Anno LII, 2010, Numero 1, Pagina 33

 

 

La questione energetica e l’Europa

 

CLAUDIO FILIPPI

 

 

Il problema energetico.
 
Gli impatti delle attività umane sull’ambiente sono diventati sempre più problematici man mano che l’economia mondiale è progredita, fino a giungere alla situazione attuale in cui sono in molti a ritenere che esista un pericolo concreto per la stessa sopravvivenza della nostra civiltà. L’attenzione dell’opinione pubblica mondiale e dei governi è oggi particolarmente concentrata sul problema del surriscaldamento globale. E’ ormai opinione accettata dalla maggior parte degli studiosi che tra le cause più importanti di questo fenomeno ci sia l’accumulo nell’atmosfera dell’energia carbonica prodotta dall’utilizzo dei combustibili fossili – il petrolio, il metano ed il carbone – per produrre l’energia primaria su cui si basa l’economia mondiale. A sua volta il surriscaldamento globale ha effetti gravi sugli equilibri del clima con conseguenze negative molto pesanti sull’ambiente, sulle economie e sugli equilibri internazionali.
Se gli effetti del surriscaldamento globale hanno probabilmente già iniziato a manifestarsi attirando l’interesse generale, l’impatto sul clima e sull’ambiente non è però l’unico problema creato dai grandi consumi di energia che contraddistingue la nostra civiltà. Esiste infatti il serio pericolo che se continuiamo a consumare petrolio e gas naturale con i trend attuali, la disponibilità di questi combustibili possa venir meno entro i prossimi quarant’anni.
La preoccupazione relativa all’esaurimento delle risorse naturali ha in realtà accompagnato lo sviluppo della civiltà moderna. Già agli albori della rivoluzione industriale, Thomas Malthus nel Saggio sul principio della popolazione pubblicato per la prima volta nel 1798 aveva messo in guardia sulla correlazione tra crescita della popolazione e disponibilità delle risorse:
Io penso di poter stabilire due postulati. Il primo è che il cibo è necessario per l’esistenza dell’uomo. Il secondo è che la passione tra i sessi è necessaria e resterà all’incirca nel suo stato attuale... Assumendo allora i miei postulati come veri, io affermo che la potenza di crescita della popolazione è indefinitamente superiore alla potenza della terra di produrre la sussistenza dell’uomo[1].
Malthus fu criticato fin dalla pubblicazione del suo saggio soprattutto per non aver tenuto in conto il ruolo dell’innovazione tecnologica e quello di politiche di governo che favorissero uno sviluppo armonico della società. Per esempio, è rimasto famoso l’aforisma di Ralph Waldo Emerson:
“Malthus, affermando che le bocche si moltiplicano geometricamente e il cibo solo aritmeticamente, dimenticò che la mente umana era anch’essa un fattore nell’economia politica, e che i crescenti bisogni della società, sarebbero stati soddisfatti da un crescente potere di invenzione”.
In Inghilterra, circa cinquant’anni dopo la pubblicazione del saggio di Malthus, si sviluppò un certo interesse intorno alla questione del carbone. Per far fronte al rischio di esaurimento delle miniere, dalle quali dipendeva l’economia della prima potenza industriale, il Governo inglese incentivò lo sviluppo di tecnologie più efficienti di utilizzo del carbone, che portarono tra l’altro  all'affermazione della macchina a vapore di Watt. William Jevons fece però notare che una maggiore efficienza nell’utilizzo del carbone avrebbe comportato un aumento del suo utilizzo invece che ad una sua riduzione:
se, per esempio, la quantità di carbone usata in una fornace diminuisce in confronto alla produzione, i profitti del commercio cresceranno, nuovo capitale sarà attratto, il prezzo del ferro grezzo cadrà, ma la sua domanda aumenterà e alla fine la crescita del numero di fornaci produrrà fabbisogni di carbone che andranno ben oltre la diminuzione dei consumi di ciascuna di esse[2].
L’innovazione tecnologica può quindi essere un’arma a doppio taglio: se la tecnologia combinata con l’economia di mercato e politiche sagge dei governi ha consentito l’enorme successo della nostra specie negli ultimi secoli, ciò è avvenuto con un sempre maggiore utilizzo delle risorse della terra ed in particolare di fonti esauribili di energia[3]. Per tener conto di questo effetto gli economisti hanno introdotto un’unità di misura, l’Energy Returned On Energy Invested (EROEI), che rappresenta la quantità di energia utilizzabile in rapporto a quella spesa per ottenerla. E’ stato poi osservato che l’EROEI per i combustibili fossili è andato diminuendo costantemente nell’ultimo secolo: occorre produrre sempre maggiori quantità di energia non solo per far funzionare la nostra economia, ma anche per produrre l’energia di cui ha bisogno[4]. Per esempio, mentre nel 1930 con un barile di petrolio se ne potevano ricavare 100, già negli anni ’70 il rapporto era sceso a 1:23. I rapporti più recenti per il petrolio, il gas naturale e il carbone riportano valori differenti, anche a causa della mancanza di consenso sui metodi di calcolo dell’EROI, ma che risultano intorno a 1:15[5], con stime ancora peggiori per il petrolio non convenzionale, come le sabbie bituminose, e per le tecniche avanzate di estrazione. A peggiorare la situazione sta il fatto che tutte le fonti di energia alternative, dal nucleare, all’idroelettrico alle energie rinnovabili, hanno un fattore di EROEI molto basso. Tra le fonti rinnovabili, solo l’eolico e l’idroelettrico superano il petrolio con valori comunque inferiori a 1:20; il fotovoltaico e le biomasse hanno EROEI inferiori a 1:10 e i biocarburanti possono raggiungere valori minori di 1 (serve cioè più energia di quanta se ne produce). Le stime per il nucleare riportano valori simili a quelli del petrolio, ma sono incerte a causa dei problemi connessi con lo stoccaggio delle scorie e lo smantellamento delle centrali.
Nel 1956 King Hubbert espose una teoria[6] secondo la quale la produzione di petrolio negli Stati Uniti avrebbe raggiunto il massimo tra il 1968 e il 1970 e avrebbe poi iniziato ad esaurirsi. Hubbert trovò che la produzione di petrolio – e delle materie prime in generale – segue una curva a campana: all’inizio la produzione cresce costantemente fino a raggiungere il picco quando la scoperta di nuovi giacimenti comincia a non essere più sufficiente per compensare quelli che si esauriscono, dopodiché la produzione inizia a decrescere altrettanto rapidamente. Sebbene il mondo economico e politico americano non abbia dato credito alla previsione di Hubbert, negli USA il picco della produzione venne raggiunto puntualmente nel 1970 per il petrolio e nel 1973 per il gas naturale, dopodiché gli Stati Uniti iniziarono ad aumentare le importazioni di greggio per compensare l’esaurimento dei loro pozzi. Gli anni successivi videro una grave crisi economica mondiale ed un periodo di instabilità internazionale. Il 1973 è l’anno della Guerra del Kippur tra Israele ed i Paesi arabi in seguito alla quale gli Stati dell’Opec usarono l’embargo delle esportazioni di petrolio come arma di pressione sulle potenze occidentali sfruttando la loro dipendenza da quella materia prima.
Sempre negli anni ’70, il Club di Roma[7] conquistò l’interesse dell’opinione pubblica mondiale dopo la pubblicazione nel 1972 del Rapporto sui limiti dello sviluppo. Il rapporto, basato su un modello informatico dell’economia mondiale, realizzato e successivamente perfezionato al MIT, prevedeva che la crescita economica non potesse continuare indefinitamente a causa dei limiti imposti dalla disponibilità di risorse naturali e dalla capacità della Terra di assorbire le sostanze inquinanti. Come per Malthus, gli economisti criticarono il modello su cui si basavano le conclusioni del Club di Roma ritenendo che non teneva correttamente in conto i ruoli del mercato e dell’innovazione tecnologica. Secondo la teoria economica classica, infatti, quando un bene essenziale inizia a scarseggiare, questo aumenta di valore e di conseguenza diventa conveniente investire nella ricerca tecnologica per individuare un sostituto meno costoso o per rendere più efficiente il suo utilizzo.
Nonostante l’interesse iniziale suscitato dal Rapporto sui limiti dello sviluppo, il superamento della crisi petrolifera degli anni settanta contribuì alla convinzione che le previsioni del Club di Roma non si sarebbero avverate e questa questione fu presto dimenticata. In effetti, il sottosuolo contiene ancora grandi quantità di petrolio che, secondo alcuni esperti del settore, potrebbe bastare all’economia mondiale per altri cento anni[8]. Il problema è però che, a conferma della teoria del declino dell’EROEI, le tecnologie per individuare ed estrarre questo petrolio stanno diventando sempre più costose sia in termini economici che energetici. Oggi è possibile raggiungere petrolio che si trova sotto 6000 metri di roccia in mari profondi 3000 metri; per prolungare la vita dei pozzi o per estrarre petrolio troppo denso per i metodi tradizionali si può iniettare vapore, oppure gas naturale ed acqua, o anidride carbonica per spingere il petrolio in superficie; si stanno studiando solventi chimici e microrganismi per far sciogliere il petrolio troppo denso; si possono provocare degli incendi all’interno del giacimento per fluidificare il petrolio e spingerlo verso l’alto con la pressione prodotta. Il disastro dell’esplosione della piattaforma petrolifera della BP nel Golfo del Messico ci mostra però quanto costose possono essere queste nuove tecnologie. Non è quindi scontato che l’innovazione tecnologica garantisca il raggiungimento degli obiettivi che le sono stati posti. Durante il periodo di alti prezzi del greggio negli anni ’70 e ’80, la ricerca sulla fusione nucleare è stata incentivata con ingenti investimenti che però non hanno prodotto i risultati attesi, tant’è vero che oggi questa fonte di energia non viene più considerata tra le alternative ai combustibili fossili.
 
Stiamo correndo un rischio reale.
 
Nonostante le critiche degli economisti e lo scetticismo degli operatori, le previsioni del modello economico su cui si basa la teoria dei limiti della crescita si stanno dimostrando in linea con i dati osservati: se si prendono in esame l’anidride carbonica presente in atmosfera come indicatore dell’inquinamento e i prezzi delle principali materie prime come indicatori della disponibilità di risorse e si considera una scala temporale che va dal 1900 al 2100, i valori attuali corrispondono abba-stanza bene a quelli previsti. Se non si prenderanno le necessarie contromisure per tempo, gli effetti dei limiti della crescita potrebbero manifestarsi già tra pochi anni, intorno al 2020[9].
In particolare, per quanto riguarda la disponibilità di petrolio, i dati sembrano confermare che il picco di Hubbert sia già stato raggiunto intorno al 2008 e che siamo ormai entrati nella fase piatta che precede la caduta della disponibilità di questa risorsa. Secondo i dati dell’ Association for the Study of Oil and Gas, nonostante il consumo di petrolio continui a crescere, le quantità di nuovo petrolio scoperto ogni anno sta diminuendo rapidamente ormai da trent’anni, dopo l’ultima fase intensa di perforazioni seguita alla crisi del petrolio degli anni ’70. Parallelamente, il prezzo del greggio ha iniziato una salita esponenziale a partire dal 2000 passando da circa 20$ a più di 130$ nel 2008, l’anno della crisi finanziaria. La recessione dell’economia che ne è seguita ne ha fatto precipitare il prezzo, che però sta già riprendendo; una salita che probabilmente diverrà verticale appena l’economia mondiale avrà iniziato a riprendersi. Anche la crisi dei cereali del 2008, è stata messa in relazione con l’aumento del prezzo del petrolio e con l’utilizzo del mais per produrre bio-combustibili e può essere considerata una anticipazione delle drammatiche crisi mondiali a cui potremmo andare incontro.
Alcuni enti e organizzazioni internazioni hanno quindi cominciato a lanciare segnali allarmanti. L’International Energy Agency (IEA) ha recentemente messo in guardia contro una crisi nel 2013 peggiore di quella del 2009 causata dalla scarsità di petrolio: secondo l’Agenzia, quando l’economia inizierà a riprendersi, sarà inevitabile una crisi delle forniture perché la maggior parte delle compagnie petrolifere ha rimandato o cancellato i progetti di esplorazione e gli altri investimenti necessari per le attività di estrazione nonostante la produzione di molti importanti giacimenti abbia iniziato a declinare. Di conseguenza, secondo l’IEA, vedremo i prezzi del petrolio salire di nuovo alle stelle, il che ucciderà sul nascere la crescita economica producendo una nuova, gravissima recessione.
Il Regno Unito ha costituito una commissione parlamentare per seguire la questione del picco del petrolio, mentre il Governo, il 22 marzo di quest’anno, ha organizzato un incontro (tenuto segreto) con una ventina di esponenti dell’industria e di studiosi del problema. Le relazioni presentate hanno tutte messo in evidenza la gravità del problema, la non consapevolezza dei governi e la necessità immediata di provvedimenti; la discussione che ne è seguita è stata invece sconcertante perché, di fronte al forte rischio, su cui tutti i presenti erano d’accordo, che i problemi si venissero manifestando nel giro dei prossimi 3 o 4 anni, le proposte si sono concentrate su interventi nazionali e locali, dando per scontato che non ci si possa opporre alle forze del mercato e che la politica sarebbe stata costretta a cambiare il suo ambito dalla ridistribuzione della ricchezza alla suddivisione di una torta sempre più piccola.
In effetti, se da un lato la scarsità e la discontinuità dei rifornimenti di energia colpirà in modo più grave i Paesi occidentali, meno attrezzati contro la volatilità dei prezzi rispetto alla Cina e all’India, dall’altro i governi europei, quando non ignorano il problema, sembrano rassegnati ad un ruolo riduttivo in cui si limitano a guidare la transizione verso i modelli di vita più sobri imposti da un mondo a bassa energia, evitando i conflitti sociali. In particolare non viene avanzata alcuna proposta su come dei Paesi fortemente indebitati a causa della crisi finanziaria ed economica e che sono forti importatori di energia possano trovare le risorse per i grandi investimenti necessari.
L’analisi più articolata della questione del picco del petrolio prodotta dai governi è contenuta nel rapporto Hirsh, pubblicato nel 2005 dal Dipartimento di Stato dell’Energia. Dopo aver premesso che il picco della produzione mondiale di petrolio espone gli USA ed il mondo intero ad un rischio senza precedenti, che può avere effetti drammatici a livello economico, sociale e politico, il rapporto descrive tre scenari alternativi in relazione ai diversi modi in cui gli USA ed il mondo reagiranno a questa sfida. Per evitare che le conseguenze negative dell’esaurimento del petrolio si manifestino, è necessario che le contromisure siano avviate almeno 20 anni prima che la curva della disponibilità di petrolio inizi a scendere; mettere in atto tali azioni con 10 anni di ritardo consentirà di mitigare gli effetti della carenza di energia, ma lascerà il mondo in una situazione di penuria per 10 anni; infine aspettare che le prime conseguenze del picco si manifestino esporrà il mondo a 20 anni di crisi.
 
La strada è ancora lunga.
 
Sebbene nei governi e nelle opinioni pubbliche non si sia ancora manifestata una chiara presa di coscienza del problema, nella pratica si possono già riconoscere due distinte linee di condotta orientate alla mitigazione dei rischi legati agli approvvigionamenti di energia: da una parte viene incentivata la riduzione dei consumi di combustibili fossili attraverso il risparmio energetico e la loro sostituzione con fonti alternative e, dall’altra, parallelamente, si agisce sullo scacchiere internazionale per assicurarsi i rifornimenti necessari in un clima di crescente competizione tra gli Stati, in specie tra quelli più importanti.
Gli Stati Uniti e l’Europa, oltre a promuovere il miglioramento dell’efficienza dei mezzi di trasporto e dei processi produttivi, stanno puntando sulla sostituzione dei combustibili fossili con l’energia nucleare, mentre le politiche di sviluppo delle fonti rinnovabili risultano particolarmente importanti. A livello globale, si parte infatti da una situazione in cui le energie eolica, solare e delle biomasse coprono a malapena tra l’1% (il Giappone) e il 6% (l’Europa) dei fabbisogni di energia dei Paesi più industrializzati, a cui si può aggiungere una percentuale intorno all’8% di energia idroelettrica e geotermica, che però non risulta ulteriormente espandibile. L’impegno e gli investimenti necessari per far si che le energie rinnovabili diventino un’alternativa ai combustibili fossili non possono quindi che essere imponenti, sia sul fronte della ricerca tecnologica che su quello della realizzazione degli impianti e delle infrastrutture, se si vuole che queste fonti di energia diventino un’alternativa credibile ai combustibili tradizionali.
Obama, poco dopo il suo insediamento come presidente degli Stati Uniti, ha affermato che “la nazione che guida l’economia dell’energia pulita sarà la nazione che guida l’economia globale”. La spinta recente verso le energie rinnovabili è quindi forte in America e fa parte della strategia del Governo per supportare l’economia in questo momento di crisi, creare posti di lavoro e diminuire la dipendenza dalle importazioni. Sebbene la crisi del 2009 abbia rallentato questa tendenza, la potenza prodotta con impianti eolici è cresciuta negli USA di quasi il 40% all’anno nei 5 anni precedenti e percentuali analoghe valgono per l’energia solare e le altre fonti, grazie soprattutto alle sovvenzioni sia del Governo centrale che degli Stati. Per esempio, sotto la California Solar Initiative lo Stato della California ha lanciato nel 2006 il Million Solar Roofs Program, con il proposito di installare 3 Gigawatt di pannelli solari sui tetti delle abitazioni entro il 2016. Nell’ottobre del 2009 è stato completato il parco eolico di Roscoe nel Texas: esteso su una superficie di più di 320 Km quadrati, comprende 630 turbine ed è costato 1 miliardo di dollari; realizzato dalla tedesca E.ON, copre il fabbisogno di più di 200,000 abitazioni con una potenza di782 Megawatt.
La dimensione degli impianti è in effetti uno dei problemi più seri delle fonti energetiche alternative su cui si sta impegnando la ricerca tecnologica. Basti pensare che il parco eolico di Roscoe, attualmente il più grande del mondo, può appena fornire la potenza di una centrale a gas di dimensioni medio-grandi. In questo campo la Cina è particolarmente attiva, essendo in grado di mobilitare enormi risorse finanziarie su progetti mirati, grazie alla dimensione dello Stato, alla centralizzazione delle politiche di sviluppo e allo stretto controllo dell’economia da parte del governo. La Cina sta infatti programmando progetti colossali, ai quali in pochi riusciranno a tener dietro. Ha in progetto di costruire un impianto solare termico a concentrazione da 2 Gigawat, 4 volte più potente dei due impianti che gli USA metteranno in produzione nel 2011 nel deserto del Mojave. Per quanto riguarda il vento, la Cina ha in programma un progetto 25 volte più grande del Rescoe Wind Farm. Per il fotovoltaico infine ha pianificato un impianto da 2 Gigawatt, che sarà 33 volte più grande del leader attuale che si trova in Spagna.
Gli Stati europei faticano invece a tenere il passo di USA e Cina su questo terreno. Col programma 20-20-20, si sono dati obiettivi ambiziosi per quanto riguarda la diffusione delle fonti rinnovabili e del risparmio energetico: il 20% dell’energia dovrà essere prodotta con fonti rinnovabili entro il 2020. Ma invece di predisporre un unico programma e di dotarlo delle risorse necessarie e di una direzione politica centrale, l’Unione Europea ha scelto di affidare l’esecuzione del programma agli Stati membri, molti dei quali hanno già espresso dubbi su alcuni degli obiettivi del programma. Gli Stati europei sono attivi nelle politiche di incentivi per il risparmio energetico e gli impianti domestici e di piccole dimensioni, i soli che possono essere realizzati con una certa efficacia a livello nazionale, mentre i progetti di dimensioni più importanti sono lasciati all’iniziativa delle industrie private e alla cooperazione tra gli Stati. Tra i progetti europei più ambiziosi è la costruzione di una grande rete elettrica (Supergrid) del costo di circa 30 miliardi di Euro che connetterà i parchi eolici offshore attorno al Mare del Nord, i pannelli solari della Germania e le centrali idroelettriche della Norvegia. Scopo della rete è fornire con continuità energia elettrica pulita ai Paesi partecipanti, compensando le diverse condizioni atmosferiche nelle aree interessate e usando l’energia in eccesso per pompare acqua nei bacini idroelettrici norvegesi da riutilizzare quando le condizioni atmosferiche sono sfavorevoli.
Sempre le aziende private europee stanno promuovendo il progetto più ambizioso nel campo delle energie rinnovabili: nel dicembre del 2009 un gruppo di importanti banche e multinazionali del settore dell’energia, principalmente tedesche, ha creato la Desertec Foundation con lo scopo di realizzare in Nord Africa una rete di centrali solari a concentrazione, in grado di fornire entro il 2050 il 15% del fabbisogno elettrico dell’Europa. Circa l’80% dell’elettricità generata sarebbe utilizzata per soddisfare la domanda locale, mentre il 20% sarebbe esportata in Europa. Il concetto che sta alla base del progetto è ancora più ampio e prevede l’integrazione delle centrali solari con una rete di centrali eoliche stanziate lungo la costa atlantica dell’Europa e dell’Africa e con centrali idroelettriche, impianti fotovoltaici e a biomasse situati all’interno del territorio europeo. Attualmente la Fondazione svolge un’attività di lobbing e studi di fattibilità con l’obiettivo di aggregare nuove imprese al progetto, creare la volontà politica degli Stati interessati, ottenere gli investimenti necessari e modificare le leggi e i regolamenti che ostacolano il progetto. La fondazione stima che per produrre 100 GigaWatt, sarebbero necessari 45 miliardi di Euro, una cifra alla portata delle imprese e degli Stati coinvolti nel progetto: considerato che il costo sarebbe distribuito tra almeno 30 Stati e diluito su 10 anni, l’investimento richiesto a ciascun Stato sarebbe di appena 150 milioni di Euro l’anno. Il consorzio Desertec ha raggiunto un primo obiettivo positivo ottenendo di fare inserire il progetto tra quelli promossi dall’Unione per il Mediterraneo voluta da Sarkozy, ma il successo del progetto, già problematico per la sua ambizione, è però ostacolato dal clima di sfiducia che prevale nei rapporti tra l’Europa ed i Paesi nord-africani, alimentato dalla questione del terrorismo e dall’instabilità politica delle aree nord-africana e medio-orientale e aggravato dalla situazione di debolezza politica dell’Europa.
 
I problemi delle reti elettriche.
 
Tra i meriti di Supergrid e Desertec è aver dato risalto ai problemi connessi con le trasformazioni che le reti elettriche dovranno subire per far fronte alle esigenze imposte dai nuovi modelli di produzione e di consumo dell’energia. Le reti elettriche attuali sono un patrimonio che si è costituito nel tempo a partire dal 1800 sulla base di un modello gerarchico in cui l’elettricità viene prodotta da grandi centrali per sfruttare i fattori di scala, mentre una rete di distribuzione capillare la trasmette alle utenze; questo schema necessita di un sistema di controllo molto rigido per regolare la quantità di elettricità prodotta in modo che corrisponda esattamente in ogni momento a quella consumata: se il consumo è superiore alla capacità di produzione, a causa di picchi di richiesta non previsti o di incidenti alle centrali o alle linee elettriche, la rete va in crisi e occorre interrompere l’erogazione in vaste aree di territorio. Purtroppo le sorgenti rinnovabili, come il vento e il sole, non sono regolabili e la loro disponibilità è difficile da prevedere. Se la percentuale dell’energia prodotta da queste fonti diventa importante, risulta molto più complicato controllare la produzione in modo che corrisponda esattamente alla domanda (per questa ragione, per esempio, può succedere che i generatori eolici vengano disattivati anche se c’è vento per evitare di sovra-alimentare la rete). Le reti elettriche esistenti non sono quindi pronte per un futuro in cui esisteranno sempre più centrali eoliche e solari.
Inoltre, il diffondersi della produzione da fonti rinnovabili sta producendo un cambiamento nella topologia della rete di produzione e trasmissione. Mentre attualmente l’energia elettrica viene prodotta in pochi punti da centrali di grande capacità, con il diffondersi dell’energia rinnovabile aumenteranno gli attori (aziende e famiglie) che produrranno energia elettrica: il risultato sarà una rete a maglia invece che gerarchica, in cui l’energia può essere generata e consumata localmente oltre che ad essere convogliata e trasmessa a grandi distanze.
Anche sul fronte dei consumi di elettricità stanno emergendo nuove esigenze che si affiancano a quelle della produzione nel mettere in crisi l’attuale organizzazione della rete di distribuzione. L’industria ed i governi vedono oggi nelle auto elettriche il principale strumento per la riduzione dell’inquinamento e per il risparmio energetico. L’Electrification Coalition, un’associazione di business-leader che include Nissan, Cisco Systems, PG&E e Johnson Controls nata negli USA con l’obiettivo di promuovere politiche e iniziative che facilitino la diffusione dei veicoli elettrici su una scala di massa, ha di recente prodotto un rapporto[10] per richiamare l’attenzione non solo sulle sfide tecnologiche e di riconversione industriale, ma anche sulle trasformazioni che dovranno essere apportate alle infrastrutture per far si che il 75% delle automobili siano elettriche entro il 2040. I veicoli elettrici non potranno diffondersi senza un cambiamento radicale degli attuali modelli di commercializzazione dell’elettricità e senza una rete capillare di distribuzione in grado di erogare le elevate potenze elettriche richieste per caricare in poco tempo le batterie dei veicoli.
Se sia la richieste di energia che le quantità prodotte diventeranno difficili da predire, diventerà impossibile nel futuro controllare e gestire le reti elettriche con i sistemi attuali. Quello che serve è introdurre intelligenza nel sistema (si parla di smart-grid) realizzando una rete di sensori e di computer altrettanto distribuita quanto lo saranno i punti di produzione e di consumo. Per realizzare questo schema, in tutto il mondo si stanno realizzando progetti per sostituire i contatori tradizionali con contatori intelligenti, che possono essere letti e controllati attraverso la rete di telecomunicazione per consentire di raccogliere in modo minuzioso le informazioni sulle richieste di consumo e sulle capacità di produzione. Il passo successivo sarà sviluppare l’infrastruttura informatica necessaria per regolare sia la domanda che l’offerta di energia. Si dovranno poter applicare politiche tariffarie complesse con prezzi diversi a seconda delle disponibilità di energia e dei tipi di utilizzo, arrivando fino al controllo della singola presa. La rete dovrà poi essere in grado di smistare l’energia in modo automatico tra i centri di produzione ed i punti di consumo cercando di massimizzare l’efficienza del sistema.
In Europa, la Commissione Europea sta cercando di promuovere le riforme normative e l’innovazione tecnologica necessarie perché le aziende europee mantengano la posizione di leadership in questo settore[11]. Tra queste, per esempio, ENEL sta giocando un ruolo importante: è stata tra le prime imprese a sostituire l’intero parco di contatori dei clienti ed ha avviato un progetto pilota da 77 milioni di Euro per l’istallazione di cabine elettriche di nuova generazione nella rete a media tensione. Anche in questo campo però sono gli USA e la Cina a dettare il passo: il 27 ottobre 2009 Obama ha annunciato un programma da 3,4 miliardi di dollari sul tema delle smart-grid portando a 7,1 miliardi i dollari spesi dal Dipartimento dell’Energia nel 2010 per l’ammodernamento della rete elettrica americana. Secondo un rapporto di Bloomberg del 26 maggio 2009, la spesa della Cina per l’estensione e l’ammodernamento della rete elettrica potrebbe arrivare a 10 miliardi di dollari l’anno; il Paese avrà un sistema di sensori e di misurazione che coprirà l’intero territorio nazionale quando l’attuale piano economico quinquennale sarà completo nel 2012[12] e il principale distributore di elettricità del Paese, China State Grid Corp., ha in programma di realizzare una smart-grid a livello nazionale entro il 2020.
 
La questione della sicurezza degli approvvigionamenti e l’Europa.
 
Sul fronte della sicurezza degli approvvigionamenti di petrolio e gas naturale, gli Stati Uniti sono oggi l’unica potenza mondiale in grado di operare a livello globale. Il controllo dei giacimenti, in particolare delle aree fortemente instabili del Medio Oriente, è avvertito dagli USA come un fattore critico del successo della politica di riaffermazione del loro ruolo di guida della comunità internazionale dopo l’era Bush. La Cina, a sua volta, sta stringendo accordi con la Russia, e con i produttori di petrolio in Medio Oriente, Africa e America Latina per assicurarsi l’ener-gia di cui ha bisogno la sua economia in crescita, anche sfruttando la sua enorme disponibilità finanziaria per offrire in contropartita investimenti nelle infrastrutture e nelle economie di quei Paesi. La capacità di azione dell’Europa risulta invece del tutto inadeguata. Gli Stati dell’Unione Europea, pur costituendo nel loro insieme la seconda economia mondiale e dipendendo fortemente dalle importazioni di combustibili fossili, non sono ancora riusciti a definire una politica energetica comune. Inoltre all’Unione Europea manca il peso politico a livello internazionale necessario per assicurarsi l’accesso alle fonti energetiche.
Per il gas naturale la situazione è particolarmente critica. L’Europa è sempre stata una importatrice netta di energia ed in particolare di gas naturale. Se per il petrolio può scegliere tra diverse opzioni di fornitura grazie ai trasporti via mare, per il gas naturale si trova invece a dipendere da un fornitore, la Russia, che è anche la principale minaccia alla sua sicurezza. Nel 2007, il gas importato dalla Russia costituiva 1/4 dell’intero fabbisogno di gas europeo, ma ben 3/5 di quello importato. Anche i valori assoluti sono molto grandi e continueranno a crescere nel futuro, nonostante il trend verso l’utilizzo di fonti alternative.
Sebbene il gas possa essere trasportato via mare in forma liquefatta (LNG), sia le navi cisterna che gli impianti per il caricamento e lo scaricamento richiedono tecnologie sofisticate e grandi investimenti; per distanze inferiori ai 3, 4 mila chilometri, risulta quindi più conveniente trasportare il gas attraverso condutture ad alta pressione, che però possono collegare soltanto i pozzi e i consumatori per i quali sono stati realizzati. Se da una parte ciò consente di stipulare contratti di fornitura per periodi lunghi, che garantiscono maggiore stabilità nelle quantità e nei prezzi delle forniture rispetto a quanto avviene per il petrolio, d’altra parte queste forniture sono molto più rigide e dipendono fortemente dalle politiche del produttore, dei consumatori, ma anche degli Stati attraversati dai gasdotti. Per garantire la stabilità e la sicurezza degli approvvigionamenti di gas, l’Unione Europea avrebbe pertanto interesse a costruire una partnership strategica con la Russia e a favorire i processi di stabilizzazione di quel Paese e di tutti quelli attraversati dai gasdotti che riforniscono l’Europa. Anche dal punto di vista russo, avvicinare la Russia all’Europa fornirebbe maggiori garanzie sulla sicurezza delle sue forniture di energia e dei flussi finanziari che ne derivano. La confusione che regna in Europa sulla questione del gas russo è invece disarmante. In pratica, nonostante i proclami a favore di una politica energetica comune, ogni Stato dell’Unione cerca di contrattare separatamente le proprie forniture e di risolvere autonomamente i problemi dei propri approvvigionamenti. L’incapacità dell’Unione Europea di rappresentare un partner affidabile per la Russia sul tema dell’energia è ben rappresentata dal risultato del vertice di Helsinki dell’autunno 2006. L’Unione Europea ha cercato per diversi anni di ottenere dal Kremlino la firma di un trattato che facilitasse gli investimenti delle compagnie europee nel settore energetico russo e che consentisse loro di utilizzare i gasdotti russi. Prima del convegno, Putin chiese come contropartita che le imprese russe potessero investire nell’Europa occidentale; inoltre chiese agli europei di intervenire verso gli Stati Uniti perché riducessero le limitazioni sulle esportazioni di alta tecnologia e che il trattato contenesse misure per aprire il mercato dei combustibili nucleari in cui la Russia stava investendo. Tutte misure, nelle intenzioni di Putin, volte a riconoscere relazioni paritarie e una maggiore integrazione della Russia nel mondo occidentale. Gli europei non sono però stati in grado di dare una risposta a queste richieste; la Commissione Europea guidata da Barroso, dal canto suo, ha offerto ugualmente ai russi, durante il vertice, la firma del trattato, proposta che i russi hanno semplicemente rifiutato.
Le debolezze dell’Unione Europea e della Russia e la loro incapacità di allacciare rapporti comuni stabili e coerenti favoriscono l’instabilità degli Stati dell’Europa dell’Est e creano l’occasione per gli Stati Uniti per inserirsi e condizionare in direzione anti-russa le politiche degli Stati dell’area. Le crisi del gas tra la Russia e l’Ucraina sono il sintomo più eclatante di questa situazione, alla quale l’Europa ha cercato di far fronte assumendosi i costi maggiori necessari per costruire un nuovo gasdotto, NorthStream, che aggiri i Paesi dell’Europa dell’Est. Il gasdotto, che inizierà ad operare dal settembre 2011, congiunge la Russia con la Germania attraverso le acque finlandesi, svedesi e danesi del Mare Baltico, facendo della Germania un snodo strategico delle forniture di gas verso l’Europa Occidentale. Inoltre, nel tentativo di dare all’Europa un’alternativa al gas russo, la Commissione Europea, con il supporto degli USA, ha voluto il gasdotto Nabucco che dovrebbe collegare all’Austria i giacimenti del Caucaso, in cui sono stati scoperti grandi quantità di gas, e potenzialmente anche quelli dell’Iran e del Medio Oriente, attraverso Turchia, Bulgaria, Romania e Ungheria.
Anche con queste nuove infrastrutture, l’Europa non sarebbe comunque in grado di eliminare la dipendenza dai gasdotti che attraversano l’Ucraina e la Bielorussia, che continuerebbero a trasportare una buona parte del gas di cui ha bisogno l’Europa, né quella dalla Russia che sarebbe ancora in grado di condizionare l’Europa con la minaccia di interrompere le forniture di gas. A Nabucco la Russia ha risposto lanciando il progetto SouthStream che prevede la costruzione di un gasdotto che collegherà i giacimenti russi, oltre a quelli del Caucaso, con l’Italia attraverso il Mar Nero, la Bulgaria, la Serbia, l’Ungheria e la Slovenia. Nella competizione tra i due gasdotti, SouthStream risulta avvantaggiato perché la Russia si sta dimostrando più abile della Commissione Europea nello stringere accordi con i governi degli Stati caucasici per riservare gli approvvigionamenti al suo gasdotto, mentre gli Europei hanno un atteggiamento oscillante lesinando il loro appoggio a Nabucco presi tra il doppio timore di scontentare la Russia sul terreno degli approvvigionamenti e gli Stati Uniti nel non appoggiare la loro politica di contenimento della Russia.
 
I rischi e le opportunità per l’Europa.
 
L’Europa divisa e debole si sta dimostrando fortemente carente sia sul fronte delle iniziative per costruire un’alternativa alla dipendenza dai combustibili fossili, sia su quello degli investimenti richiesti per creare la nuova rete elettrica di cui c’è bisogno, sia su quello della competizione internazionale per assicurarsi l’accesso alle fonti di energia tradizionali, che risulteranno ancora per molto tempo indispensabili. La sicurezza energetica e le questioni dell’energia in generale sono percepite giustamente dai governi europei come temi di particolare importanza per i loro Paesi, che non possono pertanto essere demandate alle attuali istituzioni europee, le quali, come risulta ampiamente dimostrato nei fatti, non costituiscono il luogo in cui possono essere affrontate efficacemente le questioni strategiche. L’Unione Europea, nonostante se ne discuta da tempo, non ha pertanto potuto elaborare un piano energetico comune, in grado non solo di indicare alla società europea un disegno collettivo, ma anche di costituire il necessario quadro politico di riferimento in cui pensare e realizzare le iniziative nei campi industriale, sociale e della ricerca. Infatti, se da un lato l’ideazione e la realizzazione di un tale programma richiedono strumenti di governo che mancano alle istituzioni dell’Unione Europea perché sono tipici degli Stati, dall’altra la scala delle risorse umane, economiche e finanziare che devono essere aggregate non sono alla portata dei singoli Stati europei, neppure dei più grandi. Né l’Unione Europea né i singoli Stati europei hanno oggi la capacità di coinvolgere le aziende, i centri di ricerca ed i cittadini in un grande piano per far fronte alle sfide imposte dalle questioni energetiche. In assenza di uno Stato federale non resta che prevedere un futuro difficile per gli europei: le imprese europee si troveranno sempre più svantaggiate nel confronto con i competitor dei grandi Stati continentali e perderanno la posizione di leadership che ancora detengono sui temi dell’energia, gli Stati europei si troveranno impreparati ad affrontare le crisi che si profilano ed i loro cittadini saranno costretti a subirne più degli altri gli effetti drammatici.
Oltre che sul piano interno delle politiche economiche, fiscali e dell’innovazione necessarie per far fronte alle sfide del progresso tecnologico in campo energetico, le conseguenze dell’assenza di uno Stato federale si fanno sentire in Europa anche nel campo della sicurezza dei rifornimenti energetici. In un mondo che sta diventando multipolare ed in cui agli Stati Uniti viene contestato il ruolo di garante dell’ordine internazionale e del libero accesso alle materie prime, l’Europa non potrà più contare come un tempo sul sostegno americano per assicurarsi l’accesso al mercato delle fonti energetiche a condizioni favorevoli. Come abbiamo visto, il problema energetico è destinato a rimanere sul tappeto per molto tempo e ci aspetta un futuro in cui l’energia diventerà un bene sempre più prezioso e difficile da ottenere. Un mondo di crescente scarsità di energia alimenterà una forte competizione tra Stati sempre più carenti di questa risorsa. Il bisogno di assicurarsi le forniture di energia è sempre stato uno degli argomenti più sensibili per gli Stati moderni, come ci dimostra la storia dell’ultimo secolo, e man mano che la realtà del declino della disponibilità di petrolio diventerà manifesta, aumenteranno le spinte a trasformare l’attuale competizione disciplinata dalle leggi economiche in una lotta senza regole, in cui il peso politico dei contendenti avrà facilmente il sopravvento sulle regole del libero mercato. Questa tendenza potrebbe mettere in crisi le basi stesse dell’attuale economia mondiale, con conseguenze difficili da immaginare[13]. Già oggi possiamo scorgere i segni premonitori dei nuovi conflitti che si stanno manifestando a livello internazionale in campo energetico: la decisione del Congresso degli USA di vietare alle imprese cinesi di entrare nel capitale delle aziende energetiche americane; l’accordo stipulato tra Cina ed India per rafforzare la loro presenza nell’industria energetica internazionale e per cooperare nell’acquisire il controllo di giacimenti utili allo sviluppo delle loro economie; la politica di rinazionalizzazione del settore energetico da parte della Russia, anche per condizionare attraverso l’arma energetica i rapporti con i vicini in Europa ed in Asia[14]. Anche in questo caso, né l’Unione europea né i singoli Stati europei hanno la possibilità di giocare un ruolo significativo in questa competizione.
Gli interessi e le ragion di Stato sul fronte energetico non hanno iniziato a divergere solo tra le grandi potenze mondiali, ma addirittura all’interno dell’Europa. In assenza di una politica energetica europea, i maggiori Stati europei si trovano a dover competere tra di loro nell’accesso alle risorse energetiche. La Germania, in particolare, sta abbandonando i vecchi timori ad agire autonomamente nel contesto internazionale, e cerca di far valere il proprio peso economico e politico per assicurarsi le risorse di cui ha bisogno, anche mettendosi – come avviene in Africa – in aperto contrasto con la Francia. Inoltre, grazie alla sua potenza economica e alla sua posizione al centro dell’Europa, la Germania costituisce il principale collettore delle importazioni europee di fonti primarie di energia – di cui la creazione del nuovo gasdotto NorthStream costituisce un elemento importante –, ruolo che già oggi le consente di presentarsi come partner privilegiato della Russia e che un domani potrebbe sfruttare per affermarsi come principale potenza regionale in Europa. I rapporti tra la questione energetica e il problema della difesa dell’Europa rivestono da sempre un’importanza fondamentale. Basti ricordare che il processo di integrazione europea è iniziato con l’istituzione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), di cui ricorrerà l’anno prossimo il sessantesimo anniversario. Robert Shuman, con la dichiarazione del 9 maggio 1950, indicava nel contempo l’obiettivo finale del processo che veniva avviato – la Federazione europea – e lo strumento con cui conseguirlo: la decisione, presa da un nucleo determinante di Stati europei, di trasferire ad una “Alta Autorità” un potere reale in grado di sbloccare una situazione di crisi che minacciava l’Europa[15]. Dopo sessant’anni il problema della sicurezza energetica sta riemergendo con forza e con esso sta divenendo evidente che il mercato comune e la cooperazione tra i Governi non bastano più ad assicurare il benessere e la sicurezza in Europa.
La questione energetica si va quindi ad aggiungere alle tante questioni che l’Unione Europea non riesce ad affrontare a causa delle carenze del suo assetto istituzionale alle quali il nuovo Trattato di Lisbona non ha posto rimedio. In questa situazione, i cittadini europei stanno tornando a chiedere con sempre maggiore forza ai propri governi quello che l’Europa non riesce a dare loro, non rendendosi conto che, in questo modo, favoriscono il riemergere delle vecchie divisioni che sembravano superate per sempre, costringendo i loro sistemi economici e politici a confrontarsi con quelli dei loro vicini nel momento in cui ci sarebbe più bisogno di contare sull’Unione per affrontare insieme le sfide della competizione internazionale.
Se la cooperazione tra i governi ha esaurito la sua fase propulsiva e rischia anzi di non poter più garantire un avvenire all’Unione Europea, non è più sufficiente neppure affrontare separatamente le sfide che il mondo ci impone creando nuove “Alte Autorità” in campi specifici, senza intaccare prerogative essenziali degli Stati europei. Jaques Delors, in uno studio recente sulla questione energetica, propone l’istituzione di una Comunità Europea dell’Energia attraverso lo strumento delle Cooperazioni Rafforzate contenuto nel Trattato di Lisbona[16]. Ma come abbiamo cercato di dimostrare in questa nota, le sfide interne ed internazionali connesse con la questione energetica richiedono ormai un coinvolgimento dei cittadini e delle forze produttive e strumenti di governo che sono alla portata soltanto di uno Stato di dimensione continentale. Delors ricorda che “quando sei Stati europei decisero nel 1951 di integrare due settori chiave della loro economia per creare una Comunità, il loro scopo era di sostituire il conflitto con la cooperazione e l’antagonismo con la prosperità”[17]. Chi si rifà all’esempio della CECA dovrebbe però avere l’onestà di ricordare che quell’esperienza ha avuto successo perché l’obiettivo della Federazione europea non costituiva un mero espediente retorico, ma il principio che rendeva possibile la stessa cooperazione tra la Francia e la Germania. I ritardi nel perseguire quell’obiettivo spiegano le attuali difficoltà in cui si dibatte l’Unione Europea ed i gravi rischi che essa sta correndo, come dimostra la crisi che sta colpendo l’Unione Monetaria.
Quello di cui c’è bisogno è che i leader europei prendano coscienza della responsabilità che essi hanno nei confronti non solo dei loro elettori, ma dell’avvenire dell’Europa intera. Soprattutto i leader dei Paesi europei che sono stati protagonisti del processo di integrazione e nei quali l’idea dell’Europa unita è ancora vivo dovrebbero trarre vantaggio dalle occasioni offerte dalle crisi che l’Europa sta subendo per prendere l’iniziativa e creare quegli Stati Uniti d’Europa, limitati, almeno all’inizio, ai loro Paesi, che soli possono ridare un futuro all’Europa. 


[1] Thomas Robert Malthus, (1798), An Essay on the Principle of Population, London, 1798, capitolo 1, p. 4, edizione elettronica: http://www.esp.org/books/malthus/population/malthus.pdf
[2] William Stanley Jevons, (1866), The Coal Question (2nd ed.). Londra, Macmillan and Co, capitolo 7, edizione elettronica: http://www.eoearth.org/article/The_Coal_Question_(e-book).
[3] Charles A.S. Hall, John W. Day, Jr., “Revisiting the Limits to Growth After Peak Oil”, American Scientist, Volume 97, Numero 3, Maggio-Giugno 2009.
[4] C.J. Cleveland, R. Costanza, C.A.S. Hall, R. Kaufmann, “Energy and the U.S. Economy: A Biophysical Perspective”, Science, New Series, Vol. 225, No. 4665, 1984, pp. 890-897.
[5] Charles A.S. Hall, John W. Day, Jr., op. cit., Figura 5.
[6] M.K. Hubbert, “Nuclear Energy and fossil fuels”, relazione presentata allo Spring Meeting of the Southern District Division of Production, Drilling and Production Practice, American Petroleun Institute, 1956.
[7] Il Club di Roma fu fondato a Roma nel 1968 dall’imprenditore italiano Aurelio Peccei e dallo scienziato scozzese Alexander King con lo scopo di riunire imprenditori, scienziati, intellettuali e leader politici di alto livello interessati ad analizzare i cambiamenti della nostra società ed in particolare i problemi riguardanti i limiti al consumo di risorse in un modo di crescente interdipendenza.
[8] L. Maugeri, “Squeezing More Oil Out of the Ground”, Scientific American, Ottobre 2009.
[9] G.M. Turner, “A comparison of the Limits of Growth with 30 Years of Reality”, in CSIRO Working Paper Series 2008-09, giugno 2008.
[10] Electrification Roadmap - Revolutionizing Transportation and Achieving Energy Security, Electrification Coalition, Novembre 2009.
[11] La Commissione Europea ha dato vita nel 2005 all’European Technology Platform (ETP) for the Electricity Networks of the Future (SmartGrids), che raccoglie tutti gli operatori europei del settore con l’obiettivo di promuovere la competitività dell’Unione Europea nel settore delle reti elettriche. I documenti prodotti dalla SmartGrids Platform possono essere consultati sul sito Internet ufficiale dell’iniziativa all’indirizzo www.smartgrids.eu.
[12] Panel Session: Developments in Power Generation and Transmission – Infrastructures in China, IEEE 2007 General Meeting, Tampa, FL, USA, 24–28 June 2007.
[13] M.R. Simmons arriva a questa conclusione nel libro Twilight in the Desert: The Coming Saudi Oil Shock and the World Economy, New York, Wiley, 2005. Dopo aver analizzato centinaia di articoli prodotti da specialisti del settore, Simmons afferma che i più importanti campi di estrazione di petrolio sono vicini al loro picco di produzione, che l’attuale crescente richiesta di petrolio accorcerà la loro vita e che non ci sono indicazioni convincenti che si riuscirà a rimpiazzarli con nuovi pozzi. Secondo Simmons il petrolio non si esaurirà, ma diventerà molto più costoso.
[14] Uno Stato federale europeo per affrontare il problema energetico, Scheda della “Campagna per lo Stato federale europeo” pubblicata con il sostegno della Fondazione Mario e Valeria Albertini,www.euraction.org, febbraio 2006.
[15] Così si esprimeva Robert Shuman nella sua dichiarazione: “Questa proposta, mettendo in comune le produzioni di base e istituendo una nuova Alta Autorità, le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia, la Germania e i paesi che vi aderiranno, costituirà il primo nucleo concreto di una Federazione europea indispensabile al mantenimento della pace.” E ancora: “I principi e gli impegni essenziali sopra definiti saranno oggetto di un trattato firmato tra gli Stati e sottoposto alla ratifica dei parlamenti. I negoziati … si svolgeranno con l’assistenza di un arbitro designato di comune accordo: costui sarà incaricato di verificare che gli accordi siano conformi ai principi e, in caso di contrasto irriducibile, fisserà la soluzione che sarà adottata.”
[16] Sami Andoura, Leigth Hancher, Marc Van Der Woude, Towards a European Energy Community: A Policy Proposal, Notre Europe, Marzo 2010.
[17] Jacques Delors, “A Call for a European Energy Community”, in Towards a European Energy Community: A Policy Proposal, op. cit.

 

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