveva sostenuto che l’integrazione europea, a causa dei suoi deficit istituzionali, sarebbe entrata in una gravissima impasse (come in effetti avvenne) non appena si fosse manifestata una seria crisi economica.

Dal progetto di Trattato Spinelli al Trattato di Maastricht (1980-1993).

Dopo l’avvio della prima legislatura europea (1979-1984) gli sforzi del MFE si concentrarono sullo sfruttamento del potenziale costituente del nuovo PE. A questo riguardo si sviluppò un’azione combinata fra Spinelli all’interno del PE e l’impegno dei federalisti per mobilitare, nell’opinione pubblica, nei partiti, nei parlamenti nazionali, negli enti locali, nelle organizzazioni economico-sociali, un vasto consenso intorno all’iniziativa del PE per una rifondazione istituzionale delle Comunità.

Spinelli aveva deciso negli anni Sessanta di lasciare la guida del MFE (pur restandone sempre membro) e di proseguire la sua lotta federalista all’interno delle istituzioni comunitarie. Attraverso la creazione del Comitato italiano per la democrazia europea e dell’Istituto affari internazionali instaurò rapporti organici con la classe politica che gli permisero di diventare membro della Commissione europea dal 1970 al 1976 e quindi membro del PE, dal 1976 al 1979 in quanto membro della delegazione del Parlamento italiano al PE e dal 1979 fino alla sua morte nel 1986 in quanto eletto direttamente. Va ricordato che si fece eleggere come indipendente nelle liste del Partito comunista per favorire il processo di piena integrazione di questo partito non solo nel sistema liberaldemocratico ma anche nella politica europeistica italiana. All’interno del PE direttamente eletto Spinelli, assieme a un piccolo gruppo di parlamentari che diede vita al Club del Coccodrillo, riuscì ad impegnare progressivamente l’intero Parlamento nella elaborazione di un nuovo Trattato per l’Unione europea che prevedeva la trasformazione delle Comunità in una federazione con poteri effettivi di governo nel campo dell’unione economico-monetaria e un meccanismo che avrebbe reso possibile il trasferimento a livello federale, senza bisogno di nuovi trattati, delle competenze nel campo della politica estera e della sicurezza. Questo progetto, che, ispirandosi alla Convenzione di Filadelfia, prevedeva l’entrata in vigore fra i paesi ratificanti, purché fossero la maggioranza e con una popolazione complessiva di 2/3 di quella comunitaria, fu approvato dal PE il 14 febbraio 1984 a larghissima maggioranza.

La campagna sistematica del MFE di sostegno al progetto Spinelli cominciò fin dalla creazione del Club del Coccodrillo nel 1980 ed ebbe il suo momento più alto nella manifestazione di massa a Milano del 28-29 giugno 1985 (in occasione del Consiglio europeo che convocò la Conferenza intergovernativa che redasse l’Atto unico europeo – AUE), a cui parteciparono 100.000 persone provenienti da tutta l’Europa. Ciò non bastò ad ottenere l’accoglimento da parte dei governi delle richieste più avanzate espresse dal PE, ma il fatto che questo, con l’autoassunzione di un ruolo costituente, abbia proposto un progetto di riforma globale in senso federale del sistema comunitario ha contribuito in modo decisivo alla fase fortemente evolutiva dell’integrazione europea sboccata nel Trattato di Maastricht.

Intanto la decisione di convocare la Conferenza intergovernativa che elaborò l’Atto unico fu adottata — su iniziativa della presidenza di turno italiana, con Bettino Craxi presidente del Consiglio e Giulio Andreotti Ministro degli esteri — a maggioranza, superando l’opposizione dei governi britannico, danese e greco. Con l’AUE, d’altra parte, oltre all’introduzione di alcune riforme istituzionali consistenti nell’estensione del principio del voto a maggioranza da parte del Consiglio dei ministri e nel rafforzamento dei poteri del PE, fu lanciato il programma del completamento del mercato interno e, quindi, furono poste le basi per rilanciare l’obiettivo dell’unione monetaria. Quest’ultima era già stata portata all’attenzione della classe politica e dirigente, e dei governi, dal MFE a partire dall’inizio degli anni Settanta, anche con iniziative di rilevanza europea. Mentre, infatti, i governi e le diplomazie cercavano di studiare in termini confederali le possibili risposte alle inevitabili contraddizioni, accresciute dalla fine del sistema di Bretton Woods, poste all’interno del mercato comune dalla coesistenza di diverse monete nazionali, regolate da politiche monetarie e di cambio che rispondevano a differenti logiche nazionali, i federalisti furono i primi a denunciare i limiti dell’approccio intergovernativo e a porre sul tappeto la questione della creazione di una moneta unica e del suo legame con la creazione di uno Stato federale europeo. Il fatto di aver posto in termini chiari la questione e di aver raccolto consensi autorevoli si rivelò decisivo quando l’avvio della costruzione del mercato unico pose con ancora maggiore evidenza la necessità di affrontare il problema dell’unione monetaria. In effetti la realizzazione della libera circolazione dei capitali (prevista per il 1990) era incompatibile (come capirono anche il presidente della Commissione europea Jacques Delors e il suo consigliere Tommaso Padoa-Schioppa) con un sistema di cambi fissi, in quanto avrebbe indotto enormi movimenti speculativi delle monete nazionali, e imponeva il passaggio alla moneta unica per mantenere in vita il mercato unico. Fu proprio l’intreccio di questa spinta intrinseca alla realizzazione del mercato unico con la svolta epocale degli anni 1989-91 — la riunificazione tedesca conseguente alla dissoluzione del sistema bipolare, che rendeva acuta l’esigenza di inquadrare l’ulteriore rafforzamento della Germania in un irreversibile approfondimento dell’integrazione europea, e la fine della divisione dell’Europa in due blocchi contrapposti, che poneva l’urgenza dell’integrazione dei paesi centro-orientali nel sistema comunitario e modificava radicalmente i rapporti con gli USA — a portare alla approvazione del Trattato di Maastricht, che, assieme a un importante rafforzamento del PE e all’avvio della cooperazione nei settori della sicurezza esterna e interna, stabilì l’obiettivo fondamentale della moneta unica europea.

In questo contesto il ruolo del MFE si manifestò soprattutto in due settori.

In primo luogo, ci fu un forte impegno a favore dell’unione monetaria, proseguendo e approfondendo il lavoro politico sistematico su questo tema che aveva già avuto inizio subito dopo la realizzazione dell’unione doganale nel 1968 e che aveva avuto un momento molto importante anche nella campagna per la partecipazione dell’Italia al Sistema monetario europeo istituito nel 1979. La convinzione che stava alla base di questo impegno era che l’unione monetaria, completando lo svuotamento della capacità da parte dei governi nazionali di attuare politiche macroeconomiche, avrebbe reso sempre più indifferibile la creazione di un governo federale europeo. In secondo luogo, l’impegno a favore della costituente europea ebbe in questa fase la sua manifestazione più spettacolare nella proposta di legge di iniziativa popolare (promossa dal MFE nel 1988 e sottoscritta da circa 120.000 cittadini italiani), la quale portò al referendum consultivo tenutosi il 18 giugno 1989 (simultaneamente alle elezioni europee), in occasione del quale l’88% degli italiani che parteciparono alle elezioni europee si espresse a favore di una Costituzione federale europea e di un ruolo costituente del PE. Questo risultato — unitamente all’organizzazione di manifestazioni a Roma con la partecipazione di migliaia di federalisti in occasione dei Consigli europei del 27-28 ottobre e del 14-15 dicembre 1990 presieduti da Andreotti — ha indubbiamente reso più convinto ed efficace l’impegno in senso sovranazionale del governo italiano nel quadro dell’approvazione del Trattato di Maastricht.

Dal Trattato di Maastricht al Trattato di Lisbona (1994-2007).

Nel periodo successivo all’entrata in vigore del Trattato di Maastricht il MFE ha concentrato la sua azione anzitutto a sostegno della effettiva realizzazione dell’unione monetaria – considerata una tappa strategica in direzione di una costituzione federale europea – e della partecipazione ad essa dell’Italia. A questa azione si è venuto affiancando un impegno sempre più intenso e sistematico a favore dell’assunzione da parte dell’Europa di un ruolo attivo ed autonomo sul piano mondiale per dare una risposta efficace alle sfide emergenti dalla globalizzazione e dalla fase post-bipolare.

Il MFE ha sempre visto fin dal Manifesto di Ventotene la federazione europea come tappa fondamentale in vista della federazione mondiale già preconizzata da Kant. Questa tesi si fondava sulla convinzione che la crescente interdipendenza internazionale — prodotta dallo sviluppo della rivoluzione industriale e vista come fattore fondamentale della crisi storica degli Stati nazionali europei — era alla lunga destinata a rendere inadeguati gli Stati di dimensioni continentali e a far quindi scendere l’ideale dell’unificazione mondiale dal regno dell’utopia a quello della possibilità storica. Questo discorso ebbe uno sviluppo molto significativo a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta, e trovò una formulazione molto efficace nella parola d’ordine “Unire l’Europa per unire il mondo”, lanciata dal congresso di Bari del MFE del 23-24 febbraio 1980. In sostanza si tradusse in termini politici la presa di coscienza che lo sviluppo dell’interdipendenza umana al di là delle barriere nazionali stava raggiungendo – nel contesto della transizione dalla società industriale a quella postindustriale fondata sulla rivoluzione tecnica e scientifica — un livello tale da fare non solo assumere una dimensione mondiale a tutti i problemi di fondo, ma anche emergere delle vere e proprie sfide alla sopravvivenza dell’umanità (il pericolo dell’olocausto nucleare ed ecologico, il divario fra il Nord e il Sud del mondo, avente la sua manifestazione più clamorosa nell’appropriazione da parte del 20% della popolazione mondiale dell’80% delle risorse mondiali, l’interdipendenza economica globale non governata), le quali potevano trovare una risposta valida solo nell’avvio della costruzione graduale ma effettiva dell’unità mondiale.

Nel contesto di un mondo che diventa una comunità di destino e in cui l’alternativa “unirsi o perire” (fattore decisivo alla base del processo di integrazione europea) tende a mondializzarsi è diventata sempre più attuale l’esigenza di un’Europa capace di agire sul piano internazionale per poter attuare – in corrispondenza con il suo interesse vitale – una politica di unificazione mondiale i cui percorsi concreti in questa fase storica appaiono: a) l’esportazione, tramite le integrazioni regionali, dell’esperienza europea di integrazione-pacificazione in altre aree del mondo; b) la rifondazione e il rafforzamento delle organizzazioni internazionali globali a partire dall’ONU. Questa esigenza, già fortemente avvertita anche dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica nella seconda metà degli anni Ottanta (ai tempi degli accordi sul disarmo e in coincidenza con il tentativo di riforma interna dell’URSS avviato da Gorbatchev con la perestroika), è diventata particolarmente pressante in seguito all’affermarsi del sistema monopolare che ha posto sulle spalle degli USA pesi sempre più insostenibili e nello stesso tempo alimentato la tentazione di una risposta in termini egemonico-imperiali al problema dell’unificazione mondiale. Per l’Unione europea, che con la moneta unica e il progressivo allargamento all’intera Europa ha accresciuto in modo decisivo la sua rilevanza economica sul piano mondiale, è venuta all’ordine del giorno, secondo il MFE, l’esigenza impellente di realizzare una politica estera, di sicurezza e di difesa unica — ben al di là dei meccanismi di cooperazione intergovernativa in questi settori introdotti con il Trattato di Maastricht e i successivi Trattati di Amsterdam e di Nizza —, per costruire una partnership fra uguali con gli USA e dar vita in tal modo al nucleo di avanguardia della politica di unificazione mondiale.

La realizzazione della moneta europea con l’autoesclusione della Gran Bretagna, l’allargamento ai paesi centro-orientali desiderosi di entrare nel sistema comunitario ma orientati a coglierlo come un’opportunità economica e non come un obiettivo politico, l’esigenza al tempo stesso improcrastinabile di un governo economico e solidale per completare l’Unione monetaria, la necessità di un ruolo attivo a favore del progresso e della pace del mondo, ponevano all’ordine del giorno in termini sempre più stringenti il problema di una costituzione federale europea tra i membri della nascente eurozona, onde rendere efficiente, democratica e irreversibile l’unificazione europea. Una delle iniziative più significative in questo senso fu il documento reso pubblico nel 1994 da Wolfgang Schäuble (presidente del gruppo parlamentare della CDU/CSU, il partito al governo in Germania con il Cancelliere Kohl), e da Karl Lamers, che poneva la questione dell’urgenza della nascita della moneta unica (in quel momento ancora incerta), a partire dai paesi già pronti, sul piano della finanza pubblica, a farlo, e sottolineava l’esigenza che l’avvio dell’Unione monetaria si accompagnasse alla nascita dell’unione politica, per rendere l’unificazione europea irreversibile e tale da garantire all’intera Europa stabilità politica ed economica. Da parte sua, su questo tema, il MFE ha continuato i suoi sforzi di pungolo alla classe politica e di mobilitazione dell’opinione pubblica, realizzando, tra l’altro, delle manifestazioni con migliaia di partecipanti in occasione delle riunioni del Consiglio europeo, tenutesi a Torino il 29 marzo 1996 e a Firenze il 22 giugno 1996. A partire dal 1997 si è quindi dato inizio a una Campagna per la Costituzione federale europea attuata a livello sovranazionale. Questa campagna ha avuto un momento particolarmente rilevante nella manifestazione europea organizzata a Nizza il 7 dicembre 2000 — in occasione della riunione del Consiglio europeo che ha approvato il Trattato di Nizza integrato da un protocollo, voluto dai governi italiano e tedesco, dal quale è scaturita la decisione assunta a Laeken il 15 dicembre 2001 di convocare la Convenzione europea — a cui hanno partecipato 10.000 persone e la cui rivendicazione fondamentale è stata una costituzione federale da realizzarsi con un metodo costituente democratico.

Alla richiesta dei federalisti e del PE i governi hanno risposto con la convocazione della Convenzione europea presieduta da Valéry Giscard d’Estaing. In tal modo sono stati recepiti alcuni aspetti del modello della costituente democratica: la partecipazione dei parlamentari europei e nazionali (già sperimentata con l’elaborazione della Carta dei diritti fondamentali varata a Nizza); la trasparenza delle riunioni; l’ascolto della società civile. Si è però mantenuto il principio dell’unanimità sia nelle delibere della Convenzione, sia nell’approvazione finale da parte dei governi del testo elaborato dalla Convenzione, sia nella sua ratifica da parte degli Stati. Il MFE si è impegnato a fondo per favorire l’approvazione di un progetto di costituzione più avanzato possibile — mentre una significativa minoranza guidata dalla sezione di Pavia, estremamente critica riguardo al processo di rinazionalizzazione ormai in corso nell’UE, riteneva già al momento della convocazione che i risultati della Convenzione non potessero essere che deludenti perché nel pensare alla riforma dei trattati (voluta in vista dell’imminente allargamento) si era rinunciato a prendere in considerazione l’esigenza di un’integrazione differenziata tra i paesi con diversa vocazione europeista; e riteneva, quindi, che solo partendo da un’avanguardia degli Stati fondatori delle Comunità, fosse possibile realizzare una costituzione. Il MFE, comunque, pur considerando il progetto elaborato dalla Convenzione insoddisfacente ha però ritenuto che il Trattato che istituiva una Costituzione per l’Europa contenesse dei passi avanti in direzione del federalismo e della partecipazione democratica e che inoltre il fatto di definirsi una costituzione (con i simboli ad essa connessi), anche se non dava vita ad uno Stato federale, fornisse una leva per rivendicare immediatamente ulteriori decisivi passi avanti verso una piena federalizzazione, essendo insostenibile una costituzione senza Stato. Il MFE si è pertanto impegnato a favore della ratifica del Trattato costituzionale che però è stato bloccato dall’esito negativo dei referendum tenutisi nel maggio-giugno 2005 in Francia e in Olanda, anche se il progetto è stato comunque ratificato dalla maggioranza degli Stati e della popolazione dell’UE.

Dopo l’impasse del 2005 il MFE ha cercato di rilanciare il processo costituente. Identificando nel principio dell’unanimità, cioè nel veto nazionale, il fattore che impedisce gli avanzamenti che sono drammaticamente urgenti, ha compiuto la scelta di concentrarsi sullo scioglimento di questo nodo cruciale. Mentre, contemporaneamente, la minoranza (sempre sulla base della critica ai nuovi orientamenti assunti dall’UE in seguito all’allargamento che ne aveva indebolito gravemente la vocazione politica) proseguiva la campagna a sostegno della nascita di un’avanguardia federale all’interno dell’UE attraverso la stipula di un Patto federale tra i paesi fondatori, l’obiettivo strategico dell’azione federalista condotta a livello europeo nel 2006-2007 divenne ottenere che il progetto di Costituzione (rielaborato e migliorato per tenere conto degli esiti dei referendum in Francia e Olanda) fosse sottoposto a un referendum consultivo europeo nello stesso giorno delle elezioni europee del 2009 e che entrasse in vigore, fra i paesi ratificanti, se fosse stato approvato dalla doppia maggioranza degli Stati e della popolazione dell’UE. Va sottolineato che l’idea del referendum europeo, che fu un punto qualificante della campagna per il Congresso del popolo europeo, si fonda sulla considerazione che i referendum nazionali sono una truffa perché mescolano la scelta relativa all’unità europea con le lotte politiche interne e non permettono ai cittadini europei di esprimersi in quanto tali.

Alle richieste federaliste — appoggiate anche da una raccolta di firme che però non ebbe il tempo di svilupparsi adeguatamente — i governi hanno risposto con l’approvazione alla fine del 2007 del Trattato di Lisbona (che sarebbe entrato formalmente in vigore alla fine del 2009). Questo testo ha mantenuto con alcune attenuazioni (ed ulteriori clausole derogatorie per venire incontro alle richieste ceche, irlandesi e polacche) le principali riforme contenute nel Trattato costituzionale, ma ha eliminato ogni riferimento anche simbolico al concetto di costituzione, proprio con l’intento di limitare il più possibile le aspettative di una rapida ripresa del processo di cambiamenti istituzionali in direzione federale. In definitiva il sistema istituzionale in cui è sboccato il processo che ha avuto inizio subito dopo l’entrata in vigore dell’Unione monetaria contiene accanto ad alcuni importanti aspetti federali (in particolare la relativa autonomia della Commissione, il primato del diritto comunitario garantito dalla Corte di giustizia, il ruolo del PE eletto direttamente, il voto a maggioranza per una parte delle decisioni del Consiglio del ministri) un nocciolo duro (pesante come un macigno) di natura confederale rappresentato dalle decisioni unanimi nei settori delle finanze, della politica estera, di sicurezza e difesa, della revisione istituzionale, dal diritto di secessione e dal fatto che il vero governo dell’UE è un organo, il Consiglio europeo, simile ai congressi della Santa Alleanza.

L’Unione Europea di fronte all’alternativa: federazione europea o disgregazione (2008-2013).

Nello stesso anno (il 2007) in cui i governi hanno firmato il TdL ha avuto inizio, con lo scoppio della bolla immobiliare negli USA, la più grave crisi che l’economia mondiale abbia dovuto affrontare dopo quella iniziata nel 1929. La grande recessione, che è tutt’ora in corso, ha, secondo i federalisti, la sua causa profonda nella contraddizione fra, da una parte, la globalizzazione, che ha portato l’interdipendenza fra tutti i paesi del mondo a un livello tale da dare vita ad un mercato e ad una società per molti aspetti di dimensioni mondiali, e, dall’altra parte, la mancanza di un ordine mondiale in grado di governare questa realtà. L’esigenza di far nascere un sistema internazionale in grado di avviare la transizione verso l’unificazione pacifica e democratica del mondo (già alimentata dalle sfide alla sopravvivenza dell’umanità rappresentate in particolare dalla questione ecologica e da quella delle armi di distruzione di massa) e, conseguentemente, di completare, come primo e determinante passo in tale direzione, l’unificazione federale dell’Europa è diventata pertanto improrogabile.

Prima di vedere in concreto la situazione dell’integrazione europea e l’impegno federalista in essa, va sottolineato che la crisi iniziata nel 2007 ha messo in luce la debolezza strutturale dell’economia americana, caratterizzata da un quadruplice gravissimo deficit (commerciale, budgetario, bancario e privato), che riflette in sostanza l’impossibilità di conciliare i pesi derivanti dalla posizione di prima potenza politico-militare mondiale con uno sviluppo economico sano e sostenibile. E va pure sottolineato che in questo periodo sono emerse, pur in un contesto caratterizzato dalla persistenza di enormi sacche di povertà, nuove potenze economiche mondiali (si pensi in particolare a Cina, India, Brasile, Indonesia, Russia, Sudafrica) fornite di una forte dinamica di sviluppo, per cui si sta di fatto affermando un sistema pluripolare e la fine dell’indiscusso dominio dell’Occidente.

Venendo al processo di integrazione europea, il dato di fondo che è emerso nel contesto della crisi finanziaria, economica e sociale mondiale è la crisi esistenziale dell’integrazione europea. In sostanza l’unificazione europea, che è ancora in mezzo al guado, si è venuta a trovare di fronte al pericolo estremamente concreto della sua disgregazione. In effetti è in atto una spinta economica alla disgregazione costituita fondamentalmente dalla radicalità della crisi dell’euro. Gli attacchi da parte dei mercati ai debiti sovrani dei paesi europei e il costo a cui gli Stati più indebitati e in crisi economica devono finanziarsi sui mercati, non solo sono insostenibili e vanificano le politiche di risanamento aprendo la strada all’insolvenza e alla recessione, ma sono anche il segno delle contraddizioni intrinseche ad un’unione monetaria realizzata senza creare un’unione economica e del conseguente drammatico divario economico e politico apertosi nell’ambito dell’UEM tra paesi del nord e paesi del sud. Deve innanzitutto essere ben chiaro che, se cade l’euro, il ritorno alle monete nazionali avrebbe non solo costi finanziari enormi, ma farebbe saltare il mercato comune in conseguenza del ritorno alle svalutazioni competitive e a varie forme di protezionismo. In sostanza sarebbe la fine di un ciclo storico di sessant’anni che ha garantito ai cittadini europei una situazione di pace e un progresso politico-civile ed economico-sociale mai raggiunti in passato. Sarebbe una catastrofe di immani proporzioni per tutti gli europei, ma con conseguenze gravissime per il mondo intero, data l’esemplarità del processo di pacificazione europea e il ruolo decisivo che l’Europa unita è chiamata a svolgere per la costruzione di un mondo più giusto, più pacifico ed ecologicamente sostenibile. Inoltre, la crisi ha dimostrato (e gli stessi governi e le istituzioni europee ne hanno preso coscienza) che l’euro può sopravvivere solo se si consolida l’unione monetaria completandola con quella economica e quella politica (che implicano, come primo passo, insieme all’unione bancaria in via di definizione, la nascita di un bilancio ad hoc dell’eurozona dotato di risorse proprie, e quindi l’avvio di una capacità fiscale autonoma dell’area della moneta unica)

Bisogna, nello stesso tempo, prendere però atto che è in corso anche una spinta politica alla disgregazione, derivante dal rafforzarsi delle tendenze contrarie all’unificazione europea, a cui si accompagnano contrapposizioni di tipo nazionalistico fra i paesi europei. Alle accuse di egoismo nei confronti dei paesi economicamente forti si contrappongono, da parte di questi ultimi, accuse di parassitismo e di mancanza di disciplina economica nei confronti dei paesi in difficoltà. In questo contesto si segnalano diffuse preoccupazioni circa il ruolo egemonico della Germania nell’UE che evocano i fantasmi di un passato in cui la “questione tedesca” è stata il fondamentale fattore conflittuale sboccato nelle guerre mondiali. E’ evidente la pericolosità del diffondersi di queste tendenze euroscettiche e nazionalistiche rispetto alla tenuta e all’avanzamento dell’unificazione europea.

Alla base di queste spinte disgregative ci sono i deficit di efficienza e di democrazia che da sempre caratterizzano il processo di integrazione europea e che si sono accentuati con l’istituzione dell’unione monetaria ed esasperati con la crisi finanziaria ed economico-sociale iniziata nel 2007. L’inefficienza — legata alla natura fondamentalmente confederale, e quindi bloccata dai veti nazionali, delle istituzioni europee — significa nella fase attuale soprattutto la lentezza e l’insufficienza degli interventi; mentre il deficit democratico rende estremamente difficile l’esercizio della solidarietà tra paesi e quindi determina l’incapacità di affrontare seriamente la crisi combinando il necessario risanamento finanziario con una crescita ecologicamente e socialmente sostenibile e territorialmente equilibrata.

La crisi ha dunque evidenziato la necessità di dar vita, nell’eurozona, ad un potere di natura statuale, che sia democratico, ossia legittimato direttamente dai cittadini, ed efficiente, ossia dotato di risorse proprie, sia in campo finanziario, sia in campo amministrativo.

 

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Nel quadro generale dei deficit di efficienza e di democrazia caratterizzanti l’integrazione europea emerge come fattore disgregativo di importanza centrale lo squilibrio economico che si è venuto formando (ed accentuandosi nel corso della attuale crisi) fra i paesi forti e i paesi deboli dell’unione monetaria. In sostanza fra il nucleo centrale guidato dalla Germania, di cui fanno parte Finlandia, Benelux e Austria (con la Francia in una situazione intermedia), e i paesi periferici, i più importanti dei quali sono Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda. Questo squilibrio (in patente contrasto rispetto all’impegno a favore della coesione economica, sociale e territoriale indicato come fondamentale nei trattati europei, anche in quanto fattore di ampliamento del mercato interno), che si manifesta in una pluralità di divari (relativi a tasso di sviluppo, disoccupazione, squilibri interni agli Stati, fasce di povertà, produttività, competitività, squilibri commerciali e nella bilancia dei pagamenti, indebitamento e connesso spread) è la ragione preminente della precarietà dell’euro. Il punto fondamentale è che comporta il rischio estremamente concreto del tracollo dei debiti sovrani dei paesi in difficoltà, con conseguente uscita dall’euro e avvio, sul piano economico, della disgregazione.

Lo squilibrio economico-territoriale è d’altra parte anche il fattore fondamentale alla base delle tendenze nazionalistiche che minano sul piano politico l’integrazione. Nei paesi in difficoltà emergono inevitabilmente — lo dimostra l’esperienza degli squilibri all’interno degli Stati, che producono (si veda l’Italia) spinte regional-nazionalistiche disgregative — recriminazioni nazionalistiche nei confronti dei paesi forti (e in particolare del più forte dei forti: la Germania sospettata o esplicitamente imputata di propensioni egemoniche) accusati di trarre vantaggi dall’integrazione a danno dei paesi deboli. Nei paesi forti spuntano tendenze nazionalistiche, sia come reazione alle accuse provenienti dai paesi periferici, sia perché i paesi in difficoltà appaiono, a causa delle loro inefficienze economiche, come una palla al piede per lo sviluppo complessivo dell’Europa.

Se ciò è chiaro, la questione cruciale è precisare la via attraverso cui si può procedere verso il superamento dell’inefficienza dell’unificazione europea e, quindi, degli inaccettabili squilibri economico-territoriali che la caratterizzano e che la indirizzano verso la disgregazione. La sfida è chiaramente il passaggio dall’integrazione economica essenzialmente negativa (cioè l’eliminazione degli ostacoli al libero movimento delle merci, delle persone, dei capitali e dei servizi) a un’integrazione economica che sia anche positiva (cioè forti politiche sopranazionali dirette ad affrontare gli squilibri inevitabilmente prodotti dal mercato non adeguatamente governato). La creazione del mercato unico, di cui l’unione monetaria è una componente assolutamente necessaria soprattutto perché elimina il protezionismo legato alla fluttuazione dei cambi, è stata certamente un fattore decisivo di sviluppo economico e quindi di progresso connessi con l’allargamento dei mercati. Ma, mentre la formazione di un’economia di dimensioni europee (e mondiali per molti aspetti) ha inevitabilmente indebolito in modo sostanziale l’efficacia degli strumenti nazionali di governo dell’economia, essa non è stata accompagnata dalla istituzione di strumenti europei capaci di realizzare una efficace politica di coesione economica, sociale e territoriale ed anche una politica anticiclica, che in un sistema integrato solo a livello europeo può essere incisiva. Pertanto l’aver integrato economicamente paesi con forti differenziali di crescita, di produttività e di efficienza senza introdurre una strutturale solidarietà, che con i cosiddetti fondi strutturali ha un carattere appena embrionale, non poteva non produrre, pur nel quadro di una crescita complessiva dell’economia europea, i gravi squilibri che conosciamo e che sono, come si è detto, all’origine della precarietà dell’euro e del diffondersi delle tendenze nazionalistiche.

Va qui sottolineato che gli squilibri fra i paesi europei dipendono anche da responsabilità nazionali (sprechi, parassitismi, corruzione, evasione fiscale, illegalità di massa, inefficienza della pubblica amministrazione, e così via), le quali impongono un serio impegno di risanamento. Esse, come mostrano tutti gli studi rigorosi (e non viziati da pregiudizi nazionali o regionali) sulla problematica degli squilibri all’interno degli Stati, costituiscono però un fattore aggiuntivo rispetto al fattore fondamentale di natura sistemica coincidente con la mancanza di una seria integrazione economica positiva. E va d’altra parte sottolineato che la solidarietà strutturale a livello europeo disporrebbe di mezzi efficaci, tra l’altro attraverso forme di condizionalità degli interventi riequilibratori, per spingere vigorosamente verso i risanamenti nazionali.

Il passaggio all’integrazione economica positiva significa oggi, concretamente, andare al di là delle misure tampone come il Fondo salva-Stati, il Fiscal Compact, il ruolo più attivo della Banca centrale europea, l’aiuto ai paesi in difficoltà e così via, che non affrontano la radice della debolezza europea. Significa cioè superare la situazione di un’unione monetaria senza governo economico europeo — vale a dire senza Stato, essendo la redistribuzione strutturale un aspetto fondamentale della statualità democratica — che i federalisti hanno detto fin dall’inizio essere insostenibile. Un governo economico europeo significa realizzare fra i paesi dell’eurozona un’unione fiscale, con un connesso Tesoro europeo che possa agire da prestatore in ultima istanza. Significa un bilancio sovranazionale che possa adottare a livello europeo misure per una crescita ecologicamente e socialmente sostenibile e territorialmente equilibrata, e quindi tasse europee ed eurobond che possano come minimo triplicare le risorse comuni (rimaste al livello di meno dell’1% del PIL europeo). Significa una forte vigilanza europea sulle banche. Significa in sostanza la capacità di imporre il necessario rigore finanziario accompagnato però da un solido sviluppo e da una efficace solidarietà.

E’ evidente che un vero governo economico europeo comporta un sostanziale trasferimento di sovranità dagli Stati all’Europa sul terreno macroeconomico e fiscale e, di conseguenza, un sistema istituzionale sovranazionale più efficiente e democraticamente legittimo. In altre parole ci vuole un esecutivo fondato sul voto dei cittadini europei, un legislativo in cui ci sia la piena codecisione fra Parlamento europeo e Consiglio, l’eliminazione di ogni forma di veto nazionale.

 

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La scelta federale è dunque la condizione per salvare l’integrazione europea, affrontando con determinazione gli squilibri fra paesi forti e deboli che minano l’euro e alimentano i nazionalismi contrapposti. E crea allo stesso tempo il quadro in cui si supera la questione, gravida di pericoli, del rapporto fra la Germania e i suoi partner europei. Se in effetti si apre una concreta prospettiva di sviluppo armonico che coinvolga l’insieme dei paesi europei, sono destinate ad essere superate le preoccupazioni suscitate dalla posizione economicamente dominante della Germania. D’altra parte il passaggio da un sistema prevalentemente confederale ad uno federale relativizza gli squilibri politici legati alle dimensioni demografiche (la Germania non ha nessuna colpa se è il paese più popoloso dell’UE), dal momento che si decide inderogabilmente a maggioranza, e quindi senza veti nazionali, sia pure con le ponderazioni proprie dei meccanismi federali.

Se sulla necessità e sull’urgenza della federazione europea non ci possono essere dubbi, il problema è ottenere da parte dei governi la decisione di realizzare questo obiettivo già indicato nella Dichiarazione Schuman e finora sempre rinviato. Al riguardo si deve sottolineare che la Germania, a cui in modo più o meno aperto viene imputato un atteggiamento egoistico e di rifiuto della solidarietà nei confronti dei paesi più deboli, è dichiaratamente favorevole alla scelta federale. La classe politica tedesca nella sua grande maggioranza sostiene d’altra parte, e in ciò ha perfettamente ragione, che l’unione politica federale è la premessa ineliminabile per l’istituzione di un governo economico europeo implicante una solidarietà strutturale dei paesi forti nei confronti dei paesi deboli. In modo chiaro e netto viene detto in effetti che il trasferimento di risorse che il governo efficace e solidale dell’economia europea comporta deve essere accompagnato dal trasferimento di poteri a livello sovranazionale, in modo che si possa controllare la valida utilizzazione degli aiuti ed evitare il parassitismo e, quindi, incentivare gli impegni al risanamento interno, piuttosto che la prosecuzione degli sprechi e delle inefficienze.

Si deve d’altro canto osservare che la resistenza al salto federale viene se mai dalla Francia, nella quale all’epoca delle trattative sboccanti nell’Unione economica e monetaria prevalse un’attitudine contraria alla richiesta di Kohl di accompagnare la costruzione dell’UEM con seri passi avanti verso l’unione politica. E oggi il governo francese insiste sulla assoluta necessità di un governo economico europeo, e quindi del passaggio all’integrazione positiva implicante una crescita solidale, ma non esprime la inequivoca accettazione del trasferimento di sovranità a un sistema democratico sovranazionale e quindi federale, mostrando il tradizionale attaccamento all’intergovernativismo di marca confederale. In questo contesto è di fondamentale importanza il ruolo che può giocare l’Italia, la quale in momenti decisivi del processo di integrazione europea, ha saputo rafforzare e rendere più avanzate in senso democratico-federale le iniziative della leadership franco-tedesca. Il governo italiano può intervenire in modo decisivo, in questa fase in cui si gioca il destino dell’integrazione europea, premendo sul governo francese e quello tedesco affinché si accordino per un patto costituzionale fra i paesi dell’eurozona e quelli che intendono entrarvi, che comprenda il risanamento finanziario, la crescita solidale e il quadro democratico-federale.

E’ evidente che questo ruolo potrà essere svolto in modo efficace se sarà accompagnato da forti e concreti impegni in direzione del risanamento interno, in particolare sui fronti della riduzione del debito, della lotta agli sprechi e all’evasione fiscale, della efficientizzazione della pubblica amministrazione, della razionalizzazione delle istituzioni politiche. I governi dei paesi forti, e in particolare quello tedesco, hanno in effetti il problema di convincere le loro opinioni pubbliche (che hanno reazioni tipiche da regioni forti, come l’Italia del nord verso quella del sud) ad accettare il federalismo europeo solidale. Esse devono avere la percezione che la sua instaurazione si accompagni a reali progressi nei paesi più arretrati verso il risanamento e la modernizzazione.

Occorre in conclusione sottolineare che, se la profondità della crisi di fronte a cui si trova l’Europa è un fattore fondamentale che rende possibili scelte molto avanzate da parte dei governi, deve essere d’altra parte operativo il fattore costituito dalla spinta dal basso.

I federalisti hanno, in questa fase in cui la “federazione europea subito” è l’unica risposta valida ad una crisi che sta portando alla disgregazione dell’unificazione europea, deciso di perseguire una procedura costituente che superi in modo radicale il principio dell’unanimità. Ciò significa che debbono essere compiute tre scelte cruciali: — la decisione da parte degli Stati disponibili e che hanno un’esigenza vitale della federazione (i membri dell’eurogruppo e gli Stati che vogliono entrare nell’euro) di attuare questo processo fra di loro e, quindi, di dar vita ad una federazione nella confederazione (l’UE che comprende tutti gli Stati membri), garantendo ovviamente i diritti acquisiti e la possibilità di una successiva adesione al nucleo federale; — il voto a maggioranza e non per consenso nella Convenzione costituzionale che questi paesi dovrebbero convocare; — il passaggio alla ratifica del progetto costituzionale senza che venga modificato da una conferenza intergovernativa e la ratifica a maggioranza attraverso un referendum europeo.

Per spingere i governi ad avviare un processo costituente della federazione europea nei termini sopraindicati, sarebbe decisiva anche l’iniziativa del PE. Esso dovrebbe impegnarsi a fondo per l’attivazione di un Piano europeo di sviluppo economico ecologicamente e socialmente sostenibile basato su investimenti in infrastrutture, la riconversione in senso ecologico dell’economia, l’uso di energie rinnovabili, la ricerca e l’innovazione — un piano da finanziarsi con imposte europee (come quella sulle transazioni finanziarie e quella sull’emissione di CO2) e con l’emissione di euro-obbligazioni per investimenti (euro project bonds). Nello stesso tempo il PE dovrebbe presentare una proposta organica di cambiamento dei Trattati che equivalga all’introduzione di una Costituzione federale europea, e dovrebbe cercare di ottenere, tramite l’organizzazione di assise interparlamentari, il sostegno dei parlamenti nazionali a tale proposta, per fare sì che le elezioni europee del 2014 si trasformino in una legittimazione popolare della proposta costituzionale. Queste iniziative favorirebbero la convocazione di una Convenzione costituzionale per ratificare il progetto di costituzione.

Per incentivare questi sviluppi (resi estremamente complessi dall’esigenza di concepire un’evoluzione differenziata delle istituzioni riguardo ai paesi della zona euro e rispetto ai paesi non-euro, ed in particolare dal nodo del funzionamento differenziato del Parlamento europeo) l’azione federalista si pone l’obiettivo di cercare di mobilitare in modo sistematico gli orientamenti favorevoli alla federazione europea presenti nelle rappresentanze parlamentari, nelle forze politiche, in quelle economico-sociali, nella società civile, nelle amministrazioni locali, nel mondo della scuola e della cultura. Questa mobilitazione si sta attuando con una vasta Campagna per la federazione europea subito.

L’esperienza di settant’anni di fedeltà ai propri impegni e di lotta senza risparmi alimenta la nostra convinzione che anche questa volta il MFE farà il suo dovere e ci fa confidare nella vittoria finale.


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