Anno LXIII, 2021, Numero 2-3, Pagina 89

 

 

Il Manifesto di Ventotene e la nascita del
Movimento federalista europeo nella Resistenza italiana*

 

SERGIO PISTONE

 

 

La Resistenza italiana (come in generale la Resistenza europea) è caratterizzata da un ampio  e sistematico dibattito sulla questione dell’unità europea.[1] Tutte le forze politiche antifasciste (con l’eccezione dei comunisti) presero posizione nei loro programmi a favore della federazione europea. Ma il fatto più significativo è la nascita del Movimento federalista europeo (MFE),[2] cioè del più importante fra i movimenti per l’unità europea costituitisi in quel periodo, e che ha avuto un ruolo centrale nella lotta per la federazione europea non solo in Italia, ma in Europa durante la Resistenza e poi dopo la guerra fino ad oggi. Do qui di seguito le informazioni essenziali sulla formazione e l’ azione del MFE nel corso della seconda guerra mondiale e soprattutto sui suoi principi-guida.

Il punto di partenza è l’elaborazione, completata nell’agosto 1941, del Manifesto di Ventotene, che costituisce il documento fondatore della lotta dei movimenti per l’unificazione federale europea, mentre la Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950 costituisce il documento fondatore del processo di unificazione europea sviluppatosi sulla base delle Comunità europee.[3]

L’autore principale del Manifesto, scritto nell’isola di Ventotene — dove erano confinati quasi un migliaio di antifascisti — e il cui titolo completo è Per un’Europa libera e unita. Progetto di un manifesto, è stato Altiero Spinelli.[4]

Nato nel 1907, egli aveva cominciato la sua attività politica nelle file del Partito Comunista d’Italia e, proprio in quanto segretario giovanile di questo partito per l’Italia centrale, fu condannato nel 1927 a dieci anni di carcere e quindi al confino (prima a Ponza e poi a Ventotene), da cui fu liberato nell’agosto del 1943 in seguito alla caduta del regime fascista. Uscito dal PCI nel 1937, soprattutto in seguito a una tormentata riflessione sull’esperienza dello Stato sovietico, giunse, attraverso la lettura di Alexander Hamilton[5] (il più importante dei padri fondatori della Costituzione federale americana del 1787) e dei federalisti contemporanei (soprattutto Luigi Einaudi[6] e Lionel Robbins[7]), oltre che dei teorici moderni e contemporanei della ragion di Stato,[8] in particolare Hegel, Ranke, Trietschke, Seeley, Max Weber, Meineke e Fueter), al federalismo europeo, Per questa idea si impegnò fino alla sua morte, avvenuta nel 1986, quando da dieci anni era membro del Parlamento europeo.

Alla redazione del Manifesto ha fornito un importante contributo Ernesto Rossi,[9] il quale fu tra i fondatori e principali animatori di Giustizia e Libertà e poi del Partito d’Azione, e già nel 1937 aveva iniziato una lucida riflessione sul tema degli Stati Uniti d’Europa. Il testo del Manifesto è stato anche il risultato di un ampio dibattito, durato alcuni mesi, con Eugenio Colorni[10] e sua moglie Ursula Hirschmann,[11] al quale partecipò un gruppo di confinati che dettero la loro adesione al Manifesto, e cioè Dino Roberto, Enrico Giussani, Giorgio Braccialarghe, Arturo Buleghin e lo studente sloveno Lakar.

Subito dopo la redazione del Manifesto, i suoi autori iniziarono l’azione diretta a diffondere le sue tesi negli ambienti della Resistenza e a porre in tal modo le basi per la costituzione del MFE, che avrebbe dovuto rappresentare il soggetto politico indispensabile per il successo della battaglia per la federazione europea.

Già a partire dal luglio 1941, una prima versione dattiloscritta del Manifesto (il cui testo, scritto da Rossi su cartine da sigaretta, fu trasferito sul continente, nascosto in un pollo, da Hursula Hirschmann, Ada Rossi — moglie di Ernesto — e dalle sorelle di Spinelli Fiorella e Gigliola, che avevano possibilità di accesso all’isola di Ventotene) cominciò a circolare a Roma, a Milano e, quindi, un po’ dovunque, al punto che se ne trovano tracce in Svizzera già nel 1942, nello stesso anno in Francia, dove fu fatto conoscere a Silvio Tentin,[12] e, nel 1943, negli ambienti antinazisti tedeschi, nei quali fu diffusa una traduzione opera della Hirschmann.

Il lavoro politico svolto nei due anni successivi all’elaborazione del Manifesto, e che a partire dal maggio 1943 potè avvalersi dell’importante strumento rappresentato dalla pubblicazione clandestina de L’Unità Europea,[13] trovò, nei quarantacinque giorni di Badoglio, durante i quali furono liberati Spinelli e Rossi, il suo sbocco nella fondazione formale del MFE. Ciò avvenne precisamente nel corso di un convegno clandestino svoltosi nella casa di Mario Alberto Rollier il 27-28 agosto 1943 a Milano, al quale parteciparono Spinelli, Rossi, Colorni, Leone Ginzburg, Ursula Hirschmann, Ada Rossi, Mario Alberto Rollier, Rita Rollier, Gigliola Spinelli, Fiorella Spinelli, Franco Venturi, Guglielmo Jervis, Vindice Cavallera, Manlio Rossi Doria, Vittorio Foa, Enrico Giussani, Dino Roberto, Giorgio Braccialarghe, Arturo Buleghin, Arialdo Banfi, Giangio Banfi, Luisa Usellini e l’architetto Belgioioso. Mancavano all’appuntamento Guglielmo Usellini e Cerilo Spinelli (che, assieme a Colorni, curarono la stampa clandestina de L’Unità Europea) perché erano stati arrestati fra la fine di luglio e l’inizio di agosto mentre distribuivano volantini che contenevano l’invito a prepararsi alla guerra contro i nazisti.[14] Il convegno si concluse con l’approvazione di un documento che traduceva in indicazioni programmatiche e organizzative gli orientamenti contenuti nel Manifesto e negli altri scritti federalisti elaborati nel frattempo, e che precisava tra l’altro in modo definitivo, chiudendo una discussione svoltasi fra i federalisti successivamente alla redazione del Manifesto, che il MFE doveva essere non un partito, bensì un movimento aperto agli appartenenti a tutte le correnti politiche democratiche, ma rigorosamente autonomo dai partiti.

Su queste basi il MFE sviluppò la sua azione politica a partire dalla Resistenza armata dopo  l’8 settembre (in cui morirono tre dei fondatori: Eugenio Colorni, Leone Ginzburg, Guglielmo Jervis) fino ad oggi. Sotto la guida di Spinelli fino ai primi anni Sessanta, e poi di Mario Albertini fino alla  morte nel 1997, esso è diventato il più importante dei movimenti per l’unità europea, dando un contributo decisivo alla costituzione (avvenuta nel 1946) e all’attività dell’Unione dei Federalisti Europei, cioè del movimento sopranazionale che unisce tutti i federalisti europei, e quindi alla costituzione (avvenuta nel 1948) e all’attività del Movimento Europeo.[15] Il MFE ha in effetti costantemente perseguito con una incrollabile coerenza la creazione di un vero e proprio Stato federale europeo (che avrebbe dovuto comprendere progressivamente l’intera Europa) e la convocazione di una assemblea costituente europea democraticamente rappresentativa come metodo insostituibile per giungere effettivamente all’unificazione irreversibile dell’Europa. Ed ha inoltre svolto — grazie alle sue capacità teoriche di analisi della problematica dell’unificazione europea e alle capacità pratiche di mobilitazione dell’opinione pubblica e delle forze politiche ed economico-sociali interessate all’unità europea — un ruolo indiscusso di leadership, sul piano sopranazionale, della lotta per la costruzione dal basso dell’unità europea.

Per cogliere questo ruolo, occorre ora conoscere nella loro essenza i principi-guida del MFE che sono contenuti nel Manifesto e negli altri scritti federalisti della Resistenza italiana.[16]

Volendo riassumere in una formula l’aspetto innovativo del messaggio del MFE, ritengo debba essere sottolineato, come ha fatto da par suo Norberto Bobbio nello scritto ricordato nella nota 16, che con Spinelli l’idea della federazione europea si trasformò per la prima volta in un concreto programma politico. In altre parole si istituì un nesso organico fra una chiarificazione teorica, estremamente lucida e di grande respiro, delle ragioni per cui si doveva realizzare la federazione europea e delle precise indicazioni strategiche ed organizzative che dovevano guidare l’azione di un movimento politico avente come unico obiettivo il federalismo sopranazionale. La solidità di questo discorso permetterà al MFE e ai partner europei ad esso collegati e da esso influenzati di presentarsi da allora in poi con una fisionomia autonoma rispetto alle organizzazioni politiche tradizionali e di esercitare nel dopoguerra un’influenza effettiva sul processo di unificazione europea. Per cogliere ciò in modo adeguato, occorre distinguere analiticamente l’aspetto teorico e l’aspetto strategico­ organizzativo delle tesi contenute nel Manifesto.

Per quanto riguarda l’aspetto teorico, la sua originalità è riassumibile nella convinzione che la creazione della federazione europea — intesa come prima e insostituibile tappa storica in direzione della costruzione della federazione mondiale — costituisca l’obiettivo politico prioritario della nostra epoca, la condizione cioè per evitare la fine della civiltà e il ritorno alla barbarie. Questa convinzione può essere schematizzata in tre argomentazioni.

In primo luogo, vengono recepite le tesi fondamentali del socialismo liberale[17] di Carlo Rosselli, orientate verso la ricerca di una sintesi fra il sistema liberaldemocratico, che negli Stati Uniti d’America ha trovato la sua più rilevante realizzazione, e le esigenze di solidarietà e giustizia sociale espresse dal socialismo nelle sue diverse correnti. In sostanza, si ritiene che, per far prevalere in modo duraturo l’interesse generale in alternativa allo scatenarsi dei conflitti fra gli interessi corporativi (definiti “sezionali” nella terminologia di allora), e per allontanare quindi la tendenza da parte di vaste masse a cercare una apparente stabilità nel totalitarismo, la via maestra consiste nell’integrare un più avanzato regime liberaldemocratico (soprattutto per quanto concerne la partecipazione popolare e le autonomie locali) con un regime di economia mista. Questa implica l’attribuzione allo Stato e ad altri enti pubblici delle funzioni economiche necessarie alla creazione di una equality of opportunities per tutti (socializzazione dei monopoli, ridistribuzione della proprietà terriera, creazione di un sistema scolastico che provveda all’educazione dei giovani più capaci e non dei più ricchi, assicurazioni sociali obbligatorie, ecc.), lasciando per il resto operare, e promuovendo anzi il loro sviluppo, la libera concorrenza e lo spirito di iniziativa individuale.

Quest’orientamento implica ovviamente il rifiuto non solo del totalitarismo fascista, ma anche dell’alternativa totalitaria comunista, la quale sacrifica lesigenza della libertà a quella della giustizia sociale. Si può notare che — al di là delle modalità concrete che vengono proposte per conciliare libertà e giustizia sociale e che richiedono di essere aggiornate alla luce dalla concreta esperienza storica — questo discorso conserva piena attualità. Basti pensare al fatto che una delle ragioni fondamentali con cui viene generalmente giustificata la richiesta di far progredire l’integrazione europea fino alla piena unità politico-democratica, ruota precisamente intorno alla necessità di preservare e potenziare, nel contesto della globalizzazione neoliberistica, l’originalità del modello sociale europeo teso a conciliare competitività, efficienza e solidarietà.[18]

Le tesi socialiste liberali — e questa è la seconda argomentazione — vengono integrate dal superamento dell’internazionalismo, chiarito in modo magistrale dall’introduzione di Colorni a Problemi della federazione europea. L’internazionalismo[19] è un orientamento proprio delle grandi ideologie che a partire dalla fine del XVIII secolo, cioè dalla Rivoluzione francese, hanno messo in moto processi di cambiamento profondo nelle strutture dello Stato moderno. Queste ideologie sono il liberalismo, la democrazia e il socialismo (nella versione socialdemocratica e in quella comunista), le quali hanno la loro base ideologica diretta e indiretta nella spinta emancipatrice e universalistica dell’illuminismo. La componente internazionalistica di queste ideologie si esprime nell’orientamento cosmopolitico — vale a dire nel concepire i valori della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia sociale come principi universali validi tendenzialmente per il mondo intero — e nella teoria del primato della politica interna. Si tratta in questo caso di una concezione delle relazioni internazionali, delle cause della guerra e dei mezzi per realizzare la pace, secondo la quale la guerra dipende essenzialmente da determinate strutture interne degli Stati e di conseguenza l’eliminazione della guerra e l’instaurazione di un sistema di durature relazioni pacifiche fra gli Stati non può che essere la conseguenza del superamento di tali strutture interne.

L’ideologia liberale, quella democratica e quella socialista divergono nettamente nell’individuare le strutture interne considerate come la radice della politica di potenza. Concretamente: il pensiero liberale individua la causa fondamentale delle guerre nella struttura politica aristocratico-assolutistica e in quella economica mercantilistica-protezionistica e si aspetta di conseguenza che l’affermarsi dei governi rappresentativi e della separazione dei poteri, da un lato, e lo sviluppo del commercio internazionale, dall’altro, spengano le tendenze bellicose degli Stati; il pensiero democratico chiama in causa il carattere autoritario dei governi e vede quindi la pace come la conseguenza automatica dell’instaurazione della sovranità popolare; il pensiero socialista vede infine nello sfruttamento dei lavoratori proprio del capitalismo moderno la causa ultima dell’imperialismo e delle guerre e indica perciò nella lotta per la giustizia sociale la via del superamento dell’antagonismo fra le classi e nello stesso tempo dell’instaurazione della pace. Al di là di queste differenze, il nocciolo comune dell’approccio internazionalistico consiste nel ritenere che un mondo di Stati liberali e, rispettivamente, democratici, socialisti, sarebbe guidato da idee liberali e, rispettivamente, democratiche, socialiste, e implicherebbe quindi l’eliminazione dei fenomeni connessi con la politica di potenza, dipendenti dalla realizzazione ancora incompleta o non universale dei principi di organizzazione interna dello Stato affermati da tali ideologie.

La critica federalista nei confronti dell’internazionalismo ha il suo fondamento nel discorso kantiano sulla pace perpetua,[20] che all’orientamento cosmopolitico unisce gli insegnamenti del realismo politico. Si riconosce pertanto un nesso inscindibile fra la politica di potenza e la struttura anarchica della società degli Stati fondata sulla loro sovranità assoluta, e si sottolinea che l’anarchia internazionale, imponendo il primato della sicurezza (vale a dire la legge della ragion di Stato) rispetto a ogni altra esigenza, rappresenta un ostacolo alla piena attuazione dei principi propri delle grandi ideologie emancipatrici. Donde la convinzione che, ai fini della costruzione della pace, non siano sufficienti le lotte ispirate dalle ideologie internazionaliste, che puntano fondamentalmente ai cambiamenti interni, mentre, sul piano internazionale, hanno come espressioni organizzativo-istituzionali le associazioni internazionali a livello della società civile, e l’organizzazione internazionale (la Società delle Nazioni — lo stesso discorso vale per l’ONU) a livello dei rapporti fra i governi. Occorre invece perseguire il superamento dell’anarchia internazionale tramite legami federali che elimino la sovranità statale assoluta.

La terza argomentazione riguarda l’attualità storica della costruzione della federazione europea vista come il problema centrale della nostra epoca. In sostanza, Spinelli, Rossi e Colorni sviluppano e portano alle conclusioni più rigorose e avanzate, in quel momento storico, il discorso avviato da Einaudi nel 1918 e approfondito dai federalisti inglesi negli anni Trenta, sulla crisi dello Stato nazionale come causa profonda dei mali dell’epoca e sulla costruzione della federazione europea come via insostituibile della ripresa del corso progressivo della storia. Il concetto di crisi dello Stato nazionale, che viene ad occupare nella teoria federalista il posto centrale che nella teoria socialista e comunista ha il concetto di crisi del capitalismo, diventa il filo conduttore che permette di formulare, riguardo all’epoca delle guerre mondiali e del totalitarismo, e quindi in definitiva rispetto al senso globale della storia contemporanea, un’interpretazione originale e autonoma rispetto a quelle proposte dalle ideologie dominanti, di sperare cioè le loro insufficienze che le rendono incapaci di cogliere la centralità del problema della federazione europea.[21]

Ridotto all’osso, il concetto di crisi dello Stato nazionale in Europa indica la contraddizione — esasperata dal protezionismo che ha il suo fondamento nella sovranità statale assoluta — fra l’evoluzione del modo di produzione industriale, che, realizzando una crescente interdipendenza al di là delle barriere nazionali, spinge alla creazione di entità statali di dimensioni continentali e, tendenzialmente, all’unificazione del genere umano, e le dimensioni storicamente superate degli Stati nazionali sovrani. Precisamente questa contraddizione è la radice profonda delle guerre mondiali e del totalitarismo fascista. Se, kantianamente, le guerre sono in generale la conseguenza dell’anarchia internazionale, le guerre mondiali vengono viste, in termini storici concreti, come il tentativo da parte della massima potenza del continente di dare una soluzione imperiale-egemonica all’esigenza di superare con l’unità europea le dimensioni inadeguate degli Stati nazionali, che li condannano alla decadenza. In questo quadro il totalitarismo fascista appare come la risposta antidemocratica di destra — quella di sinistra è il totalitarismo comunista, che però non ha successo nell’Europa avanzata e anzi contribuisce oggettivamente a far vincere il fascismo — alla situazione di caos economico-sociale emergente nei paesi in cui si manifesta in modo particolarmente acuto (anche per l’assenza delle cinture di salvataggio rappresentate dal possesso di vasti imperi coloniali) il fenomeno generale della crisi dello Stato nazionale. Ma è visto altresì come lo strumento indispensabile per una politica estera di esasperato espansionismo, e lo stesso razzismo si rivela come l’ideologia funzionale al dominio permanente di una nazione sulle altre nazioni europee.

Le disastrose conseguenze del sistema delle sovranità nazionali assolute indicano, secondo i federalisti, che c’è ormai un’inconciliabilità strutturale fra il mantenimento di questo sistema e lo sviluppo in direzione della libertà, della democrazia e della giustizia sociale. Da qui l’affermazione chiara e netta che la fondazione della federazione europea è l’obiettivo politico prioritario, il préalable rispetto alle lotte per il rinnovamento interno dello Stato nazionale. Da qui la convinzione che, se dopo la sconfitta del fascismo non si avvierà la costruzione della federazione europea, torneranno inevitabilmente a prevalere i nazionalismi protezionistici e la conflittualità endemica fra gli Stati nazionali e le conquiste liberali, democratiche e socialiste rimarranno strutturalmente precarie fino ad essere nuovamente cancellate dal totalitarismo. Sulla base di queste considerazioni, i federalisti giungono pertanto a individuare — e questa tesi costituisce il messaggio fondamentale del Manifesto di Ventotene — una nuova linea di divisione fra le forze del progresso e quelle della conservazione. Essa non si identifica più con linea tradizionale della maggiore o minore democrazia, della maggiore o minore giustizia sociale da realizzare all’interno degli Stati, ma con la linea che divide i difensori della sovranità nazionale assoluta dai sostenitori del suo superamento attraverso il federalismo sopranazionale.

Il discorso teorico sulla priorità dell’obiettivo della federazione europea rispetto a quelli indicati alle ideologie internazionaliste è integrato, come si è detto in precedenza, da un discorso strategico-organizzativo che si sforza di chiarire le condizioni necessarie perché la lotta per la federazione europea possa essere condotta in modo non velleitiario, con effettive possibilità di incidere sullo sviluppo storico. Qui il punto di riferimento fondamentale è l’insegnamento di Machiavelli sulla tendenza del potere ad autoconservarsi.[22] Costruire la federazione europea significa trasferire una parte sostanziale del potere dalle istituzioni nazionali a quelle sopranazionali. E’ pertanto naturale che le classi detentrici del potere politico nazionale, anche se appartenenti a correnti ideologiche internazionaliste, tenderanno irresistibilmente a conservare il loro potere e si orienteranno verso la cooperazione internazionale su base confederale piuttosto che verso il federalismo che implica il trasferimento di sovranità. Dalla presa di coscienza di questo ostacolo discendono alcune indicazioni per la lotta federalista che verranno man mano chiarite durante la guerra e nell’immediato dopoguerra. Negli scritti che qui prendiamo in considerazione si insiste anzitutto sulla necessità che si costituisca una forza politica federalista autonoma dai governi e dai partiti nazionali e in grado, quindi, di spingerli a fare ciò che spontaneamente non farebbero. E si precisa che la forza federalista deve avere come unico scopo la federazione europea e proporsi di riunire tutti coloro che accettano questo obiettivo come prioritario indipendentemente dai loro orientamenti ideologici; che deve avere una struttura sopranazionale, in modo da imporre un programma e una disciplina comuni a tutti i federalisti d ’Europa; che deve infine saper mobilitare l’opinione pubblica. Viene inoltre chiarito che le resistenze nazionali alla creazione della federazione europea potranno essere superate solo in situazioni di crisi acuta degli apparati di potere nazionale e a condizione che in esse intervenga una forza politica federalista capace di sfruttare le impasses in cui si troveranno le classi politiche nazionali e di imporre come criterio fondamentale di divisione l’atteggiamento pro o contro la federazione. Sulla base di queste indicazioni generali, quando si arriverà dopo la guerra alla lotta concreta per la federazione europea, verrà chiarito che la lotta federalista deve sfruttare le contraddizioni di fronte a cui i governi nazionali vengono a trovarsi a causa della inadeguatezza di una politica di unificazione europea restia ad affrontare il nodo cruciale del trasferimento di sovranità. In questo contesto emergerà come rivendicazione permanente quella della assemblea costituente europea in alternativa al metodo delle conferenze diplomatiche.[23]


* In occasione dell’80° anniversario del Manifesto di Ventotene pubblichiamo la traduzione italiana di una relazione di Sergio Pistone al convegno Visions of Europe in the Resistence svoltosi a Genova lo scorso anno e i cui atti saranno stampati entro quest’anno.

[1] Si vedano: W. Lipgens (a cura di), Europa-Foederationsplaene der Widerstandsbewegungen 1940-1945, Muenchen, Oldenbourg, 1968; Id. (a cura di), Documents on the History of European Integration, Volume 1, Continental Plans for European Union 1939-1945, Berlin-New York, Walter de Gruyter, 1985; S. Pistone (a cura di), L’idea dell’unificazione europea dalla prima alla seconda guerra mondiale, Torino, Fondazione Luigi Einaudi, 1975; Id., L’Italia e l’unita europea, Torino-Bologna, Loescher, 1982; Federazione Italiana Associazioni Partigiane, L’idea di Europa nel movimento di liberazione 1940-1945, Roma, Bonacci, 1986; R. Cinquanta, “Partigiani di tutta Europa,unitevi!”– L ’ideale dell’Europa unita nelle riviste clandestine della Resistenza italiana, Bologna, Il Mulino, 2020.

[2] Va ricordato che nel gennaio 1945 nella Firenze appena liberata fu costituita su iniziativa di Paride Baccarini l’Associazione Federalisti Europei, a cui aderirono, tra gli altri, Piero Calamandrei, Giacomo Devoto e Enzo Enriquez Agnoletti. L’AFE fu incorporata, poco dopo la fine della guerra nel MFE. Cfr. P. Graglia, Altiero Spinelli, Bologna, Il Mulino, 2008, pp. 284-293. 

[3] Cfr. S. Pistone, La prospettiva federale della Dichiarazione Schuman, L’Unità Europea, 35 n. 3, 2010.

[4] Su Altiero Spinelli in generale e sulla genesi del Manifesto di Ventotene si vedano i seguenti scritti di Spinelli: Come ho tentato di diventare saggio, Bologna, Il Mulino, 2006; Discorsi al Parlamento europeo 1976-1986, a cura di P. V. Dastoli, Bologna, Il Mulino, 1981; Diario europeo, 1948-1969, Diario europeo, 1970-76, Diario europeo, 1976-1986, a cura di E. Paolini, Bologna, Il Mulino, 1989, 1991, 1992; Il progetto europeo, Bologna, Il Mulino, 1985; Una strategia per gli Stati Uniti d’Europa,  a cura di S. Pistone, Bologna, Il Mulino, 1989; L’Europa tra Ovest e Est, a cura di C. Merlini, Bologna, Il Mulino, 1990; La crisi degli Stati nazionali, a cura di L. Levi, Bologna, Il Mulino, 1991; Il Manifesto di Ventotene, Bologna, Il Mulino, 1991; Machiavelli nel secolo XX – Scritti del confino e della clandestinità. 1941-1944, a cura di P. Graglia, Bologna, Il Mulino, 1993; La rivoluzione federalista. Scritti 1944-1947, a cura di P. Graglia, Bologna, Il Mulino, 1996; Europa terza forza. Scritti 1947-1954, a cura di P. Graglia, Bologna, Il Mulino, 2000. Cfr. inoltre: E. Paolini, Altiero Spinelli. Appunti per una biografia, Bologna, Il Mulino, 1988; Id. Altiero Spinelli. Dalla lotta antifascista alla battaglia per la Federazione europea, Bologna, Il Mulino, 1996; L. Levi (a cura di), Altiero Spinelli and federalism in Europe and in the world, Milano, F. Angeli, 1990; L. Angelino, Le forme dell’Europa. Spinelli o della federazione, con prefazione di T. Padoa-Schioppa, Genova, Il Melangolo, 2003; P. Graglia, Altiero Spinelli, op. cit.; U. Morelli (a cura di), Altiero Spinelli: il pensiero e l ’azione per la federazione europea, Milano, Giuffrè, 2010; C. Rognoni Vercelli, P.C. Fontana e D. Preda (a cura di), Altiero Spinelli, il federalismo europeo e la Resistenza, Bologna, Il Mulino, 2012.

[5] Cfr. A. Hamilton, J. Madison, J. Jay, Il federalista (1787), ultima edizione italiana, Bologna, Il Mulino, 1998, con una introduzione di L. Levi.

[6] Spinelli poté leggere due articoli di Einaudi contenenti una critica federalista nei confronti della Società delle Nazioni, scritti nel 1918 in Il Corriere della Sera. Questi articoli furono successivamente raccolti in L. Einaudi, La guerra e l’unità europea, Milano, Comunità, 1948. Si vedano anche S. Pistone, Le critiche di Einaudi e di Agnelli e Cabiati alla Società delle Nazioni nel 1918, in S. Pistone (a cura di), L’idea dell’unificazione europea dalla prima alla seconda guerra mondiale, op. cit., e U. Morelli, Contro il mito dello Stato sovrano. Luigi Einaudi e l’unità europea, Milano, F. Angeli, 1990.

[7] Cfr. L. Robbins, Le cause economiche della guerra (1939), trad. it., Torino, Einaudi, 1944. Si vedano inoltre: Id., Il federalismo e l’ordine economico internazionale (che contiene i più importanti scritti federalisti di Robbins), a cura di G. Montani, Bologna, Il Mulino, 1985; F. Rossolillo, La scuola federalista inglese, in S. Pistone, L’idea dell’unificazione europea dalla prima alla seconda guerra mondiale, op. cit.. 

[8] Cfr.: S. Pistone, F. Meinecke e la crisi dello Stato nazionale tedesco, Torino, Giappichelli, 1969; Id. (a cura di), Politica di potenza e imperialismo. L’analisi dell’imperialismo alla luce della  dottrina della ragion di Stato, Milano, F. Angeli, 1973; Id., Ragion di Stato, Relazioni internazionali, Imperialismo, Torino, CELID, 1984; Id., Political Realism, Federalism and the Crisis of World Order, The Federalist, 58 n.1, (2016); M. Albertini e S. Pistone, Federalism, raison d’etat and peace, Pavia, The Altiero Spinelli Institute for Federalist Studies, 2001.

[9] Cfr. E. Rossi, Miserie e splendori del confino di polizia. Lettere da Ventotene, 1939-1943, a cura di M. Magini, Milano, Feltrinelli, 1981; G. Armani, Ernesto Rossi, un democratico ribelle, Parma, Guanda, 1973; G. Fiori, Una storia italiana. Vita di Ernesto Rossi, Torino, Einaudi, 1997; L. Strik Lievers (a cura di), Ernesto Rossi. Economista, federalista, radicale, Venezia, Marsilio, 2001; E. Rossi, Gli Stati Uniti d’Europa (1944), edizione anastatica a cura di S. Pistone, pubblicata dalla Consulta Europea del Consiglio regionale del Piemonte, Torino, Celid, 2004; A Braga, Un federalista Giacobino. Ernesto Rossi pioniere degli Stati Uniti d’Europa, Bologna, Il Mulino, 2001; A. Braga e S. Michelotti (a cura di), Ernesto Rossi. Un democratico europeo, Rubettino, Soveria Mannelli, 2009.

[10] Su Eugenio Colorni, che fu ucciso dai fascisti nel maggio 1944, si veda L. Solari, Eugenio Colorni, ieri e sempre, Venezia, Marsilio, 1980 e F. Zucca (a cura di), Eugenio Colorni federalista, Manduria, Lacaita, 2011.

[11] Di Ursula Hirschmann, che divenne la moglie di Altiero Spinelli, si veda Noi senzapatria, Bologna, Il  Mulino, 1993.

[12] Su Trentin si veda C. Malandrino, Critica dello Stato-nazione ed Europa nel pensiero federalista di Silvio Trentin, in C. Rognoni Vercelli, P.G. Fontana e D. Preda, Altiero Spinelli, il federalismo europeo e la Resistenza, op.cit..

[13] Cfr. S.Pistone, “L’Unità Europea”, giornale del Movimento Federalista Europeo, in D. Preda, D. Pasquinucci, L. Tosi (a cura di), Le riviste e l’integrazione europea, Padova, Cedam, 2016. La raccolta di L’Unità Europea (1943-1954) è stata ripubblicata in edizione anastatica a cura di S. Pistone, dalla Consulta Europea del Consiglio Regionale del Piemonte nel 2000 presso la CELID.

[14] Sulla fondazione e sulla storia del MFE si vedano in particolare: M. Albertini, A. Chiti­ Batelli, G. Petrilli, Storia del federalismo europeo, a cura di E. Paolini, Torino, ERI, 1973; L. Levi  e S. Pistone, Trent’anni di vita del MFE, Milano, F. Angeli, 1973; S. Pistone (a cura di), I movimenti per l’unità europea. 1945-1954, Milano, Jaca Book, 1992; Id. (a cura di), I movimenti per l’unità europea. 1954-1969, Pavia, Università di Pavia, 1996; Id. Europeismo, in L’eredità del Novecento, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2000; L. Levi e U. Morelli, L’unificazione europea, Torino, CELID, 1994; A. Landuyt e D. Preda (a cura di) I movimenti per l’unità europea. 1970-1986, Bologna, Il Mulino, 2000; C. Rognoni Vercelli, Mario Alberto Rollier. Un valdese federalista, Milano, Jaca Book, 1991; S. Pistone, Seventy Years of the European Federalist Movement (1943-2013), The Federalist, 55 n.1 (2013); S. Pistone, The Union of European Federalists, Milano, Giuffrè, 2008; D. Preda (a cura di), Altiero Spinelli e i movimenti per l’unità europea, Padova, Cedam, 2010.

[15] Cfr P. Caraffini, Costruire l’Europa dal basso. Il ruolo del Consiglio Italiano del Movimento Europeo (1948-1985), Bologna, Il Mulino, 2008.

[16] Il testo del Manifesto a cui si fa qui riferimento e stato pubblicato clandestinamente a Roma nel gennaio del 1944 assieme a due straordinari saggi di Spinelli, Gli Stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche (scritto nella seconda metà del 1942) e Politica marxista e politica federalista (scritto fra il 1942 e il 1943). Il volume, intitolato Problemi della federazione europea, reca le iniziali A.S. e E.R., ed è stato curato da Eugenio Colorni che ha scritto anche una prefazione molto acuta, e il cui nome non compare assieme a quelli di Spinelli e Rossi per ragioni di lotta clandestina. I due saggi di Spinelli e l’introduzione di Colorni, a parte il loro valore in sé, permettono di comprendere più compiutamente l’originalità delle tesi contenute nel Manifesto rispetto alle ideologie politiche dominanti. Del volume del 1944 esiste una riproduzione anastatica a cura della Consulta Europea del Consiglio Regionale del Piemonte (Celid, Torino, 2000) che contiene anche il testo della relazione che Norberto Bobbio ha tenuto a Milano il 21 ottobre 1973 in occasione del trentesimo anniversario della fondazione del MFE. Questo testo contiene in effetti un inquadramento di eccezionale lucidità delle tesi elaborate dal MFE nell’ambito del dibattito politico e culturale della Resistenza. Il volume del 1944 è stato anche pubblicato nel 2006 negli Oscar Mondatori con il titolo ll Manifesto di Ventotene, con una presentazione di Tommaso Padoa ­Schioppa e un saggio di L. Levi.

[17] Cfr. C. Rosselli, Socialismo liberate, a cura di J. Rosselli, con prefazione di A. Garosci, Torino, Einaudi, 1973; G. Calogero, Difesa del Liberalsocialismo ed altri saggi, a cura di M. Schiavone e D. Cofrancesco, Milano, Marzorati, 1972; P. Graglia, Unità europea e federalismo. Da “Giustizia e Libertà” ad Altiero Spinelli, Bologna, Il Mulino, 1996.

[18] Si veda in particolare il “Libro bianco” di Jacques Delors, Crescita, competitività, occupazione, Milano, Il Saggiatore, 1994 e G. Borgna (a cura di), Il modello sociale nella Costituzione europea, Bologna, Il Mulino, 2004.

[19] Sulla critica federalista all’internazionalismo si vedano in particolare: L. Levi, L’internationalisme ne suffit pas. Internationalisme marxiste et fédéralisme, Lyon, Fédérop, 1984; Id., Internazionalismo, in Enciclopedia delle Scienze Sociali, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1996; C. Malandrino, Federalismo. Storia, idee, modelli, Roma, Carocci, 1998.

[20] Cfr. I. Kant, La pace, la ragione, la storia, a cura di M. Albertini, Bologna, Il Mulino, 1985.

[21] Cfr. M. Albertini, Il federalismo, Bologna, Il Mulino, 1995; Id., Nazionalismo e federalismo, Bologna, Il Mulino, 1999; Id., Una rivoluzione pacifica. Dalle nazioni all’Europa, Bologna, Il Mulino, 1999.

[22] Cfr. S. Pistone, La ragion di Stato, la pace e la strategia federalista, Il Federalista, 43 n. 1 (2001).

[23] Cfr. A. Spinelli, Una strategia per gli Stati Uniti d’Europa, op. cit. e S. Pistone, La strategia per la federazione europea, in "Piemonteuropa", n. 1-2, 2011.

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