IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno XXXI, 1989, Numero 1, Pagina 7

 

 

Il federalismo e le grandi ideologie
 
FRANCESCO ROSSOLILLO
 
 
Il problema.
 
Per comprendere la natura del federalismo come movimento politico è essenziale individuare la sua collocazione nel flusso tortuoso e contrastato della storia dei fatti e delle idee, e quindi esaminare il rapporto in cui esso si pone rispetto alle grandi ideologie politiche che lo hanno preceduto, a partire dalla Rivoluzione francese. Si tratta di un’analisi che tendenzialmente si identifica con quella globale del senso della storia recente, cioè del modo in cui è andata maturando, in Europa e nel mondo, nel corso degli ultimi due secoli, la consapevolezza di sé dell’uomo come essere sociale, sono andati emergendo i valori che costituiscono i grandi punti di riferimento del pensiero e dell’azione politica della nostra epoca e hanno preso forma le istituzioni dello Stato democratico moderno e le categorie con le quali gli uomini di oggi usano riflettere e confrontarsi sull’organizzazione della loro convivenza.
L’impegno federalista non può quindi essere disgiunto da una messa in questione del passato, e in particolare del modo di interpretarlo che ci è stato tramandato dal marxismo, cioè dal più recente tra gli orientamenti che hanno avvertito la necessità di pensare la storia come un processo dotato di senso. Si tratta di superare la concezione della storia come storia della lotta di classe, ma non in nome di una filosofia che concepisca il processo storico come una successione di eventi ciascuno dei quali ha un senso soltanto in se stesso — cioè non ne ha alcuno —, bensì sostituendo alla concezione marxista, la cui crisi è ormai irreversibile, una concezione nuova. Deve trattarsi di una concezione che consenta di spiegare in modo persuasivo gli eventi del nostro passato di fronte ai quali la cultura marxista ha fatto bancarotta e quindi di indicare una credibile prospettiva d’avvenire e di fornire nuovi criteri di orientamento per la riflessione e per l’azione a quelli tra gli uomini di oggi che sentono la contraddizione tra i valori e i fatti nello stato attuale della convivenza civile come un dramma che investe la loro responsabilità personale.
 
Le ideologie oggi.
 
Chi osserva oggi gli schieramenti politici negli Stati dell’Europa occidentale si trova di fronte alle ideologie liberale, democratica e socialista, nelle diverse interpretazioni che ne danno i partiti che ad esse si richiamano, in una prospettiva sincronica, in quanto esse sono tutte presenti contemporaneamente sulla scena politica.
Queste stesse ideologie sono generalmente percepite come fragili schermi, ormai quasi privi di contenuto reale, la cui funzione preminente è quella di dare una giustificazione ai giochi di potere dei partiti: e si tratta di una giustificazione che è generalmente sentita come così tenue e inconsistente da indurre una parte del mondo della cultura a credere che la nostra sia l’epoca della fine delle ideologie.
Tutto ciò non ci deve far dimenticare che le ideologie liberale, democratica e socialista si sono presentate nella storia in epoche successive e, nelle fasi storiche in cui ciascuna di esse è emersa, hanno costituito potenti motivazioni del comportamento umano, provocando i grandi incendi rivoluzionari che hanno segnato la storia del continente europeo negli ultimi due secoli. Esse hanno dato allora ai popoli europei — o comunque alla loro parte attiva — la visione di un futuro per il quale lottare e le categorie fondamentali per interpretare il passato nel quale la loro lotta affondava le proprie radici.
È proprio in questa prospettiva storica che le grandi ideologie devono essere ricollocate per tentare di stabilire il nesso che le lega al federalismo.
 
La società pre-industriale.
 
Si tratta quindi di vedere se è possibile individuare un filo che colleghi tra di loro le grandi esplosioni rivoluzionarie che si sono succedute in Europa a partire dalla fine del XVIII secolo e le ideologie che le hanno ispirate, e che consenta di mettere in evidenza il loro legame con il nostro orizzonte politico di contemporanei e con le opzioni ideologiche che ci si offrono.
Questo filo deve essere innanzitutto cercato nelle correnti più profonde del processo storico, cioè nei movimenti che Braudel chiama di lunga durata. Sono quelli in particolare che riguardano l’evoluzione delle strutture di fondo della convivenza umana, quelle dalle quali tutte le altre dipendono in ultima istanza. Si tratta del modo di produrre, cioè del modo in cui sono organizzate le attività umane dalle quali dipende la riproduzione della specie e che quindi assicurano, determinando le forme nelle quali viene perpetuata la vita biologica dell’uomo, il fondamento sul quale si possono sviluppare gli aspetti culturali della convivenza civile.
Il filo che andiamo cercando è quella gigantesca e progressiva accelerazione del processo produttivo iniziata in Europa e successivamente estesasi al resto del mondo che va sotto il nome di Rivoluzione industriale e il cui inizio si può far risalire alla metà del secolo XVIII. Certo è che la Rivoluzione industriale non è stata che una forte accelerazione di un processo di modernizzazione il cui avvio in Europa va collocato grosso modo all’inizio del XVI secolo (e addirittura nel XIV secolo in Italia). Fu proprio infatti tra l’inizio del XVI secolo e la metà del XVIII che furono poste — quantomeno in alcune regioni europee — le premesse strutturali e culturali della Rivoluzione industriale, con la nascita della moderna rete urbana, lo sviluppo di un primo nucleo di borghesia mercantile e finanziaria, la nascita della scienza moderna, le prime grandi invenzioni, come quelle della stampa e delle armi da fuoco, la laicizzazione della cultura.
Ai fini del nostro argomento non è comunque decisivo prendere posizione nel dibattito sulla datazione dell’inizio del processo di modernizzazione della società europea. Ciò che rimane acquisito è che, fino alla metà del XVIII secolo, il processo fu lento, irregolare e investì soltanto aree limitate del continente e della Gran Bretagna, mentre, a partire dalla metà del XVIII secolo, il potenziamento di ciascuno dei fattori di modernizzazione che ho citato e la loro azione sinergica impressero al processo un ritmo sempre più rapido, lo estesero all’intera Europa e fecero emergere un nuovo decisivo fattore di trasformazione: l’azione consapevole delle masse. Ha quindi un senso preciso, quale che sia l’importanza che si voglia assegnare al periodo di transizione, contrapporre, nella prospettiva della nostra analisi, una fase industriale a una fase pre-industriale della storia europea moderna.
Ricordiamo ora schematicamente le caratteristiche fondamentali del modo di produrre della fase pre-industriale. La sopravvivenza della stragrande maggioranza della popolazione europea era allora garantita da un’agricoltura di sussistenza, che faceva cioè uso di tecniche che consentivano a coloro che lavoravano la terra di produrre soltanto i beni necessari alla pura sopravvivenza della propria famiglia (oltre che al pagamento degli eventuali censi dovuti ai rispettivi signori feudali). A fianco dell’agricoltura vivevano un piccolo artigianato e un piccolo commercio (il cui orizzonte rimaneva comunque limitato alla dimensione del villaggio o del quartiere di una città) e prosperavano alcune grandi correnti commerciali, che riguardavano pochi beni di lusso e interessavano soltanto un sottile strato di aristocratici, nonché di mercanti e banchieri in alcune grandi città.
La società europea pre-industriale era sostanzialmente priva di mobilità verticale e fortemente frammentata. Da un lato infatti, l’economia di pura sussistenza condannava la stragrande maggioranza della popolazione ad un ruolo passivo e subalterno, vissuto come naturale ed immutabile, che la escludeva da qualunque forma di partecipazione ai processi decisionali dai quali dipendeva il destino della collettività.
Dall’altro, l’orizzonte spaziale della vita degli uomini era definito dalla natura stessa delle loro occupazioni. Il mondo dei contadini che consumavano ciò che producevano senza ottenere un surplus da vendere sul mercato (o ottenendo comunque un surplus di grandezza trascurabile) era costituito dai campi che coltivavano e dal villaggio nel quale incontravano gli altri contadini e gli artigiani del circondario.
Era questa la società che aveva generato e perpetuato un’organizzazione del potere politico di tipo feudale, intendendo il termine non soltanto nel significato forte, che vale per il Medio Evo, e che denota regimi fondati su rapporti di fedeltà personale tra signori e vassalli, ma anche in quello più generale, che denota forme di Stato nelle quali, sul fondamento ideologico e istituzionale della monarchia di diritto divino, il sottile strato sociale costituito dall’aristocrazia e dai primi rappresentanti della nascente borghesia mercantile e finanziaria deteneva, con la proprietà della terra, il monopolio del potere politico ed economico e lo esercitava, senza freni o controlli, sulla massa inerte e inarticolata che costituiva la quasi totalità della popolazione.
 
La Rivoluzione industriale e l’aumento dell’interdipendenza dei rapporti umani.
 
Con l’inizio della Rivoluzione industriale fece irruzione in questa società immobile e polverizzata un elemento di prepotente dinamismo. Grazie ad una serie di profonde trasformazioni nei procedimenti di produzione dei manufatti, nell’agricoltura, nel commercio, nella finanza e nei trasporti, il processo storico subì un’accelerazione senza precedenti.
I nuovi modi di organizzazione del lavoro, le innovazioni tecnologiche, la riduzione delle distanze determinata dall’evoluzione dei mezzi di comunicazione consentirono la creazione di surplus sempre maggiori e insieme crearono le condizioni che ne rendevano possibile l’assorbimento. Nasceva il mercato, non più soltanto come fatto specializzato e limitato a un ristretto numero di operatori e di beni, ma come struttura della vita quotidiana di tutti gli uomini.
Il circuito che va dalla produzione al consumo, pressoché inesistente nella fase pre-industriale, tendeva a diventare sempre più lungo e complesso.
Il processo produttivo diventava un fenomeno integrato, che richiedeva la collaborazione di tutti, nel ruolo di produttori, distributori o consumatori. I rapporti tra gli uomini diventavano sempre più interdipendenti.
Nell’ambito di questa grande spinta all’aumento sempre più accelerato dell’interdipendenza — che è rimasta, dall’inizio della Rivoluzione industriale ad oggi, una caratteristica costante del processo storico — si possono utilmente distinguere, a scopi analitici, due direzioni di marcia, ad ognuna delle quali ha corrisposto il progressivo abbattimento dei due diversi tipi di barriere — quelle sociali e quelle spaziali — che segregavano e rendevano quasi immobile la vita della maggior parte degli uomini nella fase pre-industriale. In questa prospettiva possiamo quindi parlare di aumento dell’interdipendenza in profondità e in estensione. La prima di queste due tendenze ha avuto l’effetto di ridurre progressivamente le enormi distanze sociali che nella fase precedente avevano separato il sottile strato degli aristocratici e dei grandi mercanti dalla massa passiva della popolazione. È così che questa è andata articolandosi in classi sociali, con una propria precisa fisionomia e un proprio ruolo definito nel processo produttivo; e che le classi si sono via via inserite nel circuito del potere, assumendovi le responsabilità corrispondenti al ruolo che esercitavano nel processo produttivo.
La seconda ha comportato l’allargamento dell’orizzonte territoriale degli uomini, spinti dalle mutate condizioni del loro lavoro, dall’accelerazione dei trasporti e dalla diffusione delle conoscenze a considerarsi come membri di comunità sempre più vaste. È così che ha preso forma lo Stato moderno, come risposta alla necessità di regolare il processo produttivo e il funzionamento del mercato su vasti spazi attraverso una legislazione uniforme ed una amministrazione razionale.
I due aspetti del processo di aumento dell’interdipendenza dei rapporti tra gli uomini si sono manifestati con diversa evidenza nelle diverse parti dell’Europa. Nelle aree che, come l’Italia e la Germania, erano divise in Stati regionali — o addirittura in Città-Stato — la spinta all’aumento dell’interdipendenza in estensione incontrava l’ostacolo della divisione politica, con tutte le sue conseguenze economiche e sociali. Ciò fece dell’unificazione politica il problema principale della storia tedesca e italiana della parte centrale del XIX secolo. In questo periodo, in quelle due aree regionali, i problemi legati alla crescita dell’interdipendenza in profondità furono in un certo senso messi in ombra da quelli legati alla crescita dell’interdipendenza in estensione.
Ciò era inevitabile, perché l’unificazione nazionale costituiva un presupposto essenziale di qualunque disegno di emancipazione politica e sociale, tanto che si può affermare che senza di essa l’area italiana e quella tedesca sarebbero state condannate ad uno stato di arretratezza strutturale simile a quella dei paesi balcanici. Ma rimane il fatto che la preminenza del problema nazionale rispetto a quello sociale per molti decenni fu la causa di considerevoli ritardi nella crescita politica e civile dei due paesi.
In altre regioni europee invece, che erano già politicamente unite allorché iniziò il suo corso la Rivoluzione industriale, la spinta all’aumento dell’interdipendenza in estensione — che coincideva con l’interesse dei governi e della maggior parte delle forze politiche — non trovò grossi ostacoli istituzionali e poté procedere senza forti scosse fino all’unificazione completa del mercato nazionale e al consolidamento dello Stato burocratico moderno. Paradigmatici, da questo punto di vista, sono i casi della Francia e della Gran Bretagna.
Ma il problema si pose in termini diversi per quanto riguarda il processo di integrazione in profondità. La progressiva articolazione della società in classi e la conquista da parte di ciascuna di esse di dignità sociale e di responsabilità politiche avvennero attraverso un processo dall’andamento sussultorio, drammaticamente segnato da esplosioni rivoluzionarie (più violente sul continente che in Gran Bretagna, a causa della struttura meno rigida degli assetti di potere di quest’ultima, dovuta a sua volta alla sua situazione insulare).
Ciò avvenne perché il movimento spontaneo della società verso una crescente integrazione incontrò inevitabilmente, di tempo in tempo, ostacoli istituzionali. Esso infatti, alterando incessantemente gli equilibri economici e sociali, poneva le premesse di una parallela evoluzione dell’assetto del potere politico. I due processi non potevano avere però la stessa cadenza temporale.
Ciò avveniva perché intorno al sistema istituzionale esistente si cristallizzavano interessi — nel caso specifico interessi di classe — che tendevano a perpetuarne la sopravvivenza anche dopo che erano venute a mancare le condizioni storiche che ne avevano determinato la nascita.
Nel periodo storico che stiamo considerando quindi, a fasi nelle quali la struttura istituzionale dei maggiori Stati europei interessati dalla Rivoluzione industriale era in grado di dare risposte evolutive ai problemi posti dallo stadio di evoluzione del modo di produrre — e nelle quali quindi le forze produttive espresse dal processo poterono dare il massimo impulso al progresso economico e civile della società — succedettero con un’accelerazione storica senza precedenti fasi involutive, nelle quali la struttura istituzionale entrava in contraddizione con il processo produttivo e quindi soffocava, anziché liberarle, le forze produttive. In queste fasi il potere politico non esprimeva più i valori che maturavano nella società civile, ma frenava l’evoluzione di quest’ultima e ne mortificava le aspirazioni.
Fu proprio in queste situazioni che maturarono le numerose esplosioni rivoluzionarie che hanno costellato la storia europea dall’inizio della Rivoluzione industriale alla fine del XIX secolo. La contraddizione tra modo di produrre e struttura istituzionale poteva infatti essere risolta soltanto grazie all’irruzione consapevole nel processo della massa degli esclusi.
È per questo che la conseguenza politica più evidente — al livello della storia degli avvenimenti — della spinta verso l’aumento in profondità dell’interdipendenza tra gli uomini in Europa nella prima fase della Rivoluzione industriale fu la lotta di classe. E la lotta di classe ci fornisce una chiave di lettura indispensabile — anche se non la sola — della storia d’Europa in questa fase, cioè delle vicende che sono state la matrice principale della nostra cultura politica, se è vero che i valori che orientano oggi il dibattito politico in Europa — e, sulla scia dell’Europa, nel mondo — sono diventate patrimonio comune dell’umanità grazie alle grandi lotte sociali che hanno segnato quel periodo.
 
La lotta di classe.
 
Questo processo si è attuato attraverso l’emancipazione successiva di distinte classi sociali: prima la grande borghesia manifatturiera, agraria e finanziaria, poi la piccola borghesia artigianale e infine il proletariato. Ognuna di queste classi, nella fase della sua ascesa, ponendo il problema di una trasformazione dell’assetto istituzionale che lo rendesse adeguato al grado di evoluzione raggiunto dal modo di produrre (di volta in volta l’abbattimento dell’assolutismo e la creazione della monarchia costituzionale; l’introduzione del suffragio universale; la costruzione dello Stato sociale), è stata la guida del processo di emancipazione umana, interpretando le istanze di progresso presenti in tutta la società e ponendosi quindi come rappresentante del popolo nel suo insieme. Ma non appena essa, vinta la sua battaglia, si istallava al potere e imponeva un nuovo assetto istituzionale, l’evoluzione del modo di produrre faceva emergere una nuova classe, e con essa una nuova contraddizione tra le esigenze della vita produttiva e le istituzioni esistenti. La classe al potere cessava, dopo un certo tempo, di agire come classe universale e si lasciava guidare dalla logica della difesa dei privilegi che aveva conquistato e dei propri interessi di potere.
In ogni fase si riproduceva così la situazione della fase precedente. Le potenzialità di sviluppo delle forze produttive venivano soffocate, l’evoluzione della società verso uno stadio più avanzato del proprio processo di emancipazione fermata. Si creavano in questo modo le premesse per una nuova esplosione rivoluzionaria, il cui obiettivo istituzionale era diverso, ma il cui senso storico generale era lo stesso: quello di un passo ulteriore nel cammino dell’emancipazione umana.
È importante essere consapevoli che ciò che era in gioco nelle diverse fasi in cui si può suddividere la storia della lotta di classe era molto di più di una contrapposizione tra interessi di natura economica. Le grandi trasformazioni storiche che maturarono allora presupponevano la mobilitazione di enormi energie morali nelle masse che ne erano le protagoniste: e interessi puramente economici non potevano fornire al comportamento umano motivazioni sufficientemente forti. In quelle lotte era in gioco molto di più. Era in gioco il recupero della capacità di pensare il futuro — non soltanto quello individuale, ma quello della comunità, e dell’intera specie; quindi la possibilità di elaborare nuovi criteri di interpretazione della realtà e del passato, e quindi di orientamento per l’azione. È del resto questa la caratteristica di tutte le fasi di effervescenza rivoluzionaria, quando i ruoli consolidati si dissolvono, le motivazioni della condotta si trasformano e ciò che sembrava impossibile fino a poco prima diventa possibile. Ciò che guida allora coloro che lottano sul fronte del rinnovamento non è l’interesse, ma la consapevolezza di essere i vettori del processo di emancipazione umana.
 
Le ideologie.
 
Il grado di consapevolezza di ciascuna delle classi che furono le protagoniste delle diverse fasi del processo si espresse nelle ideologie liberale, democratica e socialista. Ciascuna di esse conteneva l’identificazione del valore che costituiva la motivazione essenziale della spinta rivoluzionaria della classe di volta in volta emergente; l’indicazione della specifica strozzatura istituzionale che impediva in ciascuna delle fasi successive del processo il libero sviluppo delle forze produttive e quella della struttura alternativa da realizzare; e un’analisi della situazione storico-sociale che giustificava e condizionava le opzioni di valore, le scelte degli obiettivi e la definizione delle strategie.
Le ideologie liberale, democratica e socialista portano quindi l’impronta del periodo storico nel quale ciascuna di esse ha motivato la lotta degli uomini per la propria emancipazione. Ma insieme esse hanno trasceso le circostanze storiche contingenti nelle quali si sono affermate, tant’è vero che non sono scomparse dal dibattito politico e culturale con il concludersi della fase storica alla quale ognuna di esse ha dato il suo senso specifico, ma hanno continuato, fino ai nostri giorni, anche se spesso in modo inconsapevole, a vivere nella cultura e ad orientare i comportamenti politici: e ciò non solo nelle regioni del mondo che hanno vissuto più tardi le vicende della lotta di classe, ma anche nelle stesse società europee che le avevano vissute per prime.
Ciò è avvenuto perché, nella Rivoluzione francese e nelle altre fasi incandescenti di trasformazione che hanno scandito la prima fase della Rivoluzione industriale, fino alla fine del XIX secolo, i valori della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia sociale, che hanno impresso ai movimenti liberale, democratico e socialista la loro specifica fisionomia, sono state da quelli pensati e vissuti non già come valori di una sola classe sociale e limitati ad una singola fase storica, ma come valori eterni e universali, che in quanto tali mantengono la loro validità anche per noi. Erano valori che esprimevano una speranza, suscitata dall’illusione, caratteristica di tutti i momenti rivoluzionari, della scomparsa di ogni ostacolo al progresso: la speranza nel prossimo avvento di un mondo libero da ogni forma di oppressione e di sfruttamento, nel quale la creatività umana si possa esprimere appieno nel quadro di una comunità fondata sul rispetto reciproco e sulla solidarietà. Era del resto una speranza che non si lasciava identificare in un solo valore, ma li metteva in gioco tutti nell’idea dell’emancipazione umana tout court, e che aveva il suo riscontro reale nel fatto che, dietro la classe di volta in volta emergente, il protagonista della trasformazione era il popolo nella sua totalità.
Le stesse ideologie hanno invece mostrato un volto profondamente diverso nelle fasi storiche successive alla loro affermazione, dopo che la classe che ne era stata la portatrice si era inserita nell’equilibrio di potere ed incominciava a confrontarsi con il problema di tutelare i propri interessi specifici e di consolidare la struttura istituzionale che li garantiva. Erano quelle le fasi nelle quali emergeva con chiarezza che l’affermazione dell’ideologia allora dominante era stata soltanto un passo verso l’emancipazione umana, ma non l’aveva realizzata compiutamente, e quindi non aveva realizzato compiutamente sé stessa, perché la rivoluzione attraverso la quale essa si era imposta non aveva liberato l’umanità in quanto tale, ma soltanto una parte di essa (la grande borghesia, la piccola borghesia o, nel caso del proletariato, tutte le classi, ma all’interno di uno Stato) o un suo aspetto (quell’aspetto specifico dell’essere degli uomini che è legato alla loro appartenenza ad una classe, quindi non il loro essere nella sua globalità, in quanto persone). Lo stesso contenuto dell’ideologia appariva allora come parziale e storicamente determinato.
In queste fasi — le fasi involutive della storia dell’Europa moderna — l’ideologia che si era imposta nella cultura grazie alla conquista dell’egemonia da parte della classe che ne era la portatrice cessava a poco a poco, anche se il processo si svolgeva in modo sotterraneo e inconsapevole, di essere il quadro di riferimento dei comportamenti e delle speranze della quasi totalità della società, come lo era stata nella fase precedente — quella della trasformazione rivoluzionaria — per diventare un instrumentum regni delle classi al potere. Le stesse parole che anni prima avevano avuto un significato rivoluzionario ne acquisivano uno conservatore o reazionario: il liberalismo di coloro che durante la Terza Repubblica, in nome della libertà, si opponevano alla riduzione a dieci ore della giornata lavorativa non aveva nulla a che fare con quello dei rivoluzionari dell’89.
Il superamento dei limiti dell’ideologia dominante diventava allora l’obiettivo storico della nuova classe emergente, alla quale l’incessante evoluzione del modo di produrre stava assegnando un ruolo di crescente importanza nel processo produttivo, ma che nella fase precedente non aveva ancora assunto una fisionomia definita e una chiara consapevolezza della specificità della propria vocazione rivoluzionaria ed era rimasta esclusa dal circuito del potere; e che ora premeva alle porte rivendicando trasformazioni istituzionali più avanzate e indicando nuove prospettive di avvenire.
Le grandi rivoluzioni che hanno accompagnato la prima fase del processo di industrializzazione in Europa devono quindi essere interpretate, in una linea di continuità, se pure dialettica, come tentativi, a loro volta incompleti, di completare il disegno della fase precedente. Ne deriva che la successione storica delle ideologie liberale, democratica e socialista non deve essere pensata come il risultato di una serie di conflitti tra culture contrapposte, tutte provviste della stessa legittimità storica. Al contrario, l’ideologia che di volta in volta storicamente seguiva, proprio perché veniva dopo, superava in senso hegeliano la precedente perché non si limitava a negarla ma, negandola, la conservava: cioè ne recepiva il contenuto, ma lo metteva in prospettiva, inserendolo in un contesto più vasto.
È così che i democratici potevano a buon diritto sostenere che solo con l’uguaglianza si sarebbe potuta realizzare la vera libertà, ed i socialisti che solo con la giustizia si sarebbero potute realizzare la vera libertà e la vera uguaglianza. Ciò significa che il modo più coerente di essere liberali nel ’48 era impegnarsi nelle battaglie democratiche, e che il modo più coerente di essere liberali e democratici insieme alla fine del secolo era impegnarsi nelle battaglie socialiste, perché quelli erano i fronti sui quali si opponevano progresso e conservazione, quelle erano le lotte nelle quali era in gioco l’avanzamento di tutti i valori (o quantomeno di quelli storicamente maturi).
È certamente vero che il clima violento di contrapposizione tra le classi ha spesso dato rilievo ai tratti delle ideologie che, distinguendole l’una dall’altra, giustificavano lo scontro sociale; e ha messo in ombra l’aspetto di continuità costituito dalla conservazione della parte viva del contenuto di ciascuna di esse nella negazione che ne veniva fatta dalla successiva. Ma è altrettanto vero che la continuità dialettica del processo si può verificare oggi, al di là delle superficiali contrapposizioni che sono ancora mantenute negli schieramenti politici, nel sedimento che liberalismo, democrazia e socialismo hanno lasciato nel linguaggio, nella cultura e nelle istituzioni dell’Europa contemporanea: quel sedimento che fa sì che gli Europei, e con essi l’intera umanità, non possano ormai non dirsi insieme liberali, democratici e socialisti.
 
La nascita dei popoli nazionali.
 
Quella socialista, di cui il comunismo non fu che una variante, fu l’ultima ideologia che emerse in Europa nel corso della fase della lotta tra le classi.[1]
Assegnare una data all’affermazione storica del socialismo in Europa sarebbe inevitabilmente arbitrario. È un dato di fatto che esso ha continuato a motivare fortemente il comportamento politico della classe lavoratrice, e con essa, in vario modo, dell’intera società, fino a tutto il primo decennio successivo alla seconda guerra mondiale. Ma è anche un dato di fatto che, per quanto riguarda l’inserimento sia del proletariato nel processo politico che dei principi della dottrina socialista nella cultura, l’ultimo episodio della fase storica della lotta tra le classi può dirsi sostanzialmente concluso con l’ingresso nei parlamenti nazionali, anche grazie all’introduzione del suffragio universale, di deputati socialisti, e poi comunisti, con il riconoscimento del diritto di sciopero e del diritto dei lavoratori ad organizzarsi in sindacato e con la creazione delle prime strutture della sicurezza sociale.
Con queste conquiste, il proletariato aveva cessato di essere la classe che non aveva altro da perdere che le proprie catene, quella che si era pensato fosse una razza biologicamente diversa dalla borghesia, tanto ferrea era la discriminazione sociale che le separava. Essa diventava ora un attore riconosciuto del processo politico. Si può così ragionevolmente sostenere che, con i primi due decenni del XX secolo, dall’integrazione tra le classi erano nati i popoli nazionali.
Ciò non significava evidentemente, per riprendere una contrapposizione proposta da Albertini, che i valori della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia sociale si fossero allora compiutamente realizzati in Europa. Ma quei valori si erano storicamente affermati, erano diventati patrimonio comune, parte della cultura di tutti, anche di coloro che li negavano nei fatti. E a questa affermazione storica corrispondeva il fatto che non erano più in vista, nel quadro nazionale (considerato che l’obiettivo della dittatura del proletariato si è rivelato in Europa occidentale come un mito), trasformazioni istituzionali capaci di liberare altre forze produttive ancora soffocate dalla struttura di potere esistente e quindi di mobilitare nuove risorse e di allargare il mercato interno creando nuovo potere d’acquisto.
 
Il sistema europeo degli Stati e il nazionalismo.
 
Il fatto che all’inizio del XX secolo il processo di integrazione in profondità — quantomeno nella forma dell’integrazione tra le classi — fosse sostanzialmente esaurito non significa che fossero esaurite le virtualità espansive del processo di industrializzazione in quanto tale. Al contrario, l’evoluzione del modo di produrre tendeva ad assumere ritmi sempre più accelerati. È da notare che fu proprio quella la fase dell’espansione travolgente del capitalismo americano nei settori delle ferrovie, della siderurgia, delle banche e, poi, dell’automobile. E fu in quei decenni che l’economia degli Stati Uniti incominciò a dimostrarsi più vitale di quella dei paesi europei.
La ragione di questo storico «sorpasso» sta nel fatto che negli Stati Uniti l’ulteriore accelerato sviluppo delle forze produttive veniva efficacemente sostenuto dalle dimensioni continentali del mercato, mentre in Europa la stessa tendenza, che pure era evidentemente presente, trovava sul suo cammino l’ostacolo della dimensione nazionale degli Stati.
Incominciava in questo modo a prendere corpo in Europa una contraddizione — già preannunciata negli ultimi decenni del XIX secolo — che avrebbe segnato tragicamente la storia europea, e quindi mondiale, per tutto il periodo che si sarebbe concluso con la fine della seconda guerra mondiale.
Per definirne i termini deve essere inserito nel quadro un aspetto che sinora è stato lasciato da parte: quello della natura dei rapporti internazionali nel cui contesto era iniziato e stava progredendo il processo di industrializzazione in Europa.
Questo contesto era il sistema europeo degli Stati la cui logica, nelle diverse forme di volta in volta adeguate allo stadio di evoluzione delle condizioni politiche, economiche e sociali del continente nel suo complesso e di ciascuna delle sue parti, aveva condizionato la ricorrenza di alcuni avvenimenti della storia europea a cominciare da Carlo V e dato un’impronta comune alle istituzioni degli Stati della regione.
La caratteristica essenziale del sistema europeo degli Stati era data, da un lato, dalla sua instabilità, dovuta alla presenza, su di un territorio relativamente ristretto, di più Stati sovrani, ognuno dei quali costituiva un pericolo obiettivo per i suoi vicini territoriali; e, dall’altro, dalla sua permanenza, dovuta alla strutturale incapacità di ogni singolo Stato — rafforzata dalla politica deliberata della potenza insulare inglese — di stabilire un’egemonia definitiva su tutti gli altri. Si trattava quindi di un equilibrio nel quale la guerra era ricorrente, e l’aspettativa della guerra era costantemente presente nell’orizzonte di vita degli uomini e nei calcoli dei governanti.
Questa situazione influenzò profondamente la struttura degli Stati del continente, determinandone l’accentramento politico, amministrativo e territoriale (un destino al quale sfuggì in parte soltanto la Gran Bretagna grazie alla sua condizione insulare). E quando il processo di industrializzazione e di modernizzazione consentì al potere centrale di crearne i necessari strumenti — in particolare l’esercito a coscrizione obbligatoria e la scuola di Stato — lo Stato burocratico e accentrato generò anche la propria legittimazione ideologica modificando profondamente, attraverso l’idea di nazione, i rapporti tra cittadino e potere.
Bisognava, per garantire la sopravvivenza dello Stato in un contesto caratterizzato dalla presenza permanente — attuale o virtuale — della guerra, che i cittadini si trasformassero in soldati, disposti a sacrificare anche la vita per la difesa della comunità. Questo obiettivo fu realizzato attraverso la diffusione dell’idea di un legame insieme naturale e pseudo-religioso che unisse tra di loro i membri della stessa nazione e li opponesse alle altre nazioni, allo «straniero» visto come un nemico che si doveva in ogni momento essere pronti a combattere.
Prendeva così forma nella storia europea, a cominciare dalla Rivoluzione francese, una tendenza che si poneva in contraddizione con quella che aveva il suo veicolo nella lotta di classe e che si esprimeva attraverso i grandi valori universali della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia sociale. L’idea di nazione divideva l’umanità in orde contrapposte, mettendo in questione persino l’appartenenza degli uomini ad un unico genere.
Attraverso di essa si istillava nell’animo degli uomini l’odio per lo straniero in quanto tale, e quindi si negava il carattere universale dei valori all’insegna dei quali procedeva il difficile cammino dell’emancipazione umana; e si presentava la difesa della patria come più importante di qualunque lotta per la liberazione delle classi.
La contraddizione che si delineava in questo modo rimase a lungo un fatto che investiva soltanto la sfera della cultura e che era percepito da qualche grande spirito isolato, ma che non produceva lacerazioni gravi nella coscienza collettiva, tanto che, per buona parte del XIX secolo, il mito della sovranità nazionale si confuse per i più con l’ideale democratico della sovranità popolare. Ciò era dovuto al fatto che in quel periodo la guerra — pur evolvendo continuamente con l’avanzata del processo di industrializzazione per quanto riguarda sia la tecnologia degli armamenti che le dottrine strategiche, e pur avendo fatto registrare in particolare, con le guerre napoleoniche, un premonitore salto di qualità — rimaneva un evento di limitate capacità distruttive e che non mobilitava che una parte relativamente esigua delle risorse umane e materiali di un paese.
 
La contraddizione tra sovranità nazionale e dimensione del processo produttivo.
 
I vincoli dipendenti dal contesto internazionale avevano così lasciato uno spazio sufficiente all’interno delle principali società europee perché la lotta di classe producesse la sua spinta liberatrice e radicasse nella coscienza collettiva i grandi valori della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia sociale.
Ma nei decenni a cavallo tra i due secoli questo quadro mutò radicalmente.
Con l’affermazione del movimento socialista — come si è detto — il processo di emancipazione delle classi si stava esaurendo, avendo ormai eliminato tutti i principali ostacoli alla mobilità sociale all’interno dei paesi europei più avanzati, mentre il processo di aumento dell’interdipendenza in estensione, dopo aver creato i mercati nazionali, continuava ad esercitare la sua azione, spinto dai continui progressi della tecnica e dell’organizzazione del lavoro (taylorismo), in direzione di una crescente interdipendenza tra le economie nazionali e della creazione di mercati di dimensioni continentali. Ma, mentre poteva produrre indisturbato i suoi effetti negli Stati Uniti, esso trovava in Europa l’ostacolo costituito dalla dimensione nazionale degli Stati.
Si trattava di un ostacolo insormontabile a quell’epoca perché la permanente minaccia all’indipendenza, e alla stessa sopravvivenza, alla quale gli Stati del continente erano esposti a causa del carattere strutturalmente instabile dell’equilibrio europeo, faceva, per ciascuno di essi, dell’autosufficienza economica un irrinunciabile fattore di sicurezza. Nessuno Stato che si fosse trovato, a causa dell’accresciuta divisione internazionale del lavoro, in condizione di dipendere da approvvigionamenti provenienti dall’estero per i beni strategicamente essenziali avrebbe avuto la benché minima possibilità di vittoria in caso di guerra.
Fu questa la radice del protezionismo, cioè del fenomeno che, a partire dai primi anni del secolo, e in seguito in misura sempre più accentuata, portò a gigantesche distorsioni e ad una progressiva contrazione del commercio internazionale. Iniziava così la decadenza storica dell’Europa e la perdita progressiva della sua funzione di perno dell’equilibrio politico ed economico internazionale a beneficio delle due potenze laterali di dimensioni continentali, che fino a quel momento avevano giocato un ruolo marginale rispetto all’equilibrio europeo: la Russia e gli Stati Uniti d’America.
Le ragioni per le quali questa contraddizione assunse un’importanza drammatica solo in vista della prima guerra mondiale — dopo quarant’anni di liberismo internazionale e di pace relativa — non si possono comprendere in modo soddisfacente se non si inserisce nel quadro anche il modo in cui l’evoluzione del modo di produrre stava trasformando il carattere della guerra. Il perfezionamento dei mezzi di distruzione, di trasporto e di comunicazione ne stava facendo infatti un fenomeno sempre più totale e devastante. Si trattava sempre meno di un fatto che non interessava che le strutture militari in senso stretto e quelle zone limitate di un paese che costituivano il teatro delle operazioni. Al contrario, essa cominciava a coinvolgere profondamente anche le attività produttive e le strutture della vita sociale.
I rapporti tra sicurezza e struttura produttiva diventavano così assai più stretti di quanto non lo fossero mai stati prima.
Bisogna ora ricordare il modo in cui si manifestò la coscienza di questi mutamenti. Di mano in mano che la nuova fase del processo andava assumendo una fisionomia più pronunciata, l’inconciliabilità tra il mito della nazione e i grandi valori universali della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia sociale tendeva a trasformarsi da contraddizione culturale in lacerante conflitto politico e psicologico, destinato a segnare profondamente la vita delle società europee e spesso le stesse coscienze individuali. E in questo conflitto il mito nazionale era destinato a prevalere. Poiché l’eventualità della guerra incominciava ad essere vissuta come una minaccia concreta all’indipendenza e all’esistenza stessa della comunità politica — cioè del presupposto esistenziale di tutti i valori — e poiché, d’altra parte, lo sforzo bellico comportava una mobilitazione sempre più vasta delle risorse umane e materiali di un paese, andava restringendosi, all’interno dello Stato, lo spazio disponibile per il proseguimento della lotta per l’emancipazione umana. Qualunque lacerazione interna avrebbe infatti causato un irreparabile indebolimento dello Stato, in un equilibrio internazionale che diventava sempre più teso e fragile. L’unico valore doveva diventare la nazione, in nome della quale si imponeva il superamento di tutti i conflitti interni per combattere con più efficacia il nemico al di là dei confini.
Si apriva in questo modo una nuova era, nella quale il principale ostacolo all’espansione delle forze produttive, e quindi all’avanzata del processo di emancipazione umana non era più una struttura istituzionale (regime) che escludeva una parte della popolazione dall’esercizio del potere, ma era la dimensione stessa della comunità politica, cioè lo stadio nazionale dell’evoluzione dello Stato. Si tratta di quella che era destinata a diventare la fase più tragica della storia moderna d’Europa. L’evoluzione del modo di produrre poneva in modo drammatico il problema della creazione — nelle aree economicamente evolute del mondo — di mercati di dimensioni continentali. D’altra parte lo Stato nazionale — anche se ormai condannato dalla storia — era ancora vitale e appariva agli occhi dei suoi cittadini come un’entità eterna e indistruttibile. L’idea di una rinuncia volontaria alla sovranità nel quadro di un patto federale tra gli Stati europei appariva quindi inconcepibile. La sola via d’uscita dalla contraddizione che pareva allora praticabile era quella dell’allargamento del mercato attraverso l’espansione imperialistica dello Stato nazionale.
La prima manifestazione di questa tendenza si ebbe con le conquiste coloniali, soprattutto in Africa e in Asia, negli ultimi decenni del XIX secolo e nel primo del XX — quelle conquiste che per i paesi europei giunti da poco al rango di grande potenza, perché di recente unificazione, assumevano il significato della conquista di «un posto al sole». Anche questo fenomeno non era ovviamente nuovo, e all’epoca la Gran Bretagna controllava già un grande impero marittimo di dimensioni mondiali. Ma è indubbio che nel periodo dell’imperialismo la spinta degli Stati europei ad espandersi al di là del continente mutò di natura e subì una brusca accelerazione, impegnando risorse sempre più ingenti e provocando crescenti tensioni. In questa fase l’Europa pose le premesse di un processo che avrebbe avuto come punto d’arrivo la fine dell’equilibrio europeo e l’inizio dell’equilibrio mondiale. Condizionati dalla logica del confronto di potenza con i loro concorrenti, che li obbligava a cercare il consenso delle élites locali per tentare di schierarle al proprio fianco, gli Stati europei esportarono, con la guerra e la violenza, non solo risorse materiali, ma il dinamismo stesso della loro civiltà, creando in questo modo aree di interdipendenza che si estendevano al di là dell’Europa (e degli Stati Uniti) e rendendo progressivamente attive regioni del mondo che fino a quel momento erano rimaste inerti e isolate. Nel momento in cui l’egemonia degli Europei sul resto del pianeta sembrava raggiungere il suo apice, l’Europa incominciava impercettibilmente a perdere il monopolio mondiale del potere.
 
La prima guerra mondiale.
 
Le conquiste coloniali comunque non potevano risolvere la contraddizione, soprattutto perché la potenza europea la cui economia dava segni di maggior dinamismo — la Germania guglielmina — era rimasta quasi completamente esclusa dal processo. Del resto, la leadership tedesca dell’epoca avvertiva la necessità per la Germania di assumere il ruolo di potenza mondiale a fianco della Gran Bretagna e — in prospettiva — degli Stati Uniti e della Russia. In caso contrario il suo sviluppo e il benessere dei suoi cittadini sarebbero stati irreparabilmente compromessi e la Germania stessa sarebbe stata declassata, con gli altri Stati del continente, al rango di una potenza di second’ordine. Ma, per raggiungere questo obiettivo, era essenziale che essa si assicurasse una posizione permanente di egemonia sull’Europa continentale. Si trattava peraltro di un obiettivo credibile proprio a causa dell’accresciuta fragilità dell’equilibrio europeo, che costituiva un quadro politico ormai insufficiente a garantire la piena espansione delle forze produttive e che, per ciò stesso, stava perdendo anche la capacità, che aveva sempre avuto nei secoli precedenti, di autoregolarsi. In un’Europa che l’evoluzione del modo di produrre stava rendendo sempre più piccola, la posizione di dominio acquisita da una nuova potenza egemone sarebbe stata verosimilmente irreversibile. Ma questa prospettiva era avvertita come un pericolo gravissimo dai governi e dall’opinione pubblica degli altri paesi europei. Fu questa, al di là delle intenzioni dei protagonisti, delle circostanze che accelerarono il processo (la disgregazione dell’Impero ottomano, la debolezza dell’Impero austro-ungarico) e dell’occasione che scatenò casualmente la catastrofe, la causa della corsa agli armamenti che ebbe luogo nei mesi che precedettero l’inizio della prima guerra mondiale, e quindi dello scoppio del conflitto.
La prima guerra mondiale fu un punto di svolta nel processo proprio perché in quell’occasione per la prima volta l’equilibrio europeo fu incapace di ristabilirsi da solo. L’intervento degli Stati Uniti fu infatti decisivo. Si trattava della più eloquente delle dimostrazioni che l’equilibrio europeo stava ormai, almeno in prospettiva, per essere soppiantato da un nuovo equilibrio mondiale, i cui attori sarebbero stati potenze di dimensioni continentali.
D’altra parte, il Trattato di Versailles non risolse alcun problema, ma li aggravò tutti. Ciò del resto, al di là dei pur gravi errori di valutazione commessi dai protagonisti delle trattative, era inevitabile. Per rimuovere le cause della guerra in Europa si sarebbe dovuta sopprimere la sovranità degli Stati nazionali. Ma ciò era allora impensabile. Il problema si riproponeva quindi negli stessi termini, ma esasperato dalle distruzioni e dagli odi seminati dalla guerra. La contraddizione tra la tendenza del processo produttivo e del mercato ad assumere dimensioni continentali e l’inerzia delle strutture istituzionali stato-nazionali era destinata ad aggravarsi ulteriormente. Il protezionismo si accentuò. Esso non poté certo soffocare del tutto i flussi del commercio internazionale, ma li turbò profondamente, li rese insicuri e imprevedibili. Di qui il succedersi di crisi economiche che si abbatterono in varie forme sui paesi europei, fino alla crisi mondiale del ‘29, che accelerò in modo decisivo l’avvento del nazismo in Germania.
 
Il fascismo.
 
Il fascismo (e, beninteso, il nazismo, come sua variante esasperata) furono l’ultimo, disperato tentativo di dare una risposta nazionale alla crisi, cioè di risolvere la contraddizione senza mettere in questione la sovranità dello Stato nazionale. Si trattò di un tentativo folle perché lo Stato nazionale era ormai uno strumento superato dalla storia, e quindi inadeguato a far fronte alla sfida. Ma allora, come sempre accade, la consapevolezza degli uomini era in ritardo rispetto all’evoluzione dei dati reali del processo, proprio perché essa era fortemente condizionata da quello stesso quadro istituzionale che il processo stava rendendo obsoleto. Nella visione dei governanti di allora, l’Europa continuava ad essere il centro del mondo, e questo errore di prospettiva condizionava le loro strategie in politica estera. Fu del resto un errore che viziò anche la politica degli Stati Uniti, i quali non seppero adeguare le loro scelte alle loro nuove responsabilità e si ritirarono dalla Società delle Nazioni lasciando gli Europei in balìa di loro stessi (mentre avrebbero potuto influire positivamente sul corso degli avvenimenti se avessero utilizzato la loro posizione di creditori dei paesi vincitori per imporre un equilibrio meno instabile).
Lo stesso ritardo di consapevolezza spiega il fatto che il consenso dei cittadini nei confronti dello Stato nazionale fosse ancora abbastanza forte da rendere del tutto impensabile un cambiamento del quadro politico-istituzionale. Lo Stato nazionale aveva ancora la capacità di mobilitare molte energie (in un certo senso più di quante non ne avesse mai mobilitate prima) e di trasformarle in potere (anche se si trattava di un potere fragile perché non più fondato sulla coincidenza tra quadro istituzionale e grado di sviluppo delle forze produttive).
Gli effetti di questa impasse si fecero sentire in modo meno drammatico nei paesi, come la Francia e la Gran Bretagna, ai quali il controllo di un vasto impero coloniale consentiva di offrire più vasti sbocchi al proprio apparato produttivo e di dare un respiro mondiale alla propria politica estera. Questo non era invece il caso di paesi come la Germania e l’Italia che erano praticamente privi di colonie e nei quali, per di più, a causa dei ritardi provocati dalle lotte per l’unificazione nazionale, le istituzioni democratiche non avevano avuto il tempo di mettere solide radici. Qui il tentativo di salvaguardare la sopravvivenza storica dello Stato nazionale in un contesto di tensioni esasperate comportava la necessità di ricorrere alla mobilitazione totale delle risorse e del consenso.
Fu questo il problema obiettivo che diede origine al fascismo: un fenomeno che coinvolse, anche se in diversa misura, tutti i paesi europei, e che ebbe una forte base popolare, a dimostrazione del fatto che la follia che abitualmente si imputa ai capi che se ne fecero interpreti di fatto era una caratteristica generale della situazione storica nella quale quei regimi si imposero. Due erano le vie obbligate che essi dovevano seguire — peraltro inscindibili l’una dall’altra. Da un lato si trattava di superare la crisi economica, riassorbire la disoccupazione e mettere fine ai conflitti sociali attraverso una stimolazione forzata della domanda interna. Questa, a sua volta, non poteva basarsi che su di una forte presenza dello Stato nell’economia, attraverso una politica di impulso ai lavori pubblici e soprattutto all’industria degli armamenti, da realizzare mediante il trasferimento al settore pubblico di una quota molto elevata della ricchezza delle famiglie (cioè con l’imposizione di gravi sacrifici materiali ai cittadini).
Dall’altro lato, questa linea di condotta non poteva che alimentare le spinte, già insite nella natura del regime, verso una politica estera aggressiva ed espansionistica sia nel quadro europeo che in quello mondiale.
Questi obiettivi non avrebbero mai potuto essere conseguiti con lo strumentario politico delle democrazie. Per ottenere una mobilitazione totale delle energie erano necessari regimi totalitari, in grado di vincere con la forza le resistenze dei settori più penalizzati della società, di sopprimere il dissenso interno, di accentuare all’estremo l’accentramento politico e amministrativo e di esercitare sui cittadini una pressione ideologica esasperata per portare il consenso, almeno in certe fasce della popolazione, al limite della dedizione incondizionata. Con il fascismo, l’incompatibilità tra l’ideologia nazionale e i grandi valori universali della tradizione liberale, democratica e socialista si rivelò come assoluta. Questi ultimi univano gli uomini al di là delle frontiere tra le nazioni, ma insieme opponevano gli oppressi agli oppressori all’interno della stessa nazione. Per questo le ideologie che li professavano minavano obiettivamente l’unità della patria e indebolivano la sua capacità di far fronte ai nemici esterni, proprio nel momento in cui era in gioco la sopravvivenza storica della forma dello Stato nazionale. La nazione doveva essere il solo valore, e coloro per i quali non lo fosse stato erano traditori. La soppressione delle libertà civili e della democrazia politica in nome della nazione fu in effetti soltanto il risultato della maggior coerenza con la quale il fascismo visse una contraddizione che era stata presente in tutto il corso della storia europea a partire dalla Rivoluzione francese. La barbara parentesi fascista fornì la dimostrazione che i valori che avevano orientato gli uomini nelle grandi avventure rivoluzionarie della fine del XVIII e del XIX secolo non avevano più alcuna possibilità di espressione nel quadro nazionale.
Giungeva al suo culmine un processo che aveva già registrato un episodio significativo alla vigilia della prima guerra mondiale con il tradimento dei socialdemocratici europei che, di fronte all’approssimarsi della catastrofe, rinnegarono, in nome della difesa della patria, i loro principi internazionalisti e pacifisti.
Per capire la natura del fascismo è importante tenere presente che la sua rozza ideologia era l’espressione distorta di due esigenze storiche reali. Da una parte l’esasperazione aggressiva del nazionalismo era — paradossalmente — l’espressione della necessità di superare la dimensione dello Stato nazionale. Il tentativo di Hitler fu quello di costruire in Europa un impero continentale sotto l’egemonia tedesca attraverso la conquista militare.
Peraltro il nazionalismo, che aveva fornito la spinta indispensabile per mobilitare le energie del paese, doveva inevitabilmente rivelarsi, allorché sembrò profilarsi il successo dell’avventura nazista, uno strumento ideologico inadeguato per il governo di un impero multinazionale. Fu così che, nel pieno dell’espansione tedesca nel corso della seconda guerra mondiale, il mito della nazione venne soppiantato da quello della razza. L’acme del nazionalismo coincise dunque con l’inizio della sua crisi storica.
Dall’altro lato il fascismo concluse una fase storica nella quale — di fatto — la solidarietà di classe aveva prevalso sull’unità popolare, e si affermò in un momento nel quale i conflitti sociali si stavano isterilendo, perché ormai privi di una carica rivoluzionaria obiettiva, in inutili convulsioni intestine. Esso interpretò rozzamente il bisogno di pace sociale che era diffuso dovunque e contribuì — anche qui paradossalmente — al consolidamento dell’identità dei popoli nazionali, rendendo i cittadini più uguali tra loro nella comune condizione di oppressi ed inserendo forzosamente nel processo produttivo e nel circuito del consenso gruppi sociali e regioni che ne erano rimasti fino a quel momento esclusi.
I regimi fascisti spezzarono con la brutalità della dittatura gli ultimi lealismi tradizionali e le ultime discriminazioni ereditate dalla fase pre-industriale della storia europea, che costituivano uno schermo residuo tra i cittadini e lo Stato e contribuirono così involontariamente a preparare le condizioni dell’avvento di un’epoca nella quale il processo di emancipazione umana, superata la fase della liberazione delle classi e delle nazioni, sarebbe entrato in quella della liberazione dell’individuo.
 
La nascita dell’equilibrio mondiale e l’inizio del processo di integrazione europea.
 
La seconda guerra mondiale fu l’inevitabile conclusione della progressiva degenerazione dell’equilibrio europeo prodotta dal tentativo egemonico nazista e segnò la fine sia dell’uno che dell’altro. Dalle ceneri dell’equilibrio europeo nacque un nuovo equilibrio mondiale. Questo, in una prima fase, ebbe un carattere marcatamente bipolare, fondandosi sulla totale egemonia politica, militare ed economica delle due potenze nucleari — gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica — esercitata su di un mondo in parte distrutto e stremato dalla guerra, e in parte ancora mantenuto in un ruolo passivo e subalterno dalla condizione coloniale.
L’Europa è stata, nel secondo dopoguerra, la parte del mondo nella quale il passaggio da un equilibrio all’altro ha prodotto le trasformazioni più drammatiche. La seconda guerra mondiale aveva fatto giustizia dell’illusione che aveva indotto gli Europei, nella fase precedente, a credere che il vecchio continente fosse ancora il centro del mondo. Le distruzioni della guerra resero evidente la loro impotenza. Gli Stati europei furono divisi tra la sfera di influenza americana e quella sovietica. Il problema della sicurezza cambiò completamente di natura: non si trattava più di difendere ogni singolo Stato dalla minaccia proveniente dai suoi vicini territoriali, ma di difendere l’Europa occidentale nel suo complesso dalla minaccia proveniente dall’Unione Sovietica. Questa nuova situazione portò l’Europa alla soglia dell’unificazione politica all’epoca della CED. Era così venuta a cadere la ragione di fondo che era stata alla base del protezionismo. Non appena la ricostruzione fu avviata, l’economia — o quantomeno i suoi settori più dinamici — si riorganizzò progressivamente, anche grazie all’impulso dato dagli Stati Uniti, in una dimensione continentale.
Iniziava così il processo di unificazione economica dell’Europa. Parallelamente avanzava anche la sua integrazione sociale. Gli Europei, anche se spesso inconsapevolmente, incominciarono a pensare al continente, o quantomeno alla sua parte occidentale, come ad una vera e propria comunità di destino. Al di là delle alterne vicende del processo, l’aspettativa, comune ai politici e ai cittadini, di una più o meno prossima unificazione politica europea, ha giocato un ruolo decisivo nelle vicende politiche della Comunità europea nelle varie forme e compagini che essa ha assunto a partire dal 1951, ed è stata il fattore determinante nel garantire all’Europa occidentale un quarantennio di pace e di progresso.
 
Verso l’unificazione del genere umano e la liberazione dell’individuo.
 
I decenni del secondo dopoguerra sono stati caratterizzati da un’ulteriore impressionante trasformazione del modo di produrre.
La nostra epoca è quella dell’inizio della Rivoluzione scientifica e tecnologica, una fase nella quale la conoscenza in quanto tale è destinata a diventare il più importante tra i fattori della produzione. Il mondo si sta trasformando sotto la spinta delle nuove tecnologie dell’elaborazione e diffusione dell’informazione, del governo programmato delle macchine, dell’atomo, delle biotecnologie.
Si tratta di una svolta nella storia dell’evoluzione del modo di produrre che contiene in sé immense potenzialità di accelerazione del processo di emancipazione umana. Essa si può ancora una volta analizzare in termini di aumento dell’interdipendenza tra i rapporti umani sia in estensione che in profondità. Da una parte, la riduzione radicale delle distanze sta trasformando in realtà l’immagine del mondo come villaggio globale. Grazie all’accresciuta mobilità dei fattori produttivi, al coinvolgimento di aree sempre più estese nel circuito del mercato mondiale, alla sempre più rapida circolazione delle informazioni e delle immagini e alla continua diffusione delle conoscenze, nuovi soggetti sono emersi ed emergono tuttora con un ruolo attivo sulla scena politica mondiale. Il Terzo mondo, pur dovendo in parte ancora far fronte a spaventosi problemi di arretratezza economica e culturale, si è comunque scrollato di dosso il giogo coloniale ed alcune sue regioni stanno bruciando le tappe del progresso economico e tecnologico. L’equilibrio bipolare è entrato in crisi e si sta delineando la prospettiva di una nuova fase multipolare. Si stanno concretamente creando le premesse della marcia del genere umano verso la propria unità e verso la libertà e l’uguaglianza universali.
Dall’altra parte, la Rivoluzione scientifica e tecnologica sta creando i presupposti — per ora nel mondo industrializzato, e in prospettiva in tutto il pianeta — di un’integrazione culturale senza precedenti tra i membri di ogni singola comunità umana, e quindi dell’abbattimento delle barriere che fino ad oggi avevano diviso la classe dirigente dal resto della popolazione. L’introduzione delle nuove tecnologie infatti da un lato valorizza il ruolo della creatività e della responsabilità individuale nel processo produttivo, rendendolo sempre più indipendente dalle grandi concentrazioni di macchinari, mano d’opera e capitali e mettendo in questione lo stesso ruolo del lavoratore manuale; e, dall’altro, dilata la dimensione del tempo libero, favorendo lo sviluppo dei bisogni legati alla qualità della vita e quindi alla cultura. Si tratta di una tendenza che sta creando i presupposti materiali ed umani di un processo di decentramento
territoriale e politico delle società industriali avanzate e dello sviluppo di
una vera democrazia partecipativa radicata nelle comunità locali. Questa
tendenza consente di prefigurare la possibilità di organizzare il potere
politico secondo formule che superino la sovranità esclusiva dello Stato
nazionale anche attraverso la creazione di livelli di governo locali e regionali indipendenti e coordinati.
Ma, contemporaneamente, la Rivoluzione scientifica e tecnologica sta ponendo il mondo di fronte alla realtà della più spaventosa delle minacce che il genere umano — che ne è investito come un unico soggetto — abbia mai dovuto affrontare: quella della distruzione del pianeta. L’introduzione e il continuo perfezionamento degli armamenti nucleari e dei loro vettori ha accresciuto le capacità distruttive della guerra al punto che l’arsenale di ciascuna delle due superpotenze sarebbe oggi in grado di uccidere tutti gli abitanti del pianeta non una, ma più volte. D’altra parte, il tumultuoso sviluppo industriale nei settori tradizionali — che non ha cessato di avanzare — combinato alla spaventosa esplosione demografica del Terzo mondo, espone l’umanità al rischio della catastrofe ecologica, del collasso delle città, dell’esaurimento delle risorse naturali e di esplosioni di violenza cieca e incontrollata, dalle conseguenze imprevedibili.
Il mondo si trova quindi oggi di fronte ad una scelta decisiva. La crisi dell’equilibrio bipolare può significare sia l’inizio del caos sia quello del processo di unificazione politica del genere umano. Ed è un dato di fatto che oggi i leaders delle grandi potenze, e per primo Gorbaciov, si sono resi conto della necessità di impostare i loro rapporti reciproci su nuove basi, ponendo le esigenze della collaborazione davanti a quelle della competizione. Ma è anche un dato di fatto che i loro sforzi sono destinati a rimanere a mezza strada perché essi urtano contro l’ostacolo costituito dalla ragion di Stato — che è un aspetto intrinseco della sovranità e che spinge gli Stati a far valere, nei rapporti internazionali, i loro interessi particolari anche contro gli interessi generali dell’umanità, per quanto insensato possa apparire, nell’era nucleare, distinguere gli uni dagli altri.
D’altro lato anche la tendenza al superamento della sovranità nazionale verso il basso è bloccata dall’assenza di un modello istituzionale alternativo e dalla mancanza di consapevolezza del legame indissolubile esistente tra dimensione continentale e mondiale da un lato e dimensione comunitaria dall’altro. È così che la spinta, che periodicamente si manifesta nelle regioni di avanzato sviluppo industriale, alla sperimentazione di nuove forme di democrazia nel quadro della comunità locale e alla rinascita di lealismi nei confronti delle piccole patrie regionali si esaurisce o degenera in sterili forme di separatismo o di micronazionalismo razzista.
Perché la spinta convergente verso l’unificazione del genere umano e lo sviluppo della democrazia partecipativa possa veramente diventare il motore della prossima fase dello sviluppo storico è necessario che al mondo venga dato l’esempio del superamento della sovranità assoluta dello Stato e della creazione di un nuovo polo federale. Questo deve essere capace, da un lato, di scaricare Stati Uniti e Unione Sovietica di una parte rilevante della responsabilità della gestione dell’equilibrio mondiale e di indicare la via che deve portare, attraverso una serie di unificazioni regionali, all’obiettivo della Federazione mondiale; e deve dimostrare al mondo, dall’altro, che l’allargamento territoriale dell’orbita del governo attraverso moderne istituzioni federali non significa la creazione di un Superstato livellatore e negatore dell’originalità, della libertà e della capacità di decidere del proprio destino delle comunità locali, ma al contrario è la sola strada da percorrere per promuovere questi valori.
Questo esempio non può essere dato che nella regione del mondo nella quale il processo di integrazione ha raggiunto il suo stadio più avanzato: l’Europa occidentale. Ma perché ciò accada, è necessario che si diffonda e si affermi la consapevolezza della natura dell’alternativa alla quale siamo di fronte. Si deve imporre cioè una nuova ideologia, capace di identificare la contraddizione di fondo del nostro tempo e di indicarne la soluzione, di rendere pensabile un futuro liberato dallo spettro della guerra nucleare e da quello della catastrofe ecologica e di orientare l’azione degli uomini in vista del raggiungimento di questo fine. Questa ideologia è il federalismo.
 
Il federalismo.
 
Il federalismo, come movimento d’opinione, nacque in Gran Bretagna negli anni che precedettero immediatamente lo scoppio della seconda guerra mondiale, sotto la sollecitazione dell’angoscia per l’incombere del conflitto. Esso prese nuovo slancio e diffusione, e assunse una fisionomia più chiaramente politica sul continente durante la guerra, nel clima e negli ambienti della Resistenza.
Il federalismo nacque quindi come riflessione sulla guerra e come risposta ad essa. Senza gli orrori del fascismo e delle due guerre mondiali, e in particolare della seconda, esso sarebbe probabilmente rimasto ancora a lungo allo stadio della pura riflessione teorica. Ma la catastrofe che sconvolse l’Europa portò alcuni uomini a capire che ormai la guerra moderna era diventata la negazione di tutti i valori, e che quindi non aveva più senso lottare per l’emancipazione dell’umanità se non ci si impegnava prima di tutto per la realizzazione della pace. Per la prima volta nella storia, un movimento politico assumeva la pace come valore guida della propria azione, così come liberalismo, democrazia e socialismo avevano fatto con i valori della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia sociale.
Ciò non significa che i movimenti liberale, democratico e socialista non avessero dato nella fase rivoluzionaria della loro storia, e non continuassero a dare, un forte rilievo al valore della pace: ma essi l’avevano sempre pensata come un valore la cui realizzazione sarebbe stata la conseguenza della realizzazione dei valori della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Si trattava di un errore di prospettiva inevitabile in una fase storica nella quale la guerra costituiva ancora un fenomeno di importanza limitata rispetto all’urgenza delle lotte sociali.
Il principale documento di fondazione del federalismo come movimento politico, il Manifesto di Ventotene, rovesciava invece chiaramente le priorità. La pace diventava il valore la cui affermazione storica condizionava qualunque progresso nella realizzazione degli altri. E l’obiettivo istituzionale attraverso il quale si sarebbe affermato il valore della pace diventava l’abbattimento prima in Europa, poi nel mondo intero, della sovranità assoluta dello Stato. «La costruzione dello Stato internazionale» diventava, nella famosa frase del Manifesto, «la nuovissima linea» che divideva il progresso dalla conservazione.
Con l’avanzare del processo di integrazione europea — e, in prospettiva, mondiale — il federalismo è andato successivamente articolandosi e assumendo una fisionomia più ampia e complessa. Con il crescere della minaccia di un conflitto nucleare e di quella di una catastrofe ecologica di dimensione planetaria, il carattere mondiale della lotta federalista e il significato dell’unità europea come tappa intermedia sulla strada dell’unità del mondo hanno acquisito sempre maggior rilievo e concretezza. La presa di coscienza del carattere vitale dei problemi ecologici e del territorio, in un mondo che ha ormai superato lo stadio della lotta di classe, ha radicato in modo più definito nel federalismo la consapevolezza del legame indissolubile che esiste tra dimensione mondiale e dimensione locale, tra polo cosmopolitico e polo comunitario. L’obiettivo istituzionale del federalismo si è andato definendo, in opposizione al modello classico di Stato federale, come una struttura articolata in più livelli di autogoverno, da quello del quartiere a quello mondiale.
Il federalismo si pone così come la coscienza della fase del processo di emancipazione umana il cui obiettivo è diventato quello della liberazione dell’uomo non più in quanto membro di una classe o di una nazione, ma nella sua identità complessa e globale di persona, definita appunto dalla dimensione cosmopolitica (la comune appartenenza al genere umano, al di là di qualsiasi genere di discriminazione) e da quella comunitaria (nella quale l’individuo si realizza nella solidarietà concreta di una convivenza affrancata dal livellamento burocratico e dalla conflittualità tra le classi).
 
Conclusione.
 
Se l’analisi condotta fin qui è corretta, il federalismo non è un’idea illuministica, elaborata sulle fondamenta fragili di una ragione astratta che abbia fatto, o si sia illusa di fare, tabula rasa del proprio passato. Al contrario, esso è il prodotto di un pensiero in situazione, che sfugge al pericolo dell’arbitrio progettando il futuro sulla base di un’eredità che ha ricevuto dal passato.
Si tratta ora di indicare sommariamente, in alcune considerazioni conclusive, sulla base del quadro tracciato fin qui, la natura specifica del rapporto del federalismo con il proprio passato, ed in particolare con le ideologie che lo hanno preceduto.
a) La prima osservazione da fare a questo riguardo è che il federalismo non si pone in contraddizione con liberalismo, democrazia e socialismo, ma fa propri i loro contenuti essenziali e i loro valori — libertà, uguaglianza e giustizia sociale — così come essi si sono storicamente affermati, anche se non compiutamente realizzati, in Europa negli ultimi due secoli. Si deve anzi dire che l’affermazione storica dei valori della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia sociale si deve considerare come il presupposto dell’affermazione storica del valore della pace attraverso il federalismo, perché un’unione di Stati nei quali quei valori non si fossero affermati non potrebbe essere fondata sul consenso liberamente espresso dei cittadini. Essa non avrebbe quindi carattere federale, ma imperiale, e sarebbe come tale destinata a dissolversi. Il federalismo viene quindi di necessità storicamente dopo le ideologie liberale, democratica e socialista e conserva la parte viva del loro contenuto.
b) D’altro lato, se è vero che l’affermazione storica del federalismo presuppone quella del liberalismo, della democrazia e del socialismo, è altrettanto vero che essa è a sua volta il presupposto della loro realizzazione compiuta.
È un dato di fatto che l’ulteriore avanzamento dei valori della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia sociale — anche nelle nuove figure che essi stanno assumendo sotto l’urgenza dei problemi posti dagli squilibri ecologici e territoriali, dall’inquinamento e dall’esaurimento delle risorse naturali — presuppone lotte che non hanno più una dimensione nazionale, ma che ne devono avere una che è insieme internazionale (pace, controllo delle grandi variabili da cui dipende la possibilità di evitare una catastrofe ecologica, rapporto tra Nord e Sud del mondo) e comunitaria (libertà delle città e delle regioni di autogovernarsi in funzione della propria specifica identità culturale e dei problemi particolari legati alla natura del territorio; organizzazione della solidarietà comunitaria come risposta alla crisi dello Stato assistenziale); e quindi presuppongono il quadro istituzionale che costituisce l’aspetto di struttura del federalismo (coesistenza sullo stesso territorio di più livelli di governo indipendenti e coordinati).
A questo proposito il quadro va però completato facendo menzione del ruolo decisivo giocato dalle aspettative, che sono in grado di orientare la condotta umana, anche se più debolmente, nello stesso senso in cui le orienterebbe un quadro istituzionale che non esiste ancora (ma la cui instaurazione è oggetto delle attese). È per questo che l’inizio del processo di unificazione mondiale attraverso la fondazione della Federazione europea avrebbe l’effetto di favorire e di accelerare il processo di democratizzazione di tutti quegli Stati in cui sono ancora al potere regimi autoritari.
c) Ne consegue che essere federalisti è oggi in Europa — e in prospettiva nel mondo — il solo modo corretto per raccogliere l’eredità delle lotte liberali, democratiche e socialiste. Chi invece si identifica nelle ideologie liberale, o democratica, o socialista, senza superarle tutte nella prospettiva federalista, di fatto si mette nell’impossibilità di perseguire i valori ai quali dichiara di ispirarsi e si schiera sul fronte della conservazione, se è vero che oggi non ha alcun senso impegnarsi per la libertà, l’uguaglianza e la giustizia sociale se non nell’ambito della lotta per la pace e la qualità della vita in un quadro istituzionale federale.
d) Il federalismo è quindi un’ideologia. Esso si pone sullo stesso piano del liberalismo, della democrazia e del socialismo (anche se, venendo dopo, si trova in una posizione favorevole per comprendere le limitazioni storiche di questi e per correggerne gli errori di prospettiva). Va da sé che il termine ideologia deve essere rigorosamente spogliato da qualsiasi connotazione che possa far pensare ad un corpus di dogmi indiscutibili e immutabili. Il federalismo è anzi un pensiero in divenire: esso è un compito assai più che un risultato.
Ma esso è comunque un’ideologia in quanto sforzo di acquisire una consapevolezza globale della vicenda storica che stiamo vivendo e della natura delle trasformazioni istituzionali dalla cui realizzazione dipende oggi il destino dell’umanità. Esso quindi è una scelta politica esclusiva, e non un aspetto, di natura tecnico-istituzionale, di un’opzione politica più comprensiva. È semmai vero il contrario: sono il liberalismo, la democrazia e il socialismo, in quanto sono venuti prima, che costituiscono parti del federalismo. Quello della fine delle ideologie è quindi un mito conservatore, anche se giustificato dal fatto incontestabile della crisi delle ideologie tradizionali, che sono nate per guidare le scelte degli uomini di fronte alla grandi contraddizioni che hanno segnato la storia europea del XIX secolo e che, di conseguenza — se non sono ricollocate in una prospettiva più vasta — non sono in grado di fornire le categorie necessarie per la comprensione dei problemi che il mondo deve affrontare nell’ultimo quarto del XX secolo.
e) In quanto ideologia, il federalismo ci fornisce nuovi canoni per l’interpretazione della storia. Ritorniamo così al problema da cui siamo partiti. La concezione marxista della storia come storia della lotta di classe ha dato i suoi frutti, ma ha esaurito da tempo la sua fecondità. Essa si è fermata di fronte al fascismo e alle due guerre mondiali, fenomeni rispetto ai quali essa si è trovata del tutto priva di strumenti interpretativi.
E, di fronte a questo fallimento, la cultura ufficiale ha rinunciato ad ogni tentativo di dare un senso alla storia, e si è rifugiata nell’irrazionalismo o nella filosofia rinunciataria delle verità parziali. Il federalismo consente di ritrovare il filo smarrito del senso della storia, interpretandola non più come storia della lotta di classe, ma come storia dell’avvento della pace, e apre in questo modo alla storiografia del futuro un inesplorato orizzonte di ricerca.


[1] La formazione dei movimenti cristiano-democratici e cristiano-sociali e delle relative ideologie (peraltro assai vagamente e variamente formulate) non è legata all’emergenza di una classe, e quindi non può essere spiegata facendo riferimento al processo di integrazione in profondità, ma segna semmai un limite della sua efficacia causale e quindi, per lo storico, della sua capacità esplicativa. Si tratta di un limite che deve essere registrato ma dal quale, dato il livello di generalità della nostra analisi, si può prescindere.

 

 

 

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