Anno LXII, 2020, Numero 3, Pagina 208

 

 

Responsabilità e politica
(e il problema del potere)*

 

STEFANO CASTAGNOLI

 

 

La responsabilità è un’emanazione della consapevolezza. Deriva dal verbo latino respondere, rispondere, cioè impegnarsi a rispondere delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano.

Se concordiamo sull’idea che il mondo sia ormai una comunità di destino (a prescindere dal fatto che ciò appartenga o meno alla consapevolezza di tutti), allora possiamo assumere che la responsabilità oggi si dovrebbe tradurre in ciò che propone nel suo testo Il principio di Responsabilità Hans Jonas.[1] Jonas è un teorico dell’etica della responsabilità, un concetto di etica orientata al futuro.

Egli afferma che il principio di responsabilità va applicato ad ogni gesto dell’uomo che “deve” prendere in considerazione le conseguenze future delle sue scelte e dei suoi atti fino ad un punto che definirei estremo: “Agisci in modo tale che gli effetti della tua azione siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana”.

Secondo Jonas l’orizzonte inquietante che l’agire umano ha raggiunto grazie allo sviluppo della tecnica impone una nuova teoria etica che si prenda cura delle possibili conseguenze catastrofiche sulla vita del nostro pianeta. Dobbiamo aver paura di ciò che può essere prodotto seguendo la linea dell’esagerazione tecnica che prospetta l’idea utopistica del progresso illimitato (che non fa i conti cioè con i limiti imposti dalla natura, vista solo come oggetto manipolabile a piacere).

Il “dovere della paura” rispetto ai possibili esiti catastrofici delle nostre azioni ed il “coraggio della responsabilità” che è un passo necessario per affrontare e cercare di dare soluzione politica ai grandi problemi del presente: sovrappopolazione, esaurimento delle risorse naturali, problema energetico e ambientale.

Questo potrebbe essere il nostro riferimento teorico in termini di responsabilità. Tutti noi dovremmo essere orientati verso questo obiettivo.

Nel connettere la responsabilità con la politica, tema della relazione, non si può fare a meno di riferirsi al saggio La politica come professione[2] nel quale Max Weber si occupa di alcuni aspetti relativi all’etica della responsabilità pur non arrivando al culmine proposto da Jonas.

E’ utile intanto, per il seguito delle argomentazioni di queste riflessioni, dire che per Weber la Politica è “l’aspirazione a partecipare al potere o ad esercitare una certa influenza sulla distribuzione del potere, sia tra gli Stati sia, all’interno di uno Stato, tra i gruppi di uomini che esso comprende nei suoi confini”. Egli stabilisce quindi una forte connessione tra politica e potere.

In questo senso egli considera tre tipi di potere legittimo:

  • attraverso il costume: l’autorità tradizionale, il principe antico;
  • attraverso l’autorità carismatica: il capo, condottiero in guerra o demagogo in parlamento;
  • attraverso la legalità: “in forza della disposizione all’obbedienza nell’adempimento di doveri conformi ad una regola”.

La Politica come professione, secondo Weber, si può poi concepire in due modi:

  • vivere di politica cioè avere la politica come principale fonte di reddito;
  • vivere per la politica esercitandola cioè per passione personale pur facendola in modo professionale (come professione secondaria).

Egli individua poi tre qualità fondamentali per il politico: la passione, il senso di responsabilità, la lungimiranza. Il peggior difetto invece è la vanità che può spingerlo a due peccati mortali:

  • l’assenza di una causa che giustifichi le sue azioni;
  • la mancanza di responsabilità che lo porta ad aspirare al potere per il potere stesso.

Weber sottolinea l’inconciliabilità tra etica e politica: la politica si basa sull’uso della violenza (quindi non vi si possono applicare etiche assolute di tipo religioso). Utilizzando questo concetto si può dire che ogni agire orientato in senso etico può essere ricondotto a due massime opposte: un’etica dei principi oppure un’etica della responsabilità.

L’etica dei principi è caratterizzata dal riferimento ad un principio ideale che costituisce l’unico criterio per distinguere il giusto dall’ingiusto. Se il principio è giusto ogni azione ispirata ad esso sarà buona qualunque siano le sue conseguenze.

L’etica della responsabilità è caratterizzata, al contrario, dalla necessità di valutare con attenzione le conseguenze delle proprie azioni.

Nessuno però è in grado di prescrivere quando si debba agire secondo la prima o la seconda. Questo dice Weber.

Adesso concedetemi un’apparente digressione sulle questioni della responsabilità e del potere. Le osservazioni che seguono vengono da un congresso di Psicosintesi e riguardano alcuni risvolti personali nell’affrontare la responsabilità e il potere.

L’intervento al congresso è quello dello psichiatra Daniele De Paolis: “Ci troviamo a Gerusalemme e fuori dal pretorio il governatore della Palestina, Ponzio Pilato, si rivolge ai sommi sacerdoti e al popolo: ‘Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?’. Tutti gli risposero: ‘Sia crocifisso’. Ed egli aggiunse: ‘Ma che male ha fatto?’. Essi allora urlarono: ‘Sia crocifisso!’. Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell’acqua, si lavò le mani davanti alla folla: ‘Non sono responsabile – disse – di questo sangue; vedetevela voi!’.” (Matteo, 27-11).[3] Da questo brano evangelico possono scaturire alcuni approfondimenti relativi a potere e responsabilità. E l’episodio citato, in particolare il “gesto di Pilato”, diviene emblema di non assunzione di responsabilità, questo “lavarsene le mani”. La responsabilità delle nostre decisioni, e conseguenti azioni, richiede coraggio. In Pilato invece prevale il tornaconto personale che si ammanta di senso del dovere; prevalgono il quieto vivere, il non rischiare e la scelta di rimanere a galla non assumendosi inutili responsabilità di fronte all’opinione pubblica. Ma soprattutto prevale la micidiale “indifferenza”, la vera lenta morte dell’umanità secondo De Paoli.

La responsabilità — questa “abilità a rispondere” — è qualcosa a cui siamo condannati se vogliamo esercitare la prerogativa della specie umana: la possibilità di scegliere, di decidere. Sappiamo tutti come dover scegliere crei ansia, perché “se scelgo posso sbagliare”, con tutte le conseguenze del caso. Da qui la riluttanza diffusa ad assumersi la responsabilità della scelta.

D’altra parte, se responsabile significa capace di rispondere in maniera appropriata ed efficace, per saper rispondere bisogna allora che io sia libero e consapevole,

“Gli disse allora Pilato: ‘Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?’. Rispose Gesù: ‘Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande’.” Siamo qui in presenza di un approccio tremendo e sublime insieme, al potere. Pilato è un potente funzionario e il suo operato è sotto gli occhi di Cesare: lui deve soprattutto mantenere l’ordine in una delle più turbolente province dell’impero. Per quanto abbia degli input diversi dalla sua coscienza, suscitati da cotanto interlocutore, tuttavia finisce per attestarsi sul quieto vivere e sul non rischiare malumori da parte del popolo e, di conseguenza, da parte del suo imperatore. Quello che però è importante è che Pilato ha potere su Gesù perché gli viene dato da Cesare; mentre i farisei e tutti gli uomini del sinedrio “hanno una colpa più grande” in quanto non c’è un Cesare sopra di loro, bensì le loro stesse coscienze e la brama di perpetuare un potere di casta. La parola potere ha un doppio significato: se lo intendiamo come verbo significa avere facoltà, capacità, possibilità; come sostantivo designa invece un’energia, una forza, ma anche un ruolo, una posizione di comando. Il termine potere indica al tempo stesso, l’energia (o il ruolo), e l’uso della stessa. In psicosintesi descriviamo tutto ciò col nome di volontà. La volontà è il potere nascosto dell’uomo. Tale potere è la capacità, la possibilità che abbiamo di incidere nella vita e poggia su due colonne: la libertà e la responsabilità.

Una precisa responsabilità è quella di trasformare il nostro “potenziale” in “azione”.

Il potere dovrebbe sempre essere vissuto come mezzo e non come fine. La gestione di un potere è possibile solo se riesco a essere distaccato dal potere stesso: gestire un potere vuol dire utilizzarlo e non farsi usare da esso (Seneca).

Qui termina la digressione, ma vorrei ancora fare un’osservazione solo apparentemente marginale rispetto al nostro argomento relativa a come viene intesa la politica da alcuni autori. Secondo Rosmini e poi secondo Luigi Sturzo la politica va intesa come capace di mettere un limite al potere.

Per riprendere il filo del discorso e proporvi qualche riflessione conclusiva occorre quindi riparlare della questione del potere.

Farò un esempio brutale per cominciare. Negli USA alcuni anni fa venne arrestato un uomo che aveva tenute schiave per anni alcune donne... Quando l’hanno arrestato e gli hanno chiesto perché avesse fatto tutto ciò, egli rispose in modo agghiacciante: “Perché posso”. In questo caso il potere si mostra assoluto e senza limiti etici di alcun tipo e ci rimanda a tempi storici in cui il sovrano assoluto ne poteva disporre allo stesso modo (ma era un sovrano e non un uomo qualunque...). Ma anche senza arrivare a questo estremo si può considerare che il potere attragga per se stesso, che sia capace di dare piacere: “l’ebbrezza del potere”. E’ così che, molto più spesso di quanto non si immagini, le persone pensano che raggiungere posti di potere significhi garantirsi dei privilegi invece che comportare maggiori responsabilità ed anzi vi sono modalità di organizzazione delle attività umane che prevedono l’assurdità di non associare il potere alla responsabilità secondo la massima: massimo potere, massimo privilegio, invece che massimo potere, massima responsabilità.

Quando questo succede però occorre che la responsabilità sia invece assegnata a soggetti che non hanno potere (vi sono vari esempi possibili e ne potrei fare uno relativo al mio ambito di lavoro che vi risparmio). Ma la responsabilità senza potere è una distorsione del sistema come lo è il potere senza responsabilità (che è forse più semplice da individuare).

Tornando a responsabilità e politica allora avremo che: laddove l’umanità abbia un sistema di governo dei problemi che non sia coerente con la natura dei problemi stessi (cioè una situazione in cui i decisori non hanno il potere necessario per affrontarli) essi si trovano ad avere una responsabilità senza potere adeguato.

Come effetto collaterale poi diventa inevitabile un declino nella selezione della classe politica (politici mediocri) perché le persone migliori (quelle che vogliono realizzare il proprio potenziale — secondo quanto suggerito dalle osservazioni del congresso di psicosintesi) non si dedicheranno alla politica se essa rimane con la “p” minuscola e cioè incapace di affrontare i problemi.

A volte quindi noi pensiamo ai decisori politici come ai titolari di un potere di decidere le cose (che dovrebbe accompagnarsi alla responsabilità) che non hanno e, in assenza di potere, anche la responsabilità rischia di venir meno.

In realtà l’unica responsabilità che abbiamo (tutti e ciascuno) è quella di portare il pianeta verso la possibilità di essere governato, ossia quella di costruire un potere nuovo, a partire dalla Federazione europea, ma per arrivare alla Federazione mondiale.

Una piccola e conclusiva osservazione che va bene anche applicata al nostro movimento (frutto di uno dei corsi cui ho partecipato per la scuola di management in sanità):

Assegnare (ma io dico anche assumersi) delle responsabilità all’interno di un’organizzazione non corrisponde all’assegnazione (o assunzione) di particolari fette di potere. Significa invece dare modo a una persona di impegnarsi a rispondere delle proprie azioni, e delle conseguenze che ne derivano, nella piena consapevolezza di essere parte di un organismo vivente nel quale ogni unità organica è formata da singole parti che hanno una coscienza, un’identità e una finalità.


* Relazione presentata alla riunione dell’Ufficio del Dibattito del Movimento federalista europeo su Il federalismo e i concetti di potere politico, potenza, statualità e sovranità, svoltatsi a Firenze il 17-18 ottobre 2020.

[1] Hans Jonas, Il principio di responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Torino, Einaudi, 2009.

[2] Max Weber, La politica come professione, Roma, Armando Editore, 1997.

[3] Daniele De Paolis, Potere e responsabilità, XXIII Congresso nazionale di Psicosintesi, Castiglione della Pescaia, 24-27 aprile 2008, http://www.psicosintesi.it/congressi-convegni/volti-potere/giovedi-24-aprile-2008.

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