IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno LXVII, 2025, Numero 2-3, Pagina 106

RIARMO EUROPEO, AUTONOMIA STRATEGICA
E IL FALSO PARAGONE CON IL 1914

Nel dibattito contemporaneo sul riarmo europeo ricorre con insistenza il paragone con la corsa agli armamenti che precedette la Prima guerra mondiale. Questo richiamo storico viene spesso utilizzato come argomento retorico per denunciare una presunta deriva bellicista dell’Europa e per sostenere che l’aumento della spesa militare condurrebbe inevitabilmente a una spirale di escalation simile a quella che, nel 1914, portò al collasso dell’ordine europeo. Tuttavia, un’analisi più attenta mostra come questo paragone sia in larga parte improprio e rischi di oscurare, più che chiarire, la natura del problema strategico che l’Europa si trova oggi ad affrontare. Il contesto storico, politico e geopolitico dell’Europa del primo Novecento è profondamente diverso da quello attuale, così come sono diverse le motivazioni, le finalità e le implicazioni del riarmo in corso.

Nel periodo antecedente al 1914, le principali potenze europee erano impegnate in una competizione strategica diretta e relativamente simmetrica. Germania, Regno Unito, Francia e Russia si percepivano come attori comparabili per peso politico, militare e imperiale, inseriti in un sistema internazionale privo di istituzioni sovranazionali capaci di gestire le crisi. Il riarmo di quegli anni non aveva una funzione prevalentemente difensiva o stabilizzatrice, ma era parte integrante di una competizione per il prestigio, l’influenza e, in ultima analisi, per l’egemonia continentale e globale. La corsa navale tra Germania e Regno Unito, l’espansione degli eserciti di leva e lo sviluppo di dottrine militari offensive rispondevano alla logica del superamento dell’avversario, non a quella dell’equilibrio. Le alleanze rigide e automatiche trasformavano ogni crisi locale in una potenziale guerra generale, mentre la cultura politica dell’epoca considerava il conflitto armato non solo possibile, ma in alcuni casi persino inevitabile o utile come strumento di ridefinizione degli equilibri di potere. In questo contesto, l’accumulazione di armamenti aumentava strutturalmente la probabilità della guerra, perché riduceva gli spazi di mediazione e rendeva l’uso della forza una opzione sempre più praticabile.

L’Europa di oggi si colloca in una situazione radicalmente diversa. L’Unione Europea non è una potenza militare tradizionale, né un attore strategico pienamente sovrano. Al contrario, essa rappresenta una costruzione politica incompleta, caratterizzata da una straordinaria integrazione economica e normativa, ma da una persistente debolezza sul piano della difesa e della sicurezza. Per oltre settant’anni, la sicurezza del continente è stata garantita dall’ombrello della NATO e, in ultima istanza, dagli Stati Uniti. Questa delega strategica ha consentito agli Stati europei di concentrare risorse e consenso politico sulla ricostruzione, sull’integrazione economica e sullo sviluppo dello Stato sociale. In quel contesto storico, tale scelta era razionale e coerente con l’assetto bipolare della Guerra fredda. Tuttavia, essa ha prodotto nel lungo periodo una dipendenza strutturale che oggi appare sempre più problematica.

Il mutamento del contesto internazionale ha reso evidente questa fragilità. Il ritorno della guerra convenzionale sul continente europeo, la competizione tra grandi potenze, la crescente assertività della Russia e l’emergere di un ordine internazionale più instabile hanno messo in discussione l’assunto fondamentale su cui si reggeva la sicurezza europea: la certezza dell’impegno americano. Il progressivo disimpegno degli Stati Uniti, o quantomeno la crescente incertezza sulla sua continuità, ha rivelato quanto l’Europa sia rimasta priva di strumenti autonomi per garantire la propria sicurezza. In questo scenario, il dibattito sul riarmo europeo non nasce da un improvviso slancio militarista, ma dalla constatazione di un vuoto strategico accumulato nel tempo.

Il riarmo europeo, infatti, non risponde a una logica di competizione simmetrica o di ricerca della supremazia militare. L’Europa non sta cercando di “superare” altre potenze, né di affermarsi come egemone globale. Al contrario, essa si trova in una condizione di inferiorità relativa, frutto di decenni di sotto-investimento e di frammentazione. L’aumento della spesa per la difesa e il rafforzamento delle capacità militari mirano essenzialmente a colmare un divario, a raggiungere una soglia minima di credibilità strategica senza la quale l’Europa non può né difendere efficacemente il proprio territorio né partecipare alle relazioni internazionali come soggetto autonomo. In questo senso, parlare di “corsa agli armamenti” è fuorviante: non si tratta di una dinamica competitiva tra potenze pari, ma di un tentativo di recupero di capacità perdute o mai pienamente sviluppate.

Un elemento spesso trascurato nel dibattito pubblico è il rapporto tra capacità militare e politica di pace. Una parte del discorso pacifista tende a considerare qualsiasi rafforzamento degli strumenti militari come intrinsecamente destabilizzante, partendo dall’assunto che la pace derivi dalla rinuncia alla forza. Tuttavia, la storia delle relazioni internazionali mostra che la pace duratura non nasce dalla debolezza unilaterale, ma dall’equilibrio e dalla deterrenza. La distensione tra blocchi contrapposti durante la Guerra fredda, così come i principali accordi di controllo degli armamenti, furono possibili proprio perché le parti si riconoscevano come attori capaci e credibili. Senza una base di potere, la diplomazia perde incisività e si trasforma in mera dichiarazione di intenti.

In questo senso, l’autonomia strategica europea non è in contraddizione con una vocazione pacifica, ma ne costituisce una condizione. Un’Europa strutturalmente debole non è un fattore di stabilità, bensì un elemento di vulnerabilità. La dipendenza da attori esterni riduce lo spazio di decisione politica e aumenta il rischio di essere trascinati in dinamiche decise altrove. Paradossalmente, la mancanza di capacità militare autonoma può rendere l’Europa più esposta ai conflitti, non meno. Il vero discrimine non è dunque tra riarmo e pacifismo, ma tra un rafforzamento coordinato e integrato delle capacità difensive e una frammentazione nazionale che moltiplica inefficienze e rivalità senza aumentare realmente la sicurezza.

In questo quadro si inserisce il ruolo centrale di Francia e Germania. Storicamente, i principali avanzamenti dell’integrazione europea sono avvenuti in risposta a crisi sistemiche e sono stati guidati da un’iniziativa congiunta di questi due Paesi. Anche oggi, solo Parigi e Berlino dispongono del peso politico, economico e militare sufficiente per innescare un salto qualitativo, soprattutto in presenza di uno shock esterno significativo. La Francia porta con sé una tradizione di autonomia strategica e una cultura della potenza che la rendono naturalmente propensa a un rafforzamento della dimensione militare europea. La Germania, pur più esitante sul piano strategico, rappresenta il pilastro economico e industriale senza il quale qualsiasi progetto di difesa comune sarebbe privo di sostanza. Un riarmo europeo credibile, se accompagnato da integrazione industriale, comando comune e decisioni politiche condivise, potrebbe diventare uno dei vettori di una trasformazione più profonda dell’Unione in senso federale.

Il paragone con il 1914, se utilizzato con rigore, può avere un valore limitato come monito contro i rischi di una escalation incontrollata. Tuttavia, se assunto come chiave interpretativa principale, esso risulta fuorviante. L’Europa di oggi non si trova alla vigilia di una guerra per eccesso di potenza, ma di fronte al rischio opposto: quello dell’irrilevanza strategica e della vulnerabilità derivante da una prolungata debolezza. Il riarmo europeo non è il segnale di un ritorno al passato, ma il tentativo, tardivo ma necessario, di adattarsi a un ordine internazionale mutato. Senza una base minima di autonomia strategica, l’Europa non può né difendere la pace né contribuire in modo credibile alla sua costruzione. In questo senso, il rafforzamento delle capacità di difesa, se concepito come strumento di deterrenza, integrazione e responsabilità condivisa, rappresenta non una negazione, ma una possibile condizione della pace stessa.

Giovanni Salpietro

 

 

 

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