IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno LXVII, 2025, Numero 2-3, Pagina 89

Crisi o trasformazione?
Appunti sulla condizione della nostra società e
dei corpi intermedi

GIULIO SAPUTO

Definire il presente: lo spazio digitale e la fine delle Storie.

Da alcuni decenni stiamo abitando nella “società del rischio”,[1] in cui lo sviluppo della modernità ha prodotto degli effetti negativi indesiderati che potrebbero mettere a repentaglio la stessa esistenza del genere umano senza alcuna distinzione di etnia, nazionalità o confine. Questo “dramma cosmopolitico”[2] vede l’umanità così fortemente interdipendente che è difficile trovare delle nuove categorie per ridefinire l’identità secondo la classica divisione in “noi” e “loro”. Viviamo le contraddizioni della formazione della prima civiltà globale della storia, tenuta insieme dai grandi centri urbani, dall’economia dell’informazione e della conoscenza, fondata sulla mobilità, sulle connessioni e sulle prime avvisaglie di un’opinione pubblica mondiale che ha una patina di spettro culturale condiviso. La nostra specie sembra andare verso un unico destino, ma questa unificazione non significa ancora né uguaglianza né convergenza politica: assistiamo a una neoframmentazione del pianeta con tratti spesso tragicamente regressivi. Hanno perso credibilità quasi tutte le bussole ideologiche tradizionali: una dopo l’altra hanno dimostrato i limiti dell’assenza di una chiara proposta di governo della globalizzazione e del superamento della “dissimmetria” tra questioni globali e ancoraggio nazionale delle istituzioni.[3]

Nella crisi dell’ordine “occidentalocentrico”, si è sviluppato un divario anche fra le interpretazioni del reale, il sentire individuale e i necessari spazi d’azione che per definizione ormai sono diventati mondiali. Dopo il tentativo postmoderno di decostruzione e di analisi della complessità, ci troviamo senza simboli efficaci per narrare la realtà, nell’incapacità di uscire da una concezione lineare e meccanicistica del divenire, lasciando nell’inspiegabile cosa resta di incalcolabile nelle nostre vite.[4]

Se la “prima modernità” aveva soppresso la crescita del sé per favorire la collettività, la “seconda modernità” ha coinciso con l’individualizzazione della vita, distinguendola dal sangue, dalla geografia, dal sesso, dalla parentela, dalla classe di appartenenza e dalla religione fino ad arrivare a creare una società di individui soli ma iperconnessi. Tutto deve essere rivisto, rinegoziato e ricostruito nella società, crollano i capisaldi della certezza e arrivano le ondate di informazioni del nuovo spazio digitale. Eppure, resta ed è preminente il bisogno di dare un qualche ordine alla realtà percepita senza coordinate. Siamo in un “deserto post-ideologico”[5] caratterizzato da un’emancipazione dell’individuo senza nessuna liberazione effettiva, in cui l’uomo, attraverso la scienza, domina solo strumentalmente sul reale, sulla ragione e sul suo istinto.

Prolifera lo storytelling, ma mancano le grandi narrazioni. I racconti creano comunità di persone, lo storytelling crea una community che ne è soltanto la versione mercificata, composta da consumatori. L’informatizzazione della società accelera la sua denarrativizzazione perché l’informazione procede per addizione, ma non è portatrice di senso. Oggi siamo meglio informati, ma privi di orientamento in una realtà appiattita sull’accumulo, il controllo e la comunicazione istantanea di dati. Il problema è che la complessità della vita e del reale non si possono raccontare con una mera collezione di eventi quantificabili. Nel disincanto del mondo la comunità senza comunicazione lascia spazio ad una comunicazione senza comunità, senza speranza e senza un futuro da immaginare.[6]

Un racconto, come un sillogismo, è una forma che giunge a una conclusione che dà vita a un ordine chiuso e offre senso e identità. I modelli narrativi populisti, nativisti, fondamentalisti, inclusi quelli complottistici, rispondono a questo bisogno in modo semplice e a buon mercato. Lo sviluppo incontrollato delle nuove tecnologie non è stato d’aiuto. I dati, che un tempo venivano usati per migliorare la qualità della ricerca su internet, sono diventati la materia prima per un mercato in cui le aziende digitali sono dei monopolisti che mal volentieri si riconoscono dei limiti. Gli utenti non sono più uno scopo, ma un mezzo per raggiungere gli scopi di altre persone. La sorveglianza e l’indirizzo dei comportamenti on line sono diventati la nuova merce di questa economia fondata sulla capacità di fare profitti mai visti e prevedere i comportamenti futuri degli utenti.

Il “capitalismo della sorveglianza”[7] è riuscito a trovare una sponda nelle agenzie federali e negli Stati Uniti della guerra senza quartiere e senza limiti al terrorismo. Per salvaguardare questo privilegio e combattere ogni legislazione sul piano della difesa dei dati personali degli utenti, vengono spesi dalle aziende digitali decine di milioni di dollari ogni anno per attività di lobbying. L’obiettivo è rendere “inevitabile” il mancato controllo della politica su una tecnologia che va troppo veloce per essere regolamentata. Una sorta di “neofeudalesimo”[8] caratterizzato dal consolidamento di una élite che si muove al di sopra delle regole del gioco democratico. In questo contesto, l’equivalenza, l’idea di “uno vale uno”, viene venduta per eguaglianza; la democrazia è erosa perché è erosa la capacità del soggetto di scegliere con coscienza: l’obiettivo è rendere le persone prevedibili e indifferenti allo stesso sistema di potere che le indirizza. Non c’è spazio per l’autonomia di pensiero e non c’è tempo per la politica nella società strumentalizzata: tutto è iperconnesso in questo passaggio a sciame organizzato e prevedibile di individui. Con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e del restringimento dei diritti nelle piattaforme digitali non abbiamo un unico “Grande Fratello”, ma una schiera di dispositivi interconnessi che creano un sistema di “autosorveglianza di massa”.[9] Sono le persone che volontariamente immettono in rete dati che vengono poi utilizzati in vario modo a loro insaputa. Un sistema che nelle democrazie comporta la scissione del potere politico dal potere della sorveglianza, essendo quest’ultimo non più esercitato dalle autorità pubbliche, ma da attori privati come multinazionali o agenzie specializzate. Negli Stati autoritari come quello cinese, le tecnologie di controllo e di indirizzo digitale sono in mano allo Stato, designando un regime distopico che potrebbe creare una società di comportamenti automatizzati incapace di mettere in discussione gli assetti di potere esistenti.

La difficoltà di interpretare una realtà complessa nel mondo dell’informazione ha creato poi il superamento dell’ultimo caposaldo del certo: non esiste più la verità, ma solo il potere del “verosimile” da interpretare. Non ci sono più eventi al di fuori di quelli mediatizzati, i social media stessi svolgono il ruolo che un tempo spettava alle cosmologie, alle visioni del mondo: simbolizzano tempo e spazio. Viviamo così in una “infocrazia”,[10] una forma di dominio nella quale l’informazione e la sua diffusione determinano in maniera decisiva, attraverso algoritmi e intelligenza artificiale, i processi sociali, economici e politici.

Nel cyberspazio i confini identitari vengono stabiliti senza controllo pubblico, mentre gli algoritmi alimentano delle eco chambers in cui si rafforzano opinioni e comportamenti simili. L’esposizione selettiva, il contagio e la polarizzazione di gruppo sono gli esiti più comuni di queste bolle di comunicazione che rifiutano la verità o il ragionamento scientifico-razionale, in una sorta di “mito della caverna” digitale. Sul piano della società, l’emarginato vive la sua mancanza negativa isolato dallo spazio sociale, ma ha spesso una reazione collettiva nello spazio desocializzato digitale, sfogando il proprio risentimento alla ricerca di facili responsabili. Attraverso i social, si rafforza l’idea che il linguaggio non sia mera rappresentazione (uno spazio intermedio tra simbolo e senso), ma il rifugio fondante più importante della realtà stessa.[11] Il linguaggio pubblico può determinare e condizionare il pensiero, distorcere la verità e alimentare il potere attraverso astrazioni personificate, metafore o allegorie.[12]

Tramontato il mito dell’irreversibilità (della democrazia liberale, del capitalismo, ecc.), il dibattito pubblico è proiettato in una spirale senza fine tra l’evocazione di rischi sempre nuovi e quella di nuove misure protettive.[13] I cittadini si trovano così alla mercé delle influenze esterne: dalla disinformazione delle autocrazie agli spot che ora orwellianamente ci seguono in ogni spazio della nostra esistenza, tarati sui nostri interessi. La falsa orizzontalità della rete, in realtà controllata in modo praticamente monopolistico, nasconde in piena vista una realtà evidente: oggi a fare “disciplinamento sociale” sono soprattutto alcuni privati che accumulano informazioni e con esse governano colmando un vuoto politico, istituzionale, sociale e ideologico.[14]

I valori trasmessi risultano conseguentemente mercificati e reificati: si paga provvisoriamente la ricollocazione nel proprio posto nel mondo e nella società acquistando un prodotto o uniformandosi alle direttive di idoli effimeri. Attraverso la mediatizzazione del prodotto, chi fa parte della società dei consumatori è a sua volta un bene di consumo, ed è proprio questa caratteristica a renderlo un membro della società. Questa è purtroppo la realizzazione del passaggio da cittadino nella società alla precaria identità di cittadino consumatore volubile,[15] che considera “normale” l’assottigliamento dei diritti su base orizzontale e l’enormità delle disuguaglianze su base verticale.

Il concetto stesso di cittadinanza viene polverizzato in una folla di individui autocentrici e preoccupati del proprio destino, ignari di un interesse comune, se non sulla base del fatto di essere “contribuenti” a cui vendere un prodotto politico. Non solo abbiamo attribuito agli oggetti un valore di rappresentanza rispetto al nostro stile di vita, alla nostra identità e a ciò che siamo, ma abbiamo dato ai marchi che li producono sempre più voce in capitolo rispetto alle ideologie e alle battaglie civili. Ben oltre il mecenatismo, le aziende occupano lo spazio lasciato vuoto dalla crisi delle narrazioni. I grandi marchi inseguono l’opinione pubblica dandole quello che vuole allo scopo di ottimizzare i profitti, depurando le idee da ogni contenuto trasformativo. Il consumo, così finalizzato per soddisfare impulsi morali, non conosce vincoli. Tutti in potenza possono avere tutto se pagano; si mercifica così la forza emancipatrice dell’immaginazione nel presente e nel futuro. Lo status quo rimane costante, mentre vengono decostruiti e depotenziati i messaggi etici.[16]

Si ripete la “fine della modernità”, nel passaggio dal controllo del singolo sul mondo al contrario, mentre crolla il legame finalistico tra progresso scientifico, materiale e morale. Se assistiamo al successo del rifiuto propagandistico del progressismo e del futuro in chiave reazionaria/identitaria è proprio perché le battaglie di civiltà sono spesso associate ai “mali” della globalizzazione a causa dell’appropriazione di queste lotte da parte del mondo economico sovranazionale. La reificazione di queste idee ha contribuito così a legittimare come narrazione popolare la difesa di una falsa naturalità nazionalista della tradizione contro un progresso percepito come un qualcosa di “esterno” alla cultura popolare, perché veicolato da attori non politici e perlopiù riservato a chi può permettersi di “capire” quel lusso. Ne risulta un mondo diviso e impoverito, in cui si fatica a penetrare la nebbia del domani, perdendo la capacità di capire da dove stiamo arrivando e dove stiamo andando. La speranza per i grandi cambiamenti si spezza, sostituita dall’evasione da una globalizzazione disillusa.
 

Il tramonto delle istituzioni e la società dell’incertezza.

Oggi le istituzioni nazionali e sovranazionali sono incapaci di risolvere i problemi di fondo della politica interna e della politica internazionale, di garantire, cioè, l’espansione economica e la sicurezza civile e sociale dei cittadini.[17] La politica nazionale non è più in grado di regolamentare i giganti della comunicazione, il mercato finanziario, le multinazionali e neanche di dare una risposta al terrorismo, alle pandemie o alla criminalità internazionale. Ci sono attori come le Ong, le istituzioni religiose, alcuni individui (come gli influencer o i tecno-oligarchi) e i movimenti politici o d’opinione che tagliano trasversalmente la società.[18]

Questo è un pianeta a “sovranità complessa”, in cui il potere degli Stati è asimmetrico a seconda delle aree e delle policies che trattano, in cui i confini di spazio e tempo contano solo relativamente e in cui lo Stato stesso è solo una delle organizzazioni sociali che si muovono nell’arena politica.[19] Il concetto di “crisi dello Stato nazionale” ha messo in luce da tempo l’incompatibilità tra la struttura e le dimensioni di questo tipo di Stato con lo sviluppo delle forze produttive e il mantenimento dell’equilibrio internazionale.[20] Mentre all’interno dei confini statali si è garantito il progressivo sviluppo della democrazia e delle grandi ideologie progressiste, all’esterno, nella mancanza di un ordinamento giuridico, i rapporti con la politica di potenza sono gestiti senza mai uscire dallo stato di natura e dalla legge del più forte.

Dopo la Seconda guerra mondiale, per la prima volta, la priorità data dallo Stato alle politiche sociali aveva garantito per una larga parte del mondo occidentale una “società di simili”, cioè di persone che condividevano un certo numero di risorse e di diritti così da vivere in una situazione di interdipendenza e non di dipendenza.[21] Il welfare ha funzionato come riduttore di rischi individuali e collettivi. Con l’insorgere dell’incapacità dello Stato nazionale di mantenersi come ente regolatore si sviluppa però il nostro attuale sistema economico, che incentiva la deregolamentazione, la reindividualizzazione, la destandardizzazione e la flessibilità del lavoro. I sindacati e i meccanismi di tutela dei lavoratori si muovono prevalentemente ancorati alla democrazia nazionale, ma intanto l’economia si è globalizzata. Chi non riesce a adattarsi al “modello biografico”, cioè chi non dispone di un capitale di garanzia, senza alcuna tutela collettiva, è fuori dal mercato.[22] Potere e politica sono separati, c’è una nuova immediatezza inedita nel rapporto tra individuo e società.

Da una parte, le istituzioni nazionali non riescono a raccogliere risorse da reinvestire per favorire una possibile eguaglianza sociale tra i cittadini. Dall’altra, è complesso per l’ideologia nazionale veicolare una dimensione di senso che sia in grado di coinvolgere i nuovi gruppi che, a seguito dei movimenti connessi alla globalizzazione, si trovano a vivere o a transitare in uno Stato diverso mantenendo contatti quotidiani con la loro comunità d’origine. Questa duplice incapacità causa la disintegrazione della società, sempre più divisa in gruppi abbandonati a loro stessi e incapaci di riorganizzarsi su una base più vasta: si arriva così ad una crescente richiesta di garanzie. La frammentazione[23] conduce a una conflittualità di tutti contro tutti, a una paura permanente che rende le presunte soluzioni cesaristiche, isolazionistiche ed autoritarie altamente appetibili nel nome di una rinnovata difesa del proprio gruppo o dei propri interessi, che si accompagna anche a una crescente delusione per la percezione di promesse mancate da un mondo passato che non esiste più.[24] Siamo passati da una società ordinata e “distributrice di ricchezza” a una società spaccata e “distributrice di rischi” rendendo l’individuo incapace di governare la propria esistenza, di padroneggiare il presente o di anticipare positivamente, immaginare o programmare l’avvenire.[25]

L’insicurezza[26] è così diventata il centro di tutto il dibattito politico. In questo caso, l’allarme sociale per la criminalità o contro il “diverso” rinsalda i legami comunitari e la definizione rigida dello spazio sociale, aprendo anche un canale di comunicazione con gli interlocutori istituzionali. Stiamo assistendo allo spostamento dello Stato sociale europeo verso uno stato securitario[27] che esalta il ritorno alla legge e all’ordine, ma vede il permanere delle problematiche sociali dovute all’insicurezza. Questo nuovo modo di legittimare le istituzioni nazionali non attinge al capitale tradizionale di fiducia nella capacità della democrazia di programmare il domani attraverso il welfare state, ma fa leva sul permanere di una spirale che trova legittimazione solo nel richiamo all’ordine e alla sicurezza.

La concezione positiva della sicurezza, intesa come diritto a progettare il futuro, arretra a vantaggio di una concezione negativa, intesa come repressione della devianza e difesa dalla criminalità.[28] L’accentuazione della funzione di controllo apre un possibile scenario di “autoritarismo democratico”[29] attraverso un radicale allontanamento dal modello sociale europeo: rinunciando a proteggere la vulnerabilità, si spingono i cittadini alla ricerca di nuove forme di legittimazione, fondate sulla difesa della propria tribù.
 

Il tracollo della politica e il tribalismo.

La democrazia è in crisi perché “asfissiata” dentro i confini nazionali, travolta da una nuova idea di governo populista che non prevede la difesa delle regole democratiche, della legittimità degli oppositori, della civiltà dello scontro politico o della libertà dell’informazione. Questo modus operandi svuota la legittimazione elettorale di ogni significato che non sia plebiscitario, utilizzandola per mettere in discussione i vincoli costituzionali un pezzetto alla volta.[30]

Da un lato, il populismo è davvero una risposta all’impatto della globalizzazione per tutti coloro che si sono trovati privi degli strumenti per riqualificare la propria capacità lavorativa. Dall’altro, riflette una semplificazione manichea della crisi di identità dei ceti sociali come alternativa alla mancanza di narrazioni. Inoltre, la trasformazione epocale della comunicazione dovuta alla diffusione dei social media ha permesso di superare i canali tradizionali posti tra cittadini e potere, accentuando la disintermediazione e la dissociazione sociale e culturale.[31]

Nelle società disintermediate non c’è bisogno di collettori: leader e popolo sono direttamente in comunicazione. In questa nuova forma di “popolocrazia” che si va delineando, il leader non riconosce i limiti per il controllo del proprio potere e dimostra una pericolosa predisposizione autoritaria, antitecnica e — spesso — antiscientifica. In particolare, il declino dei partiti come corpi intermedi si è accentuato con l’avvento dei social, che permettono di interagire in tempo reale con “comunità digitali” attraverso slogan che non necessitano di un retroterra culturale strutturato. Una tendenza che porta queste organizzazioni ad abbandonare la propria funzione di mediatori delle richieste e dei bisogni dei cittadini a favore di una progressiva simbiosi con lo Stato. Il ruolo e la percezione dei partiti si trasformano, dando luogo ad una più generale riduzione dell’idea di rappresentanza: la competizione interpartitica risulta meno intensa a livello nazionale e le élites politiche vedono l’erosione delle proprie basi sociali di legittimazione. Tendono così a trasformarsi in establishment, a divenire autoreferenziali, colluse, tecnocratiche ed occupano le istituzioni pubbliche gestendo potere e risorse senza, di fatto, governare le politiche.[32]

In questa società in cui tutto deve scorrere rapidamente, il bilanciamento tra razionalità ed efficienza viene distrutto, perché la politica si occupa di gestire il susseguirsi delle crisi, senza il tempo per deliberare. L’importanza degli esecutivi aumenta, mentre parlamenti e tribunali diventano “ostacoli”. La politica è una continua emergenza senza compromessi, il dissenso viene trattato come un tradimento degli interessi della comunità. Si passa da una politica dai cittadini a una politica per i cittadini, caratterizzata da una forte spinta al conformismo.[33]

Parallelamente, si afferma un quadro di “tecnopolitica”,[34] in cui il vuoto creato dalla crisi dei mediatori sociali tradizionali è colmato da un uso costante dei sondaggi, non come strumento di partecipazione, ma come mezzo per misurare, e quindi costruire, il consenso-liquido degli elettori accumulando dati. Il modello di partito che riesce a esprimersi meglio nella “democrazia del pubblico” è un’evoluzione del modello catch–all, ed è quello del “partito professionale elettorale”. Se nel partito di massa la selezione interna era legata alla militanza partitica e ideologica, ora ha come riferimento l’ambito manageriale. In quest’ottica la politica è vista come un’estensione della sfera del consumo, un “mercato elettorale”, che può essere trattato alla stregua del mercato di beni e servizi, e in cui l’area strategica è rappresentata dal voto moderato. Nell’incapacità della politica di trovare gli strumenti per affrontare davvero i rischi contemporanei, si afferma una riflessività fine a sé stessa, fondata su “interventi cosmetici”, alimentando un sistema di giustificazione incondizionata delle opinioni e di sfruttamento delle informazioni a fini elettorali.[35] Si tratta di un inseguimento delle pulsioni al ribasso, attraverso la personalizzazione della sfera pubblica e la “commercializzazione della cittadinanza”,[36] mentre la macchina dello Stato sostanzialmente procede da sé nei confini della burocrazia e del diritto internazionale. Da qui si apre un ampio spazio alle formazioni demagogiche che danno un qualche tipo di contenitore a inquietudini diffuse. Visto che non c’è spazio per progettare il futuro, non si pensa mai ad alcuna azione preventiva o di radicale cambiamento, ma si alimenta la confusione in cui tutti hanno diritto di parola sullo stesso livello: scienziati e antiscienziati, esperti e inesperti, politici e antipolitici. Sul campo di battaglia politico-liquido tutte le vittorie risultano temporanee, fondate sullo spirito moderno di una ricerca della felicità individuale. È l’intimo stesso a diventare politico ed è quindi completamente instabile. In questo senso, non esiste un riconoscimento dell’avversario: vince chi ha meno disponibilità ad ascoltare.[37]

Nella realtà della “politica-spettacolo” si alimenta questa visione del mondo manichea, semplicistica, in cui gli stessi leader sono trasformati in campioni che si scontrano. Le “guide” che danno un’interpretazione dell’attualità sono sempre più ricercate, ma anche rapidamente messe da parte e “consumate” da un elettorato “fluttuante” e non ideologizzato che chiede prestazioni impossibili: risolvere subito problemi complessi. Nel mondo dell’immediato, del presente onnipresente, non c’è spazio per la fiducia in un lavoro lento e graduale. Partecipare è così diventato essere spettatori. La democrazia, in una sorta di formalismo distorto, è ridotta ad una “macchina” o a un semplice insieme di regole da ripetere come una routine o un mantra. Assistiamo alla metamorfosi del linguaggio della politica, alla sua semplificazione, ridotta a una contesa tra due poli, a una mitologica ricetta per “salvare il paese” o al continuo spostamento di quella linea invisibile che delimita ciò che può essere ritenuto ammissibile.[38] Ne risulta un’idea di rappresentanza schematizzata, asservita al soluzionismo, allo svilimento dei corpi intermedi e all’esaltazione dell’elezione del leader salvifico a cui affidare il governo assoluto per risolvere ogni problema.

La “massa” ha perso la sua centralità novecentesca, insidiata dall’emersione di un nuovo soggetto, il “pubblico”, formato dalla sterminata platea televisiva. Oggi i social media innescano la frammentazione del “pubblico” in una pluralità di segmenti privi di radicamento in una sfera comunicativa comune.[39] Ognuno ha un suo spazio atomizzato, una bolla dove si confronta solo con chi la pensa come lui o, nei momenti di confronto, è spinto a esercitare la propria opinione in modo identitario, costruendo una contrapposizione violenta che non lascia spazio per le sfumature. Ne esce dominante la ricerca di conferma e di approvazione del gruppo. La parcellizzazione delle masse è caratterizzata anche dallo spostamento dell’orizzonte politico dal piano collettivo a quello individuale e dalla responsabilità collettiva nei confronti del bene comune alla preminenza dell’interesse privato.

A causa di questi meccanismi, tutto l’impegno dell’associazionismo nello spazio pubblico mercificato rischia di degenerare nella trappola di una lotta per il potere, che viene immaginato come individualizzato da una classe che cessa di essere “dirigente” e diventa “dominante”. Un potere che, rimasto senza valori, è ridotto da legale (in cui si crede alla razionalità della norma sociale condivisa) a tradizionale (“si è sempre fatto così, dobbiamo continuare”) o carismatico (fondato sulla dedizione personale di servitori scelti per la fedeltà al leader). Si perde così non solo una dimensione valoriale credibile all’esterno della società civile davanti ai cittadini, ma anche ogni capacità di progettare il domani. Seguendo questo criterio, viene messa da parte ogni velleità di selezione dei nuovi quadri, che non saranno più scelti su una base di merito o di valore, ma solo sulla capacità di essere assertivi in base alle indicazioni dei leader di turno. Senza idee, resta un materialismo bigotto che nasconde l’inettitudine di una classe dirigente anchilosata e attaccata a un ideologismo di maniera, che si accende solo nella ripetitività formale di rituali svuotati di qualsiasi effetto catartico. L’attivismo finisce per diventare un affare per soli “addetti ai lavori”, distanti dal sentire comune dei cittadini, un assecondare un modo d’essere e di fare per darsi un’etichetta e occupare una piccola porzione di un potere che è eroso dal tramonto dei corpi intermedi. La difesa dei privilegi si confonde con la difesa dei diritti in una dialettica politica percepita come una mera somma di piramidi di potere o di interessi corporativi in competizione, che si perpetuano in una forma degenerata di interpretazione della politica. Persa la bussola valoriale, incapaci di leggere la realtà e di costruire un’alternativa, in numerosi casi sono le stesse forze che si autodefiniscono “progressiste” a perseguire politiche nazionaliste, securitarie o xenofobe.[40] Trionfano l’individualismo, l’egocentrismo, il narcisismo individuale o di gruppo, che ci rendono del tutto incapaci di ragionare in tempi storici per il futuro. Lo stesso progressismo non diventa solo establishment, ma difesa di uno status quo: una nuova forma di conservatorismo da attaccare con grande facilità per chi si rappresenta come la voce nazionalpopulista in favore di un cambiamento radicale.[41]

Nella società individualizzata vince il tribalismo, in una nuova necessità di comunità che disperatamente fugge dall’erosione dell’idea di progresso inarrestabile e illimitato. Si finisce sempre più spesso a rievocare non il passato “com’era”, ma come potrebbe essere immaginato, cioè inequivocabilmente “nostro” e senza alcun “loro”. Quasi tutto lo spazio dell’attualità è così riempito da un presentismo[42] ingombrante, senza confini, senza principi di “autorità” stabili e di proporzioni sempre più vaste grazie ai “megafoni” garantiti da internet.[43] Una volta privata del potere di modellare il futuro, la politica tende così a trasferirsi nello spazio manipolabile della memoria collettiva.[44] La storia stessa viene plasmata per essere ricreata (e reinterpretata) all’infinito come strumento di consumo e di lotta identitaria. Ognuno racconta la sua “verità dei fatti”[45] e non ascolta l’altro, se non per mostrare quanto è in malafede rispetto alla realtà che si interpreta. Questo crea anche dei paradossi, per cui non sempre le persone votano per il proprio interesse, quanto più per la propria identità interpretata. Si delineano così leader senza partiti, partiti senza società, partiti personali e il deperimento della partecipazione democratica. La stessa vita quotidiana degli individui diviene ambito delle life-politics, in cui le scelte riguardanti il proprio stile di vita si combinano con inedite forme di attività politica, discontinue e puntuali.[46]

Si è così sostanziata la sfida di assecondare un’idea di cittadinanza “intima”, che muove da un presupposto teorico per cui gli aspetti personali della vita individuale sono allo stesso tempo anche politici, in una commistione di privato e pubblico che riconosce poche linee di confine, in una visione normativamente orientata di vita liquida e di società fluida.[47] È la spaccatura del corpo civile: non più conformato all’interno di un gruppo politico-sociale strutturalmente definito e orientato secondo segmenti tematici, diventa un attivismo transitorio o intermittente collocato nella dimensione congiunturale di single-event (i gruppi NIMBY) e single-issue (l’identità di genere o le scelte alimentari) o della patina di identità globale innescata dal “catastrofismo emancipativo” (Fridays For Future).[48]

Come tenue risposta alla crisi vediamo anche lo spostamento del potere dalle oligarchie ideologizzate della politica tradizionale a élites tecnocratiche, depositarie del funzionamento della macchina politica. Si è fatto così strada in molti paesi il “mito efficientista” per cui una istituzione “funziona” solo se decide rapidamente, magari evitando il dibattito. La relativa depoliticizzazione[49] è diventata una vera e propria arte del governare che, attraverso una serie diversificata di strategie di azione, tende a rendere meno visibile il carattere politico del policy-making. Si affermano “diritti senza democrazia”, situazioni in cui i cittadini hanno il diritto di votare, ma molte delle questioni centrali per la loro vita restano al di fuori del dibattito pubblico e dei margini di discrezionalità della politica elettiva e si concentrano nelle mani degli “esperti”. È una risposta incapace di consolidare il consenso, costruita sulla mediocrità della burocrazia, priva di qualsiasi slancio radicale o ideale. Il vantaggio principale di questo modo di governare consiste nel rappresentare il processo decisionale e le sue poste in gioco come questioni tecniche, apolitiche o di bassa salienza politica, nel tentativo di limitare o indirizzare il conflitto sociale. Un processo di rimozione delle fratture identitarie e delle appartenenze (etniche, culturali, ma anche di classe) che strutturano i sistemi di credenze posti alla base della politica, lasciando ampio spazio alla reazione delle recrudescenze populiste.[50]

Il bene comune è il risultato di un’operazione complessa, una sintesi che tutela la libertà di tutti. Invece assistiamo alla scomparsa della complessità delle narrazioni, al cui posto si stabilisce una relazione emotiva fra leader e followers che tende a fondarsi su una dimensione contraddittoria e ad enfatizzare la dimensione emozionale della sfera pubblica, configurandosi come antitetica alla conservazione di uno spazio comunicativo condiviso o, meglio, di una sfera pubblica come luogo unitario di discorso sociale. Centrale diventa l’individuazione del “nemico” di turno da cui prendere le distanze e finanche legittimamente da odiare. Rinnovandosi pericolosamente, il nazionalismo dà un’identità totalizzante allo smarrimento dell’individuo postmoderno e globalizzato (una chiara visione di individuo, famiglia, società, Stato, rapporti economici e relazioni internazionali), “alternando” i nemici su cui focalizzare l’attenzione con grande facilità: l’Europa, l’ideologia gender, gli ambientalisti, le ONG, il femminismo o, come sempre, gli stranieri.[51]

Per reagire efficacemente ed uscire da questa spirale di odio è necessaria una nuova proposta radicale di lotta e di futuro che rappresenti una rivoluzione sistemica, che sleghi lo Stato dalla nazione deterritorializzando la politica e che crei una nuova dimensione di senso alle istituzioni. In breve, il federalismo potrebbe essere “una chiave” per reimmaginarsi come comunità e salvare sia la democrazia che la globalizzazione.[52]


[1] Ulrich Beck, La società del rischio, Roma, Carocci, 2015.

[2] Ulrich Beck, La società cosmopolita, Bologna, Il Mulino, 2003.

[3] Cfr. Arjun Appadurai, The Future as Cultural Fact: Essays on the Global Condition, London and New York, Verso Books, 2013 e Zygmunt Bauman, Globalization: The Human Consequences, New York, Columbia University Press, 1998.

[4] Cfr. Gianni Vattimo, A Farewell to Truth, New York, Columbia University Press, 2011.

[5] Slavoj Žižek, Shoplifters of the World Unite, London Review of Books, 33, n. 16 (2011).

[6] Byung-Chul Han, La crisi della narrazione, Torino, Einaudi, 2024.

[7] Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Roma, Luiss University Press, 2019.

[8] Cfr. Vittorio Bertola e Stefano Quintarelli, Internet fatta a pezzi, Torino, Bollati Boringhieri, 2023.

[9] Manuel Castells, Communication, power and counter-power in the network society, International Journal of Communication, 1 (2007), p. 238 ss..

[10] Cfr. Byung-chul Han, Infocrazia, Torino, Einaudi, 2023.

[11] Cfr. Federico Boni, Etnografia dei media, Bari, Laterza, 2004 e Manuel Castells, La nascita della società in rete, Milano, EGEA, Università Bocconi, 2002.

[12] Vedi Zygmunt Bauman e David Lyon, Sesto potere, Bari, Laterza, 2015.

[13] Cfr. Alessandro Colombo, Il governo mondiale dell'emergenza, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2022.

[14] Cfr. Max Weber, Economy and Society: An Outline of Interpretive Sociology, Oakland, University of California Press, 1978.

[15] Vedi Zygmunt Bauman, La solitudine del cittadino globale, Milano, Feltrinelli, 2011.

[16] Ulrich Beck, Potere e contropotere nell’età globale, Bari, Laterza, 2019.

[17] Cfr. Mario Albertini e Sergio Pistone, Il federalismo, la ragion di Stato e la pace, Ventotene, Istituto Spinelli, 2001 e George Monbiot, L’era del consenso, Milano, Longanesi, 2004.

[18] Alberto Melucci, Passaggio d’epoca. Il futuro è adesso, Milano, Feltrinelli, 1994.

[19] Cfr. David Held, Modelli di democrazia, Bologna, Il Mulino, 2006.

[20] Vedi Sergio Pistone, Federalismo e ragion di Stato, Il federalista, 44 n. 3 (2002), p. 244 ss..

[21] Cfr. Léon Bourgeois, La costruzione della solidarietà, Soveria Mannelli, Rubettino, 2011.

[22] Cfr. Zygmunt Bauman e Keith Tester, Società, etica, politica, Milano, Raffaello Cortina, 2002.

[23] Cfr. Federica Martiny e Tommaso Visone, Ripensare l’Europa, Campospinoso Albaredo, Altravista, 2019.

[24] Cfr. Giovanni Orsina, La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica, Venezia, Marsilio, 2018.

[25] Vedi Robert Castel, Incertezze crescenti, Bologna, Editrice Socialmente, 2015.

[26] Cfr. Robert Castel, L’insicurezza sociale, Torino, Einaudi, 2011.

[27] Vedi Zygmunt Bauman, Retrotopia, Bari, Laterza, 2020.

[28] Danilo Zolo, Globalizzazione. Una mappa dei problemi, Bari, Laterza, 2004.

[29] Cfr. Ulrich Beck, Che cos’è la globalizzazione, Roma, Carocci, 1999.

[30] Benjamin Moffitt, How to Perform Crisis: A Model for Understanding the Key Role of Crisis in Contemporary Populism, Government and Opposition (Cambridge University Press), 50 n. 2 (2015) pp. 189 ss., pubblicato online da Cambridge University Press il 29 Maggio 2024.

[31] Cfr. Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, Come muoiono le democrazie, Bari, Laterza, 2019.

[32] Peter Mair, Governare il vuoto. La fine della democrazia dei partiti, Soveria Mannelli, Rubettino, 2016.

[33] Jan Zielonka, Democrazia miope. Il tempo, lo spazio e la crisi della politica, Bari, Laterza, 2023.

[34] Stefano Rodotà, Tecnopolitica, Bari, Laterza, 2004.

[35] Vedi Manuel Castells, Comunicazione e Potere, Milano, EGEA, Università Bocconi, 2010.

[36] Colin Crouch, Postdemocrazia, Bari, Laterza, 2015.

[37] Zygmunt Bauman, Paura liquida, Bari, Laterza, 2019.

[38] Cfr. Paola Di Lazzaro e Giordana Pallone, Com’è successo, Roma, Fandango, 2022.

[39] Cfr. Damiano Palano, Bubble Democracy, Brescia, Scholé, 2020.

[40] Cfr. Giliberto Capano e Alessandro Natalini, Le politiche pubbliche in Italia, Bologna, Il Mulino, 2020.

[41] Zygmunt Bauman, Retrotopia, op. cit. in nota 27.

[42] François Hartog, Regimi di storicità, Palermo, Sellerio, 2007.

[43] Eric Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, 1995.

[44] Vedi Adriano Prosperi, Un tempo senza storia, Torino, Einaudi, 2021.

[45] Wolfgang Reinhard, Storiografia come delegittimazione, Scienza e Politica, 14 n. 27 (2002).

[46] Anthony Giddens, Identità e società moderna, Santa Maria Capua Vetere, Ipermedium, 1999.

[47] Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Bari, Laterza, 2002.

[48] Cfr. Luigi Ceccarini, La cittadinanza online, Bologna, Il Mulino, 2015 e Ulrich Beck, La metamorfosi del mondo, Bari, Laterza, 2017.

[49] Ernesto d’Albergo e Giulio Moini, Politica e azione pubblica nell’epoca della depoliticizzazione, Roma, Sapienza Università Editrice, 2019.

[50] Zygmunt Bauman, Un mondo fuori asse, Bari, Laterza, 2023.

[51] Cfr. Alessandro Dal Lago, Non persone, Milano, Feltrinelli, 2004.

[52] Giulio Saputo, Il federalismo contro la paura, Campospinoso, Altravista, 2025.

 

 

 

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