Anno XXV, 1983, Numero 3, Pagina 51

 

 

Alcune considerazioni sul rapporto fra
la difesa territoriale dell’Europa e la costruzione della democrazia internazionale e della democrazia partecipativa
 
SERGIO PISTONE
 
 
1. — Il ruolo della Comunità europea nella costruzione della democrazia internazionale.
Ormai da alcuni anni il MFE sostiene che l’avvio della realizzazione della democrazia internazionale è all’ordine del giorno della storia, poiché l’umanità si trova di fronte a sfide — il pericolo di una guerra nucleare, la crescente tensione Nord-Sud, la degradazione degli equilibri ecologici, i problemi derivanti dalla sempre più profonda interdipendenza economica su scala mondiale — che mettono in discussione non solo il suo progresso, ma la sua stessa sopravvivenza, e che possono d’altra parte trovare valide risposte solo con la costruzione, sia pure graduale, di un governo democratico mondiale. Di conseguenza abbiamo incominciato ad affrontare in modo sistematico il problema del ruolo decisivo che il completamento del cammino dell’integrazione europea è chiamato a svolgere rispetto allo sviluppo di tale processo.[1] In questo contesto e in riferimento alla questione della difesa dell’Europa, si è individuato nella scelta di una difesa che si collochi al di là della guerra una delle fondamentali modalità operative attraverso cui questo ruolo può manifestarsi.[2]
Concretamente, si è affermato che la Comunità europea dovrebbe: a) organizzare la difesa popolare del proprio territorio, riducendo al minimo, se non a zero, i mezzi della guerra convenzionale e optando quindi per la resistenza nonviolenta, cioè con i metodi della disobbedienza civile e del sabotaggio, nei confronti di un eventuale invasore; b) nello stesso tempo, sottoporre al potere democratico europeo la forza di dissuasione nucleare franco-britannica, impegnandosi a conservarla solo fino a quando USA, URSS, Cina e tutti gli altri paesi che si saranno nel frattempo dotati di armi nucleari non saranno disposti a trasferirle sotto il controllo dell’ONU. In questo modo, la Comunità europea non sarebbe in grado di condurre una guerra offensiva, ma risulterebbe di fatto inattaccabile, grazie alla sua dissuasione nucleare e alla sua dissuasione popolare, e potrebbe, contestualmente a questa scelta, usare la sua influenza internazionale al fine ultimo del disarmo universale e al fine transitorio dello scioglimento dei blocchi militari e della conseguente riduzione degli armamenti, anche per destinare le risorse così risparmiate allo sviluppo del Terzo mondo. Per prepararsi a esercitare questo ruolo, l’Europa dovrebbe, in ogni caso, far immediatamente quanto può per arrestare la corsa attuale verso il riarmo, con il rifiuto degli euromissili e della bomba N — usando ogni mezzo a sua disposizione per costringere i sovietici a ritirare dal fronte europeo i missili puntati sull’Europa occidentale —, e con la lotta per la ripresa del dialogo e della distensione.
L’intento delle riflessioni che seguono è precisamente quello di tentare una prima concretizzazione di queste indicazioni molto generali, esaminando in modo particolare il tema della difesa territoriale dell’Europa, tema che è oggetto da alcuni anni di crescente interesse soprattutto da parte di esperti militari, ma anche eli esponenti del movimento per la pace.[3] In effetti noi siamo convinti che l’opzione di una difesa di tipo territoriale da parte di una Comunità europea che abbia deciso di completare il processo di integrazione e, quindi, di organizzare in modo autonomo la propria difesa, costituisca una premessa indispensabile perché la Comunità stessa possa lanciare una iniziativa efficace per l’avvio, sul terreno militare, della costruzione della democrazia internazionale e perché possa realizzare, nel quadro di questa iniziativa, la scelta di una difesa nonviolenta. D’altra parte il tema della difesa territoriale è reso di particolare attualità in una situazione in cui, avendo la Comunità posto all’ordine del giorno il problema della progressiva comunitarizzazione della difesa — sia con il piano Genscher-Colombo, sia, più seriamente, con il progetto di trattato istitutivo dell’Unione europea in preparazione da parte del Parlamento europeo — si tratta ormai di incominciare a discutere in termini concreti verso quale opzione difensiva ci si deve orientare. Motivo tutt’altro che secondario dell’interesse per la difesa territoriale è inoltre il suo nesso con la problematica della democrazia partecipativa, la quale da alcuni anni costituisce, assieme a quella della democrazia internazionale, un momento fondamentale dell’impegno culturale e in parte già politico del MFE.
Per cogliere adeguatamente il rapporto fra difesa territoriale e iniziativa europea per la democrazia internazionale, che è il tema principale di questa analisi, sono necessarie alcune considerazioni preliminari dirette a chiarire in generale l’indispensabilità di un attivo ruolo europeo perché l’avvio della costruzione della democrazia internazionale possa effettivamente aver luogo.
Se è chiaro che questo significa un processo che ha come sbocco ultimo la limitazione sostanziale della sovranità di tutti gli Stati del mondo a vantaggio di un governo democratico mondiale di carattere federale, appare evidente che l’ostacolo fondamentale che dovrà essere superato lungo questa via sarà costituito dalla resistenza delle superpotenze alla limitazione della propria sovranità. Certo il problema della sopravvivenza dell’umanità, messa in discussione da sfide cui solo la democrazia internazionale può dare una valida risposta, riguarda anche esse, come tutti i paesi del mondo, e ciò rende, e renderà sempre più politicamente concepibili iniziative in tale direzione: il fattore «unirsi o perire», decisivo per lo sviluppo del processo di integrazione europea, tende irresistibilmente a mondializzarsi. D’altra parte, la limitazione liberamente consentita della propria sovranità, che costituisce comunque una decisione politica estremamente ardua per qualsiasi Stato, lo è in modo particolare per Stati la cui sovranità non ha un contenuto più o meno formale, come per le potenze medie e piccole, ma coincide con la capacità attuale di controllare i destini del mondo, anche se nel contesto della crisi del sistema bipolare, questa capacità sta sempre più declinando e si sta profilando un crescente e sempre più pericoloso disordine internazionale. Nello stesso tempo, se è teoricamente concepibile che la costruzione della democrazia internazionale possa non coinvolgere fin dall’inizio tutti gli Stati del mondo, è, per ragioni evidenti, del tutto inconcepibile senza la partecipazione delle superpotenze, così come sarebbe stato inconcepibile l’avvio dell’integrazione europea senza la Francia e la Germania.
Il problema dell’atteggiamento delle superpotenze è ulteriormente complicato dal fatto che l’URSS non ha una struttura democratica. È evidente, in effetti, che questo Stato, finché non adotterà i principi del pluripartitismo (o comunque forme equivalenti di pluralismo politico) e le connesse garanzie liberali, non sarà strutturalmente in grado di partecipare a un’unione mondiale di carattere federale. Infatti esso non potrà inviare all’assemblea federale veri rappresentanti del popolo, ma solo delegati del suo governo, e non potrà consentire che l’autorità democratica mondiale eserciti controlli al suo interno per tutelare le libertà dei cittadini russi contro misure oppressive del loro governo o per verificare il rispetto degli impegni circa il disarmo: non potrà in sostanza rinunciare effettivamente ad alcun aspetto della sua sovranità.[4] E se questa difficoltà si manifesterà nel modo più intenso in riferimento al punto d’arrivo del processo, è d’altra parte evidente che il coinvolgimento dell’URSS nelle prime e incomplete forme della democrazia internazionale presuppone l’avvio di una reale trasformazione in senso pluralistico del carattere chiuso e monolitico del sistema politico sovietico. Certo, anche nella grandissima maggioranza, se non nella totalità, dei paesi del Terzo mondo oltre che negli altri paesi del blocco sovietico, non esistono strutture democratiche, ma è altresì vero che se, in connessione con la democratizzazione dell’URSS e quindi degli altri paesi dell’Est europeo, l’insieme dei paesi industrializzati decidesse di dare il via alla costruzione della democrazia internazionale, esso sarebbe in grado di operare efficacemente, nel quadro della creazione di un più giusto ordine economico internazionale, a favore del progresso democratica dei paesi arretrati.
Se dunque la costruzione della democrazia internazionale si trova di fronte come ostacolo fondamentale la resistenza delle superpotenze e, in questo contesto, il carattere non democratico del sistema politico sovietico, si tratta di vedere donde può partire una iniziativa in grado di smuovere questa situazione. Escluso che una simile iniziativa possa, allo stato attuale, partire dalle superpotenze, si può altresì tranquillamente escludere che essa possa provenire dai paesi non allineati. Questi hanno certo un interesse vitale ed immediato alla creazione di un ordine internazionale pacifico nel quale le risorse attualmente destinate alle spese militari siano invece destinate alla realizzazione di uno sviluppo economico-sociale armonico di tutto il mondo, ma sono estremamente deboli, estremamente divisi (tanto che non riescono a impedire conflitti e guerre sanguinose nelle loro file) e ovviamente del tutto incapaci di esercitare un’influenza a favore della democratizzazione del blocco sovietico. In realtà, nell’attuale situazione mondiale una efficace iniziativa in direzione della democrazia internazionale può partire soltanto dalla Comunità europea, a condizione ovviamente che essa sappia realizzare rapidamente la premessa indispensabile per influenzare in modo decisivo l’evoluzione mondiale, vale a dire il completamento dell’integrazione. E ciò fondamentalmente per due ragioni che sono state ripetutamente chiarite dai federalisti.
Da una parte l’esigenza di un ordine mondiale pacifico è più forte nella Comunità europea che nelle superpotenze per ragioni oggettive. Basta qui ricordare il fatto che la Comunità è la massima potenza commerciale mondiale (per di più importatrice di materie prime essenziali dai paesi terzi) e che pertanto ha un interesse vitale al superamento — che solo nel quadro dell’avvio della democrazia internazionale potrà avere un carattere non precario — delle tensioni Nord-Sud e di quelle Est-Ovest — le quali oltretutto implicano l’inevitabile restringimento dei margini di autonomia conquistati nel contesto della distensione, nonché la impossibilità di progressi più sostanziali e duraturi nelle possibilità di contatti umani fra le due Europe e soprattutto le due Germanie.[5] Né va dimenticato che l’integrazione europea, sostituendo alla secolare contesa franco-tedesca la cooperazione stabile intorno a questo nucleo centrale riconciliato del vecchio continente, ha fatto dell’Europa occidentale la zona relativamente più stabile, più pacifica e più prospera del mondo, in cui la democrazia si è consolidata, e si è estesa ai paesi del mediterraneo che ne erano rimasti sostanzialmente esclusi. Donde l’emergere di un bisogno di pace particolarmente intenso e profondo — alimentato anche dalla prospettiva sempre più concreta di diventare il campo di battaglia dello scontro fra le superpotenze —, che trova espressione a livello dell’opinione pubblica nell’esistenza del più forte movimento per la pace fra tutti quelli operanti nel mondo. Alla oggettiva propensione della Comunità europea a favore di un ordine mondiale pacifico si somma, d’altra parte, il fatto che essa acquisterebbe, con il completamento dell’integrazione, il peso politico indispensabile per influenzare effettivamente il comportamento delle superpotenze.
È sufficiente qui sottolineare che, con l’attuazione dell’unione economica e monetaria e l’organizzazione di una difesa europea autonoma, la Comunità si libererebbe dai condizionamenti derivanti dal ruolo egemonico del dollaro e dal protettorato militare americano, potrebbe ampliare e approfondire i rapporti economici e politici con il blocco sovietico da una posizione incomparabilmente più forte e quindi più in grado di favorire in esso mutamenti positivi, e avrebbe l’effettiva possibilità economica e politica di diventare l’alleato naturale dei paesi non allineati.[6]
Se per queste ragioni esiste, dunque, in una Comunità europea avviata al completamento della sua unità, un reale spazio politico per un’azione diretta a promuovere una iniziativa non velleitaria in direzione della costruzione della democrazia internazionale, si tratta di individuare le scelte concrete che in questo contesto appaiono più adeguate rispetto a questa iniziativa.
Orbene, sul terreno militare, che è il tema su cui si concentra questa analisi, la scelta di fondo adeguata è appunto, a nostro avviso, quella di una difesa di tipo territoriale, come si cercherà ora di dimostrare, partendo anzitutto da una sintetica descrizione delle fondamentali caratteristiche tecniche di questo tipo di difesa.
 
2. — La difesa territoriale dell’Europa come alternativa all’attuale difesa di tipo lineare.
Gli esperti militari che propongono una difesa territoriale dell’Europa,[7] la vedono fondamentalmente come una alternativa rispetto all’inadeguatezza dell’attuale dottrina strategica della NATO, che prevede una difesa di tipo lineare. In sostanza, nel caso di un attacco convenzionale da parte del Patto di Varsavia (ipotizzato soprattutto sul fronte tedesco, ma lo stesso discorso vale, mutate le dimensioni, per il fronte nord e quello sud), si prevede che esso debba essere respinto con una battaglia di tipo classico, cioè con l’impiego massiccio e concentrato di carri armati e aviazione da combattimento e bombardamento, destinata a svolgersi più vicino possibile ai confini della NATO. Questa impostazione strategica, che si inquadra nel passaggio, deciso negli anni sessanta, dalla dottrina della «rappresaglia massiccia» a quella della «risposta flessibile», ha un decisivo punto debole nella necessità di ricorrere assai presto all’impiego delle armi nucleari tattiche anche per respingere un attacco puramente convenzionale. Ciò dipende dal fatto che esiste una tendenzialmente strutturale superiorità convenzionale del Patto di Varsavia, sia perché esso gode di spazi di manovra assai più ampi, sia soprattutto perché i regimi di tipo autoritario sono in grado di imporre alle popolazioni uno sforzo difensivo assai maggiore di quanto non possano fare i regimi democratici. Di conseguenza, difronte al prevedibile rapido sfondamento della linea difensiva della NATO e in mancanza di strumenti adeguati di difesa in profondità, si sarebbe costretti a ricorrere per primi alle armi nucleari.[8]
Questa necessità ha una serie di implicazioni fortemente negative. Oltre al carattere paurosamente distruttivo che già uno scontro convenzionale di tipo classico avrebbe nel territorio a fortissima densità abitativa della Germania (la zona più probabile dell’attacco) e della stessa Italia nordorientale, oltre al fatto ancora più grave che la NATO si assumerebbe la terribile responsabilità storica di dare il via all’escalation nucleare, violando tra l’altro anche le vigenti norme del diritto internazionale,[9] si provocherebbe con l’impiego delle armi nucleari tattiche la quasi completa distruzione di ciò che si vuole difendere. Queste armi impiegate, oltre che per colpire il territorio dell’attaccante, soprattutto per bloccare armate avversarie profondamente penetrate nel territorio della NATO, provocherebbero infatti in esso milioni di morti oltre alla completa distruzione delle grandi città (calcolando anche gli effetti delle rappresaglie nucleari avversarie). Una simile prospettiva è destinata d’altro canto a produrre conseguenze estremamente negative sul morale delle truppe, le quali non possono essere seriamente motivate se sanno in partenza che il loro impegno e il loro sacrificio non può salvare il proprio territorio e la propria popolazione dalla distruzione completa. E la stessa popolazione civile non può certo esprimere una forte coscienza difensiva e, quindi, un serio sostegno ai combattenti, sapendo di essere priva di qualsiasi protezione e di essere destinata al macello. Il che significa che, in caso di crisi effettiva, le spinte alla capitolazione provenienti sia dai combattenti, sia dai civili sarebbero fortissime.
In sintesi, una strategia militare che, di fronte a un attacco puramente convenzionale, porrebbe in pochi giorni di fronte alla alternativa «olocausto o capitolazione» appare insufficientemente dissuasiva e quindi oggettivamente destabilizzante. Se è assai difficilmente ipotizzabile che il Patto di Varsavia, con tutte le sue difficoltà interne di carattere economico e politico, possa concepire un attacco premeditato e a freddo alla NATO, sarebbe in effetti irresponsabile escludere che da parte sovietica si sia tentati di ristabilire la situazione colpendo la NATO in Europa, nel caso di una grave crisi interna del blocco sovietico o di crisi in aree extraeuropee che mettano in grave pericolo la sua saldezza e la sua forza. Questa tentazione, d’altra parte, è destinata a restare assai forte finché l’impostazione della difesa dell’Europa continuerà a essere, come l’attuale, insufficientemente credibile nella sua efficacia deterrente appunto perché implica il dilemma sopraddetto e dà quindi credito alla speranza in una vittoria, con conseguente finlandizzazione dell’Europa occidentale, senza che si giunga al superamento della soglia nucleare.
L’alternativa a questa situazione è individuata anzitutto nell’organizzazione di una struttura difensiva comune da parte della Comunità europea. Questa struttura, oltre ai grandissimi tornaconti economici connessi con la standardizzazione degli armamenti e le conseguenti economie di scala,[10] comporterebbe: a) vantaggi militari diretti, derivanti da un’integrazione assai più completa di quella realizzata nel quadro della NATO fra le forze militari dei paesi della Comunità; b) vantaggi indiretti, ma ancor più decisivi, connessi con il fatto che il completamento dell’unificazione europea moltiplicherebbe la capacità difensiva dell’Europa, perché questa si fonderebbe su di una comunità fornita di enormi potenzialità economiche e politiche e non sulla precaria cooperazione fra Stati nazionali ridotti a essere «polvere senza sostanza». Tra l’altro non va dimenticato che le minacce alla sicurezza dell’Europa provengono, oltre che dalle pressioni militari esterne, dall’incapacità, che solo con il completamento dell’unificazione europea verrebbe superata, di risolvere gravi problemi economico-sociali (come quelli della disoccupazione e degli squilibri territoriali) aventi serie implicazioni in termini di instabilità interna. In questo quadro, in mancanza del quale ogni discorso sul superamento dei limiti dell’attuale difesa dell’Europa è del tutto campato in aria, un’ulteriore scelta in grado di rendere decisamente più efficace la dissuasione, e senza alcun aumento di spesa, ma anzi con ulteriori possibilità di risparmi, è il passaggio dalla difesa di tipo lineare a quella di tipo territoriale.
Per fornire un’idea molto generale e approssimativa di questo tipo di difesa — che ha il suo modello sia nell’organizzazione difensiva svizzera, sia nell’esperienza della guerriglia cinese e vietnamita[11] — si può dire che essa si propone di respingere un’aggressione convenzionale sovietica invece che con una battaglia campale di tipo classico lungo la linea del confine, con una difesa in profondità di tutto il territorio. Questa difesa si fonderebbe sulla mobilitazione regionale e istantanea di milioni di riservisti i quali, in coordinamento con le truppe permanenti operanti in prossimità dei confini, dovrebbero imbrigliare l’invasore in una rete di piccoli combattimenti diretti a fermare, soprattutto con armi anticarro e antiaeree, le forze corazzate avversarie e a rendere per esse insostenibile l’occupazione duratura del territorio.
Tre sono in sostanza i fondamentali elementi caratterizzanti della difesa territoriale.
In primo luogo, l’esercito è organizzato in base al principio della milizia, per cui tutta la popolazione valida partecipa direttamente alla difesa, sulla base di un addestramento che, dopo un periodo iniziale di pochi mesi, viene mantenuto efficiente attraverso esercitazioni annuali per brevi periodi, mentre il resto della popolazione fornisce un contributo indiretto (con la non-collaborazione e il sabotaggio), ma effettivo, alla difesa. In secondo luogo, il grosso delle truppe è diviso in unità molto piccole fra di loro coordinate, ma fortemente autonome l’una rispetto all’altra e rispetto ai comandi superiori, alle quali è affidata la difesa di una porzione ben delimitata del territorio (normalmente situato entro la regione di appartenenza) che esse conoscono alla perfezione. Queste unità devono essere autosufficienti dal punto di vista degli armamenti e logistico, agire in stretta e organica collaborazione con la popolazione locale non combattente e combattere anche senza collegamenti con i comandi e anche dietro le linee nemiche. In terzo luogo, le armi decisive non sono più i carri armati e la aviazione, bensì le armi anticarro e antiaeree (soprattutto missili), le quali sono assai più facilmente trasportabili e manovrabili e quindi possono essere distribuite capillarmente in tutto il territorio e poste a disposizione istantaneamente dei combattenti.
In tal modo, oltre al fatto di evitare le enormi distruzioni prodotte da una battaglia convenzionale di tipo classico, si conseguono i seguenti vantaggi sul piano strettamente militare. Anzitutto, mentre la difesa lineare implica una struttura fortemente centralizzata e interdipendente e quindi estremamente vulnerabile, per cui, sfondata la linea e colpiti (anche con azioni di infiltrazione) i centri direttivi, il sistema delle comunicazioni, le basi logistiche ecc., si rischia la rapida disintegrazione dell’apparato difensivo, al contrario l’articolazione, propria della difesa territoriale, in unità autonome e autosufficienti, in grado di combattere anche senza comandi e anche dietro le linee nemiche e capaci di sfruttare perfettamente i vantaggi del terreno, e la distribuzione capillare dei mezzi di combattimento in tutto il territorio limitano drasticamente questo rischio. Inoltre, mentre la complessità della difesa lineare richiede un amplissimo personale ausiliario, per cui il rapporto fra questo e il personale effettivamente combattente è nella Bundeswehr circa di 9 a 1, con la difesa territoriale, che usa strumenti relativamente meno sofisticati, questo rapporto può essere portato a 1 a 1.[12] Infine la rete capillare della difesa territoriale e la stretta collaborazione fra combattenti e civili che essa comporta sono decisamente più adatte a controbattere sia le azioni di infiltrazione, sia le azioni di terrorismo e di sabotaggio condotte da elementi filosovietici eventualmente presenti in Europa occidentale.
Se a questi fattori si aggiunge il fatto che oggi le armi difensive anticarro e antiaeree sono sempre più efficaci, sempre più miniaturizzabili e sempre più manovrabili, appare legittimo affermare che la difesa territoriale dell’Europa sarebbe in grado di respingere un attacco convenzionale da parte del Patto di Varsavia senza dover ricorrere all’impiego delle armi nucleari tattiche. Di conseguenza le armi nucleari ridiventerebbero, nel quadro di una simile struttura difensiva, esclusivamente strumenti di dissuasione da un attacco nucleare, il che renderebbe assai più difficile l’innesco dell’escalation nucleare. Proprio per questo, e anche perché la difesa territoriale evita le distruzioni derivanti da una battaglia convenzionale di tipo classico, la sua efficacia dissuasiva è ulteriormente rafforzata dalle positive implicazioni che una simile prospettiva è destinata a esercitare sul morale sia dei combattenti, consapevoli che il loro impegno può realmente evitare la distruzione del territorio e della popolazione civile, sia di quest’ultima che si sentirebbe effettivamente protetta e sarebbe spinta a moltiplicare i suoi sforzi a favore della difesa.
Alla capacità di superare i limiti dell’attuale difesa dell’Europa la difesa territoriale assommerebbe d’altro canto la possibilità di realizzare significative riduzioni di spese. In questo calcolo non si deve in effetti tenere conto soltanto del fatto che la rinuncia ad armi costosissime come i carri armati e gli aerei adatti a una battaglia di tipo classico[13] permetterebbe forti risparmi (però in gran parte annullati dalle spese per la riorganizzazione in senso territoriale della difesa e per l’addestramento di un numero ben maggiore dell’attuale di combattenti), ma anche del fatto, di importanza decisiva, che un’organizzazione difensiva territoriale potrebbe, in tempo di pace, costituire la base di una organizzazione capillare, e quindi assai efficiente, per la difesa civile e la protezione dell’ambiente.
Occorre anche tenere presente che la costruzione di un esercito europeo di tipo territoriale invece che di tipo tradizionale presenterebbe grossi vantaggi pratici. Poiché esso sarebbe composto essenzialmente di milizie di carattere territoriale, l’integrazione militare da realizzarsi (a parte la creazione di un’industria militare europea integrata e la standardizzazione degli armamenti) riguarderebbe fondamentalmente le strutture centrali di comando e alcuni reparti, i quali, proprio per il loro carattere multinazionale, dovrebbero essere stanziati ai confini anche per rendere più chiaramente visibile l’unitarietà non solo sul piano organizzativo, ma anche su quello umano, della struttura difensiva dell’Europa. Sarebbe di conseguenza assai più facile (e quindi anche meno costoso) realizzare una transizione graduale dagli attuali eserciti nazionali integrati nella NATO a un esercito europeo, e comunque ogni sviluppo che a livello nazionale si realizzasse fin d’ora in direzione della difesa territoriale (spinte assai forti in tal senso esistono in molti paesi della NATO[14]) confluirebbe senza seri problemi nella scelta dell’organizzazione difensiva territoriale europea.
Queste considerazioni di carattere essenzialmente tecnico-militare contengono argomenti molto importanti a favore della scelta di una difesa territoriale dell’Europa, poiché è chiaro che essa ha possibilità di essere accettata solo nella misura in cui garantisca una difesa più efficace e a costi invariati se non inferiori rispetto all’attuale. Ciò anche perché una simile scelta è destinata a scontrarsi con fortissime resistenze, quali quelle suscitate dalla necessità di una profonda riconversione dell’industria bellica, dal rivoluzionamento delle attuali strutture e tradizioni militari e inoltre dalla sua connessione con lo sviluppo della democrazia partecipativa, le quali resistenze non avrebbero alcuna possibilità concreta di essere superate se non ci fossero sull’altro piatto della bilancia i vantaggi sopraddetti. Per chi vede le cose dal punto di vista dell’attualità storica della democrazia internazionale, il punto decisivo è però chiaramente costituito dal fatto che questa scelta costituisce una condizione indispensabile all’avvio in Europa del processo verso la democrazia internazionale. A questo proposito si può anzi osservare che, se per un certo periodo la difesa territoriale appare in grado di garantire con i vantaggi indicati la sicurezza dell’Europa, prima o poi verrà escogitata, come per ogni strategia, una efficace controstrategia, e saremo da capo. In realtà nel quadro dell’anarchia internazionale, come non c’è stato e non ci sarà mai un equilibrio capace di garantire in modo duraturo la pace,[15] così non c’è mai stata né ci sarà mai una struttura difensiva capace di garantire a tempo indefinito la sicurezza.
E se nell’era nucleare la sopravvivenza dell’umanità impone che si avvii il superamento dell’anarchia internazionale, il problema è appunto quello di individuare una struttura difensiva che, mentre garantisce per un periodo adeguato la sicurezza, crei le condizioni favorevoli per una efficace strategia di pace da parte dell’Europa.
 
3. — Difesa territoriale e iniziative europee per la riduzione degli armamenti e la distensione.
Per rendersi conto che una difesa europea di tipo territoriale possiede le attitudini sopraindicate occorre mettere in evidenza due sue fondamentali implicazioni.
I. — Da una parte, pur garantendo una difesa più efficace di quella attuale, la difesa territoriale eliminerebbe automaticamente ogni possibilità da parte dell’Europa occidentale di aggredire convenzionalmente l’Europa orientale, poiché questo tipo di difesa è fondato sulla rinuncia alle armi di tipo offensivo, come i carri armati e gli aerei per una battaglia di tipo classico. Una simile possibilità può apparire del tutto astratta dal punto di vista occidentale, data la superiorità convenzionale del Patto di Varsavia e data la natura democratica del sistema di governo dell’Europa occidentale, ma non lo è affatto nella percezione sovietica. E questo sia a causa dell’esperienza storica dell’aggressione da parte dei paesi democratici, subita all’epoca della rivoluzione di ottobre, sia perché, finché l’Europa occidentale possiede armi di tipo offensivo, un suo intervento militare, in Europa orientale non può essere escluso a priori nel caso di una grave crisi all’interno del blocco sovietico, tanto più se questo si trovasse a fronteggiare un’Europa veramente unita e non l’attuale Comunità che rischia di sfaldarsi in occasione di ogni trattativa sui prezzi agricoli. Pertanto l’impossibilità oggettiva da parte dell’Europa unita di attaccare convenzionalmente il Patto di Varsavia significherebbe l’effettivo, superamento da parte dell’Europa occidentale, nel campo convenzionale, del principio dell’equilibrio, il quale postula la costante ricerca della parità di capacità difensive e offensive fra le grandi potenze, e rende perciò ininterrotta la corsa agli armamenti. È chiarò però che questa impossibilità non equivale minimamente a una scelta in direzione del disarmo unilaterale, la quale, nel contesto internazionale attuale, priverebbe definitivamente gli europei di qualsiasi possibilità di svolgere un ruolo internazionale autonomo e positivo.
II. — Dall’altra parte la difesa territoriale è il fattore decisivo che permetterebbe all’Europa occidentale di acquisire, a costi compatibili con le esigenze di una società democratica, la propria autonomia difensiva, di fare a meno cioè della protezione americana sia sul piano convenzionale, sia su quello nucleare. Circa il primo aspetto dovrebbe essere piuttosto evidente che in una struttura difensiva capace di mobilitare al limite l’intera popolazione valida la presenza di trecentomila soldati americani diventerebbe del tutto superflua.[16] Tanto più che queste truppe non sarebbero per nulla adatte a un tipo di difesa imperniato essenzialmente su soldati che combattono nel territorio in cui vivono essi e le loro famiglie e che proprio dal fatto di difendere in modo immediato e diretto le comunità locali di appartenenza devono trarre una motivazione fondamentale del loro impegno di combattenti. Si tenga inoltre presente che la presenza delle truppe americane in Europa ha soprattutto la funzione di assicurare gli europei sulla determinazione americana di ricorrere al proprio arsenale nucleare contro un attacco sovietico, il quale appunto coinvolgerebbe immediatamente soldati americani. Una funzione che perderebbe ovviamente ogni valore se gli europei fossero in grado di respingere un attacco convenzionale senza dover ricorrere alle armi nucleari. Proprio questa capacità avrebbe d’altro canto un’importanza decisiva rispetto al problema di superare la dipendenza dagli americani per la difesa nucleare. Se infatti venisse meno la necessità di ricorrere alle armi nucleari per respingere un attacco convenzionale, gli europei non avrebbero più bisogno di armi nucleari tattiche, cioè destinate alla risposta nucleare a un attacco convenzionale, bensì soltanto di armi nucleari di carattere strategico, cioè destinate a dissuadere da un attacco nucleare. La conseguenza immediata di questa situazione sarebbe la possibilità di fare a meno delle armi nucleari tattiche americane stanziate in Europa senza per nulla diminuire la sua sicurezza. L’autonomia dagli USA così ottenuta risulterebbe d’altra parte ulteriormente e decisamente rafforzata dal fatto che la dissuasione da un attacco nucleare potrebbe essere ottenuta in modo adeguato attraverso l’europeizzazione dell’arsenale nucleare franco-britannico.
A coloro che obiettano che questo arsenale ha una potenza assai inferiore a quello dell’URSS, si può fare anzitutto osservare che comunque esso sarebbe in grado di produrre distruzioni enormi che in nessun modo potrebbero bilanciare i vantaggi di un’aggressione nucleare sovietica all’Europa. In secondo luogo, la sua efficacia deterrente potrebbe essere incrementata orientando il suo sviluppo verso un sistema missilistico basato esclusivamente sui sottomarini, il che, oltre a rendere assai meno vulnerabile la forza nucleare europea, eliminerebbe dal territorio europeo gli obiettivi di un possibile attacco preventivo nucleare costituiti dai missili basati a terra, con evidenti vantaggi per la sicurezza della popolazione civile.[17] Le maggiori spese che deriverebbero dalla necessità di aumentare il numero dei sommergibili a disposizione della difesa europea sarebbero compensate dai risparmi connessi con la rinuncia alle armi nucleari strategiche e tattiche basate a terra. In terzo luogo, l’europeizzazione dell’arsenale nucleare franco-britannico lo renderebbe assai più credibile poiché servirebbe a difendere non due Stati nazionali in declino, bensì una Comunità fornita, con il completamento della sua unità, di enormi potenzialità economiche e politiche. Infine l’arsenale nucleare europeo, pur con le sue relativamente limitate dimensioni, sarebbe comunque più credibile di quello americano ai fini della difesa nucleare dell’Europa, poiché la determinazione a rischiare l’olocausto è più credibile in chi deve difendere in modo immediato la propria indipendenza che non in chi è chiamato a difendere quella altrui. Per queste ragioni la difesa nucleare autonoma dell’Europa basata sull’europeizzazione della forza nucleare franco-britannica, pur collocandosi, come nel caso della difesa territoriale, al di là del principio dell’equilibrio, garantirebbe in modo sufficiente la sicurezza europea.
Precisate le due fondamentali implicazioni della difesa territoriale, si possono ora mettere in luce le eccezionali chances che, sulla base di questa opzione, l’Europa avrebbe di perseguire, sul terreno militare, un disegno di grande respiro orientato alla costruzione della democrazia internazionale.
Il primo momento di questo disegno non può che essere costituito dalla realizzazione di decisivi progressi sul terreno della riduzione degli armamenti e della distensione fra Est e Ovest. Questi progressi, deve essere chiaro, non significherebbero di per sé l’avvio della costruzione della democrazia internazionale, ma rappresenterebbero, in ogni caso, una premessa indispensabile di tale avvio. Ciò, sia perché in una situazione di tensione crescente e di corsa sfrenata agli armamenti verrebbe meno ogni spazio politico per iniziative in direzione della limitazione sia pur graduale della sovranità statale assoluta su scala mondiale, sia per le implicazioni positive che questi progressi avrebbero, come si vedrà più avanti, rispetto al problema del superamento degli aspetti autoritari proprii dei regimi del blocco orientale. Deve essere altresì chiaro che una situazione caratterizzata dalla diminuzione della tensione e dalla attenuazione della corsa agli armamenti è destinata a essere irrimediabilmente precaria e reversibile se non viene utilizzata per aprire la strada alla costruzione della democrazia internazionale. Infatti, in una prospettiva di mantenimento indefinito dell’anarchia internazionale, le divergenze inevitabili fra gli Stati, risolvibili in ultima analisi solo con il ricorso alle prove di forza, producono periodicamente fasi di acuta tensione e di conseguente accelerazione della corsa agli armamenti. Questo andamento ciclico potrà essere interrotto definitivamente solo dalla creazione di un governo democratico mondiale. Anche se questo traguardo è certamente assai lontano, occorre tenere presente che, come l’avvio dell’unificazione europea ha permesso di ottenere le prime forme di politica europea e la fine della rivalità militare fra i vecchi Stati nazionali dell’Europa occidentale, allo stesso modo, con l’avvio della creazione di un governo mondiale, si potranno ottenere le prime forme di politica mondiale e l’attenuazione, se non la fine, della rivalità militare fra tutti gli Stati. Questo effetto anzi potrebbe essere in parte già ottenuto da una seria politica di distensione e di limitazione degli armamenti, se la Comunità europea la accompagnasse fin dall’inizio con un appello solenne a favore della democrazia internazionale, manifestando la sua disponibilità a compiere i primi passi verso la limitazione della propria sovranità a vantaggio di organismi mondiali e proclamando di intendere la politica di distensione e di limitazione degli armamenti come preparatoria rispetto a questi.
Ciò premesso, la scelta della difesa territoriale può essere immediatamente valorizzata anzitutto sul terreno della riduzione degli armamenti convenzionali. Di fronte a una Comunità europea, che fosse in grado di difendersi efficacemente da un attacco convenzionale, ma nello stesso tempo strutturalmente incapace di attaccare e che inoltre avesse ottenuto il rimpatrio dei soldati americani presenti nel suo territorio, per l’URSS — che oltre tutto mancherebbe di validi argomenti per opporsi alla creazione di un esercito europeo con simili caratteristiche — sarebbe, in effetti, incomparabilmente più difficile di quanto non sia oggi rispondere negativamente a proposte di riduzioni sempre più sostanziali delle proprie armi d’attacco. E, se è vero che queste armi servono all’URSS, oltre che a fini di sicurezza nei confronti della NATO, anche per tenere sotto controllo le tendenze centrifughe nel proprio blocco, di fronte a un’Europa occidentale che non costituirebbe più oggettivamente una minaccia per la sicurezza sovietica, questa funzione latente del forte armamento sovietico, dotato di spiccate caratteristiche offensive, verrebbe così chiaramente allo scoperto da diventare sempre meno sostenibile. Pertanto sarebbe aperta la strada alla realizzazione di progressi decisivi nella riduzione degli armamenti convenzionali e, cosa estremamente importante, si potrebbero ottenere i primi significativi successi in questa direzione già nella fase di transizione dall’attuale struttura difensiva europea a quella di tipo territoriale.[18]
Progressi altrettanto importanti potrebbero d’altro canto essere ottenuti sul terreno della limitazione delle armi nucleari. Rimanendo all’essenziale, si può a questo proposito anzitutto ricordare che, con una Comunità europea che affidasse la sua difesa, invece che alle armi nucleari tattiche e strategiche (comprese quelle euro-strategiche) americane, esclusivamente all’arsenale nucleare franco-britannico europeizzato e perfezionato nel senso sopra indicato, si potrebbero ottenere dall’URSS — che anche in questo caso avrebbe assai minori argomenti per opporsi a un esercito europeo fornito anche di armamento nucleare — limitazioni sostanziali delle proprie armi nucleari rivolte verso l’Europa occidentale. Infatti questo armamento è ora giustificato nelle sue attuali dimensioni quantitative e qualitative dall’esigenza di equilibrare le forze nucleari americane stanziate in Europa, oltre che quelle europee. Inoltre potrebbe essere portato avanti in termini rapidi e concreti il discorso sulla creazione in Europa di zone denuclearizzate sempre più ampie ed estensibili tendenzialmente all’intero territorio dell’Europa occidentale e di quella orientale e a quasi tutto il territorio della Russia europea: una simile evoluzione, infatti, coinciderebbe con l’interesse europeo a non avere basi nucleari in territori densamente popolati — i quali sono perciò un bersaglio di possibili attacchi nucleari preventivi — e a basare la dissuasione esclusivamente sui missili lanciati dai sottomarini.[19] Questo discorso, al di fuori della prospettiva di un’Europa unita e capace di autonomia difensiva nei termini indicati, è invece puramente velleitario o equivalente all’opzione nel senso del disarmo unilaterale. Più in generale, un’Europa occidentale non più soggetta alla protezione nucleare americana, ma fornita di un’adeguata capacità dissuasiva nei confronti dell’URSS, avrebbe l’autonomia (dovuta ovviamente anzitutto al fatto di aver completato la sua unità) necessaria per partecipare efficacemente alle trattative sulla riduzione degli arsenali strategici americano e sovietico. In queste trattative l’Europa dovrebbe coinvolgere la Cina, che ha interessi fortemente convergenti con i suoi, e potrebbe farsi portavoce delle richieste di disarmo provenienti dai paesi non allineati.
Queste possibilità di operare efficacemente a favore della riduzione degli armamenti convenzionali e nucleari appaiono in tutta la loro pienezza se si tiene presente l’influenza decisiva che una Comunità europea, che completasse l’integrazione economica e ottenesse l’autonomia difensiva con le caratteristiche sopraindicate, potrebbe esplicare a favore di una ripresa e di uno sviluppo duraturo della distensione fra Est e Ovest. Tralasciando in questa sede di riproporre il discorso complessivo altrove ampiamente sviluppato[20] sul nesso fra completamento dell'unità europea, superamento del bipolarismo e distensione, mi limito a richiamare l’attenzione sulle implicazioni assai rilevanti, nel contesto dell’analisi qui svolta, che un’evoluzione della Comunità nel senso indicato avrebbe sulle propensioni distensive dell'URSS e degli USA.
 Per quanto riguarda l'URSS, se è innegabile che esistono in essa tendenze favorevoli alla distensione, è difficile non riconoscere che queste sarebbero favorite da una situazione in cui l'Europa occidentale non fosse più la punta avanzata del blocco occidentale dominato dagli USA,[21] bensì un’entità autonoma in grado di difendersi efficacemente, ma non di aggredire. In una simile situazione le condizioni di sicurezza esterna dell’URSS migliorerebbero, in effetti, in modo così sostanziale da togliere alla sua classe dirigente un argomento decisivo a favore di una politica — di cui sono evidenti le conseguenze anti-distensive — di crescenti impegni sul piano degli armamenti e di crescenti interventi di tipo imperiale su scala mondiale, i quali oltre tutto pesano enormemente sul tenore di vita già assai basso della popolazione sovietica. D’altro canto il rafforzamento delle tendenze distensive che in tal modo si verificherebbe, esplicherebbe a sua volta una influenza assai positiva sul rafforzamento delle tendenze pure esistenti in URSS, favorevoli al superamento degli aspetti autoritari del regime sovietico. È difficile, in effetti, negare che in un quadro di distensione crescente e di attenuazione sostanziale delle preoccupazioni per la sicurezza esterna la resistenza della classe dirigente di fronte alle richieste antiautoritarie che sempre più fortemente emergono nella società sovietica tenderebbe a indebolirsi.[22] E, se ciò è vero, è evidente che, con il manifestarsi di una seria tendenza alla liberalizzazione del regime sovietico, cadrebbe automaticamente un ostacolo decisivo che ha finora impedito all’URSS di accettare una liberalizzazione all’interno dei paesi satelliti dell’Europa orientale — poiché questa produrrebbe un contagio estremamente pericoloso per la stabilità di un regime sovietico che continui a conservare intatte le sue strutture autoritarie — e di accettare quindi il progressivo superamento dei rapporti di tipo imperiale con essi.[23] In tal modo verrebbe meno un fattore fondamentale che ha finora frenato lo sviluppo della distensione fra Est e Ovest e diventerebbe anche possibile passare dai puri rapporti commerciali a effettivi rapporti fra le società inquadrate dai due sistemi.[24]
Coloro, e sono molti, che guardano con scetticismo a questa prospettiva, negando la possibilità di una graduale evoluzione in senso liberale del regime sovietico — poiché il gruppo dominante nel partito unico che governa l’URSS non può essere disposto a rinunciare spontaneamente a un potere che non ha eguali nel mondo — e sostenendo che proprio per il suo carattere totalitario esso ha una tendenza organica a una politica estera di natura fortemente imperialistica, trascurano tre elementi.[25] In primo luogo, proprio in questo dopoguerra abbiamo assistito in Europa alla liberalizzazione senza processi violenti di regimi a partito unico di tipo fascista, quali quello spagnolo, portoghese e greco. In secondo luogo, il regime sovietico a differenza di quelli fascisti è fondato su di un’ideologia in cui hanno un posto centrale gli obiettivi della fratellanza universale e di una società in cui sia eliminata ogni forma di autoritarismo. Ciò significa che una prassi autoritaria all’interno e imperialistica all’esterno, mentre per un regime fascista è perfettamente convergente con la sua ideologia, è invece in contraddizione con i valori fondamentali dell’ideologia sovietica, e questa contraddizione apre oggettivamente alle tendenze liberalizzatrici spazi che tendono ad ampliarsi in un contesto di distensione e di maggiore sicurezza esterna. In terzo luogo, l’esperienza di questo dopoguerra dimostra che, nella fase ascendente del processo distensivo, si sono effettivamente verificate alcune attenuazioni della rigidezza del sistema sovietico che sarebbe poco obiettivo disconoscere.[26]
Se, dunque, una Comunità europea con le caratteristiche indicate potrebbe rafforzare in modo decisivo le propensioni distensive dell’URSS, con le decisive implicazioni in termini di liberalizzazione del suo regime che ne deriverebbero, un’influenza ancor più rilevante e immediata si manifesterebbe evidentemente rispetto alle propensioni distensive americane. Un’Europa occidentale capace di difendersi con le proprie forze, da un lato, significherebbe un automatico decisivo rafforzamento della sicurezza americana — venendo meno la prospettiva di dover rischiare uno scontro nucleare con l’URSS per bloccare un suo attacco convenzionale in Europa —; dall’altro lato, affrancherebbe gli USA dall’impegno politicamente ed economicamente assai pesante di dover garantire la protezione militare di una zona del mondo fornita di potenzialità economiche e tecnico-scientifiche superiori a quelle americane. Ciò si tradurrebbe chiaramente in un immediato e decisivo vantaggio per le tendenze esistenti negli USA che sono sempre più critiche della politica imperiale svolta da questo paese e che, nel quadro di una società democratica come quella americana, possono influenzare in senso distensivo la condotta del governo in termini incomparabilmente più efficaci di quanto non possa avvenire nell’URSS. D’altronde non va dimenticato che l’appoggio decisivo fornito dagli americani all’avvio del processo di integrazione europea aveva tra le sue motivazioni principali proprio l’esigenza di eliminare in Europa occidentale un vuoto di potere che avrebbe altrimenti richiesto uno sforzo militare da parte americana pericoloso sia per le sue negative influenze sulle tradizioni liberaldemocratiche di questo paese, sia per le propensioni imperiali che avrebbe fatalmente alimentato. In questo contesto non va inoltre dimenticata la tendenza americana a subordinare la problematica dei rapporti Nord-Sud a quella dei rapporti Est-Ovest: ciò significa, concretamente, l’appoggio ai regimi anche più reazionari, purché antisovietici e anticomunisti, il che contribuisce a sua volta ad accentuare l’instabilità nel Terzo mondo e quindi a favorire gli interventi sovietici con le ben note negative conseguenze sul processo di distensione. Questa tendenza potrebbe invece essere assai più facilmente contrastata in una situazione di sostanziale attenuazione delle preoccupazioni per la propria sicurezza nei confronti dell’altra superpotenza.[27]
 
4. — Dalla difesa territoriale alla difesa nonviolenta e al trasferimento graduale delle armi nucleari all’ONU.
Precisate le possibilità di efficaci iniziative sul piano della riduzione degli armamenti e della distensione che avrebbe un’Europa occidentale unita e autonoma nei termini sopraindicati, si tratta ora di chiarire come, su tale base, si possa incominciare a costruire in modo concreto la democrazia internazionale sul terreno militare. Premesso che progressi su questo terreno saranno possibili solo se accompagnati da paralleli progressi sul terreno economico, che in questa sede non sono oggetto di esame, e che d’altra parte si può per ora solo cercare di delineare delle ipotesi di lavoro molto generali, riteniamo che diventerebbe anzitutto possibile, nel quadro sopra delineato, affrontare seriamente il passaggio dalla difesa territoriale alla difesa nonviolenta.[28]
In termini molto sintetici, questo tipo di difesa può essere descritto sulla base delle seguenti tre caratteristiche. In primo luogo, con la difesa nonviolenta si mira a dissuadere il potenziale aggressore, facendogli chiaramente capire che con l’invasione del territorio di uno Stato capace di organizzare efficacemente una simile difesa esso si troverebbe a fronteggiare forme così compatte di disobbedienza civile, di sabotaggio della produzione e in generale di non collaborazione, da rendere i costi dell’invasione nettamente superiori ai vantaggi soprattutto economici che se ne potrebbero trarre. In secondo luogo, l’adozione di questo tipo di difesa è inteso a spingere gli altri Stati a muoversi nella stessa direzione, facendo leva sulle loro opinioni pubbliche, le cui spinte a favore del disarmo sarebbero rafforzate in modo decisivo da un simile comportamento esemplare, di fronte al quale anche la conservazione di strutture militari puramente difensive apparirebbe sempre più priva di giustificazioni oggettive. Infine, nel caso che un’invasione dovesse ciò nonostante aver luogo, si fa conto sulla possibilità che nelle truppe occupanti si sviluppi una contestazione della politica aggressiva dei propri governanti, la quale apparirebbe priva di qualsiasi giustificazione nei confronti di un popolo che rinuncia a rispondere alla violenza con la violenza.
Questo tipo di difesa rappresenterebbe evidentemente un mutamento qualitativo, rispetto alle forme tradizionali di difesa, nettamente più avanzato di quello rappresentato dalla difesa territoriale, poiché si realizzerebbe in tal modo una difesa non solo al di là del principio dell’equilibrio, ma al di là della stessa guerra. Ed è chiaro che se l’adozione della difesa nonviolenta da parte di un grande Stato come la Comunità europea producesse effetti imitativi nelle massime potenze, incomincerebbe in termini concreti la transizione dal sistema internazionale fondato sulla guerra a quello fondato sulla pace. Tra l’altro, le risorse economiche e finanziarie enormi che un tale sviluppo renderebbe disponibili permetterebbero di fare passi avanti rapidi e decisivi verso il superamento del divario Nord-Sud e quindi la realizzazione della giustizia internazionale, con le evidenti implicazioni in termini di attenuazione delle tensioni e dei conflitti che travagliano il mondo.
Se ciò è chiaro, si deve d’altra parte riconoscere che l’opzione della difesa nonviolenta, che taluni esponenti del movimento per la pace ritengono possa costituire fin da oggi un’alternativa politica concreta, ha in realtà la sua premessa insostituibile negli sviluppi indicati nel precedente capitolo.
In effetti, in una situazione di tensione crescente fra URSS e USA e di corsa esasperata agli armamenti, ciascuna delle superpotenze è spinta oggettivamente a cogliere ogni opportunità di rafforzarsi a spese dell’altra. Pertanto, nel caso di una crisi grave che metta in serio pericolo la sua posizione di potere e quindi la sua sicurezza l’URSS non si lascerebbe certo scappare l’opportunità di rafforzarsi in modo decisivo che le offrirebbe la possibilità di occupare senza colpo ferire l’Europa occidentale. Il fatto è che quando è in gioco la difesa di interessi vitali in un mondo che, oltre a essere strutturalmente anarchico, si trova anche in una fase di forti tensioni, non sarebbe certo la considerazione degli eccessivi costi economici derivanti dalla non-collaborazione del paese occupato a frenare un’azione di forza. In sostanza, permanendo il quadro attuale dei rapporti internazionali, la difesa nonviolenta altro non sarebbe che un disarmo unilaterale.[29]
D’altra parte anche la speranza nella possibilità che le opinioni pubbliche degli altri Stati impongano ai loro governi una politica di disarmo, facendo leva sulla scelta europea della difesa nonviolenta, è destinata a rimanere un’illusione in un contesto caratterizzato da forti tensioni e pericoli di gravi crisi, poiché una simile situazione rafforza la capacità dei governi di ottenere il consenso a una politica di corsa agli armamenti. Inoltre, finché rimangono sostanzialmente intatte le caratteristiche autoritarie del regime sovietico, l’influenza dell’opinione pubblica sul governo non può che essere assai debole, e d’altra parte, la rinuncia a una imponente struttura militare significherebbe per il gruppo dominante nel partito unico rinunciare a un puntello fondamentale del proprio potere, il che implica una resistenza insuperabile nei confronti di richieste di passaggio alla difesa nonviolenta. Certo, questa situazione rappresenta un ostacolo di grande rilevanza anche rispetto alle richieste di sostanziali diminuzioni degli armamenti e di passaggio a una struttura militare puramente difensiva. Ma ci sarebbero comunque concrete chances di superare tale ostacolo nel quadro indicato nel precedente capitolo, poiché in ogni caso questi sviluppi non significherebbero l’eliminazione delle forze armate. D’altronde l’esperienza della Jugoslavia, dell’Albania e, con le dovute distinzioni, della Cina e del Vietnam, dimostra che la difesa di tipo territoriale è compatibile con i regimi a partito unico.
Occorre poi tener presente che una simile opzione da parte degli Stati dell’Europa occidentale e della stessa Comunità europea (e lo stesso discorso varrebbe per gli altri Stati verso i quali dovrebbe manifestarsi l’effetto imitativo di questa opzione) si scontrerebbe con resistenze fortissime provenienti dagli interessi legati all’industria degli armamenti e dal personale militare professionale, che dovrebbe cambiare mestiere e status. Ciò comporta che il passaggio preliminare dalla difesa tradizionale alla difesa territoriale appare con ogni evidenza una tappa ineliminabile in direzione della difesa nonviolenta. In tal modo si realizzerebbe infatti un gradualismo nel processo di smilitarizzazione della società e dello Stato che renderebbe assai più facile superare le resistenze suddette.[30] Infatti con la difesa territoriale inizierebbe, ad esempio, in modo non traumatico sia la riconversione dell’industria bellica, che dovrebbe orientarsi verso armi puramente difensive, sia la riqualificazione dei militari di professione, che incomincerebbero già ad assumere importanti compiti nel campo della protezione civile, della salvaguardia dell’ambiente naturale, etc.
C’è infine da considerare il nesso, di importanza decisiva, fra difesa nonviolenta e democrazia partecipativa. Questo nesso, che implica pure il passaggio attraverso la fase intermedia della difesa territoriale, verrà esaminato nel prossimo e ultimo capitolo, dove si tratterà del rapporto fra difesa territoriale e democrazia partecipativa.
L’altro passo fondamentale (e che dovrebbe pure vedere la Comunità europea all’avanguardia) nell’avvio della costruzione sul terreno militare della democrazia internazionale, che diventerebbe possibile entro il quadro delineato nel precedente capitolo e che dovrebbe procedere parallelamente all’avvio verso la difesa nonviolenta, è il progressivo trasferimento delle armi nucleari, e quindi della tecnologia nucleare, sotto il controllo dell’ONU: un processo che ovviamente non potrebbe andare disgiunto da una parallela, graduale creazione di forze mondiali di polizia a disposizione dell’ONU. Che un simile passo sia concepibile solo in un contesto di avanzata e duratura distensione e dopo che siano già state realizzate sostanziali riduzioni delle armi convenzionali e nucleari non richiede di essere dimostrato. Piuttosto si deve sottolineare che entro questo contesto la possibilità (che le classi dirigenti considerano oggi pura utopia) di avviare effettivamente la costruzione di un’autorità mondiale, che elimini la minaccia nucleare gravante sulle sorti dell’umanità, ha una base oggettiva nel fatto che l’equilibrio del terrore (strutturalmente precario come ogni equilibrio di potenza) è destinato, anche in un quadro di distensione, a diventare sempre più precario e sempre meno in grado di escludere la prospettiva dell’olocausto.
Anzitutto, l’inarrestabile progresso scientifico e tecnologico offre la possibilità di costruire armi nucleari (e pure batteriologiche e chimiche) sempre più precise, sempre più miniaturizzabili e quindi sottraibili ai controlli, le quali, implicando la possibilità (o l’illusione, ma sono proprio state le illusioni nate da errori di calcolo a produrre terribili catastrofi nella storia) di disarmare l’avversario con un attacco preventivo, mettono sempre più in crisi il principio della mutua distruzione garantita, su cui si fonda appunto l’equilibrio del terrore.[31] E quindi occorre osservare che, al di là delle conseguenze del progresso scientifico e tecnologico, la spinta alla ricerca di armi che permettano non solo di dissuadere da una guerra nucleare, ma anche di vincerla ha la sua radice oggettiva nel fatto che, se non si crea un’autorità democratica mondiale capace di risolvere pacificamente i conflitti (così come avviene all’interno di uno Stato), l’unico modo per risolverli effettivamente resta il ricorso alla prova di forza: ciò rende alla lunga incomprimibile la tendenza a uscire dalla situazione di stallo, dalla vera e propria prigione nucleare rappresentata dall’equilibrio del terrore, che lascia incancrenire tutti i problemi.[32] Questa tendenza, proprio perché rende sempre più concreta la prospettiva di uno scontro nucleare e quindi rende sempre più precaria la sicurezza delle stesse grandi potenze, è destinata ad aprire uno spazio politico effettivo alla lotta per la democrazia internazionale.
In secondo luogo, l’equilibrio del terrore, se ha potuto realizzare una certa stabilità in una situazione in cui solo le due superpotenze (e alleati da esse efficacemente controllati) disponevano di arsenali nucleari, è destinato a diventare sempre più ingestibile a causa della proliferazione inarrestabile — perché è illusorio pretendere di arrestare il progresso scientifico e tecnologico dell’Europa, della Cina e del Terzo mondo — delle armi nucleari. Basti pensare alle difficoltà crescenti che già oggi derivano alle trattative USA-URSS per il controllo e la riduzione delle armi nucleari dall’esistenza degli arsenali nucleari franco-britannico e cinese, e ci si può rendere conto che con lo sviluppo della proliferazione l’alternativa non solo più razionale, ma anche più realistica al sistema della deterrenza diventerà appunto la costruzione della democrazia internazionale.
Ovviamente la prospettiva di un trasferimento all’ONU delle armi nucleari e del controllo della tecnologia nucleare non può andare disgiunta dalla prospettiva di una seria riforma in senso democratico di questa organizzazione. Non si tratta soltanto di eliminare l’elemento autoritario e discriminatorio rappresentato dal diritto di veto riconosciuto ai membri permanenti del Consiglio di sicurezza. Si tratta altresì di creare un’assemblea mondiale direttamente eletta e di realizzare, con il sistema del bicameralismo federale, una ponderazione fra la rappresentanza proporzionale dei popoli e quella degli Stati, garantendo i diritti dei piccoli Stati (qui è evidente che la creazione di raggruppamenti regionali integrati in forme federali è la condizione decisiva per una efficace tutela delle esigenze dei piccoli Stati), ma eliminando nello stesso tempo l’assurdo per cui Stati di alcune decine di migliaia di abitanti hanno formalmente una rappresentanza identica a quella di Stati di centinaia di milioni di abitanti.[33]
 
5. — Difesa territoriale e democrazia partecipativa.
Chiarito il rapporto fra difesa territoriale e iniziativa europea in direzione della democrazia internazionale, occorre ancora esaminare, per avere un quadro completo delle implicazioni della difesa territoriale, il suo rapporto con lo sviluppo della democrazia partecipativa. Non essendo questa la sede in cui esaminare in modo specifico la problematica della democrazia partecipativa, è sufficiente, ai fini di questa analisi, puntualizzare le tesi di fondo a questo riguardo emerse nel dibattito interno al MFE.[34]
Nei termini più generali la democrazia partecipativa significa il graduale superamento della divisione strutturale, che caratterizza l’attuale esperienza della democrazia rappresentativa, fra governanti e governati. Questo problema è posto all’ordine del giorno della storia dal tendenziale superamento della lotta di classe e dalla transizione, che è ormai iniziata, alla società postindustriale fondata sul modo di produzione tecnico-scientifico, il quale ha nella scienza la sua fondamentale forza produttiva e implica quindi tendenzialmente il superamento della dicotomia fra lavoro ripetitivo e lavoro creativo e quindi fra dirigenti e diretti. Le istituzioni nel cui ambito la democrazia partecipativa si può sviluppare coincidono fondamentalmente con una articolazione federale dello Stato in cui le cellule primarie di esso sono costituite da comunità a misura umana (quartieri delle grandi città, piccole città, raggruppamenti di piccoli comuni) fornite di un’amplissima autonomia e capaci di eliminare al loro interno la divisione strutturale della popolazione in una classe politica professionale e in un elettorato, consentendo una rotazione nelle cariche che non escluda nessuno — il che implica evidentemente la tendenziale scomparsa della forma «partito» quale oggi conosciamo.
Questa struttura federale, articolantesi sulla base del principio di sussidiarietà dal quartiere agli organi soprannazionali, dovrebbe essere integrata: a) dalle elezioni a cascata (nel giro di pochi mesi passaggio, intervallato da poche settimane, dalle elezioni simultanee in tutte le comunità di base a quelle regionali, nazionali, soprannazionali), le quali dovrebbero rendere possibile la coincidenza della formazione della conoscenza e della formazione della volontà politica; b) dalla generalizzazione del bicameralismo federale a tutti i livelli, escluso quello della comunità di base; c) dal superamento del criterio settoriale di divisione delle competenze fra i vari livelli. Nel quadro di queste istituzioni dovrebbe diventare possibile la partecipazione di tutti alla formazione del piano, il quale, da una parte, dovrebbe avere le caratteristiche di una pianificazione globale e articolata (che coincide tendenzialmente con la politica del territorio e mira a sintetizzare le esigenze dello sviluppo economico con quelle della qualità della vita e quindi con le esigenze particolari e irripetibili di ogni comunità di base) e, dall’altra, dovrebbe avere carattere costituzionale, nel senso cioè di richiedere maggioranze di carattere costituzionale per la sua approvazione e l’attribuzione al potere giudiziario del ruolo di garante della sua esecuzione.
La democrazia partecipativa, si è precisato, potrà svilupparsi nella sua pienezza solo nel quadro della democrazia internazionale, che eliminerebbe radicalmente le implicazioni autoritarie della anarchia internazionale. D’altro canto deve essere integrata, per potersi realmente sviluppare fin dall’inizio, dalla democrazia militante, vale a dire dall’apprestamento di strumenti diretti a escludere dalla partecipazione al processo decisionale democratico (attraverso severissime sanzioni per i trasgressori) i nemici della democrazia, cioè tutti coloro che non si impegnano in modo rigoroso non solo a non praticare forme di violenza, ma neppure a predicarle — chiaro essendo che la predicazione della violenza come mezzo di azione politica è la premessa all’emergere di pratiche violente.
Ciò ricordato, è facile rendersi conto che lo sviluppo della democrazia partecipativa costituisce un presupposto indispensabile della realizzazione di una difesa di tipo territoriale, e ciò per due ragioni principali.
Anzitutto la difesa territoriale, proprio perché implica una fortissima autonomia del singolo combattente, proprio perché in essa la dicotomia dirigenti-diretti è fortemente attenuata,[35] presuppone l’esistenza di un personale fortemente motivato, in ogni caso decisamente più motivato rispetto al personale operante nel quadro della difesa tradizionale. Questa più forte motivazione può derivare appunto, oltre che dal fatto di difendere in modo diretto e immediato la comunità locale di appartenenza, essenzialmente dalla consapevolezza di difendere una più vasta comunità politica con cui ci si identifica profondamente poiché essa realizza le esigenze di partecipazione e quelle relative alla qualità della vita in misura ben più ampia di quanto non avvenga nell’attuale sistema politico. Ciò presuppone che a tutti venga garantito il diritto a un lavoro in cui gli aspetti alienanti vengano progressivamente eliminati, che il superamento degli squilibri territoriali, sociali e settoriali progredisca rapidamente, che il recupero dell’ambiente non resti solo una promessa, che la partecipazione politica si traduca sempre più in effettiva co-decisione e sempre meno in un fatto essenzialmente rituale: in sostanza, che i contenuti e le istituzioni della democrazia partecipativa comincino effettivamente a realizzarsi e che quindi su tale base si possa progressivamente superare l’apatia politica e l’egoismo corporativo e sradicare le forme di violenza ancora esistenti nella vita politico-sociale.[36]
L’individuazione di questo aspetto del rapporto fra democrazia partecipativa e difesa territoriale ci permette ora di chiarire che, se l’avvio alla democrazia partecipativa condiziona la realizzazione della difesa territoriale, occorre d’altro canto un grado molto avanzato di sviluppo della democrazia partecipativa per poter procedere verso la difesa nonviolenta. Perché questa sia in grado di dissuadere da una aggressione o di rendere insostenibile un’occupazione straniera, è indispensabile in effetti un grado avanzatissimo di compattezza della comunità politica in modo che nessun gruppo rilevante in essa sia spinto a sottrarsi all’impegno a non collaborare con l’aggressore. Il che implica chiaramente una identificazione di ciascuno con la comunità politica e, quindi, una disponibilità a subordinare l’interesse particolare e corporativo a quello generale che solo in un quadro di molto avanzata e radicata democrazia partecipativa è possibile ottenere.[37] Questa è un’ulteriore ragione per cui la difesa territoriale, connessa a un grado meno avanzato di democrazia partecipativa, deve precedere la difesa nonviolenta.
Al di là della questione decisiva della motivazione che deve animare i combattenti (ma anche la popolazione non combattente che deve fornire un contributo decisivo alla difesa) impegnati nella difesa territoriale, la democrazia partecipativa appare un presupposto della difesa territoriale anche perché le strutture istituzionali sopraricordate, e in particolare l’amplissima autonomia della comunità di base che esse comportano, sono palesemente un supporto operativo indispensabile di questo tipo di difesa. Se si tiene presente che esiste un sostanziale parallelismo fra la difesa territoriale, che è insieme una difesa globale[38] e articolata (poiché, da una parte, copre tutto il territorio, coinvolge organicamente la popolazione, è in grado di bloccare le infiltrazioni e le eventuali pratiche terroristiche attuate dai sostenitori dell’aggressore, e, dall’altra, si fonda su una forte autonomia attribuita alle piccole unità territoriali di combattimento, sia pure nel quadro di un coordinamento da parte dei comandi superiori), e la programmazione a sua volta globale e articolata, che è il contenuto fondamentale della democrazia partecipativa, si coglie in effetti con immediatezza visiva che le istituzioni necessarie per la seconda lo sono altresì per la prima.
Il rapporto così individuato fra difesa territoriale e democrazia partecipativa richiama in prima istanza l’attenzione su di una difficoltà di fondo destinata a ostacolare la scelta a favore di questo tipo di difesa. Oltre agli ostacoli connessi con la riconversione dell’industria bellica e con il riciclaggio dei militari di professione, ci sono infatti da superare le resistenze connesse con le implicazioni in termini di democrazia partecipativa. Proprio questo genere di difficoltà è una ragione decisiva per cui la difesa di tipo territoriale si è finora potuta introdurre in modo più o meno completo soltanto in piccoli Stati democratici, tipo Svezia, Austria, Svizzera (in cui, anche per l’esistenza di strutture federali, è più facile raggiungere l’indispensabile grado di compattezza politico-sociale e di identificazione con la comunità politica), o in Stati con caratteristiche autoritarie più o meno accentuate, tipo Jugoslavia e Albania (in cui la compattezza è ottenuta in gran parte con strumenti repressivi), o in processi rivoluzionari come quelli cinese e vietnamita, mentre non si sono ancora avute esperienze del genere in grandi Stati democratici. E d’altro canto questa difficoltà è una ragione ulteriore per cui solo in un quadro europeo si può realizzare una difesa territoriale efficace. Non si tratta soltanto di disporre delle dimensioni indispensabili per svolgere un ruolo internazionale autonomo da funzionalizzare alla costruzione della democrazia internazionale. Si tratta altresì di realizzare il quadro in cui sia possibile la ripresa economica e una transizione ordinata alla società postindustriale e in cui lo sviluppo in senso federale delle istituzioni comunitarie favorisca o rafforzi analoghi sviluppi all’interno degli Stati membri — tutte condizioni indispensabili a un effettivo sviluppo della democrazia partecipativa.
Se il rapporto difesa territoriale-democrazia partecipativa mette in luce in prima istanza una difficoltà, occorre d’altro canto essere consapevoli degli aspetti positivi che sono pure impliciti in questo rapporto.
Intanto occorre tenere presente che, se è reale il problema di superare i limiti dell’attuale difesa europea senza aumentare, ma anzi diminuendo le spese militari, se è vero che ciò può realizzarsi solo con il completamento dell’integrazione europea e con una difesa di tipo territoriale, se è vero d’altra parte che esistono sia una forte spinta in direzione di tale completamento, sia forti istanze pacifistiche che proprio nell’opzione per la difesa territoriale dell’Europa occidentale, con le implicazioni indicate, possono trovare un reale sbocco politico, ciò significa che questa opzione non corrisponde soltanto a una petizione di principio, ma che esistono fattori reali che possono controbilanciare gli ostacoli pur poderosi al suo affermarsi. Proprio per questo esiste un rapporto di reciproco condizionamento fra difesa territoriale e democrazia partecipativa, nel senso cioè che se, da una parte, la prima presuppone in ultima analisi lo sviluppo della seconda, dall’altra parte, le spinte autonome a favore della difesa territoriale operano anche a favore dello sviluppo della democrazia partecipativa (allo stesso modo che le spinte di origine puramente militare — la necessità di combattere ad armi pari contro la Francia rivoluzionaria — all’introduzione della coscrizione obbligatoria e di tattiche di combattimento più efficaci spinsero la Prussia dell’epoca delle guerre di liberazione ad importanti riforme). E in effetti il MFE, che vede nella democrazia partecipativa uno degli obiettivi fondamentali della sua lotta, deve vedere nella difesa territoriale una delle leve su cui agire per avvicinarsi a questo obiettivo, così come a quello della democrazia internazionale.
Oltre a questa considerazione si deve d’altro canto tenere presente — ricordando l’insegnamento di Monnet secondo cui le difficoltà per gli innovatori politici sono come le asperità per l’alpinista, cioè sono allo stesso tempo ostacoli e appigli a cui aggrapparsi per salire più in alto[39] — che il rapporto difesa territoriale-democrazia partecipativa, pur implicando sempre una grave difficoltà rispetto alla realizzazione della difesa territoriale, offre nello stesso tempo la chance di mobilitare a favore di questo obiettivo le forze crescenti che si impegnano a favore dei contenuti e delle istituzioni della democrazia partecipativa. È decisivo a questo riguardo che esse sappiano cogliere chiaramente questo rapporto. In questo contesto si possono sottolineare alcuni punti particolarmente importanti.
Così come dovrebbero farsi sostenitori della difesa territoriale coloro che vedono nella tutela e nel recupero dell’ambiente una fondamentale priorità (per la possibilità di valorizzare in modo sistematico per queste finalità l’organizzazione difensiva territoriale), altrettanto dovrebbero fare i sostenitori di un rafforzamento dell’autogoverno locale e, quindi, gli amministratori locali che intendono in modo serio e onesto il loro ruolo.
Lo stesso discorso dovrebbe valere per tutti coloro che combattono ogni forma di autoritarismo, nella misura in cui si rendano conto dei contenuti oggettivamente anti-autoritari della difesa territoriale. Basti pensare all’importanza decisiva, sotto questo aspetto, del superamento, implicito nella difesa territoriale, della rigida separazione fra esercito e società civile caratteristica delle strutture militari tradizionali e dei pericoli autoritari che inevitabilmente ne derivano. Se poi si pensa al problema, che è al centro del dibattito sulla democrazia partecipativa, dell’esigenza di sottoporre al controllo democratico della società processi di enorme portata prodotti dal progresso scientifico e tecnologico, che passano completamente al di sopra della testa degli uomini, anche in questo caso la difesa territoriale appare ricca di contenuti positivi. Un esempio per tutti: con essa verrebbe meno il meccanismo diabolico della risposta pressoché automatica con armi nucleari ad un attacco convenzionale, che implica l’alternativa fra olocausto e capitolazione, cioè una situazione che significa in ogni caso uno scacco alla volontà generale. Sarebbe un limitato, ma concreto passo avanti verso la situazione, realizzabile solo con la democrazia internazionale, in cui verrà eliminata alla radice la possibilità di decisioni imposte dai puri rapporti di forza fra gli Stati, invece che da un processo decisionale democratico, e che possono, con i moderni mezzi di distruzione, condurre in modo automatico alla estinzione dell’umanità.
Per queste ragioni la lotta a favore di una difesa territoriale dell’Europa è un momento della lotta per la democrazia partecipativa, così come per la democrazia internazionale.
Se quanto detto finora è plausibile, si deve, in conclusione, tenerne conto sia nel portare avanti il discorso federalista sul servizio civile, sia nel nostro dialogo con il movimento per la pace, avviato a partire dalla questione del rifiuto degli euromissili.


[1] Vanno tenuti presenti al riguardo soprattutto i seguenti testi: «Unire l’Europa per unire il mondo. Tesi per il X Congresso del MFE», in Il Federalista, XXII, 1980, 1-2; «La pace come obiettivo supremo della lotta politica», ibid., XXIII, 1981, 3-4; G. Montani, «Un governo mondiale per la pace e lo sviluppo: il ruolo dell’Europa», ibid., XXIV, 1982, 1; Id., «La cooperazione euro-africana e la lotta per la giustizia internazionale», ibid., XXIV, 1982, 4.
[2] Cfr. «La pace come obiettivo supremo della lotta politica», cit.
[3] Le tre opere da cui ho tratto i fondamentali elementi conoscitivi e importanti spunti di riflessione che sono alla base di questa analisi sono: R. Close, L’Europa senza difesa?, trad. ital. di D. Meneghini, Stem Mucchi, Modena, 1978 (le conclusioni principali di questo lavoro sono riassunte in R. Close, «La difesa dell’Europa», in Il Federalista, XXIII, 1981, 3-4); J. Löser, Weder rot noch tot. Überleben ohne Atomkrieg – eine sicherheitspolitische Alternative, con la collaborazione di O. Buchorn, R. Close, J. Goblirsch, G. Pfau, E. Wagemann, Olzog, München, 1981; A. Mechtersheimer, Rüstung und Frieden. Der Widersinn der Sicherheitspolitik, Wirtschaftsverlag Langen-Müller/Herbig, München, 1982. I due primi autori sono generali in pensione, mentre il terzo è uno dei più noti studiosi tedeschi dei problemi della pace e altresì un esponente di primo piano del movimento per la pace. In tutte e tre le opere, va precisato, mancano indicazioni sul problema della democrazia internazionale. Nel caso di Close e Löser ciò è dovuto al loro punto di vista ideologico che vede nel confronto fra democrazia e totalitarismo il problema centrale dell’attuale epoca storica e impedisce perciò di percepire con chiarezza che la pace è invece diventata l’obiettivo supremo della lotta politica. Mechtersheimer, in quanto pacifista, condivide invece ovviamente questa percezione, ma non ha alcuna consapevolezza — il che è per ora la regola per gli esponenti del movimento per la pace — degli aspetti istituzionali della democrazia internazionale.
[4] Questo problema era già stato chiarito molto lucidamente, nel controbattere la tesi dei sostenitori di una partecipazione sovietica alla federazione europea, da E. Rossi, «L’Europe de demain», in L’Europe de demain, edito dal Centre d’Action pour la Fédération européenne, La Baconnière, Neuchatel, 1945, pp. 53-57.
[5] Ciò spiega gli sforzi — inadeguati, dati i limiti dell’integrazione finora realizzata — della Comunità diretti ad attenuare le tensioni Est-Ovest e Nord-Sud. Cfr. in proposito: M. Alberini, «Distensione, multipolarismo e futuro dell’umanità», in Il Federalista, XXIII, 1981, 1; G. Montani, Il Terzo mondo e l’unità europea, Guida, Napoli, 1979; S. Pistone, «Il ruolo della Comunità europea di fronte all’attuale crisi internazionale», in Piemonteuropa, V, 1980, 1. Cfr. inoltre E.O. Czempiel, «Die Zukunft der atlantischen Gemeinschaft», in Aus Politik und Zeitgeschichte, Beilage Zur Wochenzeitschrift Das Parlament, 2 aprile 1983.
[6] Cfr. in proposito, oltre ai testi citati di Montani, A. Toledano Laredo, Intégration et démocratie, Editions de l’Université de Bruxelles, Bruxelles, 1982. Entrambi gli autori (il secondo riferendosi specificamente alla America Latina) sottolineano tra l’altro che la Comunità europea potrebbe, previo il completamento dell’integrazione, svolgere un ruolo decisivo a favore dello sviluppo economico-sociale e dell’evoluzione in senso democratico dei paesi del Terzo mondo, soprattutto favorendo i processi di integrazione regionale fra di essi.
[7] Oltre ai tre testi indicati nella nota 3 e alle ampie bibliografie in essi contenute, vanno tenuti presenti i seguenti altri testi:. G. Brossolet, Essai sur la non-bataille, Belin, Paris, 1975; H. Afheldt, Verteidigung und Frieden. Politik mit militärischen Mitteln, Hanser, München, 1976; C.F. von Weizsäcker, Wege in der Gefahr. Eine Studie über Wirtschaft, Gesellschaft und Kriegsverhütung, München, 1976; F. Barnaby - E. Boeker, Verteidigung ohne Kernwaffen, Meulenhoff Informatiev, Amsterdam, 1982.
[8] In termini molto generali il discorso sulla difesa territoriale dell’Europa fu già avviato dal generale Beaufre proprio negli anni dell’adozione della dottrina della risposta flessibile. Cfr. A. Beaufre, Dissuasion et stratégie, Colin, Paris, 1964, e L’Otan et l’Europe, Calman-Levy, Paris, 1966.
[9] Per questo la NATO non è disposta a impegnarsi a non usare per prima le armi nucleari, il che, anche se è chiaro che simili impegni non avrebbero un grande valore in caso di crisi gravissima, indebolisce la sua posizione nelle trattative Est-Ovest. Cfr. J. Löser, op. cit., pp. 54, 77-79.
[10] Oltre ai testi di Löser e Close, si veda in proposito il rapporto Klepsch sulla creazione di un’agenzia europea degli armamenti approvato a larga maggioranza del Parlamento europeo nel giugno 1978. Una sintesi di questo rapporto è pubblicata in Il Federalista, XXIII, 1981, 3-4.
[11] Sulla organizzazione della difesa territoriale in Svizzera e negli altri paesi europei che hanno adottato strutture difensive che si avvicinano a questo modello — in particolare: Albania, Yugoslavia, Austria, Svezia e Finlandia — si vedano: A. Roberts, Nations in arms. The theory and practice of territorial defence, Chatto-Windus, London, 1976; E. Spannocchi, Verteidigung ohne Selbstzerstörung e G. Brossolet, Das Ende der Schlacht, in Verteidigung ohne Schlacht, Ranser, München, 1976; D. Lutz e A. Grosse-Jütte (a cura di), Neutralität – eine Alternative? Zur Militär- und Sicherheitspolitik neutraler Staaten in Europa, Nomos, Baden-Baden, 1982; A. Grosse-Jütte - R. Jütte, «Neutralität und Blockfreiheit in Europa. Sicherheits- und Verteidigungspolitik in Vergleich», in Aus Politik und Zeitgeschichte, 7-5-1983. Circa l’esperienza cinese e vietnamita cfr.: W. Hahlweg, Lehrmeister des kleinen Krieges. Von Clausewitz bis Mao Tse-tung und Che Guevara, Darmstadt, 1978; E. von der Heydite, Der moderne Kleinkrieg, Würzburg, 1972; A. Rovighi, Il conflitto civile cinese 1945-1949. Esperienze di guerra rivoluzionaria, Pubblicazione della Scuola di guerra di Civitavecchia, Gaeta, 1979. Per quanto riguarda il dibattito in Italia sul tema della difesa territoriale si veda AA.VV., La difesa del territorio (Tavola rotonda promossa dall’ISTRID a Roma il 14 ottobre 1980), e AA.VV., Gli indirizzi della difesa italiana, Atti del convegno organizzato a Roma dall’ISTRID il 15 aprile 1982.
[12] Cfr. in proposito J. Löser, op. cit., p. 116, che fornisce in generale un quadro molto sistematico dei vantaggi della difesa territoriale.
[13] Soprattutto Afheldt, op. cit., e Mechtersheimer, op. cit., insistono su questo vantaggio economico connesso con la difesa territoriale. Il secondo svolge tra l’altro considerazioni illuminanti (pp. 161-187) sull’inutilità per una valida difesa europea del costosissimo aereo MRCA Tornado, che in realtà potrebbe essere utile solo come vettore di bombe nucleari.
[14] In proposito cfr. J. Löser, op. cit., pp. 155-171, 211-217.
[15] La famosa osservazione di Kant secondo cui l’equilibrio delle potenze inteso come garanzia di pace duratura assomiglia alla casa di Swift, «costruita secondo tutte le regole dell’equilibrio così perfettamente che, appena un passero vi si posava, subito essa crollava» (cfr. Sopra il detto comune: ‘questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica’ (1793), in I. Kant, Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, a cura di N. Bobbio, L. Firpo, V. Mathieu, UTET, Torino, 1965, p. 280), converge in effetti con la visione dei più seri studiosi della politica di potenza, secondo i quali la reale funzione dell’equilibrio delle potenze non è tanto l’impedire la guerra quanto piuttosto il garantire l’indipendenza degli Stati contro il pericolo di un impero universale. Cfr. in particolare L. von Ranke, Le grandi potenze (1833), in S. Pistone (a cura di), Politica di potenza e imperialismo, F. Angeli, Milano, 1973.
[16] Esiste ovviamente un problema, che in questa sede può essere solo accennato, di difesa degli interessi europei al di fuori del continente, in particolare di garantire il rifornimento delle materie prime essenziali (specialmente il petrolio) provenienti dal Terzo mondo. Va premesso che la risposta a questo problema è fondamentalmente politica, che si tratta cioè di realizzare un disegno di grande respiro diretto ad avviare questa zona del mondo verso una crescente stabilità, favorendo il suo sviluppo economico-sociale. Nella misura in cui, tuttavia, anche una politica europea fortemente progressista verso il Terzo mondo non potrà fare a meno in casi estremi di interventi di tipo militare, l’Europa, se non vorrà limitarsi ad accodarsi alla politica americana, dovrà avere a disposizione alcune unità adatte a compiti militari al di fuori del suo territorio e composte di soldati di professione. Si tratterà perciò di integrare a livello europeo le unità di questo genere (che costituirebbero comunque una parte assai piccola nel complesso della struttura militare europea e non avrebbero quindi alcuna possibilità offensiva nel teatro europeo) che i singoli Stati nazionali già possiedono e di integrare ovviamente le loro marine e l’aviazione da trasporto e da combattimento necessarie per gli impegni fuori dell’area europea. Anche Mechtersheimer, op. cit., p. 225, sostiene la necessità di disporre di alcune unità di questo genere. Cfr. inoltre E.O. Czempel, Die Zunkunft der atlantischen Gemeinschaft, cit., ove si ricorda tra l’altro (p. 16) che secondo il libro bianco sulla difesa pubblicato dal governo conservatore nel 1980 la stabilizzazione del Terzo mondo come strumento per impedire gli interventi sovietici in esso, pur non escludendo la necessità occasionale di misure militari, deve di regola realizzarsi tramite un più ampio aiuto allo sviluppo.
[17] L’opzione a favore di un sistema missilistico basato esclusivamente sui sottomarini è sostenuta con particolare calore da C.F. von Weizsäcker, op. cit., e «Gefahren der Rüstung in den achtziger Jahren – Europa und das Raketengleichgewicht», in Die Zeit, 16-11-1979. In quest’ultimo scritto tale opzione è sostenuta come alternativa alla decisione della NATO del 1979 sull’installazione dei Cruise e dei Pershing II in Europa. Sostanzialmente d’accordo con questa posizione sono Löser, op. cit., pp. 61-62 e Mechtersheimer, op. cit., pp. 100-101.
[18] Le possibilità di trattative fruttuose sulla riduzione degli armamenti convenzionali connesse con l’opzione della difesa territoriale sono sottolineate sia da Close e Löser che da Mechtersheimer. I primi due sono però più cauti al riguardo poiché sono piuttosto scettici, a differenza di Mechtersheimer, sulla possibilità che l’Europa occidentale possa fare abbastanza presto a meno della presenza dei soldati americani.
[19] Appunto per questo il discorso sulla creazione di zone denuclearizzate in Europa è sviluppato con particolare insistenza da von Weizsäcker, da Mechtersheimer e da Löser.
[20] Si veda in particolare il rapporto di M. Albertini al Comitato federale dell’UEF del 10-11 marzo 1979, in Il Federalista, XXI, 1979, 2.
[21] Con un’Europa unita e fornita di autonoma capacità difensiva è destinata evidentemente a scomparire la NATO in quanto blocco militare integrato ed egemonizzato dagli USA. Non verrà invece meno l’esigenza di mantenere un'alleanza in condizioni di parità fra la democrazia europea e la democrazia americana fino a quando non si sarà avviata la liberalizzazione del regime sovietico e sarà pertanto possibile iniziare la costruzione della democrazia internazionale.
[22] Su questo punto e in generale su una politica europea diretta al superamento dei blocchi sono molto valide le considerazioni di Mechtersheimer, op. cit., p. 189 sgg. Il limite di fondo di questo autore è di non capire la necessità del completamento dell'integrazione europea perché l'Europa occidentale possa svolgere una efficace politica di pace. Egli afferma in effetti che ai fini di un tale ruolo è sufficiente il rafforzamento della cooperazione politica europea e che d’altra parte la creazione di un vero e proprio Stato europeo farebbe nascere in esso la tentazione di svolgere una politica di potenza analoga a quella delle superpotenze (cfr. ibid., p. 240 sgg.). In tal modo dimostra, da una parte, di non capire che l'alternativa al completamento dell'integrazione è oggi la dissoluzione della Comunità e, dall’altra, di non cogliere in modo adeguato la presenza nell’Europa occidentale di tendenze strutturali contrarie a una politica da superpotenza.
[23] Cfr. in proposito «Nota sulla Polonia», in Il Federalista, XXII, 1980, 4 e L. Levi, «La libertà della Polonia e l'indipendenza dell'Europa», in Piemonteuropa, VI, 1981, 4.
[24] Va qui osservato che solo nel quadro di una distensione più duratura fondata su di un’Europa occidentale unita e autonoma verrebbe meno la strutturale precarietà della posizione di Berlino Ovest, sia perché azioni di forza sovietiche a questo riguardo diventerebbero sempre più difficili e tendenzialmente impossibili, sia perché con il completamento dell’unificazione europea cadrebbe in modo definitivo la rivendicazione ufficiale da parte del governo di Bonn della ricostituzione dello Stato nazionale tedesco con Berlino capitale, la quale rivendicazione continua, anche dopo la Ostpolitik, a costituire un ostacolo all’approfondimento dei rapporti fra le due Germanie e le due Europe. In proposito va anche detto che fin d’ora un governo tedesco disposto a perseguire una più risoluta politica di unificazione europea e nello stesso tempo una più efficace politica di distensione dovrebbe avere il coraggio di sostenere ufficialmente la prospettiva di uno Stato tedesco-orientale che continui a esistere anche dopo la liberalizzazione dei paesi dell’Est e il superamento del blocco orientale, e che possa aderire alla Comunità europea, mantenendo la sua identità statale. Al riguardo cfr. E. Schulz, Die deutsche Nation in Europa, Europa-Union Verlag, 1982, le cui tesi essenziali sono analizzate e commentate in S. Pistone, «Riunificazione tedesca e unificazione europea», in Il Federalista, XXIV, 1982, 4.
[25] Un orientamento di questo genere è constatabile ad esempio nel volumetto di K. Kaiser, C. Merlini, T. de Montbrial, W. Wallace, E. Wellenstein, La Comunità europea al bivio. Progresso o declino, Palombi, Roma, 1983. Questi autori non credono alla prospettiva di un superamento della protezione militare americana dell’Europa, sia perché sono scettici sulla possibilità di giungere a un completamento dell’integrazione europea, sia perché non percepiscono le possibilità decisive di evoluzione dell’URSS che un’Europa unita e autonoma potrebbe favorire. Questo è anche il limite del libro di Löser, che ha una visione statica della realtà sovietica condizionata da un’ideologia anticomunista rigida e schematica, e che proprio per questo è molto cauto riguardo alle prospettive di autonomia difensiva europea. Egli tuttavia riconosce in termini generali che in futuro l’Europa unita potrà svolgere un ruolo mediatore fra Est e Ovest e fra Nord e Sud. Cfr. op. cit., pp. 75-76.
[26] Con il raggiungimento dell’unità completa e dell’autonomia la Comunità potrebbe sviluppare in modo grandioso i rapporti economici con l’URSS senza correre alcun pericolo di finlandizzazione. Ma in tal modo potrebbe influenzare con notevole efficacia l’evoluzione del blocco sovietico, poiché questi rapporti hanno un’importanza decisiva ai fini dello sviluppo economico dell’URSS.
[27] E a ciò potrebbe contribuire in modo decisivo un rafforzamento della politica verso il Terzo mondo da parte della Comunità, la quale già oggi propone un’alternativa alla politica americana, che è assai debole, dati i limiti attuali della costruzione europea, ma che indica comunque una tendenza convergente con gli orientamenti delle correnti progressiste americane.
[28] Sulla difesa nonviolenta (in inglese «Civilian defence» o «Civilian-based defence» e in tedesco «Soziale Verteidigung») si vedano: A. Roberts (Ed.), The strategy of civilian defence. Non-violent resistance to aggression, Faber & Faber, London, 1967; A. Boserup - A. Mack, Krieg ohne Waffen? Studie über Möglichkeiten und Erfolge sozialer Verteidigung, Rowohlt, Reinheck, 1974; T. Hedtjärn - B. Hoglund - A. Liedden, Verteidigung ohne Krieg. Die skandinavische Alternative, Hammer, Wuppertal, 1974; M. Bisig - R. Epple, Soziale Verteidigung. Eine gewaltfreie Alternative zur militärischen Verteidigung der Schweiz, Zürich, 1976; T. Ebert, Soziale Verteidigung, Waldkircher Verlagsges., Waldkirchen, 1981. Cfr. anche gli articoli su questo tema di J. van Lierde, G. Sharp e T. Ebert in Azione nonviolenta, luglio-agosto 1981. Si deve qui ricordare che considerazioni di carattere piuttosto generale a favore di una difesa nonviolenta (di una «resistenza passiva») da parte dei paesi dell’Europa occidentale nel caso di una invasione da parte sovietica erano già contenute in G.F. Kennan, Russia, the Atom und the West: The BBC Lectures 1957, Oxford University Press, London, 1958 e ancora più chiaramente in S. King-Hall, Defence in the Nuclear Age, Gollancz, London, 1959. Cfr. in proposito P.M.S. Blackett, Le armi atomiche e i rapporti fra Est e Ovest, Einaudi, Torino, 1961, pp. 193-212.
[29] Si veda in proposito l’ottimo saggio di D. Frei, «Friedenssicherung durch Gewaltverzicht?», in Aus Politik und Zeitgeschichte, 16 aprile 1983, il quale mette in luce i limiti della difesa nonviolenta nel quadro di una più ampia analisi critica delle proposte imperniate su varie forme di disarmo unilaterale. Questa analisi si conclude con l’affermazione che la pace può essere raggiunta solo creando istituzioni mondiali in grado di risolvere pacificamente i conflitti così come avviene all’interno degli Stati. Frei peraltro non fornisce indicazioni circa la possibilità di realizzare la difesa nonviolenta, nel quadro delineato nel terzo capitolo di questo scritto, come momento nel processo di costruzione della democrazia internazionale. Dello stesso autore si veda anche Internationale Zusammenarbeit, Königstein, 1982.
[30] Sulla difesa territoriale come tappa in direzione della difesa non violenta si veda, oltre a Mechtersheimer, op. cit., pp. 225-226 (nella bibliografia ragionata annessa a questo libro e curata da E. Schedone si osserva tra l’altro, a p. 275, che la possibilità di una combinazione fra difesa senza armi e difesa territoriale non è ancora stata studiata adeguatamente), T. Ebert, Demokratische Sicherheitspolitik. Von der territorialen zur sozialen Verteidigung, München, 1974. In generale sul riciclaggio dei militari di professione da compiti militari a compiti civili si veda M. Janowitz, The professional soldier. Epilogue: toward the constabulary concept, New York-London, 1971.
[31] Tra l’altro il processo di crescente «militarizzazione» delle armi nucleari (nel senso che, diventando i missili sempre più precisi, come nel caso degli SS 20, dei Pershing II e dei Cruise, le armi nucleari si trasformano da armi da secondo colpo, dirette cioè a dissuadere dall’attacco nucleare e quindi di natura essenzialmente «politica», in armi da primo colpo, dirette cioè a disarmare l’avversario, e quindi a condurre effettivamente, con speranze, o illusioni, di vittoria, una guerra nucleare) rende sempre più concreto il pericolo di una guerra per errore. Infatti, nella misura in cui entra in crisi il principio della mutua distruzione garantita, nel caso di segnalazione di attacchi da parte dei sistemi elettronici di allarme si sarà sempre meno indotti a pensare a un errore degli strumenti (e questi errori sono piuttosto frequenti) e sempre più indotti a considerare la segnalazione corrispondente alla realtà. Ciò tanto più che con missili sempre più veloci (ad esempio i Pershing II impiegherebbero fra i 5 e gli 8 minuti per arrivare dall’Europa occidentale alla Russia europea) si avrà sempre meno tempo a disposizione per decidere, e si dovrà addirittura ricorrere a strumenti di risposta automatica (prima ancora cioè che i missili avversari giungano a destinazione e impediscano così il secondo colpo) ad attacchi avversari, per cui una segnalazione, esatta o erronea, dei sistemi di allarme farà scattare la risposta indipendentemente da una decisione umana. Cfr. in proposito Mechtersheimer, op. cit., p. 34.
[32] Mechtersheimer (op. cit., p. 31 sgg.), mentre coglie assai bene il carattere oggettivo della spinta a evadere dalla prigione nucleare con la militarizzazione delle armi nucleari, non indica purtroppo con altrettanta chiarezza la democrazia internazionale come alternativa a questa situazione.
[33] In effetti il boicottaggio da parte delle grandi potenze della convenzione dell’ONU sul diritto del mare (che definisce i fondi degli oceani «patrimonio comune dell’umanità»), se si fonda essenzialmente su considerazioni egoistiche, trova d’altra parte qualche giustificazione sui limiti di questo tipo di procedura decisionale. Cfr. in proposito, oltre a G. Montani, «Un governo mondiale per la pace e lo sviluppo: il ruolo dell’Europa» cit., e «La cooperazione eurafricana e la lotta per la giustizia internazionale» cit.; Y. Rebeyrol, «La convention sur le droit de la mer va être adoptée», in Le Monde, 4-12-1982; W. Vitzhum - R. Platzoder, «Pro und contra Seerechtskonvention 1982», in Europa Archiv, XXXVII, 1982, 19; R. Wolfrum, «Die Bundesrepublik Deutschland und die Seerechtskonvention. Das für und wider einer Zeichnung», in Europa Archiv, XXXVIII, 1983, 3; J. Temple Swing, «Der neue Kurs der Vereinigten Staaten in der Seerechtspolitik. Der Wandel der amerikanischen Politik und seine Auswirkungen », ibid. In generale sul problema della riforma dell’ONU si veda L. Perillier e J.J.L. Tour, Le Mondialisme, collana Que sais-je?, PUF, Paris, 1977.
[34] Si vedano in particolare: M. Albertini, «Il modo di produzione post-industriale e la fine della condizione operaia», in Il Federalista, XVIII, 1976, 4; Id., «Discorso ai giovani federalisti», in Il Federalista, XX, 1978, 2-3; F. Rossolillo, «Implicazioni istituzionali della problematica del territorio nell’attuale situazione dell’Europa occidentale», in Il Federalista, XIX, 1977, 3; Id., Città, territorio e istituzioni nella società postindustriale, Guida, Napoli, 1983; G. Montani, «Rivoluzione scientifica e società post-industriale», in Il Federalista, XXI, 1979, 1; «Per un servizio civile europeo», in Il Federalista, XXI, 1979, 3-4; L. Levi, «Riconversione produttiva, occupazione e nuovo modello di sviluppo», fascicolo n. 15 della collana I problemi della lotta politica nella società moderna edita dal CESFER, 1979; Id., «Politica dell’occupazione e Agenzia europea del lavoro», in Il Federalista, XXII, 1980, 4; A. Spinelli, PCI, che fare? Riflessioni su strategia e obiettivi della sinistra, Einaudi, Torino, 1978; F. Spoltore, «Le ragioni morali e politiche del servizio civile», in Il Federalista, XXII, 1980, 3; T. Caizzi, «Nota sul servizio civile obbligatorio per le donne», in Il Federalista, XXII, 1980, 4; S. Pistone, «La partecipazione popolare alla lotta contro il terrorismo e l’impegno delle autonomie locali», in Piemonteuropa, V, 1980, 2; L. Levi e S. Pistone, «L’alternativa federalista alla crisi dello Stato nazionale e della società industriale», in Il Federalista, XXIII, 1981, 2; U. Serafini, Adriano Olivetti e il Movimento Comunità, Officina edizioni, Roma, 1982.
[35] Questo aspetto è chiarito molto bene da Löser, op. cit., p. 120 e sgg., 151 sgg., 186 sgg., il quale parla in proposito di passaggio dalla «Befehlstaktik» (tattica fondata sull’esecuzione degli ordini) alla «Auftragstaktik» (tattica fondata sull’esecuzione dei compiti).
[36] Che un modo di combattere che accentua la responsabilità individuale presupponga soldati caratterizzati da un forte spirito di dedizione alla Comunità, poiché essa viene ampiamente incontro alle loro aspirazioni civili, è stato d’altronde chiarito in modo esemplare dai grandi riformatori militari prussiani dell’epoca delle guerre antinapoleoniche, e cioè soprattutto da Boyen, Scharnhorst e Gneisenau, ai quali fa opportunamente riferimento Löser. In questa sede è interessante ricordare in particolare la loro affermazione che il passaggio, nel quadro dell’introduzione della coscrizione obbligatoria, alla tattica del combattimento sparso dei tiragliatori — che, a differenza della tattica settecentesca delle linee chiuse fondata sull’esecuzione meccanica degli ordini, implicava una forte autodisciplina e un forte senso di responsabilità — presupponeva l’emancipazione dalle servitù feudali e l’introduzione di riforme liberali. Cfr. in proposito H. Delbrück, Geschichte der Kriegskunst im Rahmen der politischen Geschichte, Berlino, 1920, 1962, vol. IV, pag. 457-484, 522-530. Cfr. inoltre S. Pistone, F. Meinecke e la crisi dello Stato nazionale tedesco, Giappichelli, Torino, 1969, pp. 97-128.
[37] Proprio perché la difesa nonviolenta presuppone una fortissima compattezza politico-sociale, taluni critici di essa temono che una società capace di un simile tipo di difesa non potrebbe avere carattere pluralistico. A questa opinione, espressa da D. Frei, Friedenssicherung durch Gewaltverzicht? cit., p. 13, e dal generale della Bundeswehr von Baudissin, Diskussionsvotum, in G. Krell - W. Damm, Abrüstung und Sicherheit, München, 1979, p. 112, si può rispondere che la costruzione della democrazia partecipativa è diretta a superare non il pluralismo, bensì la disgregazione corporativa.
[38] Questa definizione è contenuta in Löser, op. cit., p. 89.
[39] Cfr. J. Monnet, Cittadino d’Europa, Rusconi, Milano, 1978, p. 49.

 

 

 

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