Anno XXXIV, 1992, Numero 3 - Pagina 179

 

 

Il federalismo e l’ecologia nella nuova fase del processo storico

 

FRANCO SPOLTORE

 

 

Premessa.

 

I. Il rischio dell’olocausto nucleare non è più il solo pericolo al centro delle preoccupazioni sulla difficile situazione ecologica del nostro pianeta. Altre minacce ecologiche incombono ormai sul destino dell’umanità,[1] e pongono all’ordine del giorno il problema dell’organizzazione di un sistema di sicurezza globale capace di garantire lo sviluppo di tutti i popoli attraverso un uso pacifico della scienza e della tecnica. Un sistema che, secondo Einstein, uno dei primi ad aver visto nello scoppio della bomba atomica a Hiroshima anche «l’esplosione delle idee politiche superate e anacronistiche», dovrebbe essere basato «sull’istituzione di un governo mondiale, cosicché la sicurezza delle nazioni si fondi sulla legge».[2]

La difficoltà di realizzare questo progetto è testimoniata dal fallimento, appena un anno dopo che Einstein aveva espresso queste idee, del tentativo di creare un’Autorità mondiale per il controllo dell’energia nucleare. Un tentativo che avrebbe potuto porre per tempo le basi anche di un governo mondiale dell’ecologia, e sul quale l’umanità, messa di fronte alla scelta fra l’unione o l’autodistruzione, deve oggi tornare a riflettere.

Dopo questo fallimento gli Stati hanno cercato di surrogare il governo mondiale con la cooperazione internazionale. L’obiettiva difficoltà di ricorrere ai tradizionali strumenti della politica di potenza per risolvere i conflitti li ha infatti costretti, nonostante la guerra fredda, a perseguire politiche comuni in un numero crescente di campi. Tuttavia ciò non ha impedito la proliferazione delle armi nucleari e non ha scongiurato la minaccia ecologica. La cooperazione, necessaria per instaurare un clima di maggiore fiducia fra gli Stati, si è così rivelata, da un lato, inadeguata per coordinare le politiche dei 175 Stati sovrani membri dell’ONU e, dall’altro lato, incapace di affermare i valori dell’eguaglianza, della libertà e della giustizia. La frammentazione dell’umanità in una miriade di Stati che pretendono di mantenere un’anacronistica sovranità è il vero ostacolo sulla strada del perseguimento dell’obiettivo dello sviluppo sostenibile su scala mondiale.[3]

II. Il problema di promuovere uno sviluppo che soddisfacesse i bisogni della società senza compromettere la possibilità delle future generazioni di soddisfare i loro, per riprendere la definizione data dal Rapporto Brundtland, è sempre stato in un certo senso al centro delle politiche degli Stati. Nel tentativo di perseguire l’obiettivo della salvezza nazionale, ogni Stato ha infatti sempre cercato di tenere conto non solo delle scarsità reali, ma anche di quelle potenziali delle risorse considerate di volta in volta strategiche per poter competere sul piano commerciale, economico e militare con gli altri Stati. E’ in questo senso che possiamo dire che gli Stati si sono già posti l’obiettivo dello sviluppo sostenibile, ma solo su scala nazionale. A partire dal secondo dopoguerra, l’ambito nazionale è diventato però troppo angusto per promuovere lo sviluppo. I grandi Stati continentali (USA e URSS) e le aree in cui si sono consolidati i processi di integrazione regionale (in primo luogo la Comunità europea) sono diventati i nuovi centri propulsori dello sviluppo. Ma a questo proposito bisogna osservare come, mentre l’Europa occidentale e gli USA hanno ridotto lo spreco di risorse e i tassi di inquinamento, lo sviluppo dell’ex URSS e dei paesi che erano suoi satelliti è avvenuto solo grazie ad un impressionante incremento dello spreco di risorse e dell’inquinamento. Il successo ecologico occidentale e il disastro ecologico orientale non sono spiegabili semplicemente come un’ulteriore conferma della superiorità del sistema delle economie di mercato rispetto a quelle pianificate.[4] La mano invisibile del mercato ha in effetti potuto orientare in senso più ecologico produzioni e consumi soprattutto laddove e nella misura in cui il mercato stesso è stato sottoposto a delle regole concordate a livello internazionale.

Nel momento in cui il perseguimento dell’obiettivo dello sviluppo sostenibile riguarda ormai l’intera umanità, è dunque necessario creare un quadro statuale adeguato alla nuova dimensione del progresso, attraverso il completamento dei processi di unificazione regionale e il consolidamento delle istituzioni internazionali come premesse indispensabili per la realizzazione di «un solido Stato internazionale».

III. Nonostante un maggiore sviluppo non abbia implicato, come abbiamo già osservato, un generalizzato maggiore spreco di risorse, l’inquinamento globale ha raggiunto un livello tale da mettere in pericolo gli equilibri ecologici su cui si è basata finora la sopravvivenza dell’umanità sulla Terra.[5]

Già negli anni Settanta, il primo shock petrolifero, ricordandoci la potenziale scarsità di questa materia prima, aveva prodotto degli aggiustamenti delle politiche energetiche nazionali della maggior parte dei paesi industrializzati. Verso la fine del decennio, in questi paesi si prevedeva la progressiva sostituzione dei combustibili fossili con altre fonti di energia nel corso di circa un secolo. Alla fine degli anni Ottanta queste previsioni erano però state giudicate incompatibili con la sicurezza ecologica del pianeta, al punto che la diplomazia ecologica internazionale ha incominciato a prendere in considerazione l’ipotesi di concordare l’introduzione di una tassa mondiale sulla produzione di anidride carbonica (carbon tax) per accelerare la transizione dall’uso di combustibili fossili – responsabili dell’effetto serra – a quello di fonti di energia alternative. In questo modo si è incominciato a prendere in considerazione la scarsità potenziale delle risorse naturali non solo dal punto di vista delle necessità produttive, ma anche dal punto di vista del mantenimento delle condizioni di vivibilità del pianeta. Si è così sempre più diffusa la consapevolezza che sono le qualità vitali dell’atmosfera, del clima, degli oceani e dello spazio in cui è immersa la Terra ad essere diventate scarse. Ma questa consapevolezza non si è ancora tradotta in un efficace governo della transizione verso un mondo sempre più gestito dall’uomo.

IV. Qual è lo scenario compatibile con questa transizione? Come governarla? Quali investimenti sarebbero necessari per migliorare (ma di quanto?) la qualità dell’atmosfera e degli oceani? Qual è il prezzo da dare alle risorse consumate e non rinnovate?

Per rispondere a queste domande occorre, come abbiamo già accennato, prendere in considerazione le nuove responsabilità globali che gli Stati e il mercato dovrebbero assumersi nell’attuale fase del processo storico, in quanto la tradizionale regola del buon governo secondo cui «Salus populi suprema lex» ha oggi un senso solo se riferita al popolo mondiale.

Basta considerare uno degli indicatori fondamentali della scarsità di un bene, il prezzo, per rendersi conto dell’inadeguatezza degli strumenti economici e politici che oggi regolano la nostra esistenza. Sotto molti aspetti gli uomini non sono ancora completamente usciti dallo stato primordiale dei rapporti economici descritto da Locke, il quale, riferendosi all’impossibilità per i popoli delle Americhe di dare un prezzo alla terra, constatava che ciò era dovuto al fatto che essi non si erano ancora «associati al resto dell’umanità nel consenso circa l’uso della comune moneta».[6] Ebbene oggi dobbiamo constatare che l’umanità non ha ancora raggiunto un consenso sull’uso di una moneta mondiale.

Nella misura in cui si ammette inoltre la necessità della tassazione internazionale, non si può confinare al solo livello nazionale l’applicazione del principio «no taxation without representation»: anche a questo proposito dobbiamo constatare che oggi non esistono ancora istituzioni democratiche mondiali.

Infine, poiché non è più possibile orientare lo sviluppo solo nella direzione di un accrescimento indefinito dei consumi individuali, occorrerebbe un governo mondiale dell’economia capace di sostituire all’obiettivo del progressivo aumento dei consumi quello di una loro più equa ripartizione su scala mondiale.[7]

In quale contesto è pensabile una rivoluzione della politica e dell’economia capace di indirizzare l’azione dello Stato, del mercato e dei singoli individui verso uno sviluppo che tenga conto dei nuovi rapporti che si stanno instaurando fra uomo e natura e dei nuovi rapporti che si dovrebbero instaurare fra gli Stati?

 

1. La radice della minaccia ecologica globale: la fine della natura e la crescita della città mondo.

 

«L’allargamento dei confini dell’Impero Umano sino a comprendere tutte le cose»[8] è coinciso con il processo di colonizzazione del mondo da parte dell’uomo. Si tratta di un Impero effimero, in cui alla possibilità di alterare i cicli chimici, biologici e climatici su scala locale e globale non corrisponde ancora una capacità di governare efficacemente i rapporti uomo-natura. E’ questa incapacità che sta mettendo in discussione la possibilità di perseguire il fine ultimo che l’umanità condivide con le altre specie: quello dell’autoconservazione. In passato la salvezza delle altre specie viventi non rappresentava un fine in sé per l’uomo, bensì un fine utilitaristico a scopi alimentari e produttivi. Ma nel momento in cui l’umanità ha acquisito, in particolare grazie alla scienza e alla tecnologia biologica, oltre alla capacità di autodistruggersi, anche quella di conservare la vita e di crearla in nuove forme per le generazioni future, i doveri verso la natura coincidono ormai, sul piano etico, con i doveri verso sé stessa.[9] E’ stato lo sviluppo industriale ed agricolo ad aver trasformato l’ambiente naturale in un ecosistema mondiale umanizzato.[10] Lo stesso Marx poteva affermare nel secolo scorso che la natura in quanto tale non esisteva più da nessuna parte, salvo forse in qualche isola corallina di nuova formazione. Certo nell’800 l’intervento dell’uomo non aveva ancora messo in pericolo l’esistenza dell’intero ecosistema, e lo sviluppo della scienza e della tecnica non avevano ancora varcato la soglia del dominio della natura.

Solo senza l’intervento dell’uomo sarebbe continuata naturalmente l’evoluzione dell’ecosistema mondo, partendo dalle condizioni venutesi a creare, circa 180-200 milioni di anni fa, con lo smembramento, di cui oggi si osservano ancora gli effetti con il fenomeno della deriva dei continenti, dell’unica grande terra emersa che i geologi chiamano Pangea. Ma la progressiva integrazione dell’umanità a livello mondiale, annullando le distanze e interrompendo la deriva genetica e culturale fra i continenti, ha ricostituito artificialmente Pangea.

Le innovazioni in campo agricolo ed industriale non sarebbero tuttavia state sufficienti a sconvolgere gli equilibri naturali senza il successo di un altro fenomeno strettamente legato al processo di civilizzazione: l’esplosione del fenomeno urbano.

L’uomo ha infatti colonizzato la natura, sottraendole materialmente spazio e sfruttandola per i suoi scopi, attraverso l’espansione e la diffusione del fenomeno urbano. Basti pensare che, fino al XVII secolo, la città è stata la sola vera presenza artificiale rilevante nell’ambiente naturale. Il suo sviluppo e la sua diffusione hanno accompagnato il processo di umanizzazione dell’ecosistema mondo fino a costituire oggi, accanto ai sistemi industriale ed agricolo mondiali, un sistema che ha un impatto ambientale globale autonomo: il sistema urbano mondiale. Così l’inquinamento, da sempre presente nelle singole città, è diventato globale ed ingovernabile con la trasformazione del mondo in un’unica città.[11] Ciononostante l’umanità non si è ancora dotata di istituzioni efficaci per promuovere una ristrutturazione ecologica dell’economia e della pianificazione. Una ristrutturazione che, ponendosi l’obiettivo di salvare le città, non sia in contraddizione con gli obiettivi di salvare l’ecosistema mondo urbanizzato e di garantire la qualità della vita a livello urbano.[12]

A questo proposito occorre osservare che l’esperienza, anche recente, in materia di interventi sulle maggiori aree urbane, ha mostrato la necessità di coordinare la cura delle patologie urbane a livello locale e nazionale, con le politiche continentali e mondiali in campo energetico e dei trasporti. I sistemi di trasporto e di produzione e distribuzione di energia non possono infatti essere rivoluzionati a livello locale senza che esista un piano globale per la loro riconversione. E, viceversa, è impensabile che gli accordi internazionali sottoscritti per porre un freno al consumo di determinati combustibili o sostanze, possano avere successo senza un coordinamento con le scelte di pianificazione urbana.

L’impossibilità di proteggere la natura senza un cambiamento di rotta nello sviluppo urbano è sempre più legata alle contraddittorie politiche che i singoli Stati continuano a perseguire. Basti per tutti l’esempio della Gran Bretagna, che per prima ha avviato in questo secolo grandi progetti di riequilibrio urbano nella regione di Londra, ponendosi all’avanguardia nella sperimentazione delle politiche di decentramento urbano. Ebbene, la Gran Bretagna, accettando di porre fine al suo isolamento geografico collegandosi con il Tunnel al continente europeo, ha impresso alla pianificazione territoriale dell’Inghilterra meridionale una svolta strategica. La prospettiva della nascita di una regione urbana anglo-continentale ha già incominciato a porre il problema della riforma del governo della Grande Londra e della creazione di nuove istituzioni adeguate a questa nuova realtà che sfugge al controllo nazionale e non è ancora sottoposta ad un adeguato controllo internazionale.

Gli Stati nazionali, non costituendo più da tempo il quadro di potere adeguato entro il quale controllare lo sviluppo scientifico e tecnologico, sono responsabili delle politiche di laissez-faire che sono all’origine del degrado della qualità della vita a livello urbano e, collegata a questo, della minaccia ecologica a livello globale.

Non è questa la sede per analizzare approfonditamente come le politiche nazionali di breve periodo abbiano favorito, soprattutto negli ultimi decenni nei paesi industrializzati, e tendano a favorire oggi, soprattutto nei paesi del Terzo mondo, il deragliamento della tecnica, e quindi il deragliamento delle città.[13] E’ tuttavia opportuno sottolineare come, dal punto di vista delle innovazioni scientifiche e tecnologiche, oggi l’umanità disponga delle capacità e delle conoscenze necessarie per contribuire a recuperare quelle caratteristiche che hanno segnato, con la nascita e la fioritura del fenomeno urbano, la nascita e la fioritura della civiltà: la maggiore sicurezza personale e il vivere bene in città preconizzato da Aristotele.

Il problema è se l’umanità saprà oppure no dotarsi in tempo delle istituzioni necessarie per avviarsi su questa strada. A questo proposito occorrerebbe tener presente che le grandi opere del passato, che tuttora testimoniano la grandezza di molte città, sono state realizzate non solo grazie all’efficienza del lavoro e delle tecnologie impiegate, ma soprattutto grazie all’adeguatezza delle loro istituzioni, capaci di garantire la realizzazione di imprese protrattesi per decenni, come la costruzione dei canali navigabili, delle fortificazioni, delle cattedrali. Leontief, riflettendo su queste opere del passato, sottolinea come, «benché alcuni ricercatori sostengano che l’economia civile ricavi benefici dall’addestramento militare e dalle infrastrutture nei paesi meno sviluppati, e dalla ricerca e dallo sviluppo nei paesi industrializzati, e che tali benefici compensino gli effetti negativi dell’onere militare, si potrebbe anche affermare che un programma ben finanziato per l’esplorazione dello spazio, oppure la costruzione, o ricostruzione, di una rete ferroviaria su larga scala – o la costruzione di... moderne piramidi – potrebbero servire allo stesso scopo. Pochi potrebbero negare che l’applicazione diretta di queste risorse a obiettivi civili specifici aumenterebbe la potenzialità dell’economia civile».[14] Ma quali istituzioni potrebbero oggi assolvere a questi compiti? Quale istituzione potrebbe, per esempio, gestire efficacemente e democraticamente un fondo mondiale per la ristrutturazione e lo sviluppo delle maggiori aree urbane?

Se si considera che il Rapporto Brundtland prevede un aumento fino al 65% della popolazione urbana nei paesi in via di sviluppo nei prossimi anni, è facile prevedere come nessuna economia avanzata potrebbe sostenere una simile crescita urbana garantendo nello stesso tempo condizioni di vita dignitose ai nuovi cittadini.[15] E’ perciò impossibile che i paesi in via di sviluppo facciano fronte da soli all’aumento del fenomeno dell’urbanizzazione perseguendo nel contempo degli obiettivi ecologicamente sostenibili.

Di fronte a questi pericoli gli ambientalisti e le politiche nazionali si sono dimostrati ancora prigionieri dei miti della protezione della natura selvaggia e dell’efficacia delle leggi del mercato nazionale.

Il protezionismo ambientale, pur efficace nel promuovere una cultura del rispetto della natura, ha tuttavia mostrato i suoi limiti, perché non basta più proteggere la natura a livello regionale e nazionale. A distanza di un secolo dall’avvio dei più importanti esperimenti fatti negli USA in questo campo, solo una piccolissima parte della superficie terrestre (poco più dell’1%, Antartide e Groenlandia escluse) è protetta in aree di conservazione naturale. Di questo passo, entro la fine del prossimo secolo, si arriverebbe a proteggere il 2-3% delle terre emerse.

I più estesi parchi naturali sono stati creati nel Nord America e in Africa. Ma questo non ha messo al riparo né il primo dall’inquinamento transfrontaliero, né la seconda dall’intensivo sfruttamento delle sue immense risorse naturali. E se anche si individuassero le aree di più alto interesse biologico e geografico da conservare – come in effetti alcuni organismi mondiali hanno cercato di fare – l’esistenza dei confini nazionali costituirebbe un insormontabile ostacolo alla definizione di efficaci legislazioni internazionali.[16]

Il caso dell’Europa è emblematico. Il bacino del Reno, la regione delle Alpi, il bacino del Danubio, pur essendo aree di interesse geografico e biologico, non sono sottoposte ad una efficace legislazione protettiva che comunque dovrebbe tenere conto dell’ormai estesa urbanizzazione – perché esse sono anche aree di confine fra diversi Stati. Come ha confermato drammaticamente l’incidente di Chernobyl, l’esistenza dei confini nazionali, lungi dall’impedire il diffondersi dell’inquinamento, rappresenta l’ostacolo più importante alla diffusione e all’applicazione delle politiche di tutela della salute, della sicurezza e del benessere dei cittadini.

Un ulteriore ostacolo all’estensione della tutela ambientale su vaste aree non ancora sfruttate dal punto di vista agricolo ed industriale da parte dell’uomo è rappresentato dal problema del sottosviluppo e dell’indebitamento. Non bisogna a questo proposito dimenticare che i fenomeni di deforestazione ed inaridimento dei suoli, hanno accompagnato gran parte dello sviluppo dei paesi europei nei secoli scorsi. La prima crisi energetica è legata alla deforestazione di buona parte della Gran Bretagna nel ‘500. Alcuni paesi in via di sviluppo non fanno altro che ripercorrere questa strada, cercando di sfruttare le immense risorse naturali a loro disposizione per alleviare il peso del debito e del sottosviluppo. E’ solo attraverso la manifestazione concreta di una solidarietà mondiale nei confronti di questi ultimi che sarebbe possibile garantire loro delle prospettive di sviluppo senza costringerli a mettere a rischio, oltre che il loro avvenire, anche quello di tutta l’umanità.

Quello che non si è riusciti a realizzare con le politiche di protezione della natura, si è cercato di perseguirlo con il mercato. L’obiettivo della ristrutturazione ecologica dell’economia e il dibattito su «più Stato o più mercato» per affrontare i problemi ecologici hanno scatenato un confronto spesso inconcludente fra chi pretende di seppellire l’economia, chi sottolinea la necessità di determinare valori e prezzi dei beni ambientali e chi, infine, pretende di governare un problema che da sempre accompagna lo sviluppo della civiltà (quello dell’inquinamento) senza prendere atto delle sue dimensioni globali.

Al fine di realizzare una ristrutturazione ecologica dell’economia bisogna servirsi del mercato per riorientare consumi (tasse ecologiche) e produzioni (incentivi all’innovazione tecnologica in senso ecologico). Ma questo implica innanzitutto l’esistenza e, in secondo luogo, l’efficacia di istituzioni capaci di stimolare e controllare il mercato al livello che si rende oggi necessario. Gli USA stanno cercando di creare un mercato nazionale dei diritti di emissioni inquinanti, al fine di sottoporre, in presenza di standards minimi comuni, i produttori di inquinamento alle leggi della domanda e dell’offerta. Ma se questa politica statunitense non si integrerà con quella di Canada e Messico, non potrà avere successo. Analogamente l’introduzione di una carbon tax europea, che rappresenterebbe un importante esempio per il resto del mondo, non basterebbe da sola a stabilizzare l’immissione di anidride carbonica ai livelli del 1990 senza analoghi impegni da parte di USA ed ex Unione Sovietica. Tutto ciò porta a ribadire il fatto che, nella misura in cui il mercato si internazionalizza, l’organizzazione statuale deve adeguarsi a questa nuova dimensione.

L’unica risposta che è stata data a queste esigenze è stata di tipo diplomatico.

Accanto al pilastro della sicurezza militare globale e a quello di un ordine economico mondiale più giusto, la sicurezza ecologica rappresenta ormai il terzo pilastro sul quale si sta cercando di rafforzare la cooperazione internazionale.

L’ONU e la Comunità europea, nonostante la loro inadeguatezza, rappresentano di gran lunga i due quadri di riferimento internazionali più significativi nell’ambito dei quali gli Stati hanno cercato di affrontare, sempre nei limiti degli accordi intergovernativi, il problema ecologico. Ma, come era prevedibile, mentre nuove istituzioni ed agenzie a livello nazionale o sub-nazionale sono diventate, prima o poi, parte integrante del sistema istituzionale nazionale, lo stesso non è potuto avvenire a livello di Comunità europea e di Nazioni Unite. Per la sicurezza ecologica ci si è limitati a mutuare la terminologia rilanciata da Gorbaciov e fatta propria dal Patto di Varsavia prima della sua dissoluzione con la solenne «Dichiarazione sulle conseguenze della corsa agli armamenti per l’ambiente e gli altri aspetti della sicurezza ecologica» (luglio 1988).

Si parla così di sicurezza ecologica uguale (in campo militare si parla di sicurezza reciproca), che dovrebbe consistere nel riconoscimento da parte di tutti gli Stati che le rispettive sicurezze ecologiche non possono essere garantite senza il coinvolgimento di tutti gli Stati. Si invoca la necessità di interdire l’aggressione ecologica, assegnando agli Stati la responsabilità di preservare le ricchezze naturali considerate bene comune dell’umanità. Si rivendica la trasparenza delle informazioni e l’istituzione di speciali agenzie per la prevenzione dell’inquinamento transfrontaliero.

Questa terminologia mette in secondo piano i due nodi principali che la diplomazia non può, da sola, risolvere: quello delle sanzioni da imporre agli Stati inadempienti e quello della natura dell’Autorità che le dovrebbe decidere.

Quando si considera uno dei fenomeni più allarmanti dell’emergenza ecologica, cioè l’aumento dell’emissione dei gas responsabili dell’effetto serra, la maggior parte delle previsioni scientifiche è concorde nel ritenere che esso sia destinato: l) a proseguire a ritmi molto accelerati fino al 20l0/2020 se saranno mantenuti gli attuali standards tecnologici di efficienza, e gli attuali ritmi di aumento demografico e di urbanizzazione (la cosiddetta ipotesi dell’efficienza invariabile); 2) a proseguire a ritmi meno accelerati se si affermerà un consenso generalizzato sull’introduzione di norme capaci di promuovere una maggiore efficienza energetica ed una riconversione energetica (la cosiddetta ipotesi del consenso internazionale); 3) a ridursi se si introdurrà una tassa ecologica mondiale e se si realizzerà una razionale gestione delle risorse a livello internazionale (la cosiddetta ipotesi precauzionale).

Solo nel caso in cui si perseguisse a livello globale l’ipotesi precauzionale sarebbe possibile invertire la tendenza dell’inquinamento globale entro venti/trent’anni e a farlo regredire ai livelli di inquinamento del 1970 in altrettanti venti/trent’anni.

L’alternativa a questo scenario sarebbe l’assoluta imprevedibilità sul futuro della Terra.

Se questa è la natura del problema, occorre inquadrare la realizzazione del sistema di sicurezza ecologica nella prospettiva del progressivo impegno della politica a favore di una strategia di sicurezza globale comune. Questa strategia non può che coincidere con la strategia per la creazione di un governo democratico del mondo. E’ in questa ottica che andrebbe inquadrata la creazione di un’Autorità mondiale collegata all’ONU.

Il fatto che la realizzazione di un tale governo richiederà dei tempi probabilmente più lunghi di quelli che vengono oggi previsti anche per produrre almeno una inversione di tendenza dell’aumento dell’inquinamento globale non significa che battersi per questo obiettivo sia ininfluente per contribuire a risolvere il problema ecologico. Come dimostra il caso dell’Europa, nonostante non sia stata ancora realizzata compiutamente l’Unione europea, il fatto che il processo di unificazione sia, lentamente e faticosamente, ma finora irreversibilmente, progredito, ha rappresentato un fattore decisivo per orientare de facto le politiche nazionali in senso continentale in tutti quei settori, come l’agricoltura, l’industria, la politica energetica e dei trasporti ecc., che solo fino a qualche decennio fa erano considerati di esclusiva competenza nazionale.

In questo senso il perseguimento dell’obiettivo finale della Federazione mondiale e di quello intermedio delle federazioni regionali, avrebbe un importante riflesso ecologico, in quanto definirebbe i quadri di potere a livello regionale e mondiale adeguati per far fronte alla minaccia ecologica.

Questi obiettivi non possono però essere realisticamente prospettati al di fuori del progressivo superamento dell’economia di guerra su cui si è retto sinora l’ordine mondiale.

 

2. La sfida della riconversione ecologica.

 

A. Dall’economia di guerra all’economia di pace. Con il riavvicinamento fra USA ed URSS, dovuto anche alla drammatica prospettiva del progressivo depauperamento ecologico verso il quale si stavano incamminando le due superpotenze – soprattutto l’URSS – nel tentativo di far fronte con tutti i mezzi al confronto bipolare, appare sempre più chiaramente quante risorse l’avvio del disarmo potrebbe rendere disponibili. Come ha messo in evidenza, fra gli altri, lo studio effettuato da Leontief - Duchin,[17] la decisione di stanziare risorse a fini militari, che è di natura politica e non economica, assorbe non solo notevoli risorse finanziarie, ma anche notevoli energie in termini di manodopera, materie prime e beni. Mediamente la domanda militare richiede più lavoro di quanto non sia necessario per soddisfare un valore equivalente di domanda finale civile. Ma l’umanità, non avendo sinora mai avuto modo di godere appieno dei vantaggi dell’economia di pace, la sola economia compatibile con uno sviluppo sostenibile dell’intero pianeta, non ha ancora preso sino in fondo coscienza di quali e quante risorse potrebbero essere messe al servizio della realizzazione della sicurezza globale comune.

Il passaggio dall’economia di guerra all’economia di pace è, quindi, la prima vera rivoluzione da compiere per promuovere lo sviluppo sostenibile. Una rivoluzione che finora gli Stati, per sopravvivere, hanno sempre rinviato o addirittura, come nel caso degli USA, compiuto nella direzione opposta. Grazie alla lungimiranza dei suoi padri fondatori, e di Hamilton in particolare, gli USA hanno potuto rinviare per più di un secolo la militarizzazione della loro società. La stessa Guerra civile, nonostante le gravi perdite di vite e l’accresciuta produzione militare, non aveva posto il governo dell’Unione nella drammatica situazione di dover riorientare l’intera produzione e gli stessi consumi dei cittadini. Così gli USA, a differenza dei paesi europei, hanno dovuto affrontare la conversione della loro economia di pace in un’economia di guerra solo recentemente, praticamente dal 1917. E’ paradossale constatare come oggi gran parte delle difficoltà economiche degli USA derivino proprio dalla necessità di smantellare quanto è stato allestito solo a partire dalla prima guerra mondiale (vedi Appendice I). Ed è altrettanto paradossale constatare come, mentre la fine della guerra fredda ha messo a disposizione di USA ed ex URSS inimmaginabili (fino a pochi anni fa) peace-dividends, stia emergendo la pericolosa tendenza alla creazione di nuovi eserciti nazionali e alla proliferazione di arsenali di armi di distruzione di massa.

In Europa occidentale il primato delle esigenze di sicurezza militare su tutto il resto è stato indiscusso fino alla fine della seconda guerra mondiale. In seguito alla riduzione del ruolo militare degli Stati europei – a cui ha corrisposto l’aumento di quello degli USA – e all’integrazione europea, l’economia di guerra ha giocato un ruolo sempre minore nel loro sviluppo.[18]

Solo fino a pochi decenni fa, per gli Europei, dedicare alle spese militari grandi quote del PIL (il 40-50% e anche più) per periodi anche lunghi non costituiva l’eccezione, ma piuttosto la regola della sopravvivenza. Negli anni Ottanta questo primato è passato a molti dei paesi in via di sviluppo.

L’economia di guerra, e la politica di potenza ad essa connessa, è inoltre all’origine di un ulteriore gravissimo ostacolo alla promozione di uno sviluppo sostenibile: il protezionismo tecnologico. Questa arma della politica di potenza, camuffata in passato sotto forma di barriere doganali o di standards nazionali restrittivi, è servita per mantenere il predominio industriale delle potenze europee sulle colonie e, più recentemente, durante la guerra fredda, è stata usata dall’Occidente per impedire all’URSS di colmare, almeno nelle applicazioni militari, il ritardo tecnologico accumulato negli ultimi vent’anni. Con la fine del colonialismo e del confronto fra USA e URSS, molti impedimenti al trasferimento di tecnologie non hanno più ragione di esistere. Ma la corsa verso la costituzione di nuovi Stati che rivendicano la sovranità militare e monetaria – sia nell’ex URSS che in Africa – e la corsa verso la proliferazione nucleare e missilistica rendono grave il problema di impedire che un qualsiasi paese possa sfruttare l’innovazione tecnologica per cercare di soggiogare altri Stati in una determinata regione o addirittura a livello mondiale.

Oggi che i settori strategici della sicurezza non riguardano più soltanto il nucleare, ma anche le biotecnologie, le tecnologie spaziali e quelle per lo sfruttamento dei fondi marini, e che gran parte di questi nuovi sviluppi tecnologici hanno anche un’importante ricaduta ecologica, si possono meglio comprendere le gravi conseguenze del fallimento del piano Baruch nel 1946 (vedi Appendice II).

Gli Stati sono oggi costretti a fronteggiare due fenomeni che si contrappongono. Da un lato la ragion di Stato spinge a cercare di conservare vaste aree di protezionismo tecnologico, soprattutto nel campo nucleare, spaziale e delle biotecnologie. Dall’altro gli accordi internazionali, che gli Stati sono costretti a sottoscrivere per non essere esclusi dal commercio internazionale, li spingono ad abbattere il protezionismo tecnologico.

Per esempio è bastato che nel 1980 la Corte Suprema degli Stati Uniti riconoscesse che un microrganismo realizzato dall’uomo poteva essere brevettato, ponendo così le basi giuridiche dello sfruttamento commerciale delle biotecnologie, perché si scatenasse nel giro di pochi anni la competizione fra centinaia di piccole compagnie impegnate ad inventare e commercializzare nuovi prodotti genetici. Nel tentativo di prevenire i rischi di conflitto fra gli Stati per il controllo sull’accesso al materiale genetico e il suo trattamento, nel 1987 il Congresso USA ha dovuto avviare una indagine per stabilire fino a che punto la legislazione statunitense è compatibile con le esigenze internazionali di mantenere e promuovere la sopravvivenza della diversità genetica.

Per concludere su questi problemi, fino a quando per gli Stati si porrà il dilemma tra investire per la propria sicurezza militare, per affermare il diritto all’esistenza o diventare delle pedine di altri Stati, la logica dell’economia di guerra continuerà a prevalere su qualsiasi prospettiva di sviluppo sostenibile. Per questo, quando si considera il problema delle risorse che è indispensabile liberare per avviare uno sviluppo davvero sostenibile, occorre innanzitutto porsi il problema della definitiva abolizione del pericolo di guerra fra tutti i popoli. Un controllo efficace del problema ecologico non può quindi essere disgiunto dalla prospettiva di instaurare un ordine pacifico mondiale.

 

B. Dalle riparazioni di guerra alle riparazioni ecologiche. I paesi industrializzati non possono contare su di un’equa ripartizione degli oneri fra tutti gli Stati per finanziare il risanamento ecologico globale. La ristrutturazione ecologica delle economie avrebbe in questo caso dei costi inaccettabili per i paesi in via di sviluppo. Un’applicazione meccanica e generalizzata a livello internazionale del principio «chi inquina paga», già largamente introdotto nella maggior parte dei paesi industrializzati, sarebbe ingiusta. Come pure sarebbe ingiusto mantenere sine die il potere di veto che le maggiori aree sviluppate hanno incominciato ad esercitare in seno alla World Bank (soprattutto gli USA) e in seno alla Convenzione di Lomé (Comunità europea) per bloccare il finanziamento di progetti nel Terzo mondo giudicati ecologicamente incompatibili o pericolosi. Questo stato di cose, ineluttabile in un mondo privo di istituzioni democratiche, non può essere mantenuto a lungo senza creare nuovi motivi di conflitto fra Nord e Sud. I paesi sviluppati devono quindi essere disposti, nel loro stesso interesse, non solo a sostenere al loro interno i maggiori oneri del riequilibrio ecologico globale, ma anche a finanziarlo a livello internazionale, accettando, per esempio, di versare delle riparazioni ecologiche che siano proporzionali, oltre che alla quantità di sostanze inquinanti tuttora rilasciate, anche a quelle già immesse nell’atmosfera almeno nell’ultimo secolo. Dopotutto è grazie a questo inquinamento che i paesi industrializzati hanno raggiunto il livello di benessere di cui godono, ed è soprattutto a causa di questo inquinamento del passato che si è innescato il rischio del mutamento climatico globale.

In questa ottica il principio della sovranità nazionale assoluta sui beni naturali dovrebbe essere progressivamente sostituito dal principio della sovranità comune, esercitata insieme dal livello nazionale e da quello sovrannazionale (su scala regionale e mondiale).

Quando, al termine della seconda guerra mondiale, si pose il problema della creazione di un’Autorità mondiale per il controllo dell’uso dell’energia nucleare, si discusse se attribuire a questa Autorità anche competenze sul controllo di altre risorse, in primo luogo il petrolio. Oggi, come cinquant’anni orsono, la politica energetica è strategica per la sicurezza ecologica e militare del pianeta. Proprio per questo la prospettiva di fondo del piano Baruch – quella di sottoporre ad un controllo mondiale le fonti energetiche strategiche – dovrebbe essere rilanciata proponendo l’istituzione di un’Autorità mondiale – articolata a livello continentale – per il controllo dell’uso e dello sviluppo di tutte le fonti energetiche. La risorsa principale di finanziamento delle attività di questa Autorità potrebbe venire proprio da una carbon tax e dal pagamento di riparazioni ecologiche mondiali.

La guerra del Golfo ha recentemente riproposto drammaticamente il problema di una più giusta distribuzione delle ricchezze derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti petroliferi. Lo sfruttamento del petrolio di quest’area potrebbe quindi rappresentare un primo campo di applicazione della sovranità comune e del pagamento di una royalty in parte all’Autorità mondiale per l’energia, nel quadro dell’ONU, e in parte ad un’Autorità regionale, nel quadro di nuove istituzioni in cui siano rappresentati i paesi del Golfo.

Una siffatta Autorità potrebbe inoltre avere delle articolazioni regionali: la rete energetica paneuropea e mediterranea – come è embrionalmente previsto nella Carta europea per l’energia, proposta dalla Commissione europea nell’ambito dell’attuazione della Carta della CSCE adottata a Parigi nel novembre scorso – e quella nordamericana, dall’Artico ad Acapulco, come è in discussione nell’ambito del North American Free Trade Agreement (NAFTA).

Questa Autorità potrebbe infine controllare lo sfruttamento del fondo dei mari. Infatti, come è previsto dalla Convenzione sulla legge dei mari, che ha fatto proprio il principio secondo cui le risorse in esso contenute devono essere considerate patrimonio comune dell’umanità, l’istituzione di una Autorità mondiale costituisce una premessa fondamentale per non escludere gran parte dei paesi in via di sviluppo dallo sfruttamento delle ricchezze marine.

La disponibilità a versare delle royalties, che per i paesi indebitati potrebbero essere trasformate in quote di rimborso del loro debito, lungi dal penalizzare quei paesi del Terzo mondo che hanno tuttora come fonte principale di reddito l’estrazione di risorse energetiche, metterebbe sempre più in difficoltà quei paesi ricchi che tuttora frappongono ostacoli alla ratifica della Legge dei mari e ad impegnarsi a sottoscrivere accordi analoghi per lo sfruttamento dello spazio. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, quando ha preso in esame il problema del rimborso dei danni di guerra provocati dall’Iraq con l’invasione del Kuwait, si è incamminato su questa strada. In quella circostanza, vale la pena ricordarlo, l’ONU ha de facto imposto delle forti limitazioni alla sovranità assoluta irachena in materia petrolifera stabilendo che l’Iraq pagasse per i prossimi anni «un contributo basato su di una percentuale del petrolio estratto ed esportato, che tenga comunque conto delle esigenze del popolo e dell’economia irachena» (Risoluzione 687, 3 aprile 1991).

L’umanità si trova dunque a dover decidere se l’emergenza ecologica può continuare ad essere gestita, ancora per un lungo periodo, in modo sempre più palesemente antidemocratico, dal Consiglio di Sicurezza o in modo scoordinato – e sostanzialmente inefficace – dalle agenzie esistenti a livello regionale e mondiale (Environmental Protection Agency negli USA, futura Agenzia dell’ambiente in Europa, United Nations Environment Programme a livello mondiale, ecc.), oppure se occorre inserire queste problematiche in una nuova fase della battaglia per la costruzione della democrazia internazionale (vedi Appendice III). Un rapido sguardo all’esperienza del passato basta per sgombrare il campo da ogni dubbio.

Dalla conferenza di Stoccolma del 1972 emerse la convinzione che non sarebbe stata possibile alcuna azione a livello mondiale a protezione dell’ambiente senza la creazione di una potente agenzia internazionale. Ma una simile agenzia, benché necessaria, era politicamente impossibile nell’ambito dell’ONU e fu perciò proposta la creazione di un’agenzia internazionale dell’ambiente, guidata sostanzialmente dalle nazioni più avanzate in materia di legislazione ambientale, che avrebbe avuto come compito quello di stabilire standards ecologici internazionali. I paesi in via di sviluppo non erano però disposti a riconoscere una simile leadership al mondo industrializzato. Paesi del Nord e del Sud, con il decisivo impegno degli USA a fornire i finanziamenti necessari per il suo funzionamento, si accordarono alla fine sull’avvio di un programma, l’UNEP (United Nations Environment Programme), per il coordinamento internazionale in campo ecologico.

La seconda conferenza mondiale sull’ecologia (Brasile, giugno 1992) ha all’ordine del giorno anche il tema del rafforzamento dell’UNEP.[19] Ma l’obiettivo del rafforzamento dell’UNEP non è un obiettivo politico capace di mobilitare l’opinione pubblica mondiale. Non bisogna dimenticare che uno dei fattori all’origine del fallimento del primo tentativo di costituire un’Autorità mondiale per il controllo dell’energia nucleare, fu il mancato coinvolgimento dell’opinione pubblica delle potenze vincitrici (ed in particolare quella dell’URSS) e la mancanza di prospettive di democratizzazione delle relazioni internazionali. Oggi che anche nell’ex URSS sono venuti a cadere i forti condizionamenti esercitati dal potere sulla circolazione delle informazioni, e che la consapevolezza della necessità di creare forme di governo mondiale democratico si sta diffondendo anche nei paesi del Terzo mondo, esistono invece le condizioni per collegare il problema ecologico alla battaglia per la democrazia.

 

3. La sfida per i federalisti in Europa e nel mondo.

 

Nonostante la realtà mostri continuamente la necessità di nuove istituzioni democratiche sovrannazionali per affrontare il problema ecologico, finora solo in due aree del mondo si è avviato il tentativo di gestire la politica ecologica almeno a livello sub-continentale: nel Nord America, con gli USA, e in Europa, con la Comunità. Ma ambedue questi tentativi mostrano dei limiti. Solo recentemente anche l’URSS, con il nuovo Trattato di Unione, prima del fallito colpo di Stato dell’agosto 1991, si stava incamminando verso nuove forme di controllo ecologico, fondate sul governo comune, da parte dell’Unione e delle Repubbliche, delle principali risorse naturali.

Mentre negli USA il problema ecologico sta mettendo a dura prova il sistema federale americano, l’incompiutezza istituzionale del modello comunitario europeo ha prodotto un macchinoso sistema di armonizzazione in campo ecologico.

Negli Stati Uniti le politiche ecologiche non sono state perseguite attraverso l’armonizzazione delle politiche degli Stati federati. Gli incentivi e le sanzioni del governo federale, insieme all’azione svolta dalle Corti federali, hanno costituito le leve più importanti della politica ambientale americana. Tuttavia, con il passar del tempo, questi strumenti, che hanno privilegiato da un lato il ruolo del governo federale nel sovvenzionare le politiche ambientali degli Stati federati e, dall’altro, il ruolo del potere giudiziario rispetto al coordinamento dei diversi livelli di governo, hanno prodotto migliaia di conflitti giuridici di natura ecologica irrisolti, e lasciato che importanti enti eludessero a lungo la legislazione federale – emblematico il caso della Tennessee Valley Authority che per anni non ha osservato le leggi sull’inquinamento atmosferico prodotto dalle sue centrali a carbone. Sempre sul fronte interno, il New Jersey, per esempio, per attuare i suoi ambiziosi piani ambientali ha fatto sempre più affidamento sui sussidi federali, senza riuscire però a risolvere i conflitti che lo vedono contrapposto da decenni alla città di New York – che solo nel 1987 ha accettato di migliorare il suo sistema di smaltimento di rifiuti a seguito di una sentenza del 1934 – o con il Connecticut, insoddisfatto delle regolamentazioni applicate dal New Jersey stesso in materia di inquinamento atmosferico industriale. Così, nonostante il suo rigore legislativo in materia ambientale, in definitiva il New Jersey deve confidare nelle capacità – in verità minime – di coordinamento offerte dall’EPA (Environmental Protection Agency) e nell’esportazione dei suoi rifiuti e del suo inquinamento verso gli Stati limitrofi.[20] Sul fronte degli accordi internazionali invece, poiché questi possono essere ratificati solo con il consenso di almeno i due terzi del Senato, l’Amministrazione USA ha preferito in passato promuovere accordi ecologici particolari, come pero esempio quelli fra alcuni singoli Stati federati e alcune province del Canada, nel timore di essere sconfitta in Senato.

In Europa finora la spinta più grande all’adozione di politiche ecologiche è venuta dal convergente interesse di tutti gli Stati membri della Comunità a scongiurare l’esasperazione, probabile con l’adozione di regolamentazioni ecologiche nazionali divergenti, dei conflitti commerciali intra-comunitari. I Trattati di Roma, pur non prevedendo nulla in materia ambientale, hanno svolto un importante ruolo nel far sì che, almeno nel medio periodo, si affermassero degli standards ecologici comuni più, e non meno, vantaggiosi per i cittadini. Ma le regolamentazioni e gli standards, come pure le procedure per la loro elaborazione e messa in atto, si sono rivelati insufficienti sia per orientare più rapidamente il mercato, sia per venire incontro alle esigenze ecologiche dei livelli regionali, che rivendicano un potere di diversificazione degli obiettivi qualitativi da perseguire a livello locale.

In Europa l’emergenza ecologica pone quindi, accanto al problema della creazione di un quadro legislativo sovrannazionale e di un vero mercato unico, quello della realizzazione di un quadro federale che deve andare oltre il modello federale statunitense. In particolare esso dovrebbe garantire da un lato un efficace coordinamento fra più livelli di governo indipendenti, dal quartiere al continente, e dall’altro, una adeguata flessibilità per affrontare al più presto in un ambito più ampio, come quello della Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione Europea (CSCE) e della Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione nel Mediterraneo (CSCM), i problemi ecologici che si pongono con le aree confinanti.[21]

A questo proposito è sufficiente ricordare come la Federazione europea non solo non potrà chiudersi in sé stessa, ma anzi, già nel corso della sua realizzazione, essendo costretta ad aprirsi ad altri paesi, a cominciare da quelli dell’Est europeo, non potrà fondare la sua azione sui mezzi tradizionali della politica estera del passato: la leva militare e il ricatto economico nei confronti dei paesi più deboli. Così la ristrutturazione ecologica dell’economia europea, per realizzarsi, costringerà gli Europei a sperimentare forme di cooperazione ecologica sia con l’Est che con il Sud del mondo. Queste politiche dovranno cioè, nello stesso interesse europeo, tendere a sostenere –e non a sabotare – le politiche comuni della nascente Comunità ecologica mondiale.

Come ha ricordato il Segretario generale dell’UNCED (United Nations Conference on Environment and Development), Maurice Strong, «l’attuale inadeguatezza dell’ONU e la sua mancanza di capacità e mezzi sono funzione delle severe restrizioni imposte sia sul suo mandato che sul suo bilancio dagli Stati membri. Tuttavia il mondo ha bisogno dell’ONU, oggi più che mai. Se non esistesse, dovrebbe essere inventato. Ma le stesse difficoltà che rendono i governi riluttanti ad accordargli oggi più poteri e risorse metterebbero in forse la sua rifondazione... Tutto ciò richiederà un serio esame della necessità di estendere a livello internazionale lo Stato di diritto e il principio della tassazione per finanziare azioni decise per rendere governabile lo stesso livello nazionale (corsivo mio). Ma questo non avverrà facilmente. La resistenza a simili cambiamenti è profondamente radicata». E così proseguiva Strong: «Questi cambiamenti non avverranno perché si abbracceranno le ideologie e le teorie del governo mondiale, ma come una risposta pragmatica a imperativi stringenti e all’inadeguatezza delle alternative. Il concetto di sovranità nazionale è stato un principio immutabile, addirittura sacro, delle relazioni internazionali. E’ un principio che si arrenderà solo lentamente e con riluttanza ai nuovi imperativi della cooperazione ecologica globale. Del resto non c’è bisogno di una rinuncia o di una indiscriminata ritirata di questo principio. Basta riconoscere il fatto che in molti campi, ed in modo particolare sulle questioni ecologiche, semplicemente non è più possibile esercitare la sovranità unilateralmente da parte dei singoli Stati nazionali, per quanto potenti questi possano essere».[22]

Il governo mondiale non può cadere dal cielo. E proprio perché la costruzione della Federazione europea è una condizione necessaria, ma non sufficiente per risolvere i problemi posti dalla sicurezza ecologica globale, i federalisti devono incominciare a porsi l’obiettivo di contribuire alla definizione di una strategia a livello mondiale capace, innanzitutto, di mantenere sul campo la prospettiva della creazione di un governo democratico mondiale.

Per questo è giunto il momento di rilanciare a livello mondiale l’obiettivo su cui è stato fondato, durante la seconda guerra mondiale, il MFE: l’obiettivo indicato nel Manifesto di Ventotene della creazione di un «solido Stato internazionale». Attorno a questo obiettivo bisogna far nascere un embrione di vita politica mondiale.

Il punto di partenza potrebbe essere, per quanto riguarda la strategia, la rivendicazione del minimo istituzionale necessario per avviare la democrazia internazionale. Nel suo discorso alla Commissione per la creazione dell’Autorità mondiale sull’energia nucleare, Baruch dovette ammettere che solo «in un certo senso» lui e gli altri membri della Commissione rappresentavano i popoli del mondo. In realtà Baruch, al pari degli altri, doveva servire la vecchia ragion di Stato, se è vero che il Presidente Truman, nel corso dei lavori della Commissione, poté ricordargli che «in nessuna circostanza dovremo buttare il nostro cannone, fino a quando non saremo sicuri che il resto del mondo non potrà armarsi contro di noi». Per questo qualsiasi Autorità venga proposta a livello mondiale, e qualsiasi nuova Convenzione venga discussa, i federalisti devono battersi innanzitutto affinché sia prevista l’istituzione di una seconda Assemblea dell’ONU da eleggere a suffragio universale. Solo in questa prospettiva infatti potrebbero essere legittimamente rappresentati sia gli interessi del popolo mondiale, sia quelli degli Stati, già rappresentati nell’attuale Assemblea generale e nel Consiglio di Sicurezza (seppure in un modo che non tiene conto né delle palesi sproporzioni esistenti, per esempio, fra Stati come la Cina e la Lituania, né dell’incidenza sul destino del mondo di Stati popolosi come l’India o di poli economici come il Giappone e la Comunità europea).

Lungi dal limitarsi a prefigurare un modello ideale di governo del mondo, i federalisti devono porsi l’obiettivo di battersi affinché, facendo leva sull’esigenza diffusa di risolvere i problemi posti dal processo storico (e il problema ecologico è uno di questi) vengano poste le basi per la nascita e lo sviluppo di un governo democratico del mondo. Del resto le prospettive di democratizzazione della Comunità europea si fondano ancora oggi su due elementi che hanno fatto sì che la CEE si differenziasse da una qualsiasi associazione di Stati: il primo introdotto nel 1952 nel Trattato della Comunità del Carbone e dell’Acciaio, in base al quale si prevedeva il controllo dell’Alta Autorità, a cui veniva demandato il compito di gestire in comune queste risorse, da parte di un’Assemblea da eleggersi direttamente; il secondo, per il quale si sono strenuamente battuti i federalisti europei, rappresentato dall’elezione diretta dei deputati al Parlamento europeo nel 1979.

Il fatto di prevedere l’istituzione di una simile Assemblea mondiale costituirebbe inoltre un forte incentivo al consolidamento della democrazia anche a livello nazionale.

Finora l’allargamento dell’ONU si è basato essenzialmente sul riconoscimento di decine di nuove sovranità dopo la seconda guerra mondiale. Con l’istituzione di un’Assemblea mondiale eletta direttamente il rafforzamento dell’ONU dovrà incominciare a fondarsi anche sul principio dell’allargamento della sfera della democrazia e, in questa prospettiva, il popolo mondiale potrà incominciare a maturare una sincera lealtà anche nei confronti di istituzioni mondiali in grado di rivendicare un controllo democratico sul governo dei problemi del mondo.

 

 

 

 

APPENDICE I*

 

Solo dopo la fine della guerra fredda l‘umanità ha incominciato a prendere coscienza delle ingenti risorse che la pace potrebbe liberare. Ma il risorgente nazionalismo e il rischio della disintegrazione dell’umanità in una miriade di staterelli possono nuovamente ridare fiato alla logica del riarmo e del confronto militare, mettendo in secondo piano l’emergenza ecologica. Se questa logica dovesse prevalere, l’umanità verrebbe privata, per un periodo di tempo forse fatale, delle risorse finanziarie e materiali necessarie per conciliare, su scala mondiale, sviluppo ed ecologia. E le eventuali proclamazioni di buona volontà o della natura pacifica di questo o quello Stato, sarebbero rapidamente sopraffatte dalla necessità di dare la priorità agli aspetti militari della sicurezza nazionale. Valga per tutti l’esempio degli Stati Uniti d’America che, nati per prevenire la guerra fra le ex colonie britanniche, agli inizi di questo secolo hanno dovuto, a causa del disordine e dell’anarchia internazionali, piegarsi alla legge della ragion di Stato e hanno dovuto, malgrado l’opposizione di gran parte dell’opinione pubblica e dell’apparato industriale, attrezzarsi per la guerra. Il coinvolgimento degli USA nella prima guerra mondiale rappresenta un drammatico esempio di come, nel giro di pochi mesi, uno Stato possa essere costretto a convertire l’economia di pace in economia di guerra. Ai nostri giorni un ritorno a questo clima, oltre ai rischi di catastrofici conflitti, segnerebbe probabilmente la fine della prospettiva di controllare l’emergenza ecologica e quindi di garantire un futuro all’umanità.

Ecco in breve, in una cronaca fatta da uno dei protagonisti della politica americana, Bernard B. Baruch, la scelta di fronte alla quale si trovarono gli Stati Uniti. Il 2 aprile 1917 il Presidente Wilson annunciò l’entrata in guerra degli Stati Uniti. Pochi mesi prima era stata istituita l’Advisory Commission del Consiglio nazionale di difesa nell’intento di preparare rapidamente l’economia americana alla guerra. In pochi mesi gli Americani si resero conto di non essere in grado di sostenere lo sforzo bellico con gli strumenti economici del periodo di pace. Così, il 4 marzo 1918 il presidente Wilson nominò Bernard B. Baruch Presidente del War Industries Board, con l’incarico di procurare tutto il necessario alle forze armate del suo paese e degli alleati per vincere la guerra «La decisione ultima su tutte le questioni, gli scrisse il Presidente, eccetto la determinazione dei prezzi, dovrà sempre dipendere da voi».

 

***

 

Ci vorrebbe un altro libro per raccontare tutta la storia del War Industries Board, di come adempì al compito gigantesco e senza precedenti di convertire l’industria americana dalla produzione di pace a quella di guerra, e come, in questo processo, esso esercitò un tale controllo sull’industria nazionale da far sì che io diventassi, agli occhi di molti, un virtuale dittatore.

In pace si può far affidamento sulle libere forze del mercato per mantenere in equilibrio l’economia. La legge della domanda e dell’offerta ha il tempo per affermarsi. In guerra quell’equilibrio deve essere realizzato attraverso una consapevole direzione – poiché la guerra, con la sua ingordigia, distrugge il normale equilibrio e ci nega il tempo. E il tempo significa vite.

La comprensione di questa fondamentale differenza fra economia di guerra ed economia di pace sfugge ancora a molta gente. Si tratta di uno dei più tragici, singolari fallimenti dell’economia nei nostri tempi. Niente – niente – è costato di più a questo paese e al resto del mondo, se si escludono le perdite e le mutilazioni provocate dalla guerra stessa, dell’incapacità di cogliere l’enorme differenza fra il funzionamento della domanda e dell’offerta in condizioni di guerra e in condizioni di pace.

Nel 1917, il principio che un efficace programma di mobilitazione dovesse adattare la legge della domanda e dell’offerta alle necessità della guerra, era considerato rivoluzionario. Proprio perché noi ignorammo questo principio, ci dibattemmo durante il primo anno di guerra nelle crescenti carenze, nei ritardi di produzione, nella lievitazione dei prezzi e nella crescita ingiustificata dei profitti.

Come riuscimmo a controllare la produzione degli USA? Allora i nostri poteri specifici erano pochi e, se si considera lo scopo del nostro compito, rudimentali. Tuttavia, durante il primo anno, nel tentativo di mettere in piedi un’organizzazione efficace, escogitammo e perfezionammo dei metodi e degli strumenti di controllo che, usati a volte con prudenza, altre volte con spregiudicatezza, si rivelarono adeguati al compito.

Il più importante strumento di controllo era il potere di determinare le priorità – il potere di decidere a chi spettava che cosa e quando.

Il WIB non aveva alcuna autorità sulle forze armate. Esse erano nostri clienti e noi esistevamo per servirle. Il mio compito come Presidente era sempre quello di rifornire le forze armate con qualsiasi cosa di cui avessero bisogno, quando ne avevano bisogno, con il minimo coinvolgimento possibile della popolazione civile...

Quando le priorità e la persuasione fallivano, avevamo un’ultima risorsa per farci valere, il potere di requisire, il potere di espropriare...

Il problema di convertire l’industria di pace in industria bellica era sempre difficile. Contrariamente ad un’opinione largamente diffusa, gli industriali non sono sempre ansiosi di lavorare per la guerra, soprattutto quando ciò impone loro di abbandonare linee di produzione vantaggiose. Questo fu il caso dei produttori di auto.

Il WIB si mosse subito per ridurre la produzione di auto. Non avevamo alcuna intenzione di incoraggiare la loro produzione mentre elemosinavamo acciaio per i carri armati. Dapprima cercammo di affidarci ad accordi volontari che impegnavano i produttori di automobili a ridurre la loro produzione di due terzi. Ma presto ci accorgemmo che questi accordi erano inaffidabili. Nell’estate del 1918, di fronte all’atteggiamento dei produttori di Detroit e alla critica situazione militare in Francia, convocammo i rappresentanti dell’industria automobilistica a Washington. Essi ascoltarono con malcelata impazienza la nostra richiesta di ridurre immediatamente la produzione di automobili del 75%, e di impiegare le energie così liberate nella produzione di guerra... Questo discorso non fece loro alcuna impressione. Essi ci informarono di aver già messo da parte tutto l’acciaio e il carbone di cui avevano bisogno per produrre indipendentemente da noi... Mentre mi ascoltavano [telefonai all’Amministrazione delle Ferrovie] e dissi: «Prendete i nomi delle seguenti industrie e bloccate qualsiasi cosa cerchino di far entrare o uscire», e lessi i nomi di Dodge, General Motors, Ford e altri. Quindi ordinai la requisizione del loro acciaio e, attraverso l’Amministrazione dei Combustibili, ordinai la requisizione delle loro riserve di carbone. Il capo della General Motors cedette subito. Gli altri poco dopo, non senza aver cercato di esercitare qualche pressione...

Quando sorse il problema di stabilire un prezzo ragionevole per la juta indiana, l’ambasciatore britannico ci informò che questa era una questione che riguardava il governo indiano, sul quale gli Inglesi avevano perso il controllo. Bloccammo allora l’invio dell’argento necessario agli Inglesi per sostenere la moneta indiana. Gli Inglesi ci dissero allarmati che ciò avrebbe provocato del panico in India e le Borse di Calcutta e Bombay sarebbero state costrette a chiudere. Noi rispondemmo: «Chiudetele». In poco tempo gli Inglesi trovarono il modo di influenzare il prezzo della juta indiana...

Mentre la guerra stava finendo, il potenziale bellico dell’industria americana stava raggiungendo il suo picco. Senza dubbio la consapevolezza di questo fatto contribuì materialmente a far prendere coscienza alla Germania di non avere vie d’uscita...

Avevamo mobilitato più di trecentocinquanta industrie. Acciaio, rame, cemento, gomma e altre materie prime non potevano essere usate senza la nostra approvazione... nessun edificio del costo superiore ai 2500 dollari poteva essere costruito senza l’assenso del WIB. Mentre la guerra volgeva al termine, stavamo muovendoci verso il controllo totale dei beni di consumo, a partire dalle scarpe...

Sebbene i nostri alleati non si aspettassero – in verità, non volessero – l’invio di nostri soldati, riuscimmo ad allestire una grande armata. E in risposta al disperato appello della Francia mandammo in Europa più di due milioni di uomini, tre quarti dei quali in soli cinque mesi...

La lezione del WIB non restò confinata alla guerra. La nostra esperienza insegnò che la direzione dell’economia da parte del governo non è necessariamente inefficace e antidemocratica, e che in caso di pericolo essa è imperativa. Questa lezione sarebbe stata applicata quindici anni più tardi quando il New Deal si basò sull’esperienza del WIB per mobilitare le risorse economiche della nazione per far fronte all’emergenza della grande depressione.

 

 

APPENDICE II**

 

Nel gennaio 1946, il Presidente Truman nominò Benard B. Baruch rappresentante degli USA presso la Commissione per l’energia atomica delle Nazioni Unite. Il 14 giugno Baruch presentò la posizione degli USA alla Commissione. Quello che segue è un estratto del suo discorso così come lo ricorda Baruch nella sua autobiografia.

Il piano prevedeva, dopo che fosse stato istituito un sistema di controlli, la cessazione della produzione di bombe atomiche da parte degli USA e la messa a disposizione dell’Autorità internazionale del loro arsenale. Il piano fu criticato negli USA da destra, perché concedeva troppo all’URSS ammettendo l’abolizione del diritto di veto, e da sinistra, perché non teneva sufficientemente in considerazione le esigenze di sviluppo sovietiche. A queste proposte l’URSS, tramite Gromyko, contrappose: la firma di una Convenzione internazionale per la messa al bando della produzione e dell’uso di armi atomiche; la distruzione degli arsenali già esistenti; il mantenimento del diritto di veto. Dopo sei mesi di dibattito in seno alla Commissione, e dopo aver anche preso in considerazione l’ipotesi di appellarsi direttamente a Stalin, Baruch accettò di sottoporre il 30 dicembre il suo piano ad un voto da parte dei membri della Commissione. I rappresentanti di Russia e Polonia si astennero, gli altri dieci, dopo un tentativo inglese di non far votare la proposta americana, votarono a favore. Le dimissioni e le conclusioni della Commissione vennero trasmesse, su proposta dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al Consiglio di Sicurezza, dove il piano venne definitivamente affossato.

 

***

 

Siamo qui per fare una scelta tra i vivi ed i morti.

Questo è il nostro problema.

Dietro al nero prodigio della nuova era atomica vi è una speranza che, sorretta dalla fede, può portarci alla salvezza. Se falliremo, avremo condannato ogni uomo ad essere schiavo della paura. Non inganniamoci: dobbiamo scegliere tra la pace e la distruzione del mondo...

In questa crisi, noi rappresentiamo non solo i nostri governi ma, in un certo senso, i popoli del mondo. Dobbiamo ricordarci che i popoli non appartengono ai governi, ma che i governi appartengono ai popoli. Noi dobbiamo rispondere alle loro domande; dobbiamo rispondere al desiderio di pace e sicurezza del mondo...

I popoli delle democrazie qui rappresentate sono particolarmente interessati alle nostre risposte, poiché essi odiano la guerra... Essi non temono un internazionalismo protettivo; essi non vogliono essere imbrogliati dai discorsi sulla sovranità limitata, che in passato si definiva isolazionismo.

La base di una efficace politica estera, in questa nuova era, per tutte le nazioni qui riunite, consiste nel fatto che qualsiasi cosa accada, non importa dove o come, che minacci la pace del mondo, o la stabilità economica, riguarda ciascuno di noi e noi tutti...

Per questo è necessario creare un’Autorità internazionale per lo sviluppo atomico, alla quale dovrebbero essere affidate tutte le fasi dello sviluppo e dell’uso dell’energia atomica, a partire dalla materia prima e includendo:

l) il controllo e il possesso di tutte le attività relative all’uso dell’energia atomica potenzialmente pericolose per la sicurezza mondiale;

2) il potere di controllo, ispezione e licenza di tutte le altre attività atomiche;

3) l’incarico di promuovere l’uso pacifico dell’energia atomica;

4) la responsabilità di promuovere la ricerca e lo sviluppo per porre l’Autorità all’avanguardia delle conoscenze atomiche in modo da consentirle di comprendere, e quindi di prevenire, un cattivo uso dell’energia atomica...

L’Autorità deve avere il diritto d’ispezione e di sanzione... Il problema della punizione è il cuore dell’attuale sistema di sicurezza... La punizione è essenziale... Non ci deve essere alcun diritto di veto per proteggere coloro i quali violeranno il solenne accordo di non usare l’energia atomica a scopi distruttivi...

Se riusciremo a trovare un modo efficace per controllare le armi atomiche, è ragionevole sperare che potremo impedire l’uso di altre armi di distruzione di massa. Quando un uomo impara a dire «A» egli può, se vuole, imparare il resto dell’alfabeto.

Ricordiamocelo.

La pace non può più essere preservata con le bombe o con la corsa al riarmo. La pace può essere tranquilla e sicura solo attraverso la comprensione e l’accordo rafforzati dalle sanzioni. Dobbiamo scegliere fra la cooperazione internazionale e la disintegrazione internazionale.

La scienza ci ha insegnato come mettere al lavoro l’atomo. Ma farlo lavorare per il bene o per il male è una questione che riguarda i principi dei doveri umani. Abbiamo di fronte un problema più etico che fisico.

La soluzione richiederà apparenti sacrifici d’orgoglio, ma meglio una pena come prezzo per la pace che la morte come prezzo della guerra.

 

 

APPENDICE III***

 

A seguito della nostra millenaria abitudine di frammentare il processo decisionale e la recente tremenda esplosione del potere nazionale, come si può conciliare la percezione dell’essenziale unità della biosfera e la crescente interdipendenza con l’imbarazzante sovranità di più di 130 governi nazionali?

Per almeno un secolo, alcune abitudini alla cooperazione sono state accettate dagli Stati semplicemente attraverso il riconoscimento dei loro stessi interessi. Da quando l’economia mondiale ha incominciato ad aumentare in estensione ed interdipendenza nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, gli Stati sovrani hanno condiviso parte della loro autorità sia vincolandosi a certe forme di comportamento cooperativo, sia delegando poteri limitati ad altri organi. Nonostante la retorica insistenza sulla sovranità assoluta, i governi hanno riconosciuto in pratica che in alcuni casi questa è impossibile e in molti altri pazzesca. In breve, quando i governi hanno dovuto far fronte a simili casi, essi hanno usato il loro diritto alla sovranità per condividerlo con altri in limitate e concordate aree di attività.

Nel ventesimo secolo, come conseguenza di una sempre maggiore sovrapposizione fra interessi nazionali supposti sovrani, il numero di trattati internazionali, convenzioni, organizzazioni, forum consultivi e programmi di cooperazione si è rapidamente moltiplicato. La crescita di una comunità intergovernativa trova la sua più concreta espressione nelle Nazioni Unite.

E’ in questo scenario di sovranità nazionale e di proliferazione di istituzioni intermedie che i nuovi imperativi ecologici hanno fatto irruzione recentemente. Il primo effetto è stato indubbiamente quello di complicare ulteriormente una situazione già complicata. Quasi improvvisamente, per una serie di ragioni, molte istituzioni hanno aggiunto un riferimento ambientale ai loro interessi. In alcuni casi, i programmi e le attività tradizionali hanno cambiato nome per riqualificarsi sotto l’aspetto ecologico. In altri casi numerose agenzie si sono occupate dei medesimi temi ambientali, anche se da differenti punti di vista.

Il quadro di qualcosa di scoordinato e quindi di attività non pienamente messe a fuoco, riflette largamente la novità della preoccupazione ecologica. I governi nazionali stanno cercando di trovare gli strumenti per aggiungere un punto di vista ecologico alle istituzioni che hanno sin qui seguito il tradizionale approccio a senso unico su problemi specifici attraverso amministrazioni separate e non coordinate... La maggior parte degli esperimenti non sono più vecchi di due anni, ed è troppo presto per dire se avranno successo nell’introdurre una visione integrativa delle relazioni uomo-ambiente nel processo decisionale nazionale. Certo non sarà facile.

E certamente sarà ancora più difficile a livello internazionale. Siamo così rinchiusi nelle nostre unità tribali, così possessivi nei confronti dei diritti nazionali, così sospettosi su qualsiasi estensione dell’autorità internazionale, che rischiamo di non sentire la necessità di un’azione consacrata alle esigenze planetarie. Cionondimeno ci sono cose che possono essere fatte che, attualmente, richiedono semplicemente l’applicazione di un punto di vista globale ma nello stesso interesse degli Stati. Per esempio, è solo attraverso una sincera cooperazione ed azione a livello globale che le nazioni possono proteggere l’umanità da involontarie e potenzialmente disastrose modificazioni nel sistema climatico planetario su cui nessuna nazione può rivendicare la sua sovranità.

Dove le pretese di sovranità nazionale sono irrilevanti rispetto alla gravità dei problemi, le nazioni non hanno alcuna scelta se non quella di intraprendere il corso di una politica comune e di un’azione coordinata.

I governi hanno già reso omaggio a questa visione del mondo istituendo una serie di agenzie presso le Nazioni Unite il cui compito è quello di elaborare strategie mondiali. Ma l’idea della necessità di un’autorità, capace di agire e dotata di risorse adeguate per sostenere queste politiche sembra oggi strana, visionaria ed utopica, semplicemente perché le istituzioni mondiali non sono sostenute da alcun senso di appartenenza ad una comunità mondiale e a loro non è stato dato alcun mandato. In verità, la stessa idea di operare efficacemente a livello mondiale sembra tuttora in qualche modo bizzarra e improbabile. Il pianeta non è ancora oggetto di una lealtà razionale da parte dell’intera umanità.

Ma è proprio questo ampliamento della sfera della nostra lealtà, basato sulla consapevolezza della nostra comune ed interdipendente biosfera che può preservarci in vita. Che l’uomo abbia esperienza di simili trasformazioni è fuori dubbio. Dalla famiglia al clan, dal clan alla nazione, dalla nazione alla federazione queste estensioni della lealtà si sono succedute senza spegnere il senso di appartenenza ad ognuna di queste comunità. Oggi, nella società umana, possiamo probabilmente sperare di sopravvivere in tutta la nostra diversità a patto che riusciamo a perseguire una suprema lealtà alla nostra unica Terra.

 


[1] Si vedano in proposito The Fate of the Earth, di Jonathan Schell, pubblicato nel 1982 e The En of Nature, di Bill McKibben, pubblicato nel 1989.

[2] New York Times del 15 settembre 1945 e del l0 ottobre 1945.

[3] In Our Common Future, il Rapporto della Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo presieduta da Oro Harlem Brundtland (trad. it., Il futuro di noi tutti, Milano, Bompiani, 1988, p. 71), si afferma che lo sviluppo sostenibile «implica due concetti chiave: a) il concetto di ‘bisogni’, in particolare i bisogni essenziali dei poveri della Terra, ai quali va data assoluta priorità nella scelta delle politiche da adottare; b) il riconoscimento delle limitazioni imposte dallo stato della tecnologia e dall’organizzazione sociale alla capacità ambientale di soddisfare esigenze presenti e future».

[4] Mikhail S. Bernstam, The Wealth of Nations and the Environment, Londra, IEA, 1991.

[5] «L’uomo che lavora è non solo uno scialatore di calore solare fissato presente, ma ancora più di quello passato. Tu sai meglio di me fino a che punto continuiamo a sprecare risorse di energia, carbone, minerali, foreste, ecc…». Così Engels scriveva a Marx verso la fine del secolo scorso (Carteggio Marx-Engels, 19 dicembre 1882, vol. VI, Roma, Editori Riuniti, p. 415).

[6] John Locke, Trattato sul Governo, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 85.

[7] Il problema dell’avvio di una politica di austerità, da contrapporre alla restaurazione di una nuova era consumistica, è presente nel libro di Altiero Spinelli PCI, che fare?, Torino, Einaudi, 1978.

[8] Questa prospettiva, che per primo Francis Bacon esplicitò agli inizi del ‘600, implicava la creazione sulla Terra di un paradiso artificiale modellato secondo le esigenze dell’uomo, perché «il mondo è fatto per l’uomo, e non viceversa.».

[9] Come aveva intuito Kant (Lezioni di etica, Bari, Biblioteca universale Laterza, 1984, p. 274).

[10] Il termine ecosistema è stato introdotto negli anni Trenta dallo studioso britannico George Tausley, per defInire scientificamente l’unità fra organismi viventi ed ambiente in cui vivono, come pure fra uomo e natura. Prima di allora questo legame era stato considerato quasi esclusivamente da un punto di vista religioso e filosofico.

[11] Per un approfondimento di questo concetto si veda Lewis Mumford, in Città nella storia, Milano, Bompiani, 1967.

[12] Mario Albertini, «Discorso ai giovani federalisti», in Il Federalista, XX (1978), p. 51.

[13] W. Hellpach, L’Uomo della Metropoli, Milano, Etas Kompass, 1967.

[14] Wassily Leontief e Faye Duchin, La  spesa militare, dati, cifre, prospettive e conseguenze per l’economia mondiale, Milano, Mondadori, Biblioteca EST, 1984.

[15] In passato l’Europa ha potuto gestire l’esplosione urbana in una situazione di crescita demografica moderata rispetto a quella cui stiamo assistendo oggi e praticamente in assenza di vincoli all’emigrazione verso altri continenti. Sul piano finanziario, proprio per gli alti costi delle infrastrutture urbane, nonostante gli Europei avessero nel secolo scorso un reddito pro capite inferiore a paesi come l’Australia, gli USA, il Canada e l’Argentina, essi furono dei prestatori netti di capitali rispetto a questi ultimi, che avevano tassi di crescita annua dell’urbanizzazione dal doppio al triplo rispetto a paesi come Francia, Gran Bretagna e Germania (W. Arthur Lewis, The Evolution of the International Economic Order, Princeton University Press, 1977).

[16] L’Antartide sembra fare eccezione dopo raccordo raggiunto sulla moratoria pluridecennale al suo sfruttamento. Ma non bisogna dimenticare che l’Antartide, pur non essendo stata completamente colonizzata subisce, come il resto del pianeta, gli effetti dell’inquinamento globale. Al punto che la sua osservazione continua a fornire i dati più importanti a proposito della gravità della minaccia ecologica. Inoltre l’Antartide, più che un esempio di governo internazionale, offre un esempio di non-governo internazionale sul quale si sono accordati gli Stati, al fine di prevenire qualsiasi rivendicazione di sovranità o amministrazione esclusiva. Ma anche su questa forma di amministrazione negativa recentemente gli USA hanno espresso delle riserve, al fine di lasciare aperta la possibilità di sfruttamento dell’Antartide al termine della moratoria di cinquant’anni (New York Times, 30 giugno 1991).

[17] W. Leontief e F. Duchin, La spesa militare, cit.

[18] Nel 1951 le spese per la difesa di Gran Bretagna, Francia e Italia erano meno di un quinto di quelle degli USA e meno di un terzo di quelle dell’URSS. Nel 1985 negli USA il 28% delle spese nella ricerca era destinato a scopi militari, contro il 27% in Gran Bretagna, il 22% in Francia, il 4% nella Repubblica Federale Tedesca, lo 0,35% in Giappone (Financial Times, 3 dicembre 1985). Nel 1990, sebbene le spese militari complessive fossero state ridotte del 5% (6% negli USA e 10% in URSS), esse erano ancora superiori del 30% negli USA e del 38% in URSS rispetto a quelle del 1980 negli stessi paesi. La guerra del Golfo è costata l’equivalente degli aiuti annuali che i paesi del Terzo mondo ricevono dai paesi sviluppati (Financial Times, 24 maggio 1991).

[19] Esistono le premesse perché la prossima Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo (UNCED) che si terrà in Brasile nel 1992, diventi il primo importante vertice mondiale sul futuro della Terra e delle istituzioni che devono essere create per governare il nostro pianeta. All’ordine del giorno di questo vertice è già previsto che ci siano infatti: a) la ratifica delle Convenzioni internazionali sulle quali sono già in corso trattative (Convenzioni sulle emissioni di gas-effetto serra e sui cambiamenti climatici). L’UNCED non dovrebbe cioè costituire un forum per ulteriori trattative internazionali su questi temi, ma si limiterà a prendere atto dei risultati – o dei fallimenti – conseguiti dalla diplomazia ecologica; b) l’adozione di una Carta della Terra, o Dichiarazione dei diritti della Terra, in cui dovrebbero essere definiti i principi di rispetto ecologico fra nazioni nella prospettiva di uno sviluppo sostenibile comune; c) l’adozione delle prime misure di controllo del trasferimento delle risorse tecnologiche per assicurare l’accesso a condizioni più eque, soprattutto per i paesi in via di sviluppo, alle tecnologie più adatte sul piano del rispetto dell’ambiente; d) l’avvio di un programma d’azione per il prossimo secolo (Agenda 21). L’Agenda 21 si presenta come l’avvio di una conferenza mondiale permanente sulle riforme istituzionali e sulle risorse finanziarie necessarie per coniugare governo dell’ambiente e sviluppo; e) l’istituzionalizzazione di un canale di dialogo permanente fra Organizzazioni non governative (ONG) e istituzioni internazionali.

[20] Barry G. Rabe, «Environmental Regulation in New Jersey: Innovations and Limitations», in Publius: The Journal of Federalism, 21 (inverno 1991).

[21] Si veda in proposito il capitolo sul «Modello istituzionale» in: Francesco Rossolillo, Città territorio istituzioni, Napoli, Guida, 1983. Ogni tentativo di risolvere questo problema al di fuori di un sistema di governo articolato sul territorio, in cui la programmazione attraverso il coordinamento dei diversi livelli di governo diventi l’obiettivo fondamentale da perseguire, è destinato a diventare una semplice esercitazione teorica.

[22] Maurice F. Strong (segretario generale dell’UNCED), Notes for UNEP-UK Lecture, Londra, 15 aprile 1991.

* Da Bernard B. Baruch, The Public Years, Londra, Odham Press Limited, 1961 (trad. il. a cura di Franco Spoltore).

** Da Bernard B. Baruch, The Public Years, Londra, Odham Press Limited, 1961 (trad.it. a cura di Franco Spoltore).

*** Da Barbara Ward e René Dubos (a cura di), Only One Earth (Harmondsworth, Middlesex, England, Penguin Books, 1972, pp. 292-99), Rapporto informale preparato con l’assistenza di 152 esperti di 58 paesi. Il Rapporto fu commissionato dal Segretario generale delle Nazioni Unite in occasione della Conferenza sull’ambiente umano, tenuta a Stoccolma nel 1972, il cui segretario generale, Maurice Strong, è stato incaricato di sovrintendere anche all’organizzazione della Conferenza di Rio.

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