IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno LXVII, 2025, Numero 1, Pagina 40

Europa Terza potenza
La profonda rilevanza, oggi, dell’idea di Spinelli

SPYRIDON KOGKAS

Introduzione.

Dobbiamo accettare l’idea che l’attuale minaccia per l’unificazione europea da parte dell’emergere del nuovo bipolarismo imperialista tra USA e Russia-Cina (il blocco orientale più compatto dal punto di vista geopolitico, militare, energetico ed economico) sia dovuta ad una crisi del tentativo dell’Unione europea di affermarsi a livello globale come forza regolatrice dell’ordine nato dal crollo del blocco socialista orientale.

Questo assunto deve diventare il punto di partenza per una analisi approfondita delle cause strategiche di questa situazione e per una valutazione realistica di come affrontare la crisi in vista di un futuro recupero dell’Europa sullo scacchiere globale in termini di indipendenza dai due blocchi di superpotenze.

L’analisi delle cause è un compito politico di primo piano per ogni europeo, compito che deve spingere il nostro lavoro fino a giungere alla completa dissezione dell’anatomia di questa crisi geopolitica, della crisi esistenziale del progetto dell’Unione europea. Tale lavoro non può esaurirsi nell’ambito di un articolo, né riguardare un tipico lavoro di ricerca accademica. E’ indispensabile che divenga un dibattito pubblico all’interno delle forze federaliste e pro-europee per alimentare una serie di conclusioni pratiche che portino ad azioni adeguate alle nuove situazioni, sostenendo interventi che mettano fine alla crisi e al suo sfruttamento come opportunità strategica per accelerare l’unificazione federale dell’Europa.

Oggi l’Unione europea, specialmente dopo la guerra in Ucraina e la rielezione di Trump alla Casa Bianca, deve rendersi conto che tutte le teorie che sostenevano un presunto processo lineare e presumibilmente armonioso del suo progetto sono già state buttate nella pattumiera della storia.

Oggi l’Europa sembra trovarsi di fronte allo scenario di un arretramento anche maggiore rispetto al punto in cui si trovava alla fine della Seconda Guerra mondiale: al completo screditamento di tutto ciò che è accaduto negli ultimi sessantacinque anni e soprattutto alla conferma dell’idea dello Stato nazionale come opzione preferibile all’Unione europea per i popoli del nostro continente. Ciò, non solo a livello di opinione pubblica, ma anche di ampia coscienza popolare, è il segno di una sconfitta ideologica dell’idea federalista, una sconfitta che riguarda tutti coloro che guidano e hanno guidato l’UE soprattutto negli ultimi tre decenni. Pertanto, oggi non basta limitarsi a condannare il nazionalismo, ma occorre individuare con coraggio quali processi hanno spinto la società europea verso le forze che esprimono il desiderio di dissolvere l’UE in nome della sovranità nazionale.

Il fallimento dell’integrazione geopolitica, sociale e culturale dell’edificio europeo, il rifiuto di condurre una lotta politica per togliere spazio alle ideologie che, nonostante le loro differenze, animano l’idea e la pratica dello Stato nazionale, sono la causa della rivitalizzazione del polo antifederalista e delle forze estremiste. Senza l’indifferenza, la mancanza di coraggio e di visione e soprattutto senza l’attaccamento fanatico delle classiche famiglie politiche europee al sistema intergovernativo e alla cooperazione attraverso un meccanismo amministrativo interno all’UE, dipendente da queste famiglie per il controllo del processo di costruzione dell’Unione europea, non ci sarebbero la disillusione popolare quasi generalizzata, l’allontanamento e, in definitiva, il conservatorismo dei cittadini europei.

In assenza di questo punto di partenza nel nostro approccio ermeneutico, non possiamo che rimanere impantanati nelle analisi dell’ascesa dell’estrema destra come spettatori passivi e stupiti. Rimarremo emotivamente scioccati dalla portata delle nostre obiezioni, senza però cercare l’errore nelle nostre interpretazioni ed azioni?

L’abbandono dell’idea dell’Europa come Terza potenza mondiale, immaginata da Altiero Spinelli nel contesto del dopoguerra sulla base della sua importanza geopolitica di lungo termine nell’equilibrio delle potenze globali durante ed oltre la Guerra fredda, è stato un grave errore strategico dell’intera leadership politica ed intellettuale dell’Unione europea. L’abbandono di tale idea-prospettiva è stato mascherato dando vita ad una nuova mitologia piena di illusioni e autocompiacimenti: il mito dell’unificazione economica e dell’ampliamento territoriale senza le fondamenta di uno Stato federale. Nel giubilo per la caduta del blocco orientale, i leader politici europei hanno dato priorità al loro sogno di creare e integrare nuovi mercati, basato sull’utopia regolamentatrice del loro coordinamento senza la sconfitta politica definitiva delle strutture statali nazionali, senza la creazione di nuovi poteri democratici a livello di istituzioni europee per i cittadini, senza la predisposizione di sicurezza militare ed energetica per questi cittadini e senza il loro coinvolgimento nei nuovi cicli di sviluppo grazie a successivi salti tecnologici portati dall’information technology.

Era  logico che tale illusione celebrativa durasse a lungo. Limitarsi al rapporto tra politiche monetarie e bancarie, pienamente adatto alla gestione di una globalizzazione di tipo borsistico, in ultima analisi determinata dalle specifiche politiche di imprese, organizzazioni ed élites, ovviamente non aveva nulla a che fare con un piano di sviluppo unitario dell’Unione europea basato su di un’entità politica al cui centro stesse il popolo federale delle sue diverse nazioni. Nessuno ha voluto rovinare questo sogno pericoloso che l’economia e l’allargamento stessero funzionando bene.

Tutti gli esponenti del modello intergovernativo celebravano l’equilibrio ideale tra Stato nazionale e confederazione in un mercato globale che pensava di vivere la fine della storia. Le forze che hanno guidato l’Unione in questo periodo hanno adottato decisioni che hanno catalizzato la crisi attuale: disintegrazione delle strutture sociali, accettazione senza strategia dell’ingresso e dell’accoglienza dei rifugiati nel mondo del lavoro; creazione dell’unione economico-monetaria con esperimenti che hanno portato ad una nuova polarizzazione Nord-Sud, culminata nel periodo della crisi dei PIGS; abbandono di qualsiasi strategia politica per il Medio Oriente quando le forze estremiste erano ancora limitate; accordi economici con Russia e Cina basati su azioni frammentarie al servizio degli interessi tedeschi, che alla fine non hanno portato alcun vantaggio di lungo termine all’economia dell’Unione; accordi commerciali di corto respiro con il Sud globale; assenza di qualsia iniziativa politica di portata globale; celebrazione dello sviluppo economico e certezza che il modello del soft economic power avrebbe salvaguardato il processo di unificazione, che un giorno, in un futuro indefinito, si sarebbe concretizzato sul piano politico.

L’idea dell’Europa Terza potenza di Altiero Spinelli ha stabilito l’ordine di priorità di intenti che consente l’unità d’azione. Non si può fare il contrario.

Il pragmatismo del leader federalista non è scaturito da alcuna ossessione teorica attraverso un qualsiasi schema analitico, non ha voluto confermare alcun preconcetto accademico o ideologico. Si basava sui principi della scienza geopolitica e della politica come equilibrio di forze. Non derivava né dall’esperienza della Rivoluzione americana, né da qualsiasi altro precedente tentativo di costruire un impero o una grande zona geopolitica nel corso della storia dei conflitti politici tra grandi spazi continentali. Spinelli in sostanza sviluppa una versione sorprendente della riflessione chiaramente avanzata fin dalla fine dell’Ottocento dal grande Luigi Einaudi circa la necessità degli Stati Uniti d’Europa come la sola risposta realistica al ciclico riproporsi di conflitti globali tra le grandi potenze, conflitti che costituiscono un pericolo esistenziale per l’umanità. Il fatto che Spinelli sottolinei il fatto che siano necessari gli Stati Uniti d’Europa per avere una Terza potenza mondiale rispecchia quindi una profonda dinamica realista definita dall’analisi del carattere delle grandi potenze emerse alla fine della Seconda Guerra mondiale. I vincitori hanno definito per l’Europa un’unica scelta per il suo futuro storico: o la Federazione o il suo ciclico ritorno al ruolo di campo di battaglia della lotta per l’egemonia mondiale, con il suo esito in termini di dipendenza, schiavitù e distruzione. Per dirla con chiarezza, o Terza potenza, o l’eterna schiava-vittima delle potenze mondiali.

Per Spinelli l’idea di Terza potenza non riguarda quindi un grande progetto che può realizzarsi gradualmente con tempi normali in una ideale condizione di assenza di interventi e influenze esterni. E non si tratta nemmeno di un’idea basata su un qualche tipo di odio irrazionale nei confronti dell’idea di nazione o di Stato. Spinelli riconosce che lo Stato nazionale, come strumento storicamente utile, è finito con le macerie della guerra. Le dimensioni geopolitiche dei vincitori, indipendentemente dalla forma o dal valore simbolico assunto dalle figure politiche che li amministrano, non lasciano spazio a illusioni sul perché l’Europa non potrà vivere attraverso gli Stati nazionali se non come luogo di ritrovo di nani politici e burattini in un mondo in evoluzione. In sostanza: mantenere la sopravvivenza degli Stati nazionali costituirà la strategia politica e diplomatica dei due o quant’altri gruppi di superpotenze si trovino fuori e contro l’Europa.

L’importanza della Terza potenza risponde alla logica di una rivoluzione politica di lunga durata a livello geopolitico, sociale e culturale di vaste aree. Attraverso l’analisi degli interessi storici stabili della geopolitica europea nel quadro dell’ordine mondiale, egli ritiene che, in assenza della forza dell’imminenza di una Federazione mondiale, la minaccia di estinzione o di sottomissione dell’Europa sia l’unica costante della politica internazionale nell’era dell’imperialismo. Questo significa che Altiero Spinelli vede che anche l’idea stessa di federalismo mondiale e di democrazia non può essere tutelata in assenza di una roccaforte geopolitica, di uno spazio che esprima equilibrio nel tempo, costituisca con la sua innovazione federale unitaria un potente esempio globale per le relazioni internazionali, basato non sul liberalismo classico, né sul pragmatismo/realismo classico, ma sulla loro sintesi e sul loro superamento all’interno di una Federazione europea.

La Terza potenza, l’Europa unita, federale, sovrana e democratica, per Spinelli, è destinata geopoliticamente a costituire l’alternativa culturale agli imperialisti dell’Occidente e dell’Oriente, servendo così la pace mondiale kantiana non come utopia emotiva, ma come potenza continentale organizzata per costituire una forza deterrente in ogni guerra che minacci la libertà e l’esistenza dell’umanità.
 

Riflessioni su un pragmatismo federalista.

Nessuna coalizione di forze, per quanto sfavorevole possa sembrare, possiede una forza che la renda definitiva e permanente. Ciò significa che al suo interno devono esistere forze governate da teorie di adattamento alla realtà che consentono loro di orientarla verso i propri interessi, che possono essere divergenti da quelli di altre forze. Il pragmatismo, quindi, non può mai essere una teoria completamente priva di idealismo, perché la tendenza soggettiva al predominio sulle altre potenze per sostenere i propri ideali è la causa dello sfruttamento strettamente realistico della situazione data.

Attualmente l’idea federalista, a livello mondiale, non è sostenuta da alcuna potenza come valore globale nell’ordine internazionale. Il fatto che ci siano paesi che funzionano internamente in modo federale non implica alcunché per la loro strategia diplomatica e politica internazionale. La sfida più scottante per l’Unione europea oggi è di intervenire nella situazione internazionale come soggetto che al proprio interno funziona in modo federale e all’esterno difende la prospettiva di un ordine federale mondiale come l’unico sviluppo realistico per la sopravvivenza della società umana.

Questa è una posizione assiomatica che riguarda una scelta strategica nel modo di affrontare le relazioni internazionali nel ventunesimo secolo. A questo punto, la questione dell’autonomia strategica dell’Unione europea si scontra con condizioni di natura politica e non con la mancanza di proposte corrette su come raggiugere tale autonomia. In due parole, c’è la soluzione al problema, ma non la decisone di risolverlo. Il rapporto Draghi e gli altri che si sono susseguiti hanno confermato la verità di questa constatazione.

Ma perché la realtà si ostina a ricordarci questa enorme differenza tra conoscenza e volontà?

Il pragmatismo qui consiste nell’identificare chi faccia politica in termini di autonomia strategica all’interno dell’Europa. Chi fa politica in termini di accelerazione dell’unificazione federale? E chi si occupa dei cambiamenti che tutti i saggi nei loro rapporti indicano come fattibili e necessari da attuare oggi?

Le istituzioni, gli organi dell’Unione europea non sono progettati per attuare una rivoluzione interna delle istituzioni europee in senso federale e al tempo stesso sembra che non possano nemmeno spingere gli Stati membri ad un coordinamento che produca questi cambiamenti. Quindi, ci sono un vuoto di potere dal punto di vista costituzionale, l’assenza di un centro “giacobino”, e l’assenza di un popolo europeo cosciente come soggetto responsabile di agire in modo da ottenere lo Stato che gli spetta, cioè la federazione dell’Europa, gli Stati Uniti d’Europa.

Questo è anche un vuoto politico non riempito. Nella storia politica, particolarmente nei momenti di crisi, la rivoluzione all’interno delle istituzioni è portata avanti da una minoranza politica, da un centro, da una élite all’interno delle istituzioni, oppure è imposta da un’alleanza tra l’élite politica e un soggetto sociale maggioritario che agisce e preme per il cambiamento. Quando questi soggetti rivoluzionari non esistono, è improbabile che emerga un cambiamento politico definito in base ai reali bisogni della situazione. Anche se guardiamo ai problemi della scelta federale attraverso il prisma degli Stati membri, scopriremo che essi si muoveranno in situazioni di emergenza per cercare soluzioni di emergenza, cioè in uno stato di guerra o di rivoluzione o di coesistenza di entrambi.

In una zona grigia tra queste situazioni, è necessario un accordo tra forze degli Stati membri principali, cioè dei governi in carica nei principali Stati membri di una confederazione, per cercare, attraverso la cooperazione tra di loro e con il sostegno dei loro popoli, di innescare la graduale formazione di un primo nucleo storico di una piattaforma rivoluzionaria che eserciterà una pressione sulle forze meno forti e moderate dei rimanenti Stati. Lì, si dovrà valutare anche l’opposizione degli Stati membri rimasti intrappolati in una posizione intermedia a causa della dipendenza da forze esterne all’Unione europea o perché svolgono il ruolo di sabotatori dell’unità a favore di terzi, o perché non sono in grado, pur essendo in pericolo, di mettere il loro sistema politico nazionale in condizione di accettare la cessione della loro sovranità. Una logica debolezza di fronte al timore di una dissoluzione, di disordini sociali interni o di una crisi politica estrema.

Al punto a cui siamo, la velocità degli sviluppi a livello mondiale non ci permette di pensare con i sogni. Il soggetto del popolo federale non si forma dall’oggi al domani. Tuttavia, la questione di un’avanguardia federale, formata da una coalizione eterogenea di forze che si rendano conto della necessità immediata di spingere l’Unione europea ad imporre a se stessa la trasformazione, anche solo in modo elementare, in uno Stato federale può essere considerata immediatamente come obiettivo politico, di individuare cioè chi prenderà queste decisioni di portata storica.

Non prendiamoci in giro.

Chiedere a questa Unione europea, formatasi in modo transnazionale, burocratico, confederale, di passare all’approvazione di cambiamenti destinati a scuoterne le fondamenta non è niente più di un appello di valore storico. Tuttavia manca – così come il soggetto – la leadership in grado di far sì che questo avvenga.

In questo caso, le questioni dell’autonomia militare, del rilancio tecnologico e degli investimenti, dello sviluppo sociale ed economico restano problemi in cerca di soluzioni, mentre il tempo è già trascorso giocando contro l’Europa.

E’ proprio qui che entra in gioco la contraddizione creata dallo Stato nazionale, dagli amministratori del potere interno. Per loro c’è solo il tempo per muoversi nell’immediatezza, per mostrare risultati, per presentare soluzioni, per presentare narrazioni ai cittadini dei loro paesi, e, soprattutto, per dare la sensazione che esista una classe dirigente che si impegna a gestire la situazione specifica in modi specifici, da parte di specifiche persone.

Non può esserci pragmatismo nell’utilizzo di una strategia che è costretta a dispiegarsi in una emergenza internazionale quando nessuna forza del sistema istituzionale si percepisce come entità che deve offrire soluzioni, narrazioni e personalità specifiche che guidino questo processo di adattamento del sistema istituzionale all’evoluzione della realtà.

Così, di fronte al vuoto di leadership politica federale europea, i popoli dell’Unione europea sono abbandonati all’egemonia politica dei populisti dei loro Stati.
 

Esaminiamo gli scenari esistenti.

La linea pianificata e coordinata di Trump-Putin di realizzare un spazio europeo formato da un mosaico di Stati nazionali che porterà l’Unione europea al collasso, alla disintegrazione o al graduale declino, è evidente. Questo processo si realizzerà attraverso il rifiuto interno di un numero sempre maggiore di Sati membri a consentire ad imboccare qualsiasi percorso che assomigli anche solo vagamente a un avanzamento in direzione federale. Se si aggiunge che Francia e Germania sono interessate al loro interno da ricorrenti crisi di governo a causa del crescente consenso verso l’estrema destra anti-europea, il quadro generale tende al peggio.

L’elemento di base della posizione di queste forze non è il rifiuto pubblico dell’Unione europea, non è certo la condanna del valore dell’Europa come idea, ma è un repubblicanesimo populista che può usare e sa usare la retorica democratica sulla base della contrapposizione tra lo Stato nazionale, dotato di una presunta possibilità di controllo democratico, e una burocrazia lontana, estranea e oscura, basata su un direttorio corrotto.

Ma esiste una base di confronto democratico con queste forze eterogenee degli Stati nazionali? Esiste una minima linea d’attacco da parte delle famiglie europee dell’arco democratico a sostegno di un fronte europeo informale all’interno di ogni paese su una serie di questioni chiave? No, questo accordo non esiste e nessuna forza sembra volerlo, se non nelle dichiarazioni che tutti condividono durante le elezioni europee.

Esiste un impegno da parte degli organi dell’Unione europea nei confronti della società civile degli Stati membri per lanciare una campagna coordinata in difesa della democrazia europea contro le narrazioni del nazionalismo? No, non c’è alcun impegno e nemmeno un’offerta sistematica alla società civile di progetti che permettano alle forze sociali di diventare un motore a sostegno del progetto federale europeo.

Ci si sta preparando a contrastare il comune comportamento autoritario degli imperialisti statunitensi e russo/cinesi attraverso un nuovo appello politico alla mobilitazione di tutti i cittadini democratici contro questa internazionale del sistema di potere totalitario e filo-totalitario? No, questa volontà a livello istituzionale non c’è.

Per quanto riguarda l’autonomia strategica, l’assenza di un’industria europea della difesa consente il tragico gioco del commercio delle armi apertamente giocato dagli Stati membri dell’Unione europea, non solo da parte di quelli filorussi, ma anche, ad esempio, di quelli come la Spagna e la Francia che armano la Turchia, nonostante i suoi rapporti con la Russia e la sua retorica minacciosa nei confronti di uno Stato membro dell’Unione europea come la Grecia.

La questione dell’autonomia della difesa, derivante dalla richiesta di una strategia di un minimo di difesa europea, con forze armate, industria, e leadership militare indipendenti dagli Stati membri, è più complessa del congelamento o del rilancio della NATO.

Il punto principale è chiedersi se la situazione può essere affrontata con decisioni assunte nella prospettiva di una Federazione sovrana nei propri territori, responsabile della difesa dei suoi cittadini e della protezione della sua cultura istituzionale.

L’idea della Terza potenza non è un’idea facile, legata al mondo degli slogan. Riguarda l’articolazione di tutti gli affari esteri e della presenza internazionale dell’Europa rispetto al fronte politico interno dei suoi Stati membri. Per tale motivo, ogni sconfitta della costruzione europea sul fronte degli Stati membri allontana e rende difficile mettere in atto le decisioni riguardanti qualsiasi presenza internazionale indipendente dell’UE.

Il rafforzamento di questa idea non può quindi avvenire con slogan generici che invitano i cittadini a fare pressione sui loro governi affinché divengano più decisi nel richiedere immediatamente le riforme istituzionali che sblocchino il carro dell’unificazione.

La necessità di costruire un fronte politico in tutti gli Stati membri contro le forze della dissoluzione deve essere affrontata innanzitutto a livello di decisioni centrali delle istituzioni dell’UE che obblighino le famiglie politiche del Parlamento europeo a redigere proposte legislative di natura straordinaria rivolte ai rispettivi Parlamenti nazionali in merito all’approvazione di misure dirette di sostegno militare e finanziario del braccio difensivo dell’Unione.

Il nodo del consenso alla riforma dei Trattati deve essere quindi affrontato attraverso un sforzo coordinato delle istituzioni, delle famiglie politiche e della società civile al fine di creare un fronte istituzionale e sociale riconoscibile in tutto il continente che lavori per la riforma dei Trattati, per un riarmo difensivo straordinario dell’UE e per la definizione immediata di un insieme di decisioni politiche nello scenario politico internazionale che sia caratterizzato da una posizione saldamente maggioritaria e non unanime contro gli Stati Uniti come forza destabilizzatrice dell’equilibrio globale e dell’unità democratica del mondo libero: protestando energicamente contro le interferenze nell’Antartico e in Medio Oriente; rafforzando le istituzioni europee contro qualsiasi intervento o interferenza degli USA nei suoi affari interni con sanzioni proporzionate e crescenti; avanzando una proposta europea sugli impegni della NATO nel nuovo panorama globale; cessando ogni cooperazione economica con ogni paese nel mondo che sostenga la politica militare di USA, Russia e Cina entro i confini dello spazio geopolitico dell’EU nei mari e per terra; dando una risposta diplomatica commerciale a livello mondiale alla guerra tariffaria di Trump in particolare nei confronti dell’America Latina, del Canada  dell’Africa; impostando un processo di riavvicinamento strategico alla Gran Bretagna sul piano commerciale, tecnologico e militare.

E’ fattibile tutto questo? Sì e no. Al punto in cui siamo, nessuna di queste azioni richieste dalla realtà mondiale appare facilmente realizzabile. Ma senza un profondo e rigoroso dibattito su quale insieme di azioni permetterebbe la realizzazione almeno parziale del rapporto Draghi, non emergerà mai una ragione politica per farlo. Il rapporto Draghi non è collegato ad un ampio e democratico processo di elaborazione. In Europa non lavoriamo per la formazione di un’opinione comune a sostegno del pragmatismo orientato al federalismo delle proposte di Draghi e, per questo motivo, ciò che è realmente fattibile secondo la metodologia di verifica delle proposte di Draghi, rimane impossibile, perché non costruiamo i meccanismi di una sorta di lobby civile europea attorno a queste proposte. Abbiamo bisogno di questo coinvolgimento tra industriali, scienziati, cittadini, comunità accademica e, naturalmente, esperti ed operatori militari.

Tutto questo si distacca dal dibattito accademico e riguarda il campo della politica, che, in tutt’Europa, deve d’ora in poi essere caratterizzato dal dibattito sull’accelerazione dell’unificazione europea verso la federazione. Pertanto tutte le misure, le proposte e le linee d’attacco sopraelencate riguardano soprattutto come può essere creata in seno alla vita politica di tutti gli Stati membri la cinghia di trasmissione rappresentata dalla necessità esistenziale della riforma istituzionale, in modo da riqualificare l’intero dibattito pubblico europeo in tutti i paesi attorno all’idea che mobiliti chiaramente due campi: quello delle forze democratiche europee e quello delle forze della sovranità nazionale.

Se non si tenta di far accettare la richiesta di legittimare le decisioni di abbandonare parte della sovranità di tutti a favore della creazione di uno Stato federale europeo, non verranno mobilitati né le basi e i gruppi giovanili delle famiglie politiche dell’arco democratico, né la parte attualmente emarginata della società civile ancora filo-europea, né, soprattutto, verranno smascherate le forze ipocrite, i guardiani nascosti o aperti della sovranità nazionale parcellizzata, che nei fatti desiderano avere il destino di Meloni, Orban, Le Pen e AfD,

Qualcuno potrebbe dire: “Stai chiedendo la polarizzazione europea?” “Vuoi una guerra civile politica all’interno delle nostre società?” “Naturalmente no” è la risposta. Tutto il contrario: proprio perché non vogliamo che le forze istigate da Washington e Mosca portino disastri politici e sociali nelle società europee, vogliamo definire il processo che porti le nostre democrazie a riflettere sulla criticità del momento in cui ci troviamo e portare ad un’ampia presa di coscienza popolare dei problemi del futuro attraverso le istituzioni ed i principi e le regole costituzionali dei paesi membri.

L’idea dell’Europa Terza potenza non può procedere con desideri illusori. Non può evitare i grandi shock della storia, non può non intaccare in modo rivoluzionario il modo con cui le strutture dell’Unione hanno funzionato fin ad oggi.

La correlazione tra potenza e crisi di sopravvivenza dell’unificazione europea fa nascere una nuova raison, una raison d’Etat dell’Europa federale-Terza potenza, e ciò, di per se stesso, non può non fare a meno di costringere a riconoscere che giunge al centro dello sviluppo storico in modo asimmetrico, non nel modo e con i tempi che vorremmo, ma attraverso una straordinaria realpolitik federale.
 

La dimensione culturale della Terza potenza.

L’attualità dell’idea di Spinelli di Europa come Terza potenza non deriva da alcuna tradizione, da alcuna religiosità ideologica, da alcun bisogno ideologico di far riferimento ad una autorità. Deriva da quanto rimane di contraddittorio nella storia, dal processo incompiuto che gli oppositori inconsapevolmente portano alla luce più e più volte.

Questo realismo atemporale di Spinelli è contemporaneamente la sua idea platonica più importante: il tempo politico della storia non può essere rinnovato se non si forma lo Stato degli Stati Uniti d’Europa, e questo pragmatismo è contemporaneamente l’unica idea che offra la minima speranza non solo ai cittadini dell’Unione europea, ma anche ad ogni cittadino del mondo. Su questa base l’idea di Spinelli entra anche nel campo dell’autonomia culturale dell’eredità umanistica e democratica europea.

La libertà, la continua creazione di spazi per lo sviluppo dell’individualità e della persona di fronte a tutte le tirannie, l’incessante tentativo di creare relazioni di equilibrio tra legge e libertà sono l’identità della singolarità europea.

Il fatto che la posizione geopolitica richieda l’inclusione di spiegazioni del significato culturale dell’unificazione europea è più di una questione culturale. Riguarda il rapporto della politica con il significato di un destino comune, che dopo la Seconda Guerra mondiale dipende dal prevalere della pax europaea,

Il tema di una pax eurpaea è ciò che un’Europa federalista potrebbe portare alla politica mondiale del disordine e del caos. Il contributo di un nuovo diritto internazionale basato sull’eguaglianza e sul reciproco rispetto globali non è solo una questione di rilevanza politica. E’ allo stesso tempo la leadership culturale ed etica che l’Europa assumerebbe mostrando che solamente la realizzazione di un modello federalista migliore di qualsiasi modello del passato, non la ripetizione del modello degli USA o di qualsiasi altro modello, potrebbe portare la società globale del nostro secolo più vicina ad un nuovo salto evolutivo per la crescita e la prosperità dell’umanità. E’ così che l’Europa Terza potenza, che ha bilanciato il mondo nei fatti, dimostra la fine del nazionalismo e di tutti i meccanismi che gli ruotano intorno grazie a una nuova struttura funzionale nella quale l’unica sfida per la cittadinanza è il rafforzamento della democrazia sussidiaria e partecipativa nell’economia, nella società, nella scienza e nella cultura.

Il senso etico di ripristinare un ordine che non ripeta il ciclo di distruzione, ma permetta la sintesi delle componenti intellettuale e materiale della civiltà allontanando ogni rischio di estinzione è ciò che motiva la differenza europea. La differenza non è superiorità, ma è una manifestazione materiale del rifiuto della civiltà democratica europea di accettare la condanna della dignità umana all’infinito spargimento di sangue del potere.

L’idea federale pone questa differenza come dimensione universale del bisogno planetario di una potenza globale che non voglia dominare ed espandersi alle spese degli altri, ma mantenga sempre, con il suo potere multidimensionale, l’equilibrio delle forze a favore della possibilità di adottare il federalismo come mezzo di raggiungere la democrazia mondiale delle democrazie.

Ancora una volta, il realismo ci ricorda che il punto centrale della difesa della possibilità di qualsiasi principio normativo sta nelle mani di principi non-normativi. L’Europa Terza potenza non è una costruzione legale, né un concetto filosofico, non è un culto dello Stato, né una nuova identità imperialista. La costante geopolitica dell’Europa, il fatto che essa sia in qualche modo condannata ad trovarsi in mezzo tra i vasti imperi terrestri che tendono ad espandersi dall’Asia e la potenza atlantica ha obbligato il destino della politica europea ad essere il motivo di come e quado finirà la dipendenza del destino dell’umanità dalle superpotenze del versante atlantico e asiatico. Finché il problema dell’unità europea realizzata in uno Stato indipendente rimarrà irrisolto, la crisi della politica internazionale continuerà ad aggravarsi e porterà il mondo sull’orlo del dolore e dei disastri a causa dello sfruttamento cieco e monopolizzato dei problemi planetari da parte delle due potenze geopolitiche. Questa è una costante geopolitica, gli Stati Uniti d’Europa sono il parametro cruciale per vincolare questa costante geopolitica ad un nuovo equilibrio di forze, guadagnando tempo per una nuova transizione verso un sistema planetario di cooperazione.

Pensate per un attimo alla genesi dei concetti della retorica dell’imperialismo dalla Prima Guerra mondiale ad oggi: un infinito mondo metafisico, ideologico, immaginario di astrazioni basate sull’interpretazione del mondo senza l’Europa-Stato-federale, senza l’Europa Terza potenza. All’opposto, la Federazione europea è intrecciata con il solo principio normativo che controlla ogni immaginazione normativa e il potere: la geopolitica della libertà, della pace, della logica del futuro.

 

 

 

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