Anno XXXIV, 1992, Numero 3 - Pagina 249

 

 

La protezione dell’ambiente umano e naturale sotto una legge mondiale

 

PAUL W. CLARK

 

 

Il Mandate for Life on Earth è una campagna popolare mondiale che ha lo scopo di rafforzare i diritti dell’individuo contro gli abusi ambientali e di permettere alla gente comune di far sentire la sua voce per quanto riguarda l’ambiente a livello globale. Essa sta raccogliendo cento milioni di firme su un documento che autorizzi la creazione di nuove strutture istituzionali globali che siano responsabili della gestione dell’ambiente – compresa una Corte di giustizia per l’ambiente. La campagna opera tramite più di 200 organizzazioni in oltre 60 nazioni.

Le organizzazioni partecipanti rappresentano un’ampia fetta della società. Comprendono la Young Men Christian Association (YMCA) del Canada e la Young Women Christian Association (YWCA) internazionale, la Spiritual Community of the Baha’i’s della Gran Bretagna, la Junior Chamber of Commerce in Giappone, il World Wide Fund for Nature (WWF) in Australia e India, la Association of Young Environmental Workers in Cina, i Lions Clubs in Russia, il National Resources Board nello Zimbabwe e la United Nations Association in Mongolia. Il Segretario generale del Summit della Terra ha approvato il Mandate e ha espresso il suo incoraggiamento per la sua piena partecipazione alla Conferenza di Rio.

Una Corte di giustizia mondiale per l’ambiente implica un nuovo tipo di giurisprudenza per l’ambiente. La legislazione internazionale di alcune delle nazioni più potenti, per esempio, considera i «beni comuni globali» – cioè, i fondali marini, gli oceani, l’atmosfera – come appartenenti a nessuno. Cos’altro ci si può aspettare se non la concorrenza, il conflitto e il caos come conseguenza di ciò? Così si potrebbe dare l’avvio a una giurisprudenza ambientale più equilibrata introducendo nel diritto il concetto che i preziosi «beni comuni globali» appartengono a tutti. Questo è soltanto un esempio di come è necessario escogitare il modo in cui l’ambiente può essere protetto attraverso nuovi concetti giuridici.

Un altro esempio riguarda il ruolo delle prove dei rapporti di causa-effetto. Nei sistemi organici e negli ecosistemi, chiamati dagli ingegneri sistemi non lineari, c’è poca speranza di fornire prove persuasive dei rapporti di causa-effetto prima che siano avvenuti dei danni irreparabili. La dolorosa storia delle vittime dell’uso del tabacco e dei loro fornitori nei tribunali, dove raramente è stato possibile stabilire qualche responsabilità, fornisce un esempio della difficoltà di stabilire un rapporto di causa-effetto nei sistemi non lineari che soddisfi i giudici. E’ in tali casi che si dovrebbe esercitare una certa cautela e istituire un «principio cautelativo» nella legislazione ambientale globale. L’esperienza conferma che quando si riesce a stabilire un rapporto di causa-effetto ormai il danno è irreparabile.

La campagna del Mandate richiede anche una nuova struttura istituzionale che offra una tutela ambientale globale. E’ un concetto aperto che permette la possibilità di una cooperazione nazionale/regionale e pubblica/privata sotto nuove forme. Vale la pena di considerare la possibilità della partecipazione privata a livello globale. Possiamo osservare che la sicurezza nei mezzi di trasporto, nelle abitazioni e sui posti di lavoro si è evoluta soprattutto come conseguenza di una importante invenzione sociale del diciottesimo secolo, la copertura assicurativa. Tale copertura fu sviluppata in risposta alle richieste commerciali e al di fuori del governo. La regolamentazione governativa aggiunge una dimensione necessaria alla realizzazione di tutti i benefici di questa invenzione sociale. La combinazione dei premi assicurativi e dei procedimenti giudiziari per responsabilità in tribunale è stata di fondamentale importanza nel garantire la responsabilità e la sicurezza in quasi tutte le sfere della nostra vita. Si potrebbe adottare una regola di lavoro: «Se non lo puoi assicurare, non installarlo».

Stiamo lavorando nella direzione del riconoscimento che i problemi comuni richiedono una gestione comune. E’ chiaro che abbiamo problemi comuni, ed è altrettanto chiaro che non abbiamo una gestione comune a livello globale. Sono organizzate, a livello sia nazionale sia internazionale, tavole rotonde, gruppi di studio, commissioni scientifiche e una pletora di riunioni, ma nessuna struttura gestionale. E se è chiaro che abbiamo bisogno di una efficace gestione comune allora tale gestione significa, nella lingua di tutti i giorni, un’istituzione con una certa «grinta».

Se siamo veramente seri per quanto riguarda la gestione, cioè se vogliamo agire invece di parlare, allora sappiamo che gli accordi, i trattati, i protocolli e le dichiarazioni internazionali basati solamente sul consenso e la buona volontà sono problematici, specialmente davanti a gravi sfide ambientali che hanno il potere di dividerci e sviarci.

Uno dei compiti di tale struttura istituzionale consiste nello sviluppo di standards globali per i fattori ambientali. Prendete per esempio la questione dell’acqua pulita. Che cosa vuol dire «pulita»? Il termine ha almeno circa 160 significati, uno per ogni nazione. Ma se riusciamo a comprendere l’importanza di istituire uno standard mondiale per gli apparecchi televisivi, per l’antitetanica, per i pneumatici delle automobili, perfino per viti e bulloni, allora è ancora più importante avere uno standard mondiale per quanto riguarda l’acqua pulita. Si dovrebbe rendere pubblico questo standard e anche l’efficienza dei nostri governi nell’ottenerlo dovrebbe essere resa pubblica. Non ci può essere responsabilità senza informazioni precise sull’efficienza. Non ci può, essere vera responsabilità se non sotto il dominio della legge.

Quindi buona parte del messaggio del Mandate riguarda la responsabilità delle istituzioni, pubbliche e private, sotto il dominio della legge. In quest’ultimo anno ho viaggiato cinque volte intorno al mondo. Ovunque ho captato un crescente senso di profonda ingiustizia e disparità, in relazione alle esistenti opportunità per lo sviluppo, la qualità dell’ambiente e il benessere personale, fra i popoli privilegiati del mondo e il mondo dei due terzi (preferisco parlare del cosiddetto «Terzo mondo» come del «mondo dei due terzi»; ciò mantiene la giusta prospettiva, evita anche il senso implicito di gerarchia e l’accento rimane sul fatto oggettivo che stiamo parlando di quelle parti del mondo dove vivono più dei due terzi della famiglia umana).

Per risolvere i problemi ambientali comuni sarà necessario compiere uno sforzo collettivo e cooperativo su una scala che è quasi inimmaginabile. E’ un viaggio in un territorio del tutto nuovo. E’ come andare sulla luna, dove i vecchi mezzi non ci possono portare. Un aereo ci può portare da qualsiasi punto della Terra a qualsiasi altro punto, da un polo all’altro, intorno all’equatore, ma nessun aereo ci porterà mai fino alla luna: per fare questo ci vuole un nuovo veicolo.

Abbiamo però alcune idee sulle caratteristiche operative di tale veicolo. Abbiamo imparato molte cose utili nel nostro sviluppo come singoli Stati nazionali. Tuttavia, nessuna semplice riorganizzazione dei sistemi esistenti risolverà i nostri problemi, più di quanto una semplice ricollocazione delle parti di un aereo ci faccia arrivare sulla luna. La nostra sfida è altrettanto formidabile quanto quella che hanno affrontato i primi scienziati che avevano il compito di costruire un veicolo in grado di arrivare sulla luna.

Molto di quello che abbiamo imparato dalle istituzioni politiche e sociali già esistenti si può applicare anche ad un’istituzione veramente globale. Deve certamente essere comprensibile per gli individui, fondata sul diritto e deve fornire a tutti i mezzi per ottenere giustizia. Questi sono i temi fondamentali del Mandate.

L’importanza della responsabilità verso la gente comune è meglio illustrata dagli effetti dei disastri ambientali. Che essi siano sotto forma di incidenti nucleari, maree rosse, pioggia acida o di deliberato bombardamento (eufemisticamente chiamato «resource denial»), essi distruggono ciò che serve per il sostentamento degli individui, non dei governi – sempre singoli pescatori, agricoltori, pastori, selvicoltori e manodopera industriale. Tali incidenti distruggono anche le creature viventi e i loro habitat naturali, per la difesa dei quali nessuna voce si leva in tribunale.

Le persone che vivono sulla linea del fronte della distruzione ambientale, principalmente quelli nel «mondo dei due terzi», la cui ricchezza naturale soddisfa i bisogni e gli appetiti del mondo sviluppato, valutano la situazione con acuta intensità e riconoscono istintivamente l’esigenza di modifiche strutturali nel sistema globale di governo.

La protezione dei «beni comuni globali» è il fondamento per un accordo universale. E’ il terreno su cui possiamo cominciare ad erigere strutture globali tali da permettere a noi, l’intera famiglia umana, di proteggerci di fronte a vasti cambiamenti ambientali attenendoci ai principi di equità e giustizia innati alla nostra comune umanità.

Stavo concedendo un’intervista per il giornale The Stateman in India nel dicembre scorso quando il reporter improvvisamente s’illuminò ed esclamò: «Mio Dio, quello che state facendo si ispira a Gandhi. Lo ha letto?». Ho risposto che effettivamente c’è un collegamento con il pensiero di Gandhi nel Mandate poiché esprimiamo il nostro appoggio collettivo a un cammino verso un futuro che trascenda tutti i confini individuali, culturali e politici.

Ciò significa assumersi la responsabilità della direzione in cui noi vogliamo andare piuttosto che gridare ai nostri capi che non ci piace la direzione in cui ci stanno portando. Cento milioni di persone, che dicono ai capi e ai governi di questo mondo: «Noi vogliamo che imbocchiate questa strada. Avete la nostra autorizzazione per farlo e vi appoggeremo», questo è un modo di affrontare dal basso i problemi della nostra vita comune. La politica è spesso un approccio dall’alto, tale per cui i pochi impongono il loro programma ai molti. Per distinguere ulteriormente l’approccio del Mandate da quello della politica, potremmo chiamarlo un movimento sociale che dà alla gente comune il potere di influenzare il cammino verso il futuro.

Ci sono buone notizie per quanto riguarda la disponibilità di un modello efficiente di Corte di giustizia mondiale (o Tribunale) per l’ambiente. E’ la nostra Corte di giustizia europea. Le singole nazioni le conferiscono una sovranità condivisa, le decisioni sono vincolanti per i governi ed è accessibile a tutti. Sappiamo inoltre che esiste anche una bozza concreta di statuto per tale Tribunale, grazie alla pionieristica iniziativa della Corte suprema di Cassazione italiana.[1] Esso è un documento che può costituire una base seria per un trattato.

Abbiamo dunque modelli e proposte concreti su cui basarci per costruire strutture globali che possano soddisfare le nostre più pressanti necessità. La mobilitazione del sostegno popolare per quei leaders e quei paesi che si muovono in questa direzione è già iniziata e finanziamenti affidabili tramite la tassazione generale garantiranno l’indipendenza di questa iniziativa dall’influenza degli interessi particolari.

L’appoggio al Mandate e al lavoro del giudice Amedeo Postiglione, della Corte suprema di Cassazione italiana, è un utile mezzo per raggiungere lo scopo di garantire il nostro comune futuro secondo i principi della democrazia e sulla base del diritto.

 


[1] L’iniziativa, presa dal giudice Postiglione citato dopo, mira a creare un Tribunale internazionale dell’ambiente, con giurisdizione obbligatoria su tutti i casi riguardanti controversie ambientali (N.d.T.).

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