IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno LXVII, 2025, Numero 2-3, Pagina 83

Unirsi o perire

La cruda realtà alla quale gli europei sono stati posti di fronte a partire dall’insediamento della nuova amministrazione americana è che non solo la Russia, ma anche gli Stati Uniti considerano l’Unione europea un nemico da eliminare: un’organizzazione debole, perché divisa e priva di peso politico, che, da un lato, tenta di ostacolare le mire espansionistiche della Russia nei confronti dell’Ucraina e dei paesi dell’est, e con le proprie regolamentazioni e standard danneggia le imprese americane; dall’altro, si fonda su un modello di apertura e di opposizione alle forze nazionaliste profondamente in contrasto con il modello culturale di Casa Bianca e Cremlino.

Che si fosse creata una situazione paradossale nella quale le posizioni di Stati Uniti e Russia in merito all’invasione dell’Ucraina e al ruolo dell’Europa convergevano era apparso chiaro sin dall’inizio della presidenza di Trump; ma la bozza di piano in 28 punti per mettere fine alla guerra in Ucraina presentato dall’Amministrazione Trump alla fine di novembre ha rappresentato un ulteriore salto di qualità in tal senso. Un piano pienamente rispondente alle richieste dell’aggressore, la Russia, e fortemente punitivo nei confronti dell’aggredito, l’Ucraina, che veniva, tra le altre cose, espressamente accusata di nazismo, costretta a rinunciare all’adesione alla NATO e a limitare le proprie forze armate a 600.000 effettivi e a cedere non solo le zone finora occupate dalla Russia, ma parti ulteriori del proprio territorio. Ma soprattutto un piano che affermava a chiare lettere che il destino degli ucraini sarebbe stato deciso da Stati Uniti e Russia e che escludeva gli europei da qualsiasi ruolo nel negoziato, imponendo loro obblighi e impegni finanziari.

Nonostante si stia oggi negoziando su testi più avanzati e l’Unione europea, con i suoi Stati membri, e l’Ucraina siano riuscite a impedire che il piano diventasse definitivo, rimane il fatto che gli USA — il cui contributo è ancora indispensabile perché Kyiv possa resistere contro l’aggressione della Russia — da alleato si è trasformato in una potenza interessata a trovare una convergenza con Putin.

La United States National Security Strategy presentata da Trump all’inizio di dicembre ha ulteriormente confermato questo nuovo rapporto. Gli europei sono accusati apertamente di considerare la Russia una minaccia esistenziale, di ostacolare il processo di pace a causa di aspettative irrealistiche sui risultati dello stesso, di distruggere la propria identità e civiltà attraverso una politica troppo aperta all’immigrazione, di violare i principi fondamentali della democrazia e di soffocare le opposizioni, intendendosi per queste ultime le forze nazionaliste, quali l’AfD e il Front National, che per la Casa Bianca sono fonte di “great optimism”.

Se a ciò si aggiunge che quotidianamente gli Stati europei sono vittima di incursioni di droni, di attacchi informatici e di una continua campagna di disinformazione e di finanziamento di forze politiche fortemente nazionaliste da parte della Russia, ne emerge un quadro nel quale l’Europa è assediata su tutti i fronti, si trova già di fatto coinvolta nel conflitto in corso, e deve trovare la forza di reagire.

In questo scenario, il Consiglio europeo del 18 e 19 dicembre scorsi rappresentava l’occasione per gli Stati europei di dare un segnale forte a Russia e Stati Uniti, in relazione a due questioni cruciali: gli aiuti all’Ucraina in seguito alle dichiarazioni di disimpegno da parte dell’amministrazione Trump e l’accordo con il Mercosur, che consentirebbe agli europei di assicurarsi un accesso preferenziale a un importante mercato in un’epoca di competizione tra potenze e di innalzamento dei dazi da parte degli Stati Uniti. Su entrambe le questioni, tuttavia, il Consiglio europeo si è attestato su soluzioni che, se pur con aspetti positivi, non hanno fornito risposte politiche forti, e dunque hanno dipinto l’immagine di un’organizzazione divisa in piccoli Stati e preda dei loro egoismi nazionali, e per questo motivo costretta a soluzioni di compromesso che seguono la linea di minore resistenza.

Sul versante della politica commerciale, infatti, sull’interesse generale ad aprirsi a un mercato, quello del Mercosur, che garantirebbe agli europei enormi benefici economici, hanno prevalso i timori della Francia, legati alla debolezza del suo governo di fronte alle proteste degli agricoltori, ai quali hanno fatto eco le riserve italiane. Si è dunque deciso di rimandare la decisione di un mese.

Sul versante politico della guerra in Ucraina, i limiti di un’Unione ancora ostaggio dei suoi Stati membri sono emersi in modo ancora più evidente. La soluzione proposta dalla Commissione e sostenuta da Germania e Paesi nordici di utilizzare gli assets russi congelati e depositati presso la piattaforma Euroclear per concedere un prestito all’Ucraina — che quest’ultima restituirebbe nel caso Mosca versasse le riparazioni di guerra dovute e che, in caso contrario, si convertirebbero automaticamente in indennizzi di guerra — si è infatti scontrata da un lato con l’opposizione del Belgio, preoccupato di essere chiamato a rispondere da solo per Euroclear che in Belgio ha la propria sede, e di Francia e Italia, timorose di ritorsioni di Mosca nei confronti delle loro imprese; dall’altro con il rifiuto di Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca, Stati guidati da governi filorussi e dunque contrari a soluzioni che metterebbero in difficoltà il Cremlino. Va peraltro notato che l’utilizzo degli assets russi congelati era oggetto anche del piano di pace in 28 punti presentato da Trump, che prevedeva che 100 miliardi di fondi russi congelati fossero investiti per la ricostruzione in Ucraina sotto guida statunitense e che gli Stati Uniti beneficiassero del 50% dei relativi profitti, e che il resto dei fondi congelati fosse investito in un veicolo di investimento USA-Russia. È dunque chiaro che era interesse degli Stati Uniti che il progetto di utilizzo degli assets discusso nel Consiglio europeo fallisse, così come contro detto progetto si era scagliata con forza la propaganda russa, a testimonianza del fatto che sarebbe stato un passo che avrebbe messo in seria difficoltà Putin. La stessa posizione fredda del governo italiano sull’utilizzo degli assets è stata con tutta probabilità condizionata dalla preoccupazione di non irritare Trump, con il quale il nostro governo ritiene di avere un rapporto privilegiato.

La soluzione di ripiego è stata quella di autorizzare un prestito all’Ucraina di 90 miliardi di euro attraverso una nuova emissione di debito garantito dal bilancio dell’Unione. Per ottenere l’astensione degli Stati contrari — Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia — necessaria perché la decisione sul debito richiede l’unanimità, è stato concesso a detti Stati una sorta di opt-out (forzando l’art. 20 TUE, relativo alle cooperazioni rafforzate) consistente nel fatto che essi saranno esentati dal contribuire al rimborso del debito in questione. Gli assets russi rimangono invece congelati e potranno eventualmente essere utilizzati in futuro.

La decisione, pur costituendo una boccata di ossigeno per l’Ucraina e nonostante presenti elementi positivi per il fatto di aver superato le resistenze a emettere nuovo debito, è stata in ultima analisi un favore a Putin e a Trump. Infatti, il nuovo prestito sarà di fatto pagato dai contribuenti europei e non dalla Russia e i tre governi filorussi — quello ungherese, quello ceco e quello slovacco — sono riusciti di fatto a impedire una presa di decisione avversata da Putin senza subire le conseguenze della decisione di emettere nuovo debito.

Nonostante le due decisioni non pregiudichino né la possibilità di concludere l’accordo con il Mercosur nel 2026, né il sostegno all’Ucraina (che in mancanza di questi fondi avrebbe esaurito le sue capacità di difesa entro marzo), si tratta dunque di un’occasione persa. Una decisione positiva sull’accordo con il Mercosur avrebbe infatti resa evidente la capacità dell’Unione di contrastare l’orientamento protezionistico degli Stati Uniti e ne avrebbe rafforzato l’immagine di partner commerciale affidabile. E l’utilizzo degli assets russi a sostegno della resistenza ucraina non solo avrebbe garantito all’Ucraina le risorse necessarie per far fronte a una Russia già indebolita, contribuendo a creare le condizioni perché quest’ultima arrivi ad accettare una pace “giusta”, ma avrebbe anche costituito la manifestazione della volontà degli europei di reagire con forza e unità agli attacchi al nostro modello di integrazione e di democrazia da parte di Putin e di Trump e di imboccare la via di un’unificazione politica.

L’illusione di poter prosperare in un mondo di apertura dei commerci e di rapporti di cooperazione tra Stati senza dar vita a un’unione federale, nella quale si è a lungo cullata l’Europa, non solo dunque ha portato a un forte ritardo in settori cruciali quali quello della difesa, dell’avanzamento tecnologico e del digitale, ma ha reso gli Stati europei — una volta risvegliatisi dall’illusione e di fronte a un mondo ormai fondato sulla competizione tra grandi potenze e nel quale l’uso della forza è riemerso potentemente come strumento di regolazione delle relazioni internazionali — paralizzati dalla paura e incapaci di reagire con forza alle provocazioni esterne.

La radice di questa incapacità risiede nel fatto che l’Unione europea è prigioniera non tanto dell’unanimità, quanto del metodo intergovernativo, che rende impossibile l’emergere di un interesse generale dell’Unione e consente agli Stati membri di condizionarne in modo decisivo il funzionamento rendendola di fatto dipendente dagli stessi. In primo luogo, infatti, quando sono i governi degli Stati membri a dover adottare le decisioni fondamentali per il futuro dell’Unione — indipendentemente dal fatto che tali decisioni siano adottate all’unanimità o a maggioranza qualificata — la soluzione che ne emerge è per definizione il frutto di un confronto tra interessi nazionali, e non una soluzione che risponde all’interesse della collettività dei cittadini europei. Ogni governo nazionale risponde infatti al proprio elettorato interno ed è per definizione limitato da un’ottica che prende in considerazione le proprie scadenze elettorali e i propri interessi a breve termine. Le dinamiche del vertice del Consiglio europeo di dicembre sono uno specchio di questa realtà, nella quale sull’interesse generale ad aprirsi al mercato del Mercosur e ad evitare che l’Ucraina perda la guerra — circostanza questa che esporrebbe gli europei a conseguenze economiche e politiche ben più gravi dei rischi che dovrebbero affrontare utilizzando gli assets russi congelati — sono prevalsi interessi di singoli Stati dettati da ragioni di politica interna e di legami con Stati Uniti o Russia. Un consesso di governi nazionali non può infatti per definizione svolgere il compito che svolgerebbe un governo europeo legittimato democraticamente, che risponderebbe non a singoli elettorati e parlamenti nazionali, ma ai cittadini europei nel loro complesso e sarebbe dunque in grado di compiere scelte volte al loro interesse comune.

La dipendenza dell’Unione dagli Stati costituisce poi il punto dolente quando si tocca il problema del bilancio dell’Unione, e dunque della sua capacità di fornire aiuti all’Ucraina e di fare debito in modo strutturale e non occasionale. Come è noto, infatti, le entrate dell’Unione europea sono ancora in gran parte costituite da contributi degli Stati membri e l’Unione è priva di potestà fiscale. Lo stesso debito contratto dalla Commissione in seguito all’approvazione di Next Generation EU, garantito dal bilancio dell’Unione che a tal fine è stato temporaneamente innalzato al 2% del RNL, comporterà un esborso maggiore di contributi da parte degli Stati membri, se non saranno introdotte nuove risorse proprie sulle quali per il momento non si è raggiunto un accordo (che richiede l’unanimità sia in Consiglio sia a livello nazionale ex art. 311 TFUE). Ora, un’Unione europea dotata di un bilancio federale finanziato con risorse fiscali decise e percepite direttamente dall’Unione da un lato potrebbe investire nei settori — difesa, digitale, innovazione tecnologica — nei quali è evidente il suo ritardo, dall’altro, come ogni ente sovrano, potrebbe emettere debito in modo stabile in quanto la sua solvibilità sarebbe garantita da risorse fiscali percepite direttamente da cittadini e imprese. In mancanza di questi presupposti, l’emissione di debito da parte dell’Unione, da un lato non potrà essere strutturale, bensì dovrà essere decisa di volta in volta dagli Stati in situazioni di emergenza, dall’altro rischia di non attrarre gli investitori, consapevoli della debolezza strutturale dell’Unione, delle divergenze tra i suoi Stati membri, e della mancanza di una potestà fiscale europea che garantisca il debito emesso.

La forzatura dei meccanismi di funzionamento dell’Unione e le soluzioni di compromesso come l’opt out di Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca al quale si è fatto ricorso nel vertice di dicembre, se si rivelano necessarie in situazioni di urgenza e consentono di tamponare le falle che rischiano di aprirsi nel processo di integrazione, non cancellano pertanto il fatto che l’Unione europea, o una parte di essa, o si farà unione politica, o soccomberà sotto il peso degli interessi divergenti dei suoi Stati membri rendendo gli europei irrilevanti sulla scena mondiale.

Il Federalista

 

 

 

il federalista logo trasparente

The Federalist / Le Fédéraliste / Il Federalista
Via Villa Glori, 8
I-27100 Pavia